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Il destino volle farmi
rivedere la meravigliosa giovane in tutto il suo splendore.
Me la ricordo con i lunghi capelli rossi, sciolti, che volavano nel vento,
mentre suonava il suo violino con affetto.
Alle sue spalle c’era un arcobaleno, immenso, che conteneva tutti i colori
dell’universo.
Corone di pungitopo e rose scarlatte, fiordalisi e stelle bianche facevano
a girotondo intorno a lei, che sorrideva di piacere e di felicità.
Non so dove fosse… Forse, la Rossa stava volando nei cieli della poesia e
della meraviglia.
Un’aurora vaga la illuminava, mentre boschi di faggi, edifici decorati con
mille guglie e statue antiche, fontane di madreperla, bambole di
porcellana e treni a vapore correvano alle sue spalle.
Di tanto in tanto, la favolosa socchiudeva le labbra: era come per dare un
bacio al mondo e al suo violino appassionato, al quale teneva più che alla
sua stessa vita.
Ricordo che in quegli istanti suonava nuda, aveva solo un velo indosso.
I miei occhi languidi contemplavano i suoi enormi seni, dai capezzoli rosa
e grandi. La natura li aveva fatti per essere goduti.
Le sue dita affusolate e candide correvano sulle corde ed era come se lo
accarezzasse.
Mentre con una mano faceva andare su e giù il prezioso archetto,
sprigionando melodie ed armonie che non si possono raccontare, sembrava
facesse l’amore con il suo strumento.
Lo teneva adagiato sul collo, tra il suo mento appuntito e le spalle dolci
e larghe.
Le corde, alle volte, stridevano dolcemente. Durante gli acuti, pareva che
il suo amante di legno le regalasse tutti i suoi sospiri.
Quando, invece, lei gli faceva toccare le ottave basse, suonando con molta
forza ed intensità, dava l’impressione di conquistare le vette ardenti del
piacere, che confinavano col cielo.
Di tanto in tanto, quasi inavvertitamente, sfiorava con il braccio nudo il
suo petto di donna e strofinava con l’archetto le sue aureole sode.
Allora, un gemito di desiderio le sfuggiva dalla bocca semiaperta, nella
quale la lingua era incastonata come un diamante.
Il suo violino le parlava, sì, le diceva:
- Amica delle mie corde, fammi bruciare di musica e passione… Vorrei poter
entrare nel tuo grembo e riempirlo di tutto il mio piacere, fatto di rose
profumate e un po’ spinose, di mani di legno, che ben sanno accarezzare,
di estasi e tormento… Ad ogni nota godo insieme a te ed il mio ventre
armonico freme, al pari delle tue mani nude, dalle dita di fata, che
sprigionano gli incantesimi dei sensi!
Ella non gli rispondeva che con i suoi baci. Con le sue labbra affettuose,
gliene regalava mille alla fine di ogni concerto.
La Rossa amava molto gli animali.
Aveva un cavallo bianco.
Una volta, era sola con lui e lo abbracciava. Gli accarezzava la maestosa
criniera e gli sussurrava tenerezze negli orecchi.
Di tanto in tanto, il grazioso animale muoveva la coda, o nitriva
sommessamente. Era il suo modo di risponderle.
Una falce di luna brillava nel cielo e, dall’immenso, precipitavano le
stelle cadenti.
S’udiva il rumore della pialla del falegname, il crepitare del fuoco nella
stufa, il fracasso cupo della mannaia del taglialegna, che spaccava i
ceppi.
La vecchia faceva ritorno alla stamberga, con un sacco di carbone sulle
spalle.
Rammento il modo affettuoso in cui le dolci chiome di lei sfioravano il
morbido manto del suo cavallo bianco ed il sorriso ameno, languido, che
illuminava il volto della giovane, tradendo tutta la sua sensualità.
Il suo giocoliere, da dietro una siepe di pungitopo, ricoperta di neve, la
guardava.
Si tolse la buffa bombetta che aveva sul capo e, con una delle sue grandi
mani (allora portava dei guanti candidi), si asciugò una lacrima da
Pierrot.
Sembrava che il suono melodioso del violino della sua amata facesse da
sottofondo a quell’incontro.
Lei si voltò, lo salutò, agitando forte il suo cappello, ornato con una
piuma vermiglia, mentre il vento d’inverno faceva volare il suo ampio
mantello.
Fu così che lui le corse incontro, tendendole le braccia, ma, proprio sul
più bello, inciampò.
Che sbadato!
Poi i due amanti si abbracciarono con passione e la Rossa gli sussurrò le
parole d’amore più dolci di cui fosse capace.
Egli, allora, per sdebitarsi, fece una graziosa capriola e, per deliziarla
ancor più, prese a giocare con dei sassi, delle palle di neve e dei pezzi
di carbone dimenticati lungo la strada.
Me li ricordo insieme, nudi, nella stanza delle girandole, che avevano
tutti i colori della fantasia.
Come giravano!
Lei aveva voluto godere con le labbra del petto glabro e senza veli del
suo uomo. Poco dopo, si era seduta su di uno sgabello di legno e aveva
alzato la sua gamba lunga, formosa, affinché il giocoliere potesse
divertirsi a farci dei bei disegni con le matite colorate.
La Rossa era senza scarpe e guardava il suo innamorato ridendo e
sospirando.
Intanto, lui le stuzzicava la pelle e si dilettava, facendole il solletico
sotto i piedi.
Infine, la giovane si sedette su di un tavolo, tutto ricoperto di
girandole. Chiese al suo amante di possederla e di entrare nel suo grembo
con tutta la sua virilità.
Venne esaudita. Si mise nella posizione della cortigiana e godette a lungo
insieme al suo amico del cuore.
Gli chiedeva insistentemente di non smettere. Ogni tanto, gli toccava la
punta del naso e rideva. Ma le sue risate si trasformavano tutte in
sospiri di piacere.
Intanto, non molto lontano dal villaggio, davanti alla casa della
Mercantessa, una figura cupa faceva capolino dietro i rovi. Era avvolta in
un manto color carbone ed un cappuccio nero celava il suo volto.
Teneva tra le mani una scure e spaccava la legna.
Nevicava.
Dal profondo del bosco si levava l’ululato dei lupi. E nulla più.
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