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BAGNI GIUDITTA

Il profilo di luna
"Guardo il profilo di luna di Fanny e vorrei chiederle
perché s’affatica, perché s’affanna per un centinaio
di euro quando basterebbe davvero perdersi dietro
questa collina, sopra questo piazzale che
guarda il mare e i Bagni Giuditta."








Photo Iraklis Makrigiannakis


 


“Finalmente l’ho trovato lo stronzo!” Fanny inchioda in terza fila davanti al BlueBar. “Mi deve ancora tre scopate in arretrato!” Esce dalla macchina come una furia e gli va incontro. Ora lo sta aggredendo, ma l’uomo ride in evidente imbarazzo.
Guardo la scena con distacco perché io stasera sono tranquilla, ho detto a mia madre che non tornerò a casa, che dormirò fuori perché non posso vivere in un bagno saturo di lacca e camminare su tappeti di fotoromanzi. Mio padre sarà fuori per una settimana e quando l’ho salutata lei mi ha stretta e baciata facendo comunque attenzione a non sbafare il suo rossetto di un’orribile rosa appena messo. Il vicino di casa è partito per Cuba e lei dopo una settimana di pianti segreti si è decisa ad accettare un invito a cena dal suo dietologo. Mentre l’abbracciavo dall’alto dei miei tacchi da sballo avrei voluto accarezzarla e urlarle che è semplicemente una povera illusa, che è ingiusto arrivare a quarant’anni senza capire che non esiste poesia capace di fermarsi nel cuore, ma corre giù in basso fino a riempirci di vuoto quel posto che ogni volta invano laviamo per non sentirci più sporche.

Fanny si agita, la vedo che sta ancora trattando, chissà lui le avrà chiesto uno sconto ed io ho una voglia pazza di fumare, ma non ho neanche un accendino. Non ho voglia di scendere conciata in questo modo. Alle volte mi domando da dove viene tutto questo pudore, visto che quegli uomini che ora affollano il BlueBar sanno benissimo che mestiere faccio, che basterebbe non parlarmi d’amore per destarmi interesse magari di fretta mentre Fanny sta ancora trattando.
Ma non abbiamo tanto tempo, perché stasera siamo state invitate in una villa fuori città. Siamo vestite completamente di nero perché il padrone di casa non tollera altro colore. Fanny dice che si tratta soltanto di una cena a bordo piscina, che al massimo dovremo fare un bagno fuori programma. All’agenzia hanno richiesto soltanto bella presenza e un look elegante, ma, visto anche il prezzo, non credo siano previsti servizi aggiuntivi.

Devo ammettere che mi sento un’ansia curiosa perché è la prima volta che esco fuori dai Bagni Giuditta e porto a domicilio queste gambe addobbate come se fosse già Natale. Mi guardo e sorrido! È la prima volta che indosso un reggicalze e la gonna che porto non riesce a coprire neanche metà delle stringhe. Decisamente mi sento volgare, mi sembro una signora d’altri tempi, una specie di milf di notte in cerca di una tasca di macellaio gonfia di quattrini. L’agenzia però è stata precisa: due statue di bellezza provocanti, solo per essere guardate, insomma due manichini che sazino gli occhi degli invitati. Il padrone di casa non ha chiesto altro! Sarà… Il problema è stato che per vestirmi in questo modo e rimediare questo feticcio ho dovuto rovistare tutti i cassetti di mia madre. Alla fine per forza di cose ho dovuto chiederglielo. Strano, ma vero! Domani mi metto alla pari comprandone uno per ogni colore, uno per ogni voglia senza rischiare la curiosità ficcante di mia madre. Certo che sospetta! Del resto dove può andare una figlia di notte vestita in questo modo? Sì vabbè lei stasera era distratta, pensava ad altro, al suo dietologo che la riempirà di baci ed altro recitando poesie a memoria!

Guardo Fanny e mi viene da pensare se anch’io do la stessa impressione, se anch’io mi riconosco da mille miglia che faccio la puttana, ma la invidio perché ha delle gambe perfette ed un culo da sballo, perché nessun uomo a questo mondo potrebbe rifiutarsi di posare il suo sguardo su quell’anfora romana. Ma poi mi riconsolo pensando che ai Bagni Giuditta sono sempre la più gettonata. Anche se poi mi chiedo cosa sia davvero che attira di me, i miei capelli a pianta d’insalata o le mie unghie mozzate dall’ansia? Più mi guardo allo specchio e più mi vedo brutta e penso quanto gli uomini siano strani perché di sicuro non vedono con gli occhi, ma di certo con qualche altra parte del loro corpo!

“Ma dico tutti a me devono capitare?” Fanny risale in macchina più livida del suo rossetto viola. Non ha beccato un soldo e si sfoga con cambio e frizione, tra poco prenderà l’autostrada e poi una strada in collina, dove comincia quiete e verde, dove la cancellata più bassa sarà alta tre metri, dove i cani attraverso le sbarre potrebbero benissimo nitrire. Ci accoglierà una stradina di pini, una musica e luci in lontananza che sarebbero sufficienti per entrare nel mio sogno preferito. Magari saranno due coniugi stanchi o un addio al celibato, oppure una festa di laurea o magari qualche serata particolare sperando che poi non sia molto particolare.

