HOME       CERCA NEL SITO       CONTATTI      COOKIE POLICY

1
RACCONTI

1

Giovanna Micelli
“New York, la speranza di un sogno”








 



Tiziana Iaccarino presenta “New York, la speranza di un sogno” un racconto inedito scritto dalla giovane autrice napoletana Giovanna Micelli. Si tratta di una storia ispirata ad un fatto reale, un racconto duro, dai temi forti, ma veritieri che ricalca molto i tempi odierni e le problematiche sociali internazionali.
E’ la storia di una ragazza africana che sbarca negli States per cercare una vita migliore, ma che dovrà scontrarsi con la dura realtà di chi non ha niente ed affronta il mondo da solo. Una storia interessante che colpisce.
Tiziana Iaccarino www.tizianaiaccarino.com

Una terra arida e secca, inesistente agli occhi del mondo. Dove sembra d'esser al centro dell'Inferno del sole che sbriciolava a poco a poco i granellini di sabbia ed essiccava la pelle.
Conflitti e violenze che si ampliano tra le ombre del giorno e della notte, che a far spazio, a danneggiare ancora di più questa terra povera, sono le malattie invane.
Analfabetismo non solo per leggere e parlare, ma anche comprendere "cuore e mente".
Ruggiti furiosi di esseri umani che si scambiavano con quelli dei leoni feroci e selvatici della savana.
Il veleno dei serpenti è il nostro DNA sin dalla nascita … difficile e incurabile il dolore immerso nel nostro corpo, che mai se ne andrà.
Ecco dove venni alla luce io, in una terra chiamata Zimbawe, una dei Paesi più poveri del mondo dove, nell'anno in cui nacqui, ci fu un terribile conflitto che fece migliaia di vittime tra due gruppi chiamati “ZANU E ZAPU” dal 1983 fino al 1988, quando si tornò alla pace con un accordo che li unì in un nome solo: “ZANU PF”.

Sono un'afroamericana. Mio padre si chiama Robert Taw e vive a New York. Mentre mia madre, si chiama Aisha Badou. Si conobbero verso la fine del 1980, in un piccolo centro di "Medici senza frontiere", lui era uno dei migliori. La loro storia durò fino a quando lui non seppe che mia madre aspettava da pochi mesi una nuova vita. E così scappò, anche perché nel 1983 ci fu quel famoso conflitto e il suoi colleghi medici tornarono a New York. Da quell'anno, mia madre non ebbe più notizie di lui, non seppe più nulla, come se fosse stato inghiottito dalla Terra. Non sapeva nemmeno se fosse tornato a casa sano e salvo! Ricordo ancora che mia madre lo aspettava sempre, guardando dietro a quella piccola finestra un po' rotta e sbiadita, con le braccia incrociate e gli occhi pieni di speranza.

Lo ha sempre amato, sin dalla prima volta che l'ha incontrato. Custodisce una sua foto tra le mani, tenendola sempre stretta a sé ed appoggiandola poi al suo petto sinistro, dove il cuore batteva ancora per lui, come la prima volta.
Alle volte capitava che lo ricordasse guardandomi negli occhi, perché abbiamo lo stesso colore. Un azzurro chiaro. Oppure capitava quando io e lei avevamo delle piccole incomprensioni e allora lei diceva: “Hai lo stesso carattere di tuo padre … un testardo!” o quando era serena: “"Sei buona come tuo padre”. Quando mi parlava di lui, aveva gli occhi che brillavano. E mi affascinava conoscerlo in quel modo. Il mio più grande sogno, era proprio quello di conoscere mio padre con la speranza che fosse ancora vivo.

La mia vita in Zimbawe non era stata affatto facile. La povertà era incredibile soprattutto dopo quel gran conflitto. La mia famiglia era poverissima. Io vivevo con mia madre e mia nonna, con la quale avevo un bellissimo rapporto, quasi come una seconda madre. A 14 anni, per rendermi utile, andai a lavorare in un bar molto lontano dal mio piccolo villaggio. Dovevo camminare a piedi tutti i giorni per molti chilometri anche se, ogni tanto, capitava che la mia migliore amica, Jolia, mi accompagnasse con la bici.
Ho un bellissimo ricordo di lei. Era fantastica, per me era come una sorella. Avevamo anche la stessa età. Purtroppo, però, la sua vita non durò a lungo. Morì a 17 anni e mezzo, a causa della malaria.

