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RACCONTI

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Adamo Bencivenga
La Pesca







Foto Anna Koudella

 


Il Conte Ranieri di Villalta se ne andò nel sonno durante una notte di fine Novembre, nessuno seppe mai la vera causa della morte anche se in paese pare si vociferasse che fosse morto d’infarto, di notte sì, ma non nel sonno. Comunque era morto di cause naturali e quindi nessuno si prese la briga di scoprire veramente il vero motivo e magari di chiedere a Giorgina, la cameriera tutto fare di Palazzo Ranieri Villalta, oppure ad Isabella del Bon, la moglie di suo fratello o anche alla vedova Renata Prestigiacomo, la titolare dell’unica farmacia di Villalta.

Comunque se ne andò a soli 57 anni e fu così che la giovane contessa Aurelia Ranieri di Villalta, sposa di secondo letto del Conte, rimase vedova e i due figli minorenni, avuti dal Conte dalla prima moglie, orfani di padre. Per la bella e giovane Contessa non fu una grave perdita soprattutto per il fatto che quell’unione, voluta fortemente dai propri genitori, era solo di facciata e, per motivi a noi ora sconosciuti, non si era mai consumata e la donna all’insaputa di amici, paesani e parenti era terribilmente ancora vergine.

Dicevamo, il Conte Ranieri di Villalta se ne andò tra la disperazione di circostanza della propria moglie e il lutto stretto che la donna esibì sin nelle ore successive alla morte, ma, come succede spesso in questi casi, le disgrazie vere non vengono mai da sole. Il giorno seguente, la giovane signora, con capello, veletta e un abito lungo fino ai piedi, rigorosamente nero, ma straordinariamente sensuale, attraversò la piazza del paese tra gli sguardi curiosi dei paesani e si recò nel prestigioso studio notarile del dottor Piscopo Spaziani, figlio del più noto Vincenzo ormai in pensione.
Dicevamo, dal notaio in persona la Contessa Aurelia seppe che le casse di famiglia dei Ranieri di Villalta erano state prosciugate da tempo e ora penosamente vuote, come seppe che la vigna dove si produceva il famoso vino Rosso di Villalta era stata ceduta l’anno precedente ad una grossa azienda del nord e il Palazzo, dove attualmente risiedeva con tutta la famiglia, minacciava di essere pignorato da un’ingiunzione di pagamento di lì a qualche settimana.

La bella ed elegante Contessa, durante quel colloquio, seppe anche che il Conte, dedito ai vizi di gioco e notoriamente sciupafemmine, per mantenere quel tenore di vita e ovviamente le sue tanti amanti, aveva anche accumulato ingenti debiti, che ora gravavano interamente sulle sue fragili spalle! Il notaio Spaziani, partecipe di quel dolore si alzò dalla sedia e facendo il giro della scrivania baciò la mano alla donna.
Poi disse: “Rispetto il vostro lutto, ma ora tutti in paese si chiederanno il motivo… E noi ora non abbiamo tempo da