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Rosye
Faticosamente era arrivata a casa







Photo Gallery Bart Peeters





 



Faticosamente era arrivata a casa.
Il vapore caldo dell’ingresso l’aveva assalita benefico, appena aperta la porta. Le saltava agli occhi subito l’angolo buio della sua postazione da lavoro, così la chiamava affettuosamente, un trespolo su cui si arrampicava insofferente del mondo intorno, quel serraglio di cose della memoria che non avrebbe gettato mai.

Si tolse le scarpe, le spinse con la punta del piede sotto la panca di legno scura da chiesa appoggiata al muro, le appaiò meticolosa. Nella sua vita correvano paralleli l’ordine e il caos più totale, le scarpe messe attaccate una all’altra e i cassetti di biancheria aggrovigliata, i tappeti piazzati al millimetro sul parquet nero e gli appunti buttati alla rinfusa come le banconote nella piccola borsa.

Chiuse la porta sull’aria fredda dell’esterno. Il camminare a piedi nudi le accarezzava la pelle.

“…voglio pensare che sia stato per me, che tu sia passata qui da me per rivedermi e non per una casualità…voglio immaginare progetti ingegneristici del cuore, studiati al centimetro, che non lasciano nulla al destino….voglio stringere forte le dita e sentire l’appiccicoso del tuo sudore e del tuo odore…”

Arrivò in cucina sempre senza accendere le luci.

Il buio le dava terrore, ansia, le offriva la sensazione paralizzante di qualcuno che le alitava addosso la sua presenza, e questa paura serpentina fredda e calda dietro la schiena la elettrizzava. Con indosso la giacca di pelle nera, il bavero ancora alzato si diresse al bancone di legno chiaro, aprì la bottiglia dell’acqua, versò alla cieca nel bicchiere, se lo portò alla bocca bollente e bevve….aveva la gola riarsa, le pareti carnose delle guance che aderivano ai denti, serrati e stretti che le facevano male….l’intero piccolo viso era stretto e contratto. Chiuse gli occhi, portò una mano appena sotto la gola che batteva forte, posò le dita sui bottoni che trovò slacciati della camicetta nera.

“….ma perché maledizione, ogni volta che scendo dall’auto e mi dirigo verso di te che mi aspetti dall’altra parte della strada, perché io tremo, ho paura che sia un film, che un regista riporti indietro le riprese…ciak, non è venuto bene, si gira di nuovo…oppure che l’asfalto maleodorante si apra in due come nei peggiori cult movie di Superman, e io che precipito dentro mentre mi guardi finalmente libera di me…perché quei pochi metri tra te e me mi sembrano sempre infiniti, un percorso olimpionico da fare nel migliore dei modi….cerco di mettere bene le gambe una davanti all’altra, come mi insegnava mia madre, muovendo il culo da destra a sinistra e da sinistra a destra, guardando altrove ma non te…e sento invece che mi trapasso da sola con aghi infilati dai tuoi occhi ai miei…”

Accese l’abat-jour sul tavolino di marmo.

Spinse i due bottoni del pc. Si accoccolava come un uccello su quella sedia che ormai le infliggeva un martirio continuo alla schiena…una tortura che le ricordava durante la notte quanto avesse scritto, di giorno. Più scriveva, più dolevano le ossa e i muscoli, e di più e di più ancora avrebbe voluto. Il dolore a volte, come quella sera, le aveva fatto compagnia per tutto il giorno trapassandola come una freccia di San Sebastiano dalla schiena al viso alla nuca, girandole intorno come uno scialle di seta.

Piegò sotto di sé le gambe e appoggiò i piedi nudi nelle calze velate sul bordo della sedia, incastrandone i talloni. Così poteva rimanere per ore dimentica del mondo. Poteva tralasciare il mangiare e il bere, il vociare intorno le diventava un noioso brusìo, il richiamo era dato solo dal tempo e dalla scansione dei doveri. Ad un amante passato aveva detto sbruffona “…vorrei solo fare sesso e scrivere, scrittura e sensi…” e mai era andata così vicino all’essenza stessa della sua carne. Che forse erano la stessa cosa.

Strusciò la mano fredda sul viso, fregandosene dei rimasugli di trucco sfatto che le rimanevano attaccati alla pelle,
tanto c’era già il rimmel sbrodolato sotto le ciglia girate all’insù. Fece andare su e giù le dita sulla fronte, massaggiò pelle e pensieri….qualche lacrima quasi secca scese automatica dagli occhi.