Mi trovavo in una situazione disastrosa. Avevo la forte necessità della presenza di un padre al mio fianco. Soffrivo nel vedere che altri ragazzi del villaggio avessero un padre mentre a me era stato negato. Li invidiavo. Avrei voluto sapere, almeno una volta, cosa si provasse ad avere un padre. Purtroppo, dopo 3 mesi dalla morte della mia migliore amica e dopo aver compiuto 18 anni, morì anche mia nonna, per una forte polmonite. Ricordo ancora i minuti prima del suo addio. Mi chiese di avvicinarmi a lei. Avevo il cuore spezzato. Vidi che la sua mano s'infilò nella sacca del vestito dal quale tirò fuori dei soldi. Me li porse e disse: “Tieni tesoro, questi sono per te”.
Presi i soldi e la guardai incredula, sussurrando con voce tremante: “Nonna, ma questi soldi sono per me? T'ho detto che non voglio sposarmi con Ahim!”.
Mi sorrise e disse: “Vai da tuo padre … è vivo, me lo sento. Insegui il tuo tesoro, piccola mia.” Poi fece un profondo sospiro e diede un forte colpo di tosse, per poi aggiungere affannosamente: “Questi soldi li ho conservati per te”.
“E mia madre?” le chiesi.
"Lo sai … tua madre non verrebbe mai via con te. Ama questo villaggio, anche se non le offre nulla. Ma tu, invece, puoi andare … sei giovane.” Sospirò ancora, mentre la sua voce divenne roca: “Vai in America. Lì avrai fortuna, fidati.” sorrise lievemente, accarezzandomi il viso con la sua mano rugosa che emanava spossatezza e terminò dicendo: “Ti starò sempre vicina … ciao piccola, Aisha.” Poi chiuse gli occhi per riposare in eterno.
Piansi per un dolore sconosciuto. La abbracciai forte e cercai di svegliarla, come se si fosse solo addormentata, perché non accettavo la realtà, dura e crudele.

Da quel giorno trascorsero due settimane. Io e mia madre non riuscivamo più a sopravvivere, poichè Ahim, il figlio del proprietario del bar in cui lavoravo, mi aveva licenziata solo perché lo avevo rifiutato. Non volevo sposarmi con lui.
C'erano anche altri due ragazzi del villaggio che mi chiedevano in sposa, ma ero e continuavo ad essere contraria al matrimonio, malgrado mia madre aspettasse che mi sistemassi. Sapevo che aveva riposto molte speranza in Ahim, perchè aveva il denaro sufficiente per aiutarci a sopravvivere.
I soldi di mia nonna, intanto, li avevo ben nascosti ed ogni giorno pensavo all'America ma ero triste all'idea di lasciare mia madre.
Poi arrivò il giorno che presi la mia decisione: “Voglio andare in America!” Esclamai.
Camminai a lungo, fino ad arrivare in centro. Entrai in un'agenzia per chiedere il prezzo del biglietto aereo. Scoprii allora che mancavano molti altri soldi. Il costo del biglietto era elevato. Eppure la ragazza che lavorava in agenzia, riuscì a venirmi incontro con una soluzione low-cost. Ebbi, quindi, finalmente il biglietto fresco di stampa tra le mani.
La partenza era prevista per il giorno successivo. Dovevo solo parlarne a mia madre, anche se sapevo che sarebbe stato difficile. Nel tornare a casa, mi consolavo pensando che se fossi riuscita a trovare un buon lavoro in America, avrei potuto aiutare anche lei. Sorrisi a quel pensiero. E proseguii per il mio cammino.

Tornata a casa, andai di corsa in camera a preparare una borsa per il viaggio. Mia madre entrò in camera e, in silenzio, osservò la borsa aperta appoggiata su una sedia.
“Cosa fai?” mi chiese con voce tremante e proseguì: “Cosa sta succedendo?”
“Vado in America!” Le dissi senza mezze misure, mentre riponevo i vestiti nella mia vecchia e malandata borsa di finto cuoio scuro.
“In America?” Ripeté incredula, per poi riprendersi dallo stupore che l'aveva colta in fragrante ed aggiunse: “E i soldi … chi te li ha dati?”.
La guardai con aria mesta. Ero triste, ma risposi: “Mia nonna. Li ha conservati per me … per farmi andare in America.”
Rimase senza parol, poi disse: “Che intenzioni hai?”
“Voglio andare a cercare mio padre!” Le rivelai senza pudore e senza timori.
"E mi lasci da sola? Proprio ora che ho bisogno di te? Che abbiamo bisogno di stare insieme, unite?! E poi, conoscendo le nostre condizioni, hai speso dei soldi per comprare un biglietto per l'America piuttosto che per andare a procurarti da mangiare?” Disse, incredula.
“Mamma ...” Sospirai, ma non aggiunsi altro.
Mi guardò severa. Imperterrita. Non aveva avuto neanche il tempo di realizzare.
Sapevo di non avergliene dato, perché temevo la sua reazione. Temevo potesse convincermi a restare. E temevo che quel coraggio, dentro di me, non tornasse più per permettermi d'intraprendere quel viaggio.
Poi aggiunsi: “Il biglietto di ritorno lo comprerò solo quando riuscirò a trovare un lavoro.” Lo dissi con tono deciso e quasi noncurante, ma in realtà pensavo a lei e al fatto che la decisione di partire l’avevo presa per entrambe.
Mia madre mi guardò stralunata. Aveva gli occhi lucidi, come se stesse per piangere. Si avvicinò per dirmi con voce più tenera: “Piccola … l'America è grande, cosa farai lì?”.
"Me la caverò.” Risposi prontamente: “Come ho sempre fatto.”
Ci guardammo dritte negli occhi e ci abbracciammo, per insieme scoppiammo in lacrime.
Mi sussurrò: "Stai attenta, piccola mia, io ho solo te in questo mondo e ti voglio bene.” Le risposi che se fossi riuscita a comprare un altro biglietto, lei sarebbe partita con me.
"No, tesoro.” Rispose, invece: “Io non lascerò mai questo posto. Vai… ma non dimenticarti di me.”
"Mai!” Esclamai in lacrime: “Non potrò mai dimenticare la grande donna che mi ha fatto nascere e crescere. Sei stata e sei mia madre e mio padre.”

