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RACCONTI

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MARIO RUGGIERO
Irlanda






 



Finalmente, dopo tanti giorni di navigazione, stiamo entrando in porto, faremo scalo a Dublino, per rifornirci di carburante, acqua dolce, generi alimentari freschi e riposo.
Ho tanta voglia di dormire, chiudere gli occhi e non svegliarmi al bussare del marinaio per il turno di guardia.
Finalmente a terra, per poi ricominciare, finalmente non parleremo di donne, ma con le donne, sentiremo le loro voci, le squillanti risate, parleremo con le donne, anche se non capirò molto quello che diranno, non importa, finalmente sentiremo la loro voce.

Le operazioni di attracco sembrano essere semplici, ma nascondono una complessità unica, specialmente quando si deve manovrare un bestione di 120 metri, al mio posto di manovra, a prua, cerco d’immaginare gli ordini che vengono impartiti dal comandante in plancia:
- “Pari avanti adagio, barra a sinistra”.
La nave docilmente accosta alla banchina ormai a poche decine di metri.
- “Sinistra indietro mezza, dritta avanti mezza, barra a dritta”.
E’ ora la poppa che accosta, dalla nave partono delle piccole sagole lanciate con maestria dai marinai, faranno da guida alle grandi cime d’ormeggio.
- “Pari indietro adagio, barra al centro, macchine ferme”.
Le cime vengono velocemente recuperate dagli uomini a terra e fissate a grandi dita d’acciaio per non farla fuggire.
- “Agguanta, cime in tensione”.
Uno scricchiolio sinistro viene emesso da questi grandi cavi sotto l’enorme sforzo impresso dagli argani di bordo.
- “Lasca un po’, ancora, agguanta, fissa”.

E’ fatta, anche la grande nave può addormentarsi, con la sua alta e potente prua, pronta a sfidare nuovamente il mare.
Sulla banchina, una piccola folla di curiosi si è radunata per vedere la linea slanciata della nostra nave, con i suoi cannoni rivolti verso il cielo, il gran pavese dagli innumerevoli colori che sventola alla lieve brezza di terra che porta odori nuovi, e la nostra bandiera che, ora, a poppa, fa bella mostra di se, quella bandiera che abbiamo giurato di servire, di servire e di morire.
Tra la folla di ogni età, molti bambini sono tenuti per mano da anziani nonni, uomini che, forse, hanno conosciuto anche loro la voce del mare, alla vista della bella nave, nei loro occhi affiorano ricordi,, avventure, nostalgie, tengono per mano quei bimbi che, a loro volta, hanno sete di avventura, come quando, anch’io da bambino, sognavo il mare.
Quei bambini che a loro volta, un giorno, vecchi, con un nipote tra le braccia e una lacrima sul volto, si ritroveranno a guardare una nave e a ringraziare Dio di avergli dato tutto questo e di essere ritornati a casa.
Con il cuore gonfio, incrocio il loro sguardo, non comprendo bene la loro lingua, ma siamo uniti da un'unica cosa, siamo fratelli, il mare non ha nazionalità, e noi, per lui, siamo tutti suoi figli.


Lentamente, questa folla si disperde tra le strade di Dublino, ma potrebbe essere in qualsiasi altro luogo, qualcuno lancia un’ultima occhiata alla bella e potente nave, poi si volta, lasciandosi alle spalle il passato, portandosi nel cuore il ricordo.
Mi ritrovo con Antony in mensa ufficiali, dopo pranzo rimaniamo a chiacchierare su come avremo potuto sfruttare il tempo, visto che siamo riusciti ad estorcere al comandante due giorni di permesso.
- “Mi hanno detto che a ovest, oltre Limerick, si possono ammirare le scogliere a picco sul mare, che ne dici?”.
La sua richiesta mi alletta, perché no, ho bisogno di sentire terra sotto i miei piedi.
- “Ok Antony, scendiamo a terra per cercare un autonoleggio
che non costi troppo”.


