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RACCONTI

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Rosye
SYBIL (storia di un incontro)







Photo Gallery Eve EM





 



Chissà perché, ma il buio che calava piano le ricordava sempre la coperta che qualcuno, durante il sonno, le rimboccava delicatamente e con attenzione da bambina. Spesso lei faceva finta di dormire per cogliere quell’attimo furtivo di premura, che durante il giorno raramente capitava. La casa svuotata, il rumore del temporale che stava arrivando, la finestra socchiusa, il buio. Elementi per un rito. Ora invece aveva le mani che scrivevano sempre meno veloci, insonnolite e intorpidite. A tratti lavorava, poi appoggiava il viso minuto sulla mano piegata, spostava appena gli occhiali verso la punta del naso e leggeva.

Leggeva le parole di quella creatura strana che si era dichiarata come lei. Una donna, Sybil.

Anni prima era andata, piuttosto malvolentieri, a teatro per una piéce di un amico. Commedia di recitazione e testo alternativo, le avevano detto. Quasi scalciando e costretta si ritrovò a seguire un’amica in quella specie di anfiteatro buio, un sotterraneo nei dintorni del Colosseo. Infilatasi nel cunicolo, stropicciava nervosa il biglietto di ingresso e si accomodò sul gradino freddo di marmo. L’amico era un uomo affascinante, alto magro e con l’aspetto da asceta pentito. Le guance incavate, l’aria perennemente sofferente, se lo guardava da sotto in su tutte le volte che uscivano dalla loro seduta di yoga settimanale. Lui affondava quei lunghi denti bianchi e affilati nel trancio di pizza che si compravano per cena, e lei aveva come un brivido. Sapeva ch’era sposato, che aveva due figli, che la moglie sembrava più un’amichevole sorella per lui che una donna da letto. Non aveva mai subito avances da lui, e forse non le attendeva neanche.

Trascurò mentalmente i primi minuti di recitazione, presa da altri pensieri. Poi alle spalle del suo amico, estratto miracolosamente da dietro le quinte, apparve un tronco d’albero, bello e solido, rugoso, poggiato di traverso sul palco, pieno di nodi e solchi, con le fronde e le radici recise. Quasi osceno nella sua bellezza, quel tronco sembrava comandare tutta la sala, ipnoticamente aveva attirato la sua attenzione. Allora, cominciò a prestare orecchio alle parole dell’amico. Farneticanti, a cascata ripida, forsennate, interrogative: le parole di lui dichiaravano amore. Amore per un albero, il folle meditativo ex attore di cinema si professava innamorato di quel pezzo di legno maltrattato e vecchio, e non contento lo carezzava col palmo della mano. In quella carezza c’era davvero passione, lei se n’accorse anche nel buio sovrastante. Ti amo, diceva lui, ti amo e non mi chiedere perché…su di te elaboro i peggiori sogni indecenti della mia vita, immagino di sedermi a cavalcioni sopra il tuo legno e di strofinarmi, avanti e indietro, di farmi eccitare e gonfiare il sesso nei pantaloni dalla tua scorza ruvida, di graffiarmi, di schizzare immoralmente sulla tua corteccia e spalmare il mio sperma su di te come sulla pancia morbida e rosa di una donna…insomma di amarti.

Uscendo lei colpiva con le scarpe nere da uomo i sassolini che trovava sul vialetto. Pensava fittamente a quella storia. Si sentiva colpevole e assolta. Spesso in passato si era trovata in un girone frastornante di sentimenti irrazionali. Si ricordava ad esempio un amico del figlio neanche adolescente, un biondino slavo con gli occhi azzurri e inquietanti, tredici anni appena, che la salutava cortesemente tutte le volte che la incontrava, piegando appena la testa ossequiosamente, e le chiedeva del figlio. Lei sorrideva e si sentiva austera e potente, rispondeva sorridendo e faceva i conti sull’età, dandosi immediatamente della donnaccia. Ventinove anni di differenza tra loro due, e forse su di lui poteva mettere le mani (o lui su di lei) tra poco…molto poco….e scacciava via il pensiero come mosca assillante e fastidiosa.