Il giorno seguente ci salutammo. Mi recai così all'aeroporto di Joshua Mqabuko Nkomo, Bulawayo. Ero in ansia. Il viaggio era lunghissimo e sapevo che avrebbe potuto nascondere molte insidie. Tremavo. In seguito, però, dopo aver occupato il mio posto a bordo, mi addormentai per molte ore. Una hostess mi svegliò dicendo che ero arrivata a destinazione e che avrei dovuto cambiare orario.
Mi chiedi dove mai avrei cambiato l'orario visto che non possedevo nemmeno l'orologio…
Scesi dall’aereo ed entrai in aeroporto. Respirai profondamente un'aria diversa, completamente diversa. Uscii dall'aeroporto. Ero eccitata, sorridevo in continuazione. E pensare che il giorno prima il mio orizzonte era fatto di aridità, caldo, sole e solitudine infinite.
Mi addentrai in un mondo totalmente sconosciuto dove la vegetazione era sostituita da terra secca e le case rotte da palazzi giganteschi fatti di 30 o forse più piani. Auto, lavoro, gente, tutto questo era sorprendente. Ma non dovevo volare troppo con la fantasia e l'entusiasmo. Dovevo trovare assolutamente un lavoro e poi una camera dove dormire. Conoscevo l'Inglese, perché lo avevo studiato grazie a mia madre e lo avevo praticato al bar in cui lavoravo, quindi, mi facevo forza pensando che non avrei incontrato problemi nel parlare e cercare una sistemazione per l'inizio della mia avventura.

Inizialmente, girai per la città senza una meta. Non ero abituata a vedermi circondata da tanta gente. In ogni angolo correvano, parlavano, telefonavano con i cellulari, apparecchi incomprensibili, ma fantastici.
Chiesi informazioni presso un paio di affittacamere, ma mi accorsi che i soldi non bastavano. Avevo giusto gli spiccioli necessari a sfamarmi con un panino e a comprarmi una bottiglietta d'acqua. Infine, entrai in un pub, esausta. Mi sedetti presso un tavolino, sconfortata. Riposi la mia vecchia borsa su di una sedia affianco a me ed appoggiai i gomiti al tavolo, guardandomi attorno. Mi sentivo strana. Avevo la sensazione che qualcuno mi osservasse. E, infatti, mi accorsi quasi subito che alcuni ragazzi seduti affianco al mio tavolo, non facevano che sbirciarmi e confabulare. “Ma che avevano tanto da guardare e da parlare?”

“Ciao … ordini qualcosa?” Mi chiese una cameriera di circa 45 anni.
“Vorrei un panino e … una bottiglietta di acqua naturale: quanto costano?” Arrivai subito al punto, col timore di non riuscire a pagare tutto.
La donna scrisse seriosa su di un block notes la mia ordinazione e rispose: “Sei nuova, per caso?”
"Sì.” Risposi con un certo imbarazzo: “Perché?” Chiesi.
“Beh, si vede e si sente … da dove vieni?”
“Io?” Balbettai: “Dall'Africa … precisamente dallo Zimbawe.”
“Ah … sei sola?” Mi chiese ancora.
"Ehm … sì” Risposi senza riuscire a dire altro.
Poi un signore la chiamò e mi disse: “Scusa, il lavoro mi chiama, ti porto il panino.”
Aspettai circa 10 minuti. Era buonissimo. Non avevo mai mangiato nulla del genere. Era il mio primo, vero panino!
La cameriera, intanto, si sedette di fronte a me e riprese il filo del discorso, tornando a fare domande: “Allora, dicevi? Perché sei qui? E poi da sola?”
Parlai in breve della mia vita e sospirò solo con un “Beh ...” Per poi guardarsi attorno ed aggiungere: “Qui avremmo bisogno di una bella e dolce cameriera, di una … proprio come te! Quindi, se ti fa piacere, potresti lavorare proprio qui!” Esclamò.
Rimasi incredula e piena di gioia allo stesso tempo. Non era passato neanche un giorno che già avevo trovato un lavoro!
“Davvero?” le chiesi per accertarmi di aver capito bene: “Grazie, comunque, grazie infinite!” Esclamai sorridente.
Ricambiò il mio sorriso e disse: “Non ti preoccupare … poi a dormire vieni per qualche tempo a casa mia. I miei figli sono all'estero e io sono divorziata.”
“Ah … mi … mi dispiace." Commentai, balbettando ancora.
"Fa nulla … sono passati già 5 anni. Allora, rimani qui e ti faccio vedere come devi lavorare, ok?”
Rimasi lì, in quel pub, finché non venne l'ora della fine del turno di Lily. Andammo a casa sua. Era al piano di sopra del pub, quindi a lavoro, avrei fatto presto, pensai.
Le raccontai la mia vita, così come lei la sua. Sembrava davvero una brava donna, allegra e comprensiva. Avevo una gran voglia di chiamare mia madre, per dirle che stavo bene e che in poche ore avevo avuto già la fortuna di trovare un lavoro e un posto per dormire, oltre alla gentilezza di una persona fantastica, un angelo davvero.

