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IL RACCONTO E' ADATTO AD UN PUBBLICO ADULTO

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I DIARI LICENZIOSI DI
VIOLETTE BERTIN

L’incredibile storia della signora Gabrielle Laurent:
“Un uomo tutto mio!”







Foto © Rossella Viccica

 


PERSONAGGI:
Gabrielle Laurent: La signora del primo piano
Camille Petit: L'Alter ego
Gilbert: Il marito
Daniel: L’amante
Christophe Garcia: L’amico di Daniel


Gabrielle Laurent, era una bella donna di quasi cinquant’anni, gentile e dai modi raffinati si intratteneva spesso a parlare con me e mia madre nell’atrio del palazzo ed aveva sempre una buona parola per noi. Una mattina al rientro della sua solita passeggiata col suo barboncino bianco Ninja, mi invitò a salire nella sua bella casa al primo piano dello stabile. Parlammo del più e del meno, poi s’informò sui miei studi di Filosofia, lei parlò invece dei suoi corsi di architettura, fino a quando, dopo aver servito due tazze fumanti di thè, iniziò a raccontarmi la storia della sua vita.

“Come vedi Violette, ora sono una donna sola e serena, ma come sai fino a cinque anni fa ero una signora felicemente sposata. Certo il destino non ha voluto che avessi figli, ma io e Gilbert avevamo molti amici e vivevamo un’intesa vita mondana fatta di vernissage, teatri, feste private e prime all’Opera. Ma dopo circa ventitré lunghi anni di matrimonio mio marito pensò bene di innamorarsi di una ragazzina, che aveva esattamente gli anni del nostro matrimonio. Me lo comunicò senza guardarmi negli occhi una sera a cena, non riuscivo a crederci tanto che scoppiai in una grande risata e glielo feci ripetere più volte. Poi però quando la mattina lo vidi preparare le valigie mi sciolsi in un pianto a dirotto e da quel giorno caddi in una profonda depressione. Mi rintanai in casa e chiusi con tutti gli amici e le pseudo amiche e dovetti sottopormi per più di un anno a lunghe sedute terapeutiche per ricominciare ad avere un minimo di autostima.

Le mie giornate passavano lente, il mio lavoro di arredatrice era l'unico svago, ma trascorrevo tutto il mio tempo libero a disposizione in casa chiedendomi principalmente come fosse stato possibile che un uomo di cinquanta anni avesse potuto perdere la testa per una poco più che ventenne e soprattutto come avesse fatto a decidere drasticamente di cambiare vita. Ovvio che in quell’analisi la mia incredulità non era tanto per la sbandata per una ragazzina, che poteva anche starci, ma soprattutto per la sua decisione di spezzare definitivamente il nostro legame.

Passarono quasi sei mesi finché un giorno, forse per emulare mio marito, forse per provare ad essere ancora giovane, accettai di uscire con un ragazzo poco meno che trentenne incontrato nel bar dove la mattina facevo spesso colazione. In altre circostanze una donna come me non si sarebbe mai fatta abbordare per strada da uno sconosciuto, ma forse per la mia sofferenza ancora viva o forse per i suoi modi gentili, accettai quel corteggiamento. Daniel si presentò dicendomi che era un musicista, chitarrista di un famoso gruppo rock, che io ovviamente non conoscevo. Con diffidenza lo osservai attentamente ed alla fine decisi che oltre a risultare simpatico era anche un tipo particolare, ma sicuramente non bello almeno per i miei standard di bellezza. Insomma per farla breve accettai il suo invito e la sera ci ritrovammo a cenare da Bouillon Chartier sulla rue du Faubourg-Montmartre. Sarà stato l’ottimo pesce o quel calice di rosso d’annata in più, sarà stato il mio desiderio di passare una sera diversa, oppure altro tanto che dopo la cena presi l’iniziativa e lo invitai qui a casa mia. L’invito fu così esplicito che appena arrivata in casa ci ritrovammo subito nella camera da letto senza passare per il soggiorno.

Era la prima volta che mi abbandonavo tra le braccia di un uomo diverse da quelle di mio marito. Facemmo l’amore per tutta la notte e fu a dir poco fantastico. Daniel baciava da Dio e si rivelò un amante così premuroso che la cosa che mi sorprese maggiormente fu il mio totale abbandono e il mio ritrovato desiderio di fare sesso. Purtroppo però la mattina quando mi svegliai del focoso amante non era rimasta nemmeno l’ombra tranne un biglietto sul comodino sul quale aveva scritto un laconico: “Mi spiace”, senza aggiungere altro.