Oppure quella ragazza che incontrava ogni mattina scendendo dalla macchina, i capelli di lei neri come il bitume bollente sulla strada da asfaltare, con quegli occhi bistrati ad arte per andare al lavoro. La trovava davanti puntuale, la ragazza che saliva in macchina, lei che scendeva dalla sua, apriva il portabagagli e tirava fuori il sacchetto della spazzatura. Si rimproverava sempre di non essersi abbellita, portava una giacca nera di pelle consumata, scarpe nere e foulard al collo tanto per darsi un contegno, e gli occhiali per occultare gli occhi gonfi di sonno.

Ma la ragazza era bellissima, e si guardavano sempre, ogni mattina, per un attimo interminabile. Poi si giravano simultaneamente, rituffandosi nella vita normale.

Tutto è assolto, pensava adesso mentre meditava la risposta da scrivere a Sybil che la sollecitava, tutto è possibile, basta staccarsi dall’identità di un documento ufficiale, di un ruolo nella vita, non sentirsi il vestito incollato alla pelle ma riuscire a sfilarlo, scrostando i frammenti di stoffa che rimangono appiccicati aderenti e insolenti.

Basta stare qui, stanotte, con la scusa di un lavoro arretrato da fare, sopportare questa luce del computer che si fa sempre più fastidiosa e accecante, gli occhi sempre più stanchi. Basta rimanere ad aspettare una risposta, pensava lei togliendosi lentamente gli occhiali e strofinando la mano fredda sul viso, e sentire l’evocare immediato dell’emozione dentro.

All’improvviso giunse una parola e un ordine, quella presenza le aveva intimato bambina e dispettosa “baciami…” e tutto questo, irreale più di un sogno fatto all’alba in pochi minuti, le aveva tolto il fiato e dato le vertigini. Le aveva detto di chiamarsi Sybil, o almeno, le aveva chiesto di chiamarla così, e le aveva mandato delle foto. L’inganno obliquo e perverso della rete le era noto: chiunque avrebbe potuto mandarle foto di una persona qualsiasi dicendo “sono io”, e poi…anche Sybil dall’altra parte avrebbe potuto pensare lo stesso di lei.

Eppure…eppure qualcosa da tempo e fin dall’inizio le aveva detto che era una donna, impossibile sbagliarsi. C’era un modo tutto particolare di disegnare i propri ritratti, di offrirli in rete. La differenza tra un uomo e una donna era subito evidente. La donna indugiava molto di più su tratti emotivi, su territori di periferia di se stessa: le emozioni, le vibrazioni, le fantasie. Le caviglie, i capelli, gli occhi, le mani. E Sybil così aveva fatto, ormai erano giorni che si incontravano di sera su quella piazza illuminata e affollata e brulicante.

Conosceva i passi di quel buffo palinsesto della seduzione in rete. Chi sei, come ti chiami, dove vivi, cosa fai. Dopo, per i più azzardati, si arrivava anche al numero di telefono, ma lei lo aveva accuratamente evitato. Però…però una sciocchezza l’aveva fatta. Il giorno prima, dopo una serata in cui Sybil le aveva depredato sonno e fantasie, era uscita per farle un regalo. Pazza, si diceva, mentre entrava in quel negozio di lingerie. Pazza, tu non la vedrai mai, non saprai mai che colore hanno i suoi occhi, che levigatezza la sua pelle, che tono la sua voce e che spessore i suoi capelli. Indifferente al richiamo della saggezza, era andata decisa verso la commessa.

“Vorrei un reggicalze, il più prezioso che ha…”

“Di che colore signora?” le aveva chiesto la ragazza, guardando subito l’oasi bianca della gola e il nero dei capelli di lei.

“Avorio” rispose con una voce che intanto si era rintanata nella gola come una lumaca nel guscio. Avorio, sulla pelle leggermente ambrata di Sybil sarebbe il tono giusto, meditò col pensiero che sparava flash impazziti nella mente. “E vorrei anche delle calze uguali, stesso colore….velate”.