Camminiamo tra le strade della città tagliata in due da un fiume, da una parte quella medioevale, dall’altra quella moderna, con gli alti edifici e le larghe strade, troviamo un autonoleggio quasi subito, entrando, uno splendido sorriso ci accoglie, gli occhi di Antony s’illuminano, ed anche i miei.
Una ragazza dai capelli colore del fuoco ci invita a sedere, siamo travolti dal suo sorriso e da una moltitudine di domande, ci accordiamo per un vecchio macinino datoci per poche lire, cartine stradali e informazioni sul luogo.
Ora le domande della sirena rossa si fanno più personali, ci chiede della nostra provenienza, incuriosita forse, anche dalle nostre divise e da quell’inglese non certo perfetto, Antony gli fa gli occhi dolci, i complimenti si sprecano e gli sguardi si fanno più intensi, dopo un calcio, capisco che sono di troppo, trovo una scusa che non convincerebbe nessuno, mi allontano accompagnato dal sorriso della ragazza e dall’occhiolino d’intesa di Antony, un’altra conquista, un’altra bandierina da sventolare durante i lunghi giorni in mare, esco all’aria fresca del pomeriggio, ci ritroveremo questa sera a bordo e già so quale sarà l’argomento.
Rimango solo a camminare per le strade, la pioggia, che fino a quel momento ci ha sempre accompagnato, ha smesso di cadere, grandi autobus a due piani, bianchi, passano accanto a me carichi di gente, non faccio caso alle vetrine lungo il viale, attraverso un ponte ed entro nella parte vecchia della città, dalle piccole stradine con edifici bassi di mattoni grigi, mi lascio tentare dall’insegna colorata che, annoiata, cigola all’entrata di un Pub.


Un forte odore di fumo e di alcool mi colpisce, le luci, basse, soffuse, illuminano pochi angoli del locale, lasciando tutto il resto nella penombra.
Molti clienti, seduti in piccoli tavoli tondi in legno scuro, consumano le loro birre.
Entrando, decine di occhi si spostano su di me, incuriositi da una divisa che non hanno mai visto, qualcuno mi sorride, specialmente le ragazze, altri, alzano il loro boccale in segno di saluto, io rispondo con un gesto della mano ed un ampio sorriso .
Dietro il bancone, un omone panciuto, dai capelli ricci, mi chiede qualcosa che non capisco, faccio finta di niente e annuisco con il capo, come per incanto, mi ritrovo tra le mani un grosso boccale di birra nera che ribolle di schiuma.
Ne bevo un’abbondante sorso e il suo sapore secco, caldo, mi invade la bocca, lo stomaco, il cervello, solo dopo scoprirò che qui, la birra, si beve a temperatura ambiente.
Una musica locale, condita di cornamusa e flauti fa da sottofondo a tutto questo, infondendo nell’aria un’atmosfera strana fatta anche di brusii, risate, bicchieri che si toccano con un sordo tintinnio.
Una signora, avanti nell’età, ma sempre affascinante, si avvicina sedendosi in bilico sullo sgabello accanto al mio, lunghi capelli neri, gli occhi scuri, pesantemente truccata, labbra carnose coperte da un rossetto color sangue, i suoi lineamenti sono delicati, anche se esprime tutta la sua esperienza di anni passati nei locali a cercare clienti da consolare nel caldo del suo letto.
Una sigaretta, stanca, ciondola tra le sue dita di un bianco pallido, non mi da fastidio averla accanto, anzi, ordino da bere anche per lei, ma cortesemente, gli faccio capire che non ho nessuna intenzione di finire tra le sue gambe, e quindi, se vuole, può anche evitare di perdere tempo con questo marinaio.
Ma lei mi rimane accanto, continuando a sorridere, a fumare, e sorseggiare la birra appena ordinata.