Passarono 2 mesi. A New York mi trovavo molto bene, anche se mi mancava l’affetto di mia madre. Ogni fine settimana le spedivo i soldi che guadagnavo. Inoltre, le raccontavo per lettera la mia vita americana. Le promisi comunque che molto presto le avrei comprato un cellulare, così avremmo potuto sentirci più facilmente.
Lei non scriveva perché le avevo raccomandato di conservare i soldi che mandavo.

Intanto il lavoro andava alla grande e, inoltre, ero anche molto corteggiata, sebbene avessi altro a cui pensare e non volessi alcuna relazione di nessun genere. Sognavo e favoleggiavo sul mio primo amore vero… come del resto tutte le bambine, anche se poi col tempo, ci rendiamo conto che le favole restano tali e che la realtà è ben diversa.

Passarono altre settimane finché una mattina la mia vita cambiò completamente.
Mentre stavo lavorando al turno di sera, entrarono nel pub un gruppo di uomini sui 40 anni. Ero carina e mi notarono subito. Mi guardavano, osservavano, studiavano e ridacchiavano. Io provavo un profondo disagio, ma continuai a lavorare come se nulla potesse turbarmi.
Chiesi al mio compagno di lavoro il motivo per il quale quegli uomini stessero ridendo e mi rispose che, probabilmente, avevo fatto delle conquiste. Così dicendo si avvicinò a tavolo per capire quali intenzioni avessero e tornò dicendomi: “Vogliono parlare con te… aspettano da te i drink che hanno ordinato.”
Non sapevo davvero cosa volessero e quando portai i drink, uno di loro mi chiese: “Scusa, possiamo rubarti un secondo?”.
“Sì… ditemi!" Risposi un po' titubante, cercando ovviamente di non dimostrarlo.
“Non sei di queste parti, eh?” Sorrise.
“No, vengo dall'Africa, perché?” Risposi cercando di capire cosa volessero realmente.
“Si vede, lo sai? E sei venuta a cercare qualcuno … vero? O almeno fortuna, giusto?” Disse l'uomo con fare sicuro pur non conoscendomi affatto.
Rimasi sorpresa, ma risposi: “Sì … quindi?” Cercai una motivazione che non trovai.
“Qualcuno?” Rispose un altro seduto di fronte.
Non so perché a quel punto mostrai la foto di mio padre.
“Ma sì … lo conosco, è Robert Taw!” Esclamò uno di loro.
I miei occhi luccicarono dalla gioia: "Davvero conoscete mio padre?" Chiesi con un enorme sorriso.
"Sì, certo e ha parlato molte volte di te, sai? Anche se non ti è mai venuto a cercare perché, sfortunatamente, tuo nonno non si è sentito molto bene … e da pochi mesi è morto. Ora sta a pezzi, poverino.”
“Come lo conoscete? Siete amici?” Chiesi, per comprendere meglio la situazione.
“Sì. Ci siamo conosciuti nel corso di un programma televisivo … lo sai, lui ha fatto l'attore, dopo essersi licenziato dal gruppo di “Medici senza frontiere”, non era il tipo per quelle cose.” Commentò quell'uomo con un sorriso beffardo sulle labbra, per poi proseguire: “Ma ora non ci sentiamo più proprio per ciò che è successo a suo padre, ah … povero Robert! Anch'io sono un attore … e, nel tempo libero faccio lo stilista.” Disse.
Ero incredula, sbigottita, ma contenta: “Non sapevo che mio padre parlasse di me e che facesse addirittura l'attore!” Esclamai sorridendo.
Quell'uomo, a quel punto, cominciò a farmi dei complimenti, dicendo che avevo un bel viso e che avrei potuto fare la modella, piuttosto che sprecare il mio tempo in un pub. Inoltre, avrei avuto l'opportunità di conoscere mio padre.
La fortuna stava di nuovo venendomi incontro.
Prendemmo un appuntamento per la mattina seguente.
Prima di andar via, disse: “Okay Jalia … Taw!" Si alzò imitando i suoi amici che accompagnai fino all'uscita, per poi dire sottovoce: “Ehi … mi raccomando, non dire a nessuno di questa cosa, ok?".
"Perchè?" Chiesi.
"Perchè sai… La gente da queste parti ama fare pettegolezzi e soprattutto è invidiosa del successo degli altri, per cui ti potrebbero impedirti di fare carriera e di diventare famosa. Se poi sapessero che sei anche la figlia di Robert, potrebbero avere delle ostilità nei tuoi confronti.” Terminò.
“Okay.” Annuii: “Starò zitta”.

Quando tornai a casa di Lily, mantenni il segreto e dissi una bugia. Avevo trovato mio padre e la mia speranza in quel momento era quella di andare a vivere con lui.
Le dissi comunque che sarei andata via. Lei sembrava entusiasta, ma triste allo stesso tempo. Ormai era abituata alla mia presenza in casa e si era affezionata a me, aveva imparato a volermi bene come ad una figlia.
Il giorno dopo incontrai gli stessi uomini vicino al pub. Erano in auto. Mi fecero salire e mi accompagnarono in un luogo bellissimo. Una villa grandissima, a due piani e una piscina … sembrava una villa hollywoodiana! Mi accompagnarono dentro e conobbi altre 10 ragazze.