È inutile dirti che ci rimasi molto male, la mattina stessa cercai di raggiungerlo telefonicamente e lui pose subito le distanze. Senza mezzi termini mi disse che i patti erano stati chiari, patti che ovviamente non c’erano stati, e che, essendo stata una semplice scopata tra due persone maggiorenni, nessuno dei due poteva sentirsi in qualche modo vincolato. Davanti alle mie insistenze di rivederlo mi disse che al massimo, vista la mia età, avrei potuto fargli da mamma. Mi sentii offesa e allibita per quelle parole e riattaccai.

Mi guardai allo specchio, forse davvero dovevo fare i conti con i miei 45 anni anche se, almeno io, ero stata così bene insieme a lui che dentro quel letto non avevo avvertito la minima differenza di età. Delusa tornai al mio lavoro, al tempo stavo scrivendo un saggio su Philippe Starck, una vera e propria celebrità del design contemporaneo. Scrivendo cercai di dimenticare il mio amico e quella brutta storia, ma m’illudevo, mi veniva sempre in mente quella serata e quanto mi fossi sentita femmina e libera con lui. Alla fine non resistetti e lo ricontattai tramite telefono, email e whatsapp, ma purtroppo inutilmente. Il suo silenzio era a dir poco esplicito, ma non mi arresi.

Una sera su Facebook gli chiesi l’amicizia, ma anche quello risultò un vano tentativo per cui mi venne l’idea di diventare amica di uno dei suoi amici per il solo motivo di arrivare a lui. Scorrendo l'elenco dei suoi pochissimi contatti, perlopiù femminili, mi colpì il profilo e le foto di un certo Christophe Garcia, un fotografo di professione, coetaneo di Daniel. Scoprii che avevano lo stesso indirizzo e curiosando tra le foto mi colpì il suo sguardo profondo, tenebroso e in un certo senso pieno di mistero.

Ci pensai un po’, poi decisi di agire, ma per non ricevere un immediato e plateale rifiuto, mi feci un nuovo profilo: Camille Petit di 25 anni, studentessa di architettura e soprattutto single. Per la foto del profilo non ebbi dubbi, scelsi quella a figura intera della ragazza che mi aveva rubato il marito. Era decisamente fotogenica e carina, con la sua espressione maliziosa, le gambe lunghe, la faccia d'angelo, le labbra grandi e sensuali, gli occhi verdi e una cascata di morbidi capelli biondi.

A quel punto chiesi l'amicizia a Christophe e sinceramente non dovetti aspettare molto per avere una risposta. Avuta l'amicizia cominciai a mettere i miei Like sulle sue foto professionali. La sera stessa mentre cercavo faticosamente di addormentarmi, sentii il suono di un messaggio in arrivo sul mio portatile. Mi alzai. Era lui che mi ringraziava per i Like sulle sue foto e nel messaggio successivo mi chiedeva se davvero mi fossero piaciute e quale in particolare. Con studiata malizia non risposi subito, aspettai tutta la notte e al mattino seguente risposi alle domande diligentemente come una scolaretta alle prime armi.

Da quel momento iniziammo a chattare. Mi fece i complimenti per la foto e mi chiese
se facessi la modella e se per caso avessi avuto voglia di essere fotografata da lui. Gli risposi che al momento stavo frequentando un corso di laurea fuori Parigi, all’Université de Reims Champagne-Ardenne, ma al mio ritorno ci avrei pensato. Lo sentii deluso, di sicuro avrebbe voluto vedermi il giorno stesso, ma aggiunse che quella mattina avrebbe comprato un biglietto della lotteria perché si sentiva davvero un uomo fortunato ad avermi incontrato. Dal mio canto gli risposi la stessa cosa, pur sapendo in cuor mio che quell’incontro per forza di cose non sarebbe mai avvenuto. Senza che lo sollecitassi mi confermò che in quel periodo abitava in una grande villa poco fuori Parigi insieme ad altri amici tra cui un certo Daniel, un famoso chitarrista rock, che ovviamente finsi di non conoscere.

