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Il monaco mi fa segno di raggiungerlo. Finalmente posso vedere
da vicino la GranContessa e ammirarla in tutta la sua matura
bellezza. Avvolta in un manto di velluto rosso con ai lati una
fascia d’oro guarnita di gemme, porta una veste di un azzurro
vivo e maniche larghe orlate di un fregio d’oro, che lasciano
intravedere altre maniche aderenti al braccio di colore rosso.
Porta scarpe a punta di stoffa scura e il capo è coperto da un
velo bianco che non riesce a nascondere i lunghi capelli biondo
rossastri, illuminati da fili bianchi, e una fascia preziosa le
cinge la fronte. Nonostante sia seduta, intuisco la sua figura
alta e slanciata. Mi inchino per renderle omaggio e quando
rialzo la testa e la fisso in volto noto i suoi lineamenti
regolari, improntati a grazia e severità.
“Non ho molto
tempo, e quel poco che ho devo usarlo al meglio. Chiedetemi ciò
che dovete perché il consiglio mi attende e una decisione
importante dev’esser presa.”
Annuisco e mi siedo al suo fianco, in uno scranno di pelli
ancora caldo, cercando dentro di me il coraggio per farle le mie
domande. Non so da dove iniziare.
Speravo che
capitassero circostanze migliori di queste per fare il Vostro
incontro, Comitissa.
Lo speravo
anche io, ma Enrico sembra intenzionato a continuare la sua
folle corsa e io, davanti alla sua presa di posizione folle e
testarda, non so davvero più che fare. C’è chi sostiene la pace
come i nobili laici che ancora mi sono rimasti fedeli, chi vuole
che io continui la guerra contro l’oppressore, come intima la
Chiesa attraverso i suoi rappresentanti. Ma l’autunno è iniziato
e dopo un’estate passata a preoccuparmi per l’assedio con cui
mio cugino ha cinto Monteveglio, dopo anni di lotte e
tradimenti, voltafaccia e illusioni, sono stanca, stanca,
stanca. Troppo forse per resistere ancora.
Siete sempre
stata una donna forte e una sovrana determinata, a mio avviso
non avrebbe senso cedere proprio ora...
Ne siete così
sicura? Pensare che per tanto tempo il mio unico desiderio è
stato quello di abbandonare il mondo secolare e i suoi inutili
affanni insieme a mia madre Beatrice, chiudermi in un convento e
dedicarmi solamente alla preghiera, l’unica via in cui trovo un
poco di sollievo dalle pene e dalle sofferenze che porto nel
cuore.
E perché non
l’avete fatto?
Senso del
dovere. Destino. Volontà ben superiori alla mia. Ho scelto di
servire la Chiesa promettendolo a Gregorio e lo farò fino alla
fine, anche se mi è costato fatica, Dio solo sa quanto. In
quelle lettere che scrivevo al mio Papa quante confessioni
tremende, quanti desideri vergati con le lacrime, quante
suppliche per lasciare il mio posto a qualcun altro. Qualcuno
che fosse uomo e amasse la lotta, e non donna, come me.
Perché mai
dite così? Non dovreste nemmeno pensarlo. Siete la Signora di
queste terre non solo perché avete ereditato il nome dei Canossa
ma anche e soprattutto perchè avete mostrato di meritarle col
Vostro acume e le Vostre capacità. Siete migliore di tanti
uomini e di tanti sovrani, Comitissa.
Lo dite
perché siete donna e perché non vi siete mai trovata al mio
posto. Avete mai perso un padre, dei fratelli o degli amici per
assurdi giochi di potere? Avete mai affrontato una battaglia in
prima linea, insieme ai vostri soldati pronti a squarciare le
membra e le teste nemiche per voi, brandendo una spada e
difendendo un vessillo, un principio, un ideale? Avete mai
punito una città che vi ha tradito e voltato le spalle? Avete
mai preso parte a un tribunale per giudicare chi era in torto e
chi nel giusto, portando il peso della scelta? Quante cose ho
imparato a fare io, donna in un mondo di uomini, ammirata e
temuta, dileggiata e sminuita. Mi sono impegnata ogni giorno,
circondandomi di consiglieri che ritenevo saggi e fidati, ma la
realtà è che mi sono sempre sentita sola. Sola con la mia
coscienza. E in questa solitudine coltivavo un pensiero fisso:
il desiderio di non essere lì, per dedicarmi alla vita che
davvero avrei voluto per me stessa.
Gregorio VII
dunque ha avuto un peso fondamentale in questo Vostro destino.