Dopo due di queste bombe scure, siamo già vecchi amici, e i sorrisi sono ora diventate risate.
- “Sei molto giovane per la divisa che porti, sembri ancora
un ragazzo, anche se i tuoi occhi hanno qualcosa….., sai,
mi ricordi qualcuno”.
- “Spero che il suo ricordo sia bello”.
Ora il suo sguardo è serio, perso nel vuoto, oltre il bancone e le bottiglie allineate davanti ad uno specchio che riflette la nostra immagine.
- “Si, il più bel ricordo della mia vita, ma è passato tanto tempo, troppo, eravamo giovani, anche lui con una divisa simile alla tua, ma non ha voluto tradire il mare, e il mare se l’è portato via”.
- “Mi dispiace signora, veramente, non era mia intenzione……”.
- “No, anzi grazie per avermi potuto dare ancora quel ricordo”.
Ancora un sorso di birra e un’altra sigaretta.
- ”Se vuoi, se ti va, lo possiamo fare gratis, sei troppo carino e giovane per farti pagare”.
- “Grazie, ne sono veramente…hemm…”
come cavolo si dice lusingato in inglese?… pensa ..ah si flattered,
- “ne sono veramente lusingato, ma no grazie”.
- “Ricorda ragazzo, ogni lasciata è persa”.
- “Lo so, e la ringrazio, ma sono felice di aver parlato con lei”.
Si alza dallo sgabello, si avvicina e mi bacia sulla guancia, lasciando tracce di rossetto, prende il mio volto tra le mani e guarda i miei occhi, seria:
- “Buona fortuna ragazzo, che Dio ti accompagni, sempre, so che i tuoi occhi hanno visto cose incredibili, ma fa che non perdano mai quella luce che hanno”.
- “Grazie signora”.
La vedo sparire nel buio del locale.


E’ ora di tornare, esco e mi avvio lentamente verso il porto non lontano, il rumore dei miei passi fanno compagnia ai pensieri che si sono affollati nella mente.
Sono tornato più volte a Dublino nel coso degli anni, e sono sempre stato in quel Pub, ma lei, non l’ho più rivista, chissà se anch’io ho fatto parte dei suoi ricordi, come lei dei miei, ma credo di pretendere troppo.
Il sole è già alto quando Antony irrompe nella cabina come un uragano.
- “Ancora non sei pronto???, forza, sbrigati che facciamo tardi”.
- ”Ma se la macchina ce la danno fra un’ora, dove cavolo vuoi andare!”.
- “Non m’interessa, voglio scendere a terra e fare colazione tranquillo”.
Antony deve sempre anticipare i tempi, deve essere sempre il primo, il primo negli studi, nello sport, il primo a buttarsi nelle risse e il primo ad uscirne se la cose si mettono male, ma senza mai abbandonare i compagni.
Guardandolo attentamente, mi accorgo che è vestito in maniera ridicola, pantaloni a quadri bianchi e neri, maglione girocollo blu, e giacca rossa.
- “Ma dove hai preso quella roba?”.
- “Me la sono fatta prestare, la mia è in lavanderia, mi sono accorto che puzzavano”.
- “Ma sei ridicolo, io con uno vestito così non ci esco, mi vergogno”.
- “Vaffanculo Jarm”.
- “Ok, arrivo”.


Le strade sono ancora bagnate e piccole pozzanghere riflettono un cielo di un azzurro intenso , facciamo colazione in un piccolo bar con una strana insegna, ordiniamo uova fritte con pancetta, pane tostato, succo di frutta e caffè, che, assaggiandolo, ci fa pentire di non aver mangiato a bordo.
Troviamo la macchina ad un parcheggio, come ci aveva promesso la ragazza dai capelli rossi, argomento della cena.
La macchina è una vecchia Mini, che si tiene insieme per miracolo, ma è già tanto per quello che abbiamo speso.
Come d’accordo sarò io quello che si dovrà cimentare nella guida, mentre Antony, farà da navigatore.
- “Ehi, ma non dovevi essere tu a guidare?”
- “Si, ma qui si sono fregati il volante”.
- “Testa di cavolo, in Irlanda si guida a destra, non lo sapevi?”.
- “Allora perché ti sei messo al mio posto”.
Ridiamo spensierati, ma ora devo concentrarmi, visto che per me sono tutti contromano.
Attraversiamo Phoenix Park, l’aria e invasa da un forte profumo di erba tagliata di fresco.
- “Senti un po’, ma a chi si da la precedenza?, a quelli che vengono da destra o da sinistra?”.
- “Bho, tu fottetene”.
Il problema grosso, non sono gli incroci, ma uscire fuori da quelle maledette rotatorie, ma bene o male, dopo parecchie imprecazioni e segnacci rivolte nei nostri confronti, usciamo dalla città, prendiamo una grossa arteria in direzione di Limerick, da lì, arriveremo alle scogliere di Moher.
Usciamo dalla strada principale per immetterci in piccole e strette stradine, costeggiate da bassi muretti in pietra, da qualche costruzione dal tetto in paglia, da siepi in fiore e infiniti prati.