La sera successiva lo chiamai al telefono, ovviamente con il numero anonimo. Lo feci coprendo il microfono del telefono con una calza per la paura che ascoltandomi in viva voce Daniel avrebbe potuto riconoscere la mia voce. Avevo il cuore in gola e mi sentii impacciata e insicura tanto che balbettai più volte. Lui invece aveva una bellissima voce sicura, calda e dai modi squisitamente giovani e gentili. Parlammo del più e del meno, ci raccontammo pezzi frastagliati delle nostre vite. Sul finire della telefonata mi chiese di nuovo l’età perché a giudicare dalla mia voce molto giovane avrei potuto avere addirittura meno degli anni dichiarati. Beh quello fu davvero un complimento inaspettato che in qualche modo mi rese più sicura nonostante i miei 45 anni suonati.

Poi inaspettatamente mi chiese il numero di telefono ed io presi tempo, non volevo in nessun modo dargli il mio numero vero perché, pensavo, in qualche modo avrebbe potuto risalire tramite Daniel alla mia vera identità. Invece io volevo essere Camille, la bionda con la faccia d’angelo, la ragazzina spensierata di cui si era innamorato mio marito. Ero troppo vecchia per lui e di sicuro mi avrebbe trovata poco attraente rispetto a quel fisico da modella che avevo postato su Facebook. Non sapevo davvero cosa mi stesse succedendo, ero di sicuro nel pieno di un vortice speculare di doppia personalità, nel quale indossavo con estremo piacere i panni di Camille tanto da voler essere desiderata e apprezzata come tale ovvero una venticinquenne sbarazzina, ma nel contempo offrendogli la mia vera anima di Gabrielle. Insomma volevo essere un'altra pur rimanendo me stessa ben consapevole che le difficoltà, qualora ci fossero state, avrebbero riguardato solo il mio aspetto fisico.

Ci sentivamo tutte le sere, le telefonate divennero sempre più confidenziali, ma lo chiamavo io, sempre in forma anonima e lui ovviamente non mi dava tregua, insisteva per avere il mio numero di telefono. Diceva che tramite quel contatto sarei stata più reale ed anche il nostro rapporto in qualche modo avrebbe acquistato materialità. Ci pensai e alla fine mi decisi. Rovistando nei cassetti spuntò fuori un vecchio telefono e tramite una Sim che acquistai il giorno successivo gli mandai un messaggio. Lui mi rispose immediatamente con un grande cuore rosso e un laconico “Grazie”.

Dopo una settimana mi resi conto che stava diventando indispensabile, passavo ore ed ore al telefono con lui e mi riempiva letteralmente le giornate. Pranzavo, andavo a fare la spesa, cenavo, mi addormentavo insieme a lui tanto da non ricordarmi di essere mai stata così bene con qualche altra persona. Christophe, che nelle mie farneticazioni iniziali sarebbe dovuto essere solo un tramite per avvicinarmi a Daniel, grazie al mio artificio e la foto della mia rivale, aveva preso interamente il suo posto.
Una sera, pur avendone paura, gli confidai che stava diventando una cosa molto seria per me. Credevo davvero che fuggisse, ma mi spiazzò assicurandomi quanto il suo sentimento fosse altrettanto sincero. Insomma ci stavamo innamorando. Gli dissi delle mie riserve in fatto di amori virtuali e lui mi rispose che a volte da quelle situazioni nascono grandi amori e il nostro ne era la riprova.

La sera dopo facemmo l'amore... Distesa sul letto mi chiese cosa indossassi e poi mi disse di togliermi la camicia da notte: “Sei stupenda, voglio accarezzarti il seno.” Lo assecondai e lui iniziò a baciarmi i capezzoli. La sua voce era così calda che andai immediatamente in estasi. Gli sussurrai: “Tesoro sei stupendo, ti desidero, ti prego, non smettere. Continua, fammi tua!” A quel punto mi ordinò di togliermi le mutande, obbedii ed iniziai a toccarmi tra le cosce. Fu a quel punto che mi prese, prima distesa sul letto, poi in piedi appoggiata al davanzale della finestra mentre vedevo in lontananza le luci di Parigi. Fu meraviglioso. Lo sentivo maschio e insaziabile tanto che volle farlo di nuovo. Questa volta mi penetrò senza accortezze contro la mia libreria di riviste di architettura. Mi disse che ero la sua donna, la sua femmina, la sua dolce troia. Io lo chiamai amore, più volte, finché sotto la sua guida riuscii a godere nuovamente. Le mie grida rimbombarono per tutta casa finché stravolta mi lasciai andare sul letto. Ci addormentammo insieme alle prime luci dell’alba non prima di avergli confidato che quella notte si era avverato un vero miracolo, perché finora, nella mia vita, avevo avuto sempre bisogno di materialità, consistenza, dell’odore del maschio, della penetrazione e mai ero riuscita a godere in quel modo.