Lui è stato il padre che non ho potuto avere e quando è
scomparso, una parte del mio cuore è morta insieme a lui. Avevo
soli sei anni quando Bonifacio mio padre fu assassinato. Se
chiudo gli occhi ricordo ancora il suo corpo esanime disteso sul
carretto, al ritorno da quella maledetta battuta di caccia,
trafitto da una freccia avvelenata. Volevano essere certi che
morisse, i cani. Un anno dopo morirono anche mia sorella
Beatrice e il mio fratellino Federico, e rimasi sola al mondo
con mia madre. Ella per debolezza si sposò con Goffredo di
Lorena, un uomo rude che non mi piaceva, e questo ci attirò le
antipatie dell’Imperatore Enrico III. Conobbi Papa Gregorio
quando ancora era un monaco di nome Ildebrando, tre anni dalla
morte di mio padre, e fu un raggio di sole durante la prigionia
che dovetti subire in Germania proprio alla corte
dell’Imperatore: Enrico aveva accusato mia madre Beatrice di
tradimento, e io ero diventata un ingombro scomodo,
probabilmente destinata a essere eliminata come avevano fatto
col resto della mia famiglia. Sono ancora convinta volessero
estinguere la mia dinastia...
Fu alla corte
di Enrico III che avete imparato a conoscere bene suo figlio
Enrico IV...
Sapete quel
che si dice di lui, nevvero? Si dice sia un violento, un
perverso, un senza Dio, si racconta che batta la moglie
vendendola ai suoi soldati e che maltratti il figlio. Ebbene,
non era così malvagio, da piccolo, eppure in lui si poteva già
scorgere il seme della crudeltà. Era un bel bambino, curioso,
dai lineamenti delicati: quando lo vidi la prima volta aveva
solo cinque anni, mentre io ormai ne avevo quasi il doppio.
Giocavamo insieme a volte, aveva capelli biondi e occhi
brillanti che pungevano. Sua madre aveva fatto un sogno, quando
era ancora incinta: aveva sognato di dare alla luce una bestia
immonda ricoperta di sangue, forse l’Anticristo. La profezia s’è
avverata.

Non c’è
traccia di rancore nella Vostra voce, sembrate parlare di
qualcun altro, quasi come se la cosa non Vi riguardasse. In
tempi di piena crisi come questi appare molto strano.
Quale
atteggiamento dovrei tenere nei confronti di chi mi ha tradito
più e più volte nonostante le mie intercessioni e i miei
infiniti tentativi di conciliazione? La sola arma che posso
usare nei suoi confronti è l’indifferenza. Se non permetterò più
a mio cugino Enrico di ferire la mia anima, ho ancora speranza
di non essere corrotta dalla sua natura maligna, e di salvarmi
dalla dannazione. È testardo e rancoroso e non sa cosa sia la
pietà. Ma avrei dovuto aspettarmelo, in fondo. Quel giorno di
quindici anni fa non avevo voluto comprendere che cosa covava
nel cuore.
E che cosa
covava?
Vendetta.
Ricordo che era un inverno freddo, molto freddo, si affondava
nella neve una gamba intera. Dopo la scomunica da parte di Papa
Gregorio, Enrico aveva perso ogni appoggio e non poteva aspirare
a cingere la corona imperiale. Era stato costretto a recarsi
alla gloriosa rocca di Canossa afflitto e disperato, per
umiliarsi e chiedere perdono, ma Gregorio si era dimostrato più
inflessibile e testardo di lui. Enrico chiese a me di
intercedere, ostentando il suo pentimento come un lasciapassare
per ottenere quel che desiderava. Il terzo giorno ero riuscita a
convincere Gregorio a incontrarlo e a riaccoglierlo nelle sue
grazie e nella Chiesa, e così accadde. Tra canti di giubilo e
nuove speranze, avevo organizzato un banchetto per festeggiare
l’evento. Ma al tavolo della conciliazione Enrico se ne rimase
zitto, livido in volto, coi pugni chiusi, senza quasi toccare
cibo. Io ingenuamente avevo creduto che fosse per la vergogna di
aver compiuto un tale gesto di tracotanza contro Iddio e il suo
rappresentante terreno, che gli servisse tempo per riprendersi
dal senso di colpa. Invece stava semplicemente macchinando la
sua vendetta.
Una vendetta
che non si è rivelata così semplice: Enrico IV ha avuto alti e
bassi, nonostante la sua forza bellica, e spesso si è trovato in
difficoltà anche grazie al sistema difensivo che avete
approntato.
