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La casa del gabelliere
giaceva addormentata nella neve.
Era minuta, vecchia, fatta di legno.
Davanti ad essa scorreva il torrente.
La leggenda voleva che le vedove del villaggio, durante le notti di luna
piena, errassero lungo le solitarie sponde, con indosso i loro neri manti.
Allora, ripetevano a gran voce i nomi del loro sposi defunti ed
abbandonavano alla corrente dei cesti colmi di crisantemi, i cui petali
esalavano il profumo del mistero.
Dal comignolo si levava del fumo bianco, che saliva a poco a poco nel
cielo grigio, nel quale volavano neri corvi.
Ad uno dei muri maestri erano appoggiati un badile, una zappa ed un
forcone, che però, durante la stagione triste, non servivano quasi a
nulla.
Una delle finestre aveva il vetro rotto. A tratti, vi entrava qualche
folata di vento. Allora, un muggito minaccioso s’udiva in ogni dove.
Pareva la voce di un gigante ferito.
Di tanto in tanto, il vecchio usciva e passeggiava sulla neve.
Lo si vedeva tutto solo, mentre, all’aurora o al crepuscolo, spaccava la
legna al lume di candela.
La mannaia in mano, la lunga barba, gli occhi un po’ grifagni,
assomigliava ad un fantasma.
Amava chiamare per nome tutti gli uccelli del bosco. Persino le civette e
i gufi gli erano amici.
Stava quasi sempre nel suo ufficio, scaldandosi le mani davanti alla bocca
della stufa, dalla quale, a volte, uscivano le fiamme, tanto da farla
sembrare un drago.
Gli piaceva indossare la sua cara marsina marrone, un po’ rattoppata, ma
che gli stava tanto bene con le lunghe braghe, d’egual colore, il cappello
a cilindro e gli stivaloni neri. Era molto affezionato al suo orologio da
tasca, tutto dorato, che gli aveva regalato suo nonno.
Soleva tenere a portata di mano il vecchio fucile con la baionetta che,
non di rado, aveva dovuto usare, in occasione dei suoi scontri con i
briganti e i contrabbandieri.
Ah, che inseguimenti! Quanti spari! Che grida avventurose, nel Bosco
Grande!
Di solito, in quelle lande desolate, s’udiva soltanto il mesto verso
dell’upupa e, di tanto in tanto, tra le numerose siepi di noccioli, faceva
capolino lo scoiattolo, che sgranocchiava le sue ghiande.
Di tanto in tanto, il gabelliere veniva visitato dai fantasmi.
Erano ricordi, fatti di stelle e di bolle di sapone dai mille colori.
In una delle nuvole dorate e vaghe in cui vagava sovente il pensiero suo,
un giorno, apparve un volto, di donna, bianca e dalla pelle vellutata.
Aveva i capelli rossi, lunghi, che le arrivavano fin sulle spalle.
Portava un lungo mantello blu, una collana d’argento e, tra le mani,
teneva un violino, che sapeva suonare con impareggiabile maestria.
Gli occhi suoi erano celesti come il cielo di maggio e le sue lunghe dita
sapevano toccare e accarezzare.
A volte, dava anche gli schiaffi… Ma amava molto sorridere.
Le sue labbra facevano smarrire la fantasia di chiunque le pensasse. Erano
dolci, morbide, fatate.
Già era capitato che corressero molli lungo la pelle virile di qualche
innamorato, succhiandola, leccandola, sfiorandola ed accarezzandola, per
poi soffermarsi su qualche cosa di più lungo e sublime, fatto per il
piacere della bocca, del corpo e delle mani.
Mi sembra di sentirla sospirare. Le sue parole affettuose si confondono
con quelle di un suo innamorato, di cui, per ora, non voglio ricordare il
nome.
Lei freme, gode, si commuove.
Accavalla le meravigliose gambe, se le fa toccare, scompare.
La nuvola dorata tutto avvolge, mentre il suono languido di un violino
accompagna la dolce visione, come un’armonia.
Il gabelliere sognava sempre.
Chiuso nel suo stanzino, guardava la neve scendere dal cielo, fiocco dopo
fiocco.
Teneva tra le mani un vecchio giornale, un po’ ingiallito, che parlava di
lei, la misteriosa violinista dagli occhi pieni d’affetto e di passione.
Noi ci limiteremo a chiamarla la Rossa e a narrare di ciò che il destino
riservò ai palpiti del suo cuore.
Il fuoco ardeva sempre nella stufa…
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