"Ragazze, domani si terrà per voi il book fotografico, quindi … Preparatevi!” annunciò uno di loro.
Ero in un brodo di giuggiole: il book fotografico, mio padre, diventare famosa… Sembrava che la mia vita stesse cambiando di punto in bianco senza neanche rendermene conto. Mi sentivo felice. Ingenuamente felice, proprio come una bambina che stava vivendo la sua favola.
Il giorno dopo, ci organizzarono per la realizzazione del book fotografico e, dopo due settimane, ci dissero che avremmo partecipato ad una sfilata importante. La sfilata di uno stilista molto famoso, anche se non dissero il nome. Durante quei giorni ci portarono a fare shopping e ci comprarono abiti costosi.
Ero felice e con le ragazze avevo un buon rapporto, soprattutto con una di loro: Melania. Anche se né lei e nessun’altra avrebbero potuto sostituire la mia migliore amica.

Arrivò il giorno tanto atteso: la mia prima sfilata. Ero eccitatissima. Non riuscii a chiudere occhio per tutta la notte insieme a Melania, che era più eccitata di me! Verso le otto di sera, ci dissero di andarci a preparare e alle 23:30 partimmo con le loro auto. Entrammo in un locale enorme affollato di uomini e un altro gruppo di ragazze, forse modelle, in fondo alla sala.
Ci condussero nei camerini, ci preparammo. Dopo circa un’ora ci venne a chiamare Richard, il nostro capo: “Ragazze, presto, andate a sfilare … siete pronte?” Corremmo subito in pista e sfilammo.
Sembrava una strana sfilata, anche perché ripeto era presente un pubblico di soli uomini.
Quando Richard disse col microfono che la sfilata era finita, scendemmo dal palco e ci servirono un drink. Lì si avvicinarono due uomini sui sessant'anni molto complimentosi ed un ragazzo dagli occhi chiari ed i capelli biondi che mi disse: “Ehi … bella, ciao, piacere … Ted.” Aveva un atteggiamento piuttosto deciso tanto da allontanare tutti gli altri.
"Piacere, Jalia." Risposi un po' emozionata.
"Bellissimo nome, proprio come te … i tuoi occhi. Sei bellissima!” Disse facendomi arrossire dall'imbarazzo.
Chiacchierammo per un po'. Poi mi chiese di seguirlo e ci ritrovammo in una stanza della villa. Era una camera molto lussuosa, elegante e raffinata. Un letto, un tavolo, lo champagne e due bicchieri.
Disse: “Starai meglio qui … in salone c'era troppa gente”.
”Sì, infatti.” Risposi.

Ci sedemmo ai piedi del letto e bevemmo lo champagne. Era la prima volta che provavo qualcosa del genere. Non mi piaceva, ma lo assaggiai. Il giovane, invece, bevve parecchio, uno, due, tre bicchieri ed iniziò ad avvicinarsi lentamente per baciarmi sul collo. Provai dei brividi sconosciuti. Ricordai il primo bacio quando avevo solo 15 anni dato ad un ragazzo durante il gioco della bottiglia insieme ad altri ragazzini del mio villaggio.
Ed ero ancora vergine.
Mi scostai un po' e gli chiesi: “Che stai facendo? Non stai correndo un po' troppo?”
“No, ma che dici?" Disse continuando a baciarmi sul collo. Quando arrivò alle labbra mi rifiutai. Mi alzai dal letto e andai verso la porta per uscire. Lui contrariato mi prese per il gomito e disse: “No, tu rimani qui!" Esclamò alzando la voce ed avvicinando nuovamente le sue labbra alle mie. Lo respinsi di nuovo. Era completamente ubriaco, l'alito gli puzzava di champagne. Mi sentivo in trappola. Al mio rifiuto lui non ebbe una pessima reazione. Mi disse: "Puttana!" E mi diede uno schiaffo, poi un altro e un altro ancora. Mi afferrò violentemente per i capelli e mi scaraventò sul letto. Iniziai a piangere e a tremare. Chiedevo aiuto, ma nessuno sentiva. Ed infine fece il suo comodo… mi violentò.

Passarono due ore. Ero immobile, distesa sul letto. Mi sentivo indolenzita. Avevo lo sguardo fisso al soffitto e … la testa vuota. Sembrava un sogno brutto, irreale, così tremendo che avrei voluto svegliarmi, ma ero già sveglia … purtroppo non era un incubo. Mi voltai lentamente verso il lato destro e vidi Ted che dormiva. Mi chiesi perché un ragazzo così bello e apparentemente dolce avesse potuto farmi violenza. E mi sconvolse constatare che nessuno, in quel lasso di tempo, mi era venuto a cercare. Dove erano andati a finire gli altri? Mossi un po' le mani e pian piano mi alzai dal letto, rimanendo seduta. Iniziai a pensare e pensare, senza freni. Sentivo freddo. Incrociai le braccia, per strofinarmele con le mani e mi accorsi che avevo dei graffi.