“…perché io, sai, non vorrei vederti mai… vorrei strapparti da questo petto che batte più forte e quasi si alza, nel respiro che diventa affannoso…mi slaccerei quello che ho addosso in maniera plateale e teatrale, mi metterei a nudo la carne bianca offrendomi all’ultimo colpo del carnefice…uccidimi ma non martirizzarmi più….vattene via e dopo due passi torna da me, ti prego…strusciami i tuoi capelli sul viso, fammi respirare tra di loro e sentire il tuo odore….come quando sei distesa su di me, a poca distanza dal mio viso, e aliti piano il tuo respiro caldo…vivrei solo di quello e dei tuoi occhi vacui e presenti come un incubo…”

Si accarezzò un ginocchio scendendo con le dita appena sotto. La gonna nera di gabardine le era salita sulle cosce lasciando parte delle gambe. Si piegò ancora e si immaginò da fuori a sembianza di embrione, un feto quasi raccolto su se stesso a vivere del liquido impalpabile intorno. Assumeva la stessa posizione anche di notte, su un fianco con la mano stretta tra le cosce e premuta sugli slip, come a fare compagnia ad un’altra parte di sé. Le arrivò improvviso un brivido nello stesso momento in cui iniziava a scrivere. Fece scivolare piano la mano tra le gambe raccolte, trovò un calore ristoratore e consolatorio. Le veniva da insultarsi, come si fa ai bambini che vengono sorpresi alle soglie di un disastro ancora da commettere. Non farlo non farlo….ma aveva ancora i segni delle mani di lei, come lacci troppo stretti di sandali estivi intorno alle caviglie, come il bordo ridicolo dell’elastico degli slip sui fianchi, come il segno intorno al dito di un anello che non si toglie.

Scivolò giù, quella mano. Trovò una parte morbida come un frutto da negozio di primizie, sembrava non sua, lei che era passata su troppi letti rimanendo indenne in un angolo sconosciuto del cuore. Siamo brutte, lì, le dicevano da bambina, brutte e vergognose, e lei si lavava sempre con un misto di curiosità e peccato, divertita che non si aprissero le bocche dell’inferno proprio accanto al bidet.

“…toccami, ti prego… hai dita che quando mi entrano nella fica mi scardinano il cuore, è come se avessi quella piccola chiave assurda dei diari segreti, così piccola che si perde sempre…tu ce l’hai, mi tocchi e sento male e bene…mi apri con le dita le pieghe del cuore, mi strappi fogli già scritti sul diario e li sostituisci con tuoi epigrammi incomprensibili….quando mi tocchi è come se sfiorassi con le dita una trappola nascosta sotto la sabbia….si apre tutto in un attimo e la voragine mi porta via, richiudendosi subito dopo, sopra di me….non respiro più, muoio …tu mi guardi e riprendo un po’ di mio respiro dal tuo…”

Chiuse gli occhi.

La pelle umida e spudorata accolse subito le sue dita. Cominciò a scivolare sopra, avanti e indietro, con un ritmo che era lo stesso della vita, del tempo, dell’equilibrio stesso del cosmo. Avanti e indietro, perché quella era la miccia e il combustibile, come i legnetti dei boy scout che accendono il fuoco, per mangiare e dormire, per vivere. Avanti e indietro come un’altalena che toglie il fiato, come un pendolo che scandisce il tempo. La casa buia le stava diventando complice, sentiva nell’oscurità compatta e quasi fangosa un respirare che forse era solo il suo, forse no.

Spinse le sue dita in avanti, e sollevò poco i suoi fianchi per andare loro incontro. Ti muovi proprio da femmina, le diceva lui all’orecchio, da dietro, quando la penetrava prepotente, e con la stessa prepotenza lei faceva aderire il suo culo tondo al bacino piatto di lui. Staccò le sue dita dalla sua mano, come un chirurgo invisibile, e immagino’ di trapiantarle idealmente su un’altra mano.

“….se fosse possibile ti sposerei, in una cerimonia profana e insultante ti prenderei come moglie, e io moglie tua… per te farei schiava e sarei padrona, per ridere scompostamente e fare cose mai fatte…come questa che stiamo già facendo, tu ed io…ti vestirei dei miei vestiti, ti infilerei le mie calze con te distesa sul letto con le gambe alzate…ti truccherei da bambola gonfiabile e ti esibirei per dirti che sei solo mia…a volte sento la mente in questi pensieri osceni che va in mille frantumi di pazzia, come un vetro colpito da un sasso anonimo e omicida…sei tu che sfondi i miei pensieri, e poi, subito dopo, cerco di rimettere ordine sul pavimento sporco…”

L’orgasmo arrivò come arriva il vento a chiudere una persiana, sbattendola all’improvviso, netto, lasciando l’eco e il segno sul muro.

Lei rimase con le dita nel suo corpo. Dopo, aveva quella sensazione di sé racchiusa e stretta in una bocca che la inghiottiva tutta, la carne del sesso avvolta sulle dita che palpitava ancora. Si riaggiustò le pieghe della gonna, il video lampeggiava messaggi lasciati lì dal pomeriggio ad aspettarla. L’indomani sarebbe stato il suo compleanno. Aprì il cassetto davanti a lei, spostò con la mano al bordo del legno le cose alla rinfusa, fece spazio. Voleva occultare quella forcina, di sbieco, come un piccolo tridente con le punte in su. Gliel’aveva sfilata dai capelli, mentre faceva scivolare le mani spalancate sulla sua testa. Poi la prese, e prima di chiuderla per sempre lì, la strusciò sotto le narici. Il suo odore le arrivò a zaffata schiaffeggiante, chiuse gli occhi, “…nulla sa più di te che il tuo odore…”, mormorò tra sé e sé e chiuse il cassetto.



FINE



 


















 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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