Enrico ha un
solo problema: sottovaluta il terreno di scontro. Non è nato né
ha vissuto a lungo qui e non può capire a fondo questo
territorio. Questo è il suo limite. Quando il mio avo Adalberto
si impossessò di Canossa, la munì di mura forti e scelse di
costruire tante fortezze per utilizzare gli Appennini reggiani e
modenesi come una cintura di protezione, perché sapeva bene che
questo era un passaggio fondamentale per scendere a Roma. Le
nostre montagne sono una difesa naturale, le nostre rocche un
filtro. Sono state modellate perfettamente alla conformazione
territoriale e a noi basta accendere un fuoco sulla torre più
alta per segnalare un pericolo ai nostri alleati a miglia e
miglia di distanza. Abbiamo un sistema di comunicazione che
permette ai punti più vulnerabili di prepararsi a un assedio con
giorni d’anticipo rispetto all’arrivo delle truppe nemiche.
Enrico ha commesso più volte lo stesso errore. Mi auguro che lo
commetta ancora una volta.
Abbiamo
parlato di Voi come sovrana e stratega. Non abbiamo ancora
parlato di Voi come donna.
Che cosa c’è
da dire che non sia già stato detto?
Non so nulla
di Voi, del vostro lato più femminile...
Quel lato non
esiste più da troppo tempo.
Perché dite
così?
Perché dovrei
mentire? Tutto quel che faccio diventa motivo di dileggio.
Goffredo, l’uomo con cui mi sono sposata quando avevo
ventiquattro anni, si è rivelato rozzo anche più del padre.
Eravamo fratellastri, ma nonostante questo mia madre e Goffredo
di Lorena, detto il Barbuto, mi hanno costretta a diventare sua
moglie per salvare il patrimonio e mantenere unite Canossa e la
Lorena. Il mio primo marito era chiamato il Gobbo, e questo la
dice lunga sulla sua prestanza fisica, ma non è questo il punto.
Era un animale. La sola cosa bella del nostro matrimonio è stata
Beatrice, mia figlia, ma non mi hanno nemmeno dato la
possibilità di avere questa consolazione...

La GranContessa si ferma un attimo di parlare, la voce rotta da
un singhiozzo; sta pensando alla figlia morta qualche mese dopo
il parto, alla cui memoria è dedicata l’abbazia di Frassinoro.
Poi fa un lungo respiro e continua a raccontare.
Sono fuggita
da Goffredo. Non lo amavo. Mi ripugnava. Sono fuggita dalla
Lorena e dai ricordi e mi sono rifugiata a Mantova chiedendo
consiglio a Gregorio VII. Il matrimonio con Goffredo è durato
ufficialmente sei anni, e si è concluso quando lui ha pensato
bene di accusarmi di adulterio alla dieta di Worms: davanti a
tutti mi ha chiamata concubina del Papa, muovendo dubbi sulla
mia integrità morale e facendoli diventare certezze alle
orecchie empie dei nobili tedeschi e italiani a cui faceva
comodo pensarmi come la puttana della Chiesa. Un concetto da
sempre utilizzato dai miei detrattori, che nei documenti
ufficiali si premurano di chiamarmi bocca di fica. Siete ancora
convinta che una donna nella mia posizione sia così comoda?
I detrattori
li avete avuti e li avrete perché siete potente e come al
solito, se siete donna, giocano sulle allusioni sessuali per
attaccarVi, perché non hanno altri argomenti validi con cui
farlo. La verità è che sono dei vili.
Sono vili ma
furbi, sanno dove colpire, poiché conoscono l’animo umano: la
fantasia popolare non aspetta che alimentare e arricchire di
particolari ancor più arditi le favole morbose. La storia si è
ripetuta puntualmente quando ho dovuto contrarre il secondo
matrimonio, sempre per questioni politiche. Guelfo il Pingue
aveva solo diciassette anni e io quarantadue quando ci siamo
sposati. Oggi combattiamo fianco a fianco contro l’Imperatore,
abbiamo affrontato insieme la battaglia di Sorbara, che
considero la mia vittoria più bella sui fedeli di Enrico IV, e
l’assedio di Monteveglio, quello più eroico. Ma nessuno si
ricorderà di questo. Tutti invece ricorderanno bene le
filastrocche volgari sulla nostra prima notte di nozze, lo
scandalo e le riprovazioni che queste hanno scatenato. Perché
c’è questa tendenza nell’uomo a sottolineare i fallimenti dei
suoi simili, dimenticandone i pregi o ignorandone le virtù.