Quel rapporto intenso fu un’altra chiave di svolta della nostra storia. Lui si fece più insistente: “Sono pazzo di te, ti desidero come non mai!” Aveva bisogno di vedermi, toccarmi, baciarmi, insomma di fare con me l'amore reale. Precedentemente avevo risolto ampiamente il problema del telefono, ma ora dovevo affrontare un’altra criticità. Purtroppo solo due giorni prima gli avevo detto sbadatamente di aver terminato il corso a Reims e che ero tornata a Parigi, per cui era ancora più arduo sottrarmi alle sue richieste di incontro. Come fare?

Gli ripetevo quanto lo adorassi, quanto stessi bene con lui, quanto fosse diventato indispensabile e totale tanto che non sarebbe più esistito nella mia vita altro uomo che lui. A richiesta precisa rispondevo che mai avrei voluto rovinare quello splendido rapporto ed era solo per questo motivo che rimandavo, insomma avevo paura che incontrandoci avremmo vanificato tutto e gli chiesi di essere paziente, di aspettare ancora qualche giorno. In effetti non mi restava che prendere tempo, concedermi a lui, seppur in modo virtuale soddisfare ogni sua richiesta. Andavo vestita come lui mi chiedeva, adorava il tacco alto e la gonna corta ed io da perfetta amante non mancavo di assecondarlo. Nei nostri giochi di ruolo poi mi chiedeva di vestirmi come una signora matura, truccarmi in modo appariscente lontana mille miglia dalle foto che avevo postato. La cosa mi colpì. Aveva intuito qualcosa? Era riuscito a risalire a me tramite Daniel? Dove avevo sbagliato?

Divenne sempre più difficile tenerlo a bada, eravamo arrivati nel punto più alto, più trasgressivo, più appagante del nostro rapporto, ma allo stesso tempo più critico per me. Dovevo decidermi, ma mi rendevo conto, con la morte nel cuore, che non vi era alcuna altra soluzione che lasciarlo! Era cominciato come un gioco divertente e malizioso, ma ora quella ragazzina era diventata il mio incubo. Alla fine mi disse che l’indomani mi avrebbe aspettata al bar della Gare de Lyon e che se non fossi andata all’appuntamento avrebbe capito e per noi non ci sarebbe stato più futuro. Lo pregai di non darmi aut-aut, che in amore non funzionava così, ma lui insisteva. Mi disse che sarebbe rimasto lì poco più di mezz'ora.

Mi prese il panico, cosa dovevo fare? Alla fine ci andai, tanto sapevo che lui non mi avrebbe riconosciuta ed io potevo per la prima volta vederlo da vicino. Lo vidi da lontano, era bellissimo col suo giaccone grigio da studente, la sua Nikon, i suoi capelli lunghi da bohemien e i suoi occhialetti tondi da intellettuale. Mi avvicinai titubante, mi sedetti al tavolo di fianco, non so perché mai, ma da una parte avevo il timore di essere riconosciuta e dall’altra invece una voglia tremenda di farmi riconoscere. Ma io non ero Camille, ero soltanto Gabrielle e per giunta a un metro da lui, forse meno. Percepii il suo odore, lo fissai negli occhi, addirittura gli sorrisi, ma per lui ero trasparente, una donna di una certa età come tante altre, perché in quel momento stava cercando freneticamente con i suoi meravigliosi occhi un viso d'angelo biondo e soprattutto una venticinquenne. Accavallai le gambe, ripassai il rossetto nel piccolo specchio del mio beauty-case, non volevo essere bella, ma solo che lui si accorgesse di me, così com’ero, con il mio vero volto e i miei veri anni. Ad un certo punto mi prese un colpo, si alzò e mi venne vicino. Mi prese l’affanno, la sigaretta che tenevo tra le dita iniziò a tremare, ma lui gentile mi chiese semplicemente se avessi da accendere. Tutto qui. Allora gli sorrisi di nuovo nella speranza che gli potesse andare a genio anche una cinquantenne non del tutto da buttare, ma mi illudevo. Lui tornò al suo posto ed io delusa mi alzai, pagai il conto lasciandolo lì in attesa del suo viso d’angelo e me ne andai sconsolata.