Sorrido pensando di aver cominciato a fare questa vita perché volevo fuggire dai vuoti borghesi ed ora mi ritrovo a riempire con le mie labbra, il mio sedere e quant’altro voragini di esistenze senza contenuti. Come ora mi ritrovo con questo reggicalze in dosso che non farebbe eccitare neanche il dietologo di mia madre o l’amante di Cuba fuggito perché stanco di dover fingere amore per una banale scopata dopo pranzo. Sorrido pensando a lei, mia madre. Stasera quando sono uscita si è raccomandata dicendomi di fare la brava, coprendo occhi e ragione davanti all’evidenza del mio vestito ed allungando centimetri di stoffa con la sola illusione che questo reggicalze potesse servire per un ballo in maschera. Basterebbe aprire il mio armadio per rendersi conto che non può essere sempre carnevale, che per una cena tra amiche o parlare due ore sopra un muretto non c’è bisogno di questi stivali. Basterebbe ancora meno per rendersi conto seguendomi una sera soltanto fino dentro le cabine dei Bagni Giuditta dove non c’è, non è mai esistita, alcuna amica Francesca. Fanny purtroppo s’è bruciata una sera quando batteva di brutto sul lungomare inseguita da una fila di fari mentre passavano i miei.

“Dormo da Francesca!” Le ho gridato sulla porta, pensando già in quale buco perverso di mondo avrei portato il mio corpo, perché in questo giro che frequento non mi capita mai una situazione normale, che so io, un letto da riscaldare o una casa di un vedovo da riempire di notte. Magari un uomo che ha bisogno di me per pura e semplice compagnia o situazioni fertili in cui coltivare un’amicizia se proprio d’affetto fosse azzardato parlare! Eh sì vabbè, sono strana vero? A volte mi chiedo se esistono davvero puttane romantiche o è solo un ossimoro di una specie estinta o mai esistita!

Già l’immagino la serata, che che ne dica l’agenzia! Magari dopo cena quando i gomiti sono tutti alzati e un uomo sui quaranta invasato, fuori dal fascio di luci e di risa, che mi schiaccia contro la corteccia del primo albero in penombra. Già le vedo le pupille come fanali che nel vuoto cercano la fantasia per far scattare la molla, mentre a me, bella o brutta, in stivali o decolté, non rimane che fare la brava. Come se una puttana non possa mai rifiutarsi, come se anche noi non avessimo due occhi, un naso e non ci fosse consentito scegliere e men che meno preferire. Già lo sento quel quarantenne ubriaco rinsavire dopo l’amore, dopo che ha fatto i propri comodi, che mi prega di aspettare e di uscire dall’ombra quando lui sarà di nuovo già comodamente seduto accanto alla propria moglie. Per scusarsi mi dirà che ho un bel seno, una bella bocca e di sicuro che sono stata stupenda. Tanto è gratis e questo è l’unica cosa che conta, perché il padrone ha pagato per tutti.

Fanny guida per modo di dire pensando allo stronzo che voleva uno sconto. Credo che si sia persa e che siamo maledettamente in ritardo. Chiudo gli occhi e mi vedo già oltre quella villa mentre respiro l’alba a pieni polmoni, mentre respiro profumi di pulito lontano mille miglia dall’odore di sesso sudato. Respiro la stessa sensazione che mi dà quando bevo un bicchiere di latte o mi faccio la doccia dopo il lavoro. Ma è un’alba ficcante con gli occhi di mia madre che mi fanno mille domande alle quali non so dare una benché minima risposta, che la notte successiva comunque smentirebbe, perché se non fosse un addio al celibato, sarebbe comunque una notte ai Bagni Giuditta.

Guardo il profilo di luna di Fanny e vorrei chiederle perché s’affatica, perché s’affanna per un centinaio di euro quando basterebbe davvero perdersi dietro questa collina, sopra questo piazzale che guarda il mare e i Bagni Giuditta. Sarebbe bello scendere dalla macchina e pensare che siamo distanti, lontane da qualsiasi uomo presuntuoso che pretende di saziarci l’anima riempiendoci di sesso, che pretende di parlare d’amore dopo che ci ha pagate per bene. Sarebbe bello, ora, in questo momento, se Fanny intuisse, senza che nessuna parola esca dalle mie labbra, insomma capisse che stiamo bene da sole e se solo ne avessimo la forza potremmo davvero sentirci più sazie.

Schiaccio i pensieri contro lo schienale e cerco di rilassarmi con un’altra sigaretta. Penso a mia madre che ingenua mi ha prestato questo reggicalze e sorrido guardando Fanny che finalmente ha trovato la strada. È bella Fanny potrebbe avere tanti uomini interessanti ai suoi piedi oppure donne, perché no? Perché nonostante la vita che faccio ho sempre creduto che l’amore non abbia sesso e che una donna possa riempire l’anima meglio di quanto faccia un uomo.
Lo so che sono solo pensieri di una ragazzina insoddisfatta, che preferirebbe fare sempre altro perché nulla ha un senso, ma ecco ora i fari dell’auto che illuminano la grande cancellata di ferro ed io, in un certo senso, sono contenta di non aver detto nulla a Fanny, di non aver condiviso i miei dubbi e i miei sogni con lei, perché di certo m’avrebbe presa per matta imprecando contro di me e questa stupida luna che non illumina abbastanza e non ci fa essere puntuali, ma allo stesso tempo ringraziandola per questo buio che alla fine ci convince sempre di essere solo quelle che siamo.













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Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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