Le indicazioni sono poche e non ci aiutano, ma confido nella bravura e nelle cartine che Antony studia molto attentamente.
- “Ehi, cerchiamo di non perderci, ok?”
- “Che cavolo dici, non ci siamo persi in mare e vuoi che io mi perda qui??, se solo lo pensi mi offendo”.
Dopo 45 minuti, di strade, stradine, incroci, ci rendiamo conto che non sappiamo dove siamo, quindi, ci siamo persi.
- “Antony, dove siamo?”
- “Boh, qui non ci capisco più niente, …… se solo dici quello che pensi, ti prendo a pugni!”.
- “Io non ho detto niente”.
Finalmente, troviamo un pastore e, dopo vari tentativi per farci capire, ci indica, ridendo, che dobbiamo tornare indietro.
- “Hai capito bene le indicazioni?”
- “Ehhhhh, chiaro come il giorno”.
Giriamo a vuoto ancora per un’ora, fino a trovare, finalmente, un cartello che ci indica la direzione del villaggio dove passeremo la notte.
- “Questo te l’ha suggerito la rossa vero?”
- “Devo essere sincero, è stata molto generosa con me e non solo d’informazioni”.
Il villaggio, è un piccolo agglomerato di case basse in pietra grigia, la chiesa è imponente, con l’alto campanile, nella piccola piazza, con al centro una fontana, punto di ritrovo dopo una giornata di lavoro, si trova il Pub, l’ufficio postale e la stazione di polizia, le poche persone presenti, si voltano al nostro passaggio, più attirate dal colore della giacca di Antony, che per la curiosità verso dei turisti.
- “La locanda dovrebbe essere fuori il villaggio, ecco le indicazioni”.
Infatti, dopo poche centinaia di metri, fuori dall’abitato, ci appare una costruzione multicolore al lato della strada, che si perde oltre la scogliera.
E’ fatta, siamo arrivati.

Una lieve luce filtra attraverso la finestra nella stanza della piccola locanda.
La stanza è arredata in modo semplice com’è semplice e cordiale la gente di questo luogo.
C’è uno strano profumo nell’aria, dall’esterno mi giunge sordo il rumore delle onde che s’infrangono sulla grande scogliera a picco sul mare.
Mi vesto alla svelta e scendo le scale in legno scuro che scricchiolano sotto i miei passi, nella locanda non c’è nessuno, solo la padrona, dietro il bancone, mi saluta con un ampio sorriso:
- “Il suo amico dorme ancora?, le servo la colazione?”
- “No, grazie signora, dopo magari”.
Esco all’esterno e l’aria fresca del mattino cancella l’ultimo ricordo del sonno.
La locanda è isolata, si trova poche centinaia di metri fuori dal villaggio, quasi in cima alla grande scogliera a dominare un paesaggio incredibile.
La giornata è splendida, il cielo è di un azzurro intenso, senza una nuvola, il sole già alto illumina ogni cosa, i bassi muretti in pietra che delimitano piccoli appezzamenti di terra, la stradina, stretta e serpeggiante che porta al villaggio, i cancelli di legno, gli immensi prati verdi, di un verde che dà quasi fastidio.
Alle spalle della tipica locanda con il tetto in paglia, basse colline si estendono a vista d’occhio, davanti, oltre la scogliera, l’immensità dell’oceano.
L’erba è bagnata dalla rugiada, mi tolgo le scarpe, ed incomincio a camminare, lentamente, i miei piedi si bagnano, quasi volessero dissetarsi, sento una pace infinita, sono stanco, stanco dentro, avrei voglia di addormentarmi e non svegliarmi più, per continuare a sognare, sognare tutta quella pace.
Mi stendo tra l’erba, sento la camicia bagnarsi alla rugiada, ma non m’interessa, ora voglio solo dissetarmi di quella pace, di quella vita.
Con la mano accarezzo i delicati e morbidi fili d’erba e, con il sole in faccia mi lascio andare a quel sogno.


