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RACCONTI

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Dania Beltrami
Trentaquattro passie
Mi guardava negli occhi, ‘sto stronzo,
e io ci sono cascata come una cretina,
e intanto le sue labbra sul mio collo,
il tuo migliore amico, mi ha preso
per mano e mi ha portato a casa sua
e mi ha sbattuta per un pomeriggio,
il tuo migliore amico, che poi tu gli
hai chiesto di farti da testimone...








Photo Andrey Derich

 



Uno, due.
Tre, quattro.
Cinque, sei, sette, otto.
Nove, che vergogna arrivare qui senza averglielo detto.
Dieci.
Undici, meglio così.
Dodici.
Tredici, certo che le mie colleghe sono proprio oche, guardale lì, vestite come tante cretine.
Quattordici, ci saranno proprio tutti? Tutti che mi guardano, che imbarazzo.
Quindici, non lo amo.
Sedici, perchè non gli ho detto che non lo amo? Che diavolo ci faccio qui?
Diciassette, diciotto, diciannove, venti.
Ventuno, ventidue! Il suo collega ricciolino è proprio carino!

Ventitrè, ecco Massimo, guarda come mi guarda, il suo migliore amico, bell’amico che ti ritrovi, cornuto, sai – mi hai detto - noi ci raccontiamo proprio tutto... mi ricordo quando al bagno del locale mi ha detto che ce l’aveva più grosso di te, che forse prima di sposarti avrei fatto bene a sapere certe cose, certe cose su di lui? “Certe cose su di me - aveva detto il tuo migliore amico - Chiara, e certe cose su di te, che ce l’hai scritto in faccia che ti vuoi divertire, perchè cavolo ti sposi? Vuoi fare una famiglia? Va bene, ma aspetta due o tre anni, divertiti, assaggia il mondo... e se non vuoi assaggiare il mondo, assaggia questo.”
E l’aveva tirato fuori, e aveva continuato a parlare con il suo coso molle lì, davanti alla porta del bagno: “Lo faccio perchè sono il suo migliore amico – ha detto - e quando lui ci ha presentati io gliel’ho detto, quella è una porca, sei una porca – e stava parlando di me – e sai cosa mi ha detto il tuo fidanzato? Che ti sposa lo stesso.”

E mentre il tuo migliore amico parlava, e mi guardava negli occhi, come un incantatore di serpenti si stava carezzando il pisello e mentre continuava a guardarmi negli occhi mi aveva preso la mano destra e ce l’aveva appoggiata sopra, poi con le sue dita aveva messo le mie dita intorno al suo fusto, per farmi sentire che con una mano non riuscivo a fare il giro, e che con le dita chiuse a pugno avanzava un bel pezzo di carne, tra il pollice e l’indice, come se stessi impugnando una fune gigante. Mi guardava negli occhi, ‘sto stronzo, e io ci sono cascata come una cretina, “lo faccio per lui - continuava a ripetere - per dimostrargli che ho ragione” diceva, e intanto le sue labbra sul mio collo e sotto quella fune che scalciava, e poi arrivava gente che doveva andare al bagno e avevamo piantato lì, ma due giorni dopo me lo sono ritrovato in strada, davanti al lavoro, il tuo migliore amico, che non mi ha nemmeno salutato ma ha continuato subito con le labbra sul collo, lì in strada, mi ha preso per mano e mi ha portato a casa sua e mi ha sbattuta per un pomeriggio, il tuo migliore amico, che poi tu gli hai chiesto di farti da testimone e lui ha detto che non se la sentiva, e quando tu gli hai chiesto perchè lui ti ha risposto “Chiara non mi convince, tutto qui” e tu non gli avevi dato peso, ma c’eri rimasto male, me l’avevi raccontato e io ti avevo risposto il tuo migliore amico è un cazzone.

Ventiquattro, in fin dei conti tutti i matrimoni finiscono in malora, mi hai detto un mese fa, hai sentito di Giuseppe e Sonia? Cosa, ti ho chiesto io, Giuseppe ha prosciugato il conto in banca, mi ha detto Sonia, perchè compra dvd porno dall’America, in Internet, Sonia l’ha scoperto per caso e l’ha buttato fuori di casa, ma dai? E anche Carlo e Arianna hanno litigato di brutto, e Simone e Francesca? Lo sai? Sì, lo so, insomma, tutti vanno in malora e noi tra un mese ci sposiamo. Siamo diversi? Mi hai chiesto. No, ti ho detto io, dobbiamo stare attenti. Invece secondo me siamo diversi, hai detto tu, e poi io ti amo, hai detto. E mi era preso un tuffo nel cuore, mi sentivo in colpa per la fesseria che avevo fatto con quel cretino del tuo migliore amico, e c’eravamo addormentati mano nella mano e a un certo punto mi sono svegliata, forse un sogno, non so, ho aperto gli occhi e ti davo la schiena, non ho fatto rumore, era come se stessi ancora dormendo, e ti ho sentito lì accanto a me che ti stavi toccando, sentivo il fregare della mano sulla carne, una sorta di fruscio sudato, mi sono girata di colpo e tu eri lì, con il pisello nella mano destra, e mi hai guardato e non mi hai detto niente, avevi la bocca socchiusa, come un bambino spaventato, a me è venuto da ridere e ti ho detto noi siamo diversi, e mi sono rimessa a dormire.

Venticinque, ventisei, ventisette bella questa chiesa, hai detto tu, bella sì, ho risposto io, che l’abbiamo trovata per caso. Ora che sono qui mi rendo conto che è troppo grande, troppo lunga, questa navata non finisce mai, eccoti lì in fondo che mi guardi sorridente, santo cielo che paura.
Ventotto, ventinove, trenta. Tua madre. Tua madre. Tua madre.
Trentuno, trentadue, dov’è mio padre? Eccolo che piange, la sua bambina sposa, papà, eccomi all’altare come tu hai sempre voluto.
Trentatre. Ormai.
Trentaquattro. Ci siamo.

Vuoi tu prendere il qui presente?
Sì. Cioè, volevo dire...
Lo voglio.


 


 
FINE




 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
© All rights reserved
 Dania Beltrami


Il presente racconto è tutelato dai diritti d'autore.
L'utilizzo è limitato ad un ambito esclusivamente personale.
Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso dell'autore















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