Che stava succedendo in quel momento? Non potevo pensare che l'amore fosse stato così violento. E poi … amore, quale amore? Io ero stata a letto con un uomo che neanche conoscevo. Dove avevo sbagliato? Pensavo e ripensavo quando d'improvviso sentii una carezza che dalla testa scese fino alla punta dei miei capelli.
“Ciao piccola … divertita?” Ted si era risvegliato. Non risposi.
Avrei voluto picchiarlo, usare la stessa violenza, ma abbassai lo sguardo, senza dire nulla e lui proseguì: “Oh, non mi dire che questa era la tua prima volta? Cucciola … vabbè, è solo l'inizio, ti ci abituerai…” Abituare? Che cosa voleva intendere per “abituare”? E poi con chi, con lui? Preferivo tornarmene di nuovo in Africa piuttosto che abituarmi a quel tipo di amore.

Si alzò dal letto e andò a raccogliere i jeans che nell’impeto dell’eccitazione aveva buttato a terra. Scavò in una tasca e disse: "Tieni." Così dicendo gettao dei soldi a terra, verso di me. Erano molti soldi. 750 Dollari!
“Solo perché sei ancora inesperta e mi fai un po' pena.” Poi aggiunse.
Di nuovo non parlai. Mi coprii solo con il lenzuolo e non raccolsi il denaro. Allora si avvicinò ed alzando la voce disse: “Ora vattene!" Prendendo contemporaneamente i soldi da terra e il mio braccio.
“I miei panni!” Mi uscì solo un filo di voce, guardandomi indietro.
“Cosa hai detto?” Chiese inferocito.
“I … i miei ve … stiti.” Ripresi, balbettando e con le lacrime fino alla gola.
"Ah..." Si alzò, li prese e me li gettò in faccia "Ora vai via!"
Aprì la porta e spingendomi mi fece cadere a terra. Avevo ancora il lenzuolo addosso, l’avevo trascinato per coprirmi alla buona. Guardai in corridoio e non c'era anima viva. Poi si aprì una porta affianco.

Vidi uscire Melania, anche lei con le lacrime agli occhi, e un vecchio che la consolava dicendo: "Dai, piccola non piangere … t'ho dato i soldi che vuoi di più!" Poi le diede un bacio sulla fronte, per liquidarla con un semplice: "Alla prossima" e chiuse la porta.
"Ehi ..." Dissi guardandola a malincuore.
Lei non rispose, si scaraventò addosso a me per abbracciarmi. Iniziammo così a piangere a dirotto. Ma cosa ci era successo?
Mi accompagnò in bagno, mi vestii e mentre rimettevo la maglia, tremando, sentii Melania dire: "Vai via, lasciaci in pace!" Uscii subito e vidi un vecchio che ci provava con lei. Lo cacciai via e lui mi insultò. Poi arrivò Richard chiedendo cosa stesse succedendo.
“Dove ci avevi lasciate? Hai capito che questi maniaci ci hanno violentate?" Richard si mise a ridere: “Ma cosa credevate, tesori miei… Ottenere un lavoro facile come se nulla fosse? Non avete ricevuto nessuna violenza e qui dentro non c’è nessun maniaco. Erano solo stilisti e attori!”
"E gli stilisti trattano così le donne?" Chiese Melania prendendo poi il mio braccio per mostrarglielo: "Guarda che le ha fatto quel bastardo! E quello dovrebbe essere anche un attore, uno stilista?"
Richard non rispose. Gli scappò un mezzo sorriso e disse: “Andiamo a casa e … per piacere non parlate. Ah ... vi hanno dato i soldi?"
"Sì" rispose.
"Okay ... qui i soldi! Mi servono per comprarvi dei vestiti!”. Si voltò e disse, continuando a camminare: "Per far sì che i vostri sogni si avverino dovete fare questo e altro…”
Io e Melania ci guardammo, incoscienti e sbigottite per quello che era accaduto. Tornammo a casa, c’erano le altre ragazze più distrutte di noi. Solo un paio ostentavano allegria. Quella notte io e Melania dormimmo mano nella mano, tremando ancora come foglie.

Passarono alcuni giorni. Una sera Richard venne a bussare alle porte di tutte le camere e disse: "Domani di nuovo un'altra sfilata… mi raccomando!" Esclamò guardando me e Melania: "Fate quello che dicono loro e non vi comportate male… sono dei clienti importanti!”
"No, io non ci sto!" rispose Melania.
"Tu non ci stai? Mi dispiace, ora che sei dentro, devi fare quello che dico io, capito carina?!" Rispose lui.
"Io volevo diventare una modella, non una prostituta per voi bastardi!" Disse ancora la ragazza.
Lui di rimando le diede uno schiaffo: "Non ti permettere più … hai capito?"
"Io mi permetto, invece!" Reagì lei.
Partì un altro schiaffo così violento che le uscì il sangue dal naso. Poi la prese per i capelli e disse ad alta voce: “Ora voi tutte … siete dentro, ormai … non potete più ribellarvi, e se volete... allora, vi dovete solo uccidere!" Esclamò lasciando cadere violentemente Melania.

Le sere erano ormai diventate abitudini. La notte aveva preso il posto del giorno. Richard nel frattempo ci aveva spostate in un altro luogo, chiamata "La casa delle lucciole" dai clienti che venivano a trovarci. Era il quartiere più brutto della città di New York. Le camere orribili. Al confronto la mia casa in Africa, poteva essere una reggia!