Una strana e dolce melodia esce dalla locanda, sembra una ninnananna, la musica entra nelle mie orecchie accompagnata dallo stridio dei gabbiani che volano alti nel cielo.
Un ombra passa sul mio volto, apro gli occhi e accanto a me, una ragazza sta danzando, si muove leggera al suono della melodia, ha i capelli lunghi, neri, un viso dolcissimo come il suo sorriso dentro il quale vedi tutto un mondo.
I suoi passi sono cadenzati, i piedi nudi sono accarezzati dall’erba bagnata, il lungo vestito di cotone nero, la segue nel movimento evidenziando il suo corpo perfetto, le braccia, nude, aperte, sembrano voler abbracciare ogni cosa.
Continua a danzare senza far caso alla mia presenza, mi siedo e continuo a seguirla con lo sguardo, lei si volta verso di me, due grandi occhi scuri incontrano i miei e all’improvviso mi sento svuotato di ogni cosa, come se quegli occhi, quello sguardo fosse entrato dentro il mio essere per sconvolgerlo.
Sempre fissandomi, allunga le sue braccia verso di me come ad invitarmi verso qualcosa che non conosco, la seguo e dopo un breve percorso ci fermiamo sul ciglio della scogliera.
Ora è il vento che sta danzando con lei, muovendo i suoi capelli, il suo leggero vestito, allarga le braccia, chiude gli occhi e, sempre con il suo grande sorriso sulle labbra, respira profondamente quella vita che gli entra dentro.
Davanti a noi si estende l’oceano, le grandi onde s’infrangono contro le bianche rocce là in basso.


Grandi schizzi di schiuma bianca s’innalzano verso il cielo per poi rituffarsi nel mare, il vento ci porta piccole gocce salate che bagnano i nostri volti, i gabbiani volano sempre più in alto e le loro grida sembrano vogliano dirti:
- “Vivo, tu sei vivo”.
Sento la sua mano prendere la mia, sfioro la sua pelle vellutata, le labbra si uniscono alle mie, sono dolci, calde, il suo profumo m’inebria la mente, sa di muschio bagnato, sa di amore, di vita che ti esplode dentro ad ogni battito del cuore.
- “Ehi Jarm!, svegliati!”.
E’ Antony che bruscamente mi riporta alla realtà, era un sogno, solo un sogno, ma quel profumo, quel profumo continuo a sentirlo, è forte nell’aria.
Rientriamo nella locanda, la padrona ci sta preparando la colazione, qualche cliente chiacchiera in disparte in un dialetto che non capiamo e, in un angolo, la vedo, il cuore sembra impazzire, i suoi grandi occhi, il suo dolce sorriso e quel profumo di muschio bagnato che, dopo tanti anni, è ancora vivo dentro di me.

E’ quasi buio, quando Antony si mette alla guida della vecchia carretta, dobbiamo essere a bordo per la mezzanotte, ma non credo che ce la faremo.
La guida, come al solito suo, è spericolata, ma ormai ci ho fatto l’abitudine, dopo aver affrontato, con lui, qualsiasi tipo di strada sui più impensabili mezzi di trasporto, compreso un calesse trainato da un vecchio ronzino.
Solo dopo qualche chilometro, mi pento amaramente di essermi rilassato troppo, un paio di fari, all’improvviso ci appaiono davanti, una brusca sterzata ed evitiamo per un soffio di fare da concime ai verdi pascoli irlandesi.
- “Antony!!, testa di cazzo!!, sei contromano”.
La paura deve essere stata forte anche per lui, se, dopo aver rallentato stranamente la guida, lo sento mormorare:
- “A sinistra, devo stare a sinistra”.

E’ un’alba fredda e nebbiosa quella che ci accoglie quando, quasi in punta di piedi, lasciamo il porto di Dublino.
Sulla panchina, questa volta, non ci sono curiosi, ma solo un ciuffo di capelli rossi che saluta nella nostra direzione, Antony ha colpito ancora.
Sulla punta estrema del molo, proprio ai piedi di un fanale di segnalazione, una figura femminile guarda lontano il mare, il vento, forte, muove con violenza il suo vestito, ma lei rimane lì, immobile, a fissare l’orizzonte.
Cosa starà guardando?, chi starà aspettando?, è questo il destino delle nostre donne?, guardare oltre l’orizzonte ed aspettare?.
La città è ormai lontana, il profilo della costa lentamente sparisce alla nostra vista, addio verdi colline, scogliere bianche alte sull’oceano, addio sogno infranto, addio Irlanda.


FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
© All rights reserved
MARIO RUGGIERO
Photo Lídia Vives Rodrigo
Il presente racconto è tutelato dai diritti d'autore.
L'utilizzo è limitato ad un ambito esclusivamente personale.
Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso dell'autore













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