Non sono
d’accordo. Queste vittorie hanno tutt’ora una grande risonanza.
Non potete lasciarvi abbattere dalle chiacchiere.
Come vi ho
detto poco fa, la mia stanchezza è così grande da impedirmi di
mantenere la lucidità necessaria all’obiettivo. Eppure tanta
strada c’è ancora da percorrere. Rimanete qui mentre concludo la
seduta del consiglio, così vi renderete forse conto di cosa
significa sacrificare la vita per un bene più grande.
Mi alzo dallo scranno e mi avvicino al monaco, mettendomi alle
spalle della GranContessa. Nobili laici, vescovi, ecclesiastici
e un uomo vestito da frate penitente che non avevo notato
rientrano nella sala e riprendono i loro posti. Di tanto in
tanto qualcuno mi osserva di sottecchi, fingendo di non notare
la mia presenza, altri mi fissano sfacciatamente, chiedendosi
stizziti quale ardire può avere una fanciulla come me a
presenziare a un’occasione come questa. Io ascolto. C’è chi
sostiene la pace, chi dice di arrendersi per strappare a Enrico
IV un accordo ragionevole facendo appello alla sua clemenza, chi
rigetta questa soluzione e consiglia di cercare altri alleati,
chi ricorda che gli alleati sono tutti in quella stanza e ormai
chi è passato dalla parte del nemico per il proprio tornaconto
non ritornerà sui suoi passi. Tutti parlano gli uni sugli altri,
puntando gl’indici e alzando i toni, mentre Matilde cerca di
mantenere calmi gli animi, quando all’improvviso si alza una
voce che prima d’ora nessuno aveva ancora sentito. È così
tonante che tutti si ammutoliscono. È la voce del sant’uomo che
il monaco mi sussurra essere Giovanni l’eremita. È stato
richiamato dalla GranContessa e prelevato dalla sua grotta,
poiché tutti sono a conoscenza della sua immensa fede. Giovanni,
senza lasciarsi intimidire dai potenti accanto a lui che lo
fissano senza parole, preannuncia che Matilde avrà la vittoria
se continuerà lo scontro. Sicuro e determinato, la fissa negli
occhi mentre pronuncia la sua profezia. Dopodiché si siede di
nuovo e tutti tacciono per qualche tempo.
Dopo attimi che mi paiono interminabili, Matilde di Canossa si
alza in piedi con uno scatto: sembra più giovane, rinfrancata,
agile nei movimenti, non la donna stanca e dubbiosa che era
prima.
Oggi si è
compiuto un prodigio qui, in mezzo a noi. Il sant’uomo ha
parlato per
grazia di
Dio e ci ha annunciato la vittoria. Ebbene, noi combatteremo,
fino alla fine, fino alla sconfitta di Enrico IV.
La decisione viene accolta con entusiasmo dagli ecclesiastici,
con maggiore preoccupazione dai feudatari laici, ma tutti
sembrano concordare che le parole della Comitissa siano sagge e
giuste. Il monaco mi tira per la manica e mi dice che è giunto
il momento di lasciare sola la Contessa. Io ripenso a quello che
mi ha detto e riconosco quanta potenza e quanta solitudine siano
condensate nella sua persona, e quanto ella ne soffra.
La profezia si avvererà di lì a non molto: Enrico IV verrà
sconfitto nei pressi di Canossa, e da quella rotta inizia il suo
declino. Suo figlio gli si ribellerà e combatterà contro di lui,
e quattordici anni dopo lo lascerà morire, solo e dimenticato da
tutti, riconciliandosi con Matilde. Ella, ultimo baluardo
dell’antica nobiltà feudale, continuerà a vivere fino al 1115 e
dopo tanti patimenti lascerà, alla sua morte, un vuoto
incolmabile e un’Italia completamente mutata, in cui i feudi
piano piano muoiono per lasciare posto alle prime indipendenze
comunali.
Il giovane
monaco mi dice di aver cura di me e io, ringraziandolo, gli
chiedo il suo nome e la sua età. Mi risponde con un sorriso
sincero e mi dice di avere solo ventidue anni e di chiamarsi
Donizone. Ricambio il sorriso, rendendomi conto solo ora che è
proprio lui: è lui il monaco biografo che lascerà impressa nella
Vita Mathildis l’immagine di quella straordinaria e controversa
creatura che fu Matilde di Canossa.
ELISELLE
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