I giorni passarono e, pian piano, tutto divenne abitudine. All'inizio ero un po' fredda e ancora sotto-shock, andando ogni sera con uomini diversi e anche più grandi di me che potevano essere dei padri e dei nonni. Le prime sere mi vennero assegnate persone di una certa età e dentro morivo di rabbia e dolore. Purtroppo ero costretta. Temevo le mani addosso di Richard. Sapevo che Melania era stata picchiata anche dai suoi clienti.
Ogni volta quei porci mi chiedevano "Sei nuova?" Ed io mi imbarazzavo e a stento annuivo. Richard ci aveva vietato di parlare troppo con i clienti. Dovevamo essere solo concentrate sulla prestazione. Ero ancora più a disagio quando mi costringevano a stare in certe posizioni e a fare cose che mi disgustavano. Poi, dopo avermi pagata, chiedevano se avessi un numero di cellulare. Rispondevo di no.
E Richard, molto presto, me ne comprò uno, dicendo: “Molti tuoi clienti sono venuti a chiedermi il motivo per cui tu non abbia un cellulare. Cercavano un tuo numero personale. Dicono che sei abbastanza brava.”
Dio che rabbia! Avrei voluto spaccargli la faccia!
Così cominciai a dare il mio numero ed iniziarono anche le richieste di sesso al telefono. All'inizio non sapevo come dovessi comportarmi, ma poi divenni esperta mi abituai anche a quello.
Mi faceva male pensare che la maggior parte di loro fossero sposati e non riuscivo a capire perché tradissero le loro donne. Avrei voluto chiamarle per dire loro ciò che combinavano i loro mariti a loro insaputa. Alla fine dedussi che l'amore era una vana parola e nella realtà non esisteva affatto e promisi a me stessa che non mi sarei mai sposata. Non volevo soffrire e non volevo che anche i miei figli potessero soffrire.

A poco a poco mi abituai persino a quel lavoro. Dopotutto avevo soldi facili che mi permettevano di vivere bene. In due, tre sere arrivavo anche a guadagnare intorno ai 1.500 Dollari. Devo ammettere che quel guadagno mi piaceva anche se mi accorsi che ero completamente cambiata. Non ero più la persona che ero stata, così come le altre ragazze non erano più loro. Inoltre, dovevamo stare attente coi clienti: non si poteva parlare troppo, perché già una ragazza aveva avuto anche dei problemi con la polizia. Col tempo ero diventata così brava da intuire cosa desiderassero gli uomini con le prostitute.

Dopo mesi, facendo quella vita, cominciai ad avere un rapporto stretto con l’alcool e la droga. Mi sorpresi pensando che un tempo non lontano odiavo persino la birra! Ormai mio padre non lo cercavo più, ma non avevo dimenticato mia madre. Le scrivevo sempre di mattina, quando ero sobria anche se soffrivo di un mal di testa perenne che non mi lasciava mai in pace. A lei raccontavo un sacco di bugie, ovviamente. Tipo che ero diventata una ballerina. Eppure avrei tanto voluto scriverle: “Mamma … profumavo di sogni, ora puzzo di realtà”.

Quando ero piccola lei mi diceva spesso che non dovevo smettere di sognare. Eppure in quel momento ero convinta che sognare, mi avrebbe solo fatto del male. I sogni illudono mi ripetevo e non capivo perché continuassi a farlo. In quel periodo non ero in grado di realizzare sogni e la copra era solo mia.

Era passato un anno esatto dal mio arrivo a New York e quella mattina arrivò la prima lettera di mia madre. “Piccola mia, perché stai fingendo di essere felice? Perché stai fingendo di star bene? Me lo sento, anche se stai lontana, che ti sta succedendo qualcosa. Se lavori, perché non mi hai mai spedito una foto del posto in cui lavori? Se hai un fidanzato, perché non mi hai mai parlato di lui e inviato qualche foto? Soprattutto, se veramente hai conosciuto tuo padre, perché non venite a trovarmi? Ti prego, apri bene gli occhi, perché tocco quei soldi e sembrano sporchi. Sei ancora in tempo a cambiare vita … Ti amo, piccola”.

D'improvviso iniziai a piangere e l'unica cosa che mi poteva calmare era farmi di quella roba. Andai in bagno, mi guardai allo specchio e un vortice di ricordi mi assalì riportandomi a quando un anno prima ero arrivata in città. Ripensai alle illusioni, alle bugie, ai sogni buttati al vento e dalla rabbia presi una bottiglia vuota che lanciai contro il muro. Poi iniziai a bere, dicendo frasi senza senso: “Che cavolo ne sa mia madre? Le mando i soldi ed ha anche da ridire!

E quella sera accadde qualcosa di imprevisto. Melania esagerò con la droga, le scivolò l'alcool addosso e svenne tra le mie braccia. La portai in ospedale, ma purtroppo era troppo tardi per lei. Entrò in coma e dopo solo mezz'ora non era più fra di noi. La rabbia mi assalì, quando tornai a casa spaccai tutto ciò mi trovai davanti. Con una bottiglia ruppi il vetro della finestra. Tentai di tagliarmi le vene! Che stavo facendo? Melania non sarebbe tornata in vita in quel modo, anche se mi venne una gran voglia di raggiungerla.

Passarono tre settimane e una mattina per distrarmi, andai a correre al “Central Park”. Mentre stavo correndo, cominciai ad avere la nausea, la testa mi girava e infine, svenni. Non so quanto trascorse ma ad un tratto mi svegliai grazie alla voce premurosa di un uomo. Aprii gli occhi e mi resi conto di trovarmi nel letto di un ospedale. Accanto a me, c'era un bellissimo medico. Era moro ma aveva la stessa espressione di mio padre. Gli chiesi cosa fosse successo e lui rispose con un sentito sospiro che ero svenuta e… che aspettavo un bambino! Ma aggiunse subito dopo che l’avevo perso. Sapevo che era successo a causa della droga e per me fu una pugnalata che mi colpì dritta al cuore.

Quel giovane medico si chiamava Taylor, aveva 24 anni. Grazie al suo cuore d'oro, mi aiutò con impegno a disintossicarmi dalla droga e dall'alcool e grazie al suo sostegno entrai in un centro di cura. Lasciai dunque “la vita dai guadagni facili”, anche se non fu semplice, perché Richard mi contattò per avere la sua parte del denaro che avevo guadagnato fino ad allora dicendomi che se avessi rifiutato mi avrebbe uccisa.
Poi aggiunse: “Comunque … io e tuo padre non siamo amici, anzi, nemici. Lui aveva sempre la parte del “Paladino della giustizia”. Lo conobbi al liceo e … abbiamo sempre litigato, fino a 25 anni fa, quando voleva a tutti i costi, aiutare le mie ragazze ad uscire fuori da questo giro, ma alla fine lo ricattai e non lo vidi più. Quando mi mostrasti la foto, lo riconobbi subito, era stato tutto un caso!” A quel punto lo fissai negli occhi dicendo: “Sapevo già tutto, non preoccuparti … addio!” Finalmente respiravo un’aria nuova!

Passarono altri 5 mesi. Lentamente mi accorsi di essermi infatuata del medico e cosa molto gradita e mi accorsi che non gli ero indifferente.
Un giorno mentre eravamo in macchina si fermò davanti ad una villetta. Gli chiesi: “Perché ti sei fermato?”
“Perché ho chiesto informazioni su dove abitasse tuo padre: abita qui!”.
Non ci potevo credere. Presi tutta la mia forza interiore e suonai il campanello.
Alla porta mi aprì proprio lui: “Salve … cerca qualcuno? La conosco?” Chiese.
Non riuscii a parlare, quando intravidi dietro di lui una bambina: “Papà! Papà!” e la prese in braccio. Avevo la foto di lui in mano e, prima che iniziassi a piangere, mi voltai per andar via, ma mi cadde la foto per terra. Feci una corsa per andare in auto, ma sentii gridare: “Jalia, Jalia aspetta!” Poi aggiunse: “Finalmente sei arrivata, piccola mia…”
“Come fai a sapere il mio nome?” Gli domandai.
“Perchè io e tua madre, abbiamo sempre voluto che nostra figlia si chiamasse Jalia.” A quel punto mi abbracciò forte a sé.

Sono passati 8 anni da quel giorno ed iniziai di nuovo a profumare di sogni. Mi sposai con Taylor e divenni mamma di una bellissima bambina di nome Nessie.
Mio padre mi fece conoscere sua moglie e i suoi figli, la sua nuova famiglia, e loro mi accolsero a braccia aperte. Negli anni abbiamo mantenuto un bellissimo rapporto.
Tempo dopo tornai nel mio Paese per un paio di mesi e per far conoscere a mia madre la mia famiglia. Taylor, insieme ad un gruppo di “Medici senza frontiere”, aprì un nuovo centro, sia nel mio Paese che in America, per bambini e donne sole. La missione principale dell’associazione benefica era quella di difendere le donne dallo sfruttamento della prostituzione e da ogni tipo di violenza.

Che dire … rinnego tutto ciò che avevo pensato circa i sogni. Non è vero che portano la vita alla rovina, direi che siamo noi stessi a buttarli spesso via, per seguire strade sbagliate. Non dobbiamo mai smettere di sperare anche se, sfortunatamente, accadono cose che, non vorremmo che accadessero. Forse il destino e i suoi eventi vuole insegnarci a rialzarci e diventare più forti di prima, per non abbatterci. Solo in questo modo possiamo dimostrare quanto teniamo ai nostri sogni. Non è mai troppo tardi per ricominciare!


FINE






 





 
 
 





Il presente racconto è tutelato dai diritti d'autore.
L'utilizzo è limitato ad un ambito esclusivamente personale.
Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso dell'autore

© All rights reserved
Giovanna Micelli
“New York, la speranza di un sogno”


Il presente racconto è tutelato dai diritti d'autore.
L'utilizzo è limitato ad un ambito esclusivamente personale.
Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso dell'autore











1

1

 


SEGUI LIBERAEVA SU

1 1 1

 

 

Tutte le immagini pubblicate sono di proprietà dei rispettivi autori.
Qualora l'autore ritenesse improprio l'uso, lo comunichi e l'immagine in questione verrà ritirata immediatamente.
( All images and materials are copyright protected and are the property of their respective authors.
If the author deems improper use, they will be deleted from our site upon notification.) Scrivi a liberaeva@libero.it

Questo sito non utilizza cookies a scopo di tracciamento o di profilazione. L'utilizzo dei cookies ha fini strettamente tecnici.
 COOKIE POLICY


 

1

TORNA SU (TOP)

 LiberaEva Magazine Tutti i diritti Riservati  Contatti


1