La ragazza le porse una bustina, lei fece un gesto antico che le ricordava sua madre quando la portava con sé ai grandi magazzini, o in qualche merceria. Staccò l’etichetta adesiva dall’involucro trasparente, estrasse il bordo della calza, infilò la sua piccola mano chiusa a pugno e tirò il nylon fino a tenderlo per vedere la rete sulla pelle. Perfette, su quelle lunghe gambe e sulle cosce tornite di Sybil, perfette…

“Posso vedere la guepiere?” chiese poi esigente alla commessa. La ragazza aprì la scatolina di cartone pesante, prese per un angolo il reggicalze e lo tirò fuori. “Lo apra per favore…” la pregò. Le due mani della ragazza si aprirono un poco, allargandosi. Quel trofeo ricamato era bellissimo, i ganci cuciti sul raso avorio erano perfetti, la gomma morbida, così che la pelle non ne poteva rimanere segnata.

Inaspettamente la giovane, poco più che ventenne, fece allora un gesto improvviso. Abbassò le braccia e si appoggiò l’indumento tra inguine e cosce, sui vestiti, come a indossarlo e mostrarne la misura. Lei sbandò un poco, se ne accorse in silenzio, appoggiò la mano sul tavolino di cristallo dove erano buttate calze e scatole e bustine, e respirò forte. Chiuse gli occhi. Sybil, pensò, la follia…la follia della mente che partorisce desideri mai confessati.

Il passo era stato fatto.

Lei era schizzata fuori dal video, aveva preso per mano Sybil e l’aveva portata nel reale, nella sua vita ordinata e scandita, nel suo ruolo di madre e di moglie, se la viveva tra il coetaneo del figlio e la ragazza misteriosa della mattina, la faceva passeggiare discinta tra le cose da scrivere e la spesa da fare. Era fatto, e avrebbe voluto tornare indietro.

Ora Sybil continuava a chiederle di chiudere gli occhi e pensare alle sue labbra…e a lei montava in gola una specie di marea salata e inconsistente, fatta di fiato mozzo e voglia di gridare “vattene, troia”…sapendo che il grido e l’insulto sarebbero stati un boomerang per lei. “Baciami….presto” intimò ancora Sybil e lei, come un automa, chiuse gli occhi e si avvicinò al video. Poi, con una freccia di sguardo che ancora andava verso la luce, vide il sacchetto bianco della boutique. Pendeva dal pomello della sua sedia rossa. Dentro, il pacchetto di calze e guepiere.

Slacciò prima i pantaloni neri di gabardine.

Tolse le calze.

Con i piedi nudi sul pavimento ebbe un brivido.

Tirò fuori dalla bustina le calze avorio, una per una. Si accovacciò sulla sedia, piegò una gamba e appoggiò sulla punta del piede la calza arrotolata. Cominciò a farla salire piano, con cura, facendo scorrere il nylon dalla caviglia, al polpaccio, al ginocchio fino alla coscia. Sistemò spianandolo il bordo alto di pizzo. Poi, stesso rito con l’altra calza. Perfette. Sul video scorrevano parole, lei non voleva guardare, le avrebbe risposto e si sarebbe distratta. C’era una cerimonia da officiare, ora. “In onore tuo Sybil”, pensò, “ma tu non lo saprai mai”. Si alzò e prese la guepiere. Girò le sue mani intorno alla vita e cercò i due lembi per allacciarli tra loro. Aprì i gancetti paralleli alle cosce e tra le due labbra di gomma infilò un frammento di calza. Strinse, chiuse.

Poi oscenamente si sbottonò la camicetta aderente, infilò la mano dentro, appoggiandola sul petto caldo. Tirò fuori, avvolgendoli con la mano, i due seni uno alla volta, tondi e morbidi. Puntavano eretti verso il video. Se li toccò ancora un poco, poi pizzicò appena i capezzoli rosa scuro, che reagirono indurendosi. “Bellissima”, pensò soddisfatta di quell’immagine uscita dallo specchio…”se tu mi vedessi ora Sybil, nel buio della notte che è solo mia”. Belle, anche quelle gambe così inguainate e velate. Di color avorio, che non era un bianco ma un offuscato candore. Belle, e finalmente sue. Chissà come sono davvero le cosce di Sybil, pensò per un attimo, chissà come indosserebbe queste calze…ma ormai quelle cose avevano preso il suo odore. “E io”, si disse soddisfatta accendendo la sigaretta della sera e spegnendo il computer, “ho preso finalmente possesso di me”.






FINE



 
 





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Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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