Per una settimana non si fece sentire, provai a ricontattarlo, ma il suo telefono squillava penosamente libero, finché al milionesimo tentativo rispose aggredendomi, per lui ero semplicemente una piccola donna vigliacca che non voleva affrontare la realtà. Poi fu un crescendo di insulti e fu così duro con me che mi diede della psicopatica urlandomi che lo stavo deliberatamente prendendo per il culo. Del resto non aveva tutti i torti! Messa alle strette cercai di uscire da quell'empasse inventandomi lì su due piedi una storia parallela. Gli dissi che i miei continui rifiuti erano dipesi dal fatto che ero fidanzata da tempo con un uomo più anziano e che le cose tra noi non andavano affatto bene per cui lui rappresentava la mia ancora di salvataggio.

Lui si ammutolì, ci fu una lunga pausa, poi riattaccò senza dirmi nulla. Ovvio vi era rimasto male, ma quella reazione mi convinse che fosse il male minore in quanto aveva creduto a quell’ennesima bugia e in qualche modo mi dava tempo e vita. Incredibilmente mi chiamò la sera stessa, era molto più calmo, mi disse che per nessuna ragione voleva perdermi. Mi chiese di lui e per quale cavolo di motivo non gliene avessi parlato prima. Gli risposi che avevo mentito per la stessa sua ragione ovvero perché non volevo perderlo. Piansi, gli chiesi di perdonarmi, gli dissi che da quel momento non avrei più mentito, credevo davvero che a breve sarei stata capace e forte di rivelargli la mia vera identità. Lui mi disse che stava impazzendo perché gli ero entrata nel cuore e nell'anima, mi disse: “Ti amo!” E soprattutto che mi avrebbe offerto su un piatto d’argento un'altra chance. Ossia di farmi trovare sempre allo stesso posto della volta precedente minacciandomi che se in caso avessi mancato di nuovo l’appuntamento lui ne avrebbe tratto le definitive conseguenze.

Lo desideravo da impazzire, cercai nella mia mente diabolica una via d’uscita, ovvio non potevo rivelargli chi veramente fossi, ma dentro di me mi ripetevo che anche nelle situazioni più tragiche vi è sempre una via di scampo. Bastava semplicemente cercarla! Così andai come la volta precedente all'appuntamento con la sola e unica certezza che mai avrei svelato la mia identità. Lui voleva quella bionda, quel viso d'angelo, quel corpo giovane e da modella non certamente una signora appesantita, di 45 anni e per giunta mora.

Lo vidi seduto sempre allo stesso tavolo, come la volta precedente mi sedetti al tavolo di fianco. Lo osservai attentamente, era davvero la cosa più bella che la vita mi avesse mai offerto e a quel punto presi tutto il mio coraggio possibile. Era arrivato il momento di dare una svolta alla mia vita, alla sua e a quella storia, ma dire la verità, farmi riconoscere e svelare esattamente chi fossi e come fosse cominciato il tutto sarebbe stato come rinunciare alla vita stessa. Per cui mi avvicinai col telefono in mano aperto sulla pagina di Facebook degli amici di Daniel e gli chiesi se per caso fosse lo stesso della foto. Sorrisi e mi scusai per l’assurdità della circostanza. Lui guardando il mio telefono mi rispose che era effettivamente lui quello della foto! Poi aggiunse che conosceva Daniel e che gli aveva fatto un servizio fotografico durante un suo concerto e che da quel giorno erano diventati amici.

Poi però guadandomi attentamente mi chiese se fossi la stessa persona che giorni prima gli aveva offerto gentilmente il suo accendino. Ovviamente confermai la circostanza inventandomi che il mio ufficio era a due passi da lì. Lui la bevve senza chiedere altro. Era andata! Allora presi la palla al balzo e mi presentai, gli dissi di chiamarmi Gabrielle e che ero un’arredatrice. A quel punto si avvicinò il cameriere: lui prese un’aranciata amare ed io un caffè. Poi parlando mi venne il lampo di genio e gli chiesi se per caso facesse ritratti. Lui rispose che non era propriamente il suo campo, ma che si sarebbe cimentato volentieri se il soggetto da fotografare fossi stata io. Cercai di non far trasparire la mia contentezza spiegandogli che avevo bisogno di un ritratto per la mia foto di copertina del mio prossimo saggio. Lui accettò. Finii di bere il mio caffè, gli diedi il mio numero di telefono, quello ufficiale, e poi mi alzai salutandolo.

Il giorno seguente mi chiamò per fissare l’appuntamento, due giorni dopo venne a casa mia con tutta l'attrezzatura. Durante le prove mi fece una montagna di complimenti dicendomi che ero davvero bella domandandosi incredulo quanta fortuna avesse avuto il suo amico Daniel a conquistarmi. Gli dissi la verità, che l’avevo conosciuto in un momento di profonda depressione dovuta alla separazione da mio marito il quale aveva pensato bene di andare a vivere con una ragazzina che avrebbe potuto benissimo essere mia figlia. Aggiunsi che l’intesa tra me e Daniel era svanita nell’arco di una notte.

Lui rimase incredulo, per la storia con mio marito, per quella breve con Daniel, ma soprattutto per avermi incontrata in quella circostanza così fortuita. Poi iniziò la vera e propria sessione. Mi guidò ed io cercai nelle pose di far uscire tutta la mia femminilità. In poco meno di due ore mi scattò oltre trecento primi piani. Quando si avvicinò per mettere a fuoco il mio viso lo baciai.

La sera stessa facemmo l'amore. Fu meraviglioso, come lo avevo immaginato e come lo avevamo fatto tante volte al telefono, solo che questa volta come le tante che si susseguirono per ore, giorni e settimane, non c’era solo la voce e dall’altra parte non c’era una svenevole Camille, ma una donna vera, ovvero Gabrielle, io stessa, ovvero colei che per timore di essere rifiutata, di essere considerata vecchia, di ricevere un’ulteriore batosta dalla vita aveva finto per mesi di essere altro. Insomma lo avevo conquistato essendo me stessa e non sarebbe stato più necessario fingere.

Vivemmo in simbiosi per mesi. Una notte mentre dormiva lo sentii dire: “Ti amo Gabrielle!” Dio ero in estasi e gli sussurrai “Ti amo anch’io!” Poi sempre ne dormiveglia mi disse: “Parlami ancora, perché la cosa che amo più di te è la tua voce!” Mi crollò il mondo addosso, immediatamente mi rivenne in mente Camille. Era evidente che non l’avesse mai dimenticata, che l’amasse ancora, ed io ero e sarei stata solo un ripiego, anzi ora era tutto chiaro lui mi amava perché amava lei.

Mi girai più volte nel letto, in un modo o nell'altro non volevo perderlo, mi ripetevo che Gabrielle o Camille non avrebbe fatto alcuna differenza. Allora mentre era lì che dormiva, presi il mio vecchio telefono e gli mandai un messaggio. Gli scrissi che non lo avevo mai dimenticato, che pensavo ancora a lui. Purtroppo mi ero trasferita a Los Angeles e nel frattempo mi ero sposata ed ero diventata madre di un bimbo di appena quindici giorni.

Sapevo quanto fosse ardua quella lotta, in fin dei conti Camille era giovane e bella, mentre io una donna ormai matura senza futuro. La mattina rispose scrivendomi che non aveva mai smesso di pensarmi e che se avessi voluto potevamo benissimo riprendere da dove avevamo interrotto. A quel punto gli scrissi che lo amavo, tanto da impazzire, e gli feci giurare che non mi avrebbe mai lasciata e per nessun motivo. Non dovetti aspettare molto, mi scrisse: “Ti amo Camille.”

Da quel giorno lo vidi più rilassato e in un certo senso più disponibile. Ogni tanto con qualche scusa banale usciva di casa e chiamava il suo angelo biondo, ovvero me, quella con cui credeva di tradire Gabrielle, ma ero sempre io, che da casa rispondevo prontamente con la solita accortezza della calza sul microfono. E parlavamo di futuro, di amore, che non ci saremmo mai lasciati, scherzavamo e facevamo l'amore. Erano amori intensi e veloci perché di corsa rientrava in casa e allo stesso modo parlavamo, scherzavamo e facevamo di nuovo l'amore.
Era completamente preso da quella situazione così intrigante, da quelle due donne con le quali credeva di tradire alternativamente l’altra, completamene appagato dalle sue due amanti, diverse per età, cultura ed aspetto, senza mai e dico mai intuire quanto in realtà fosse davvero tutto e solo mio.




FINE




Liberamente ispirato al
romanzo "Celle que vous croyez"
di Camille Laurens




 
 






TUTTI I RACCONTI DI VIOLETTE BERTIN


 

 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
© All rights reserved Adamo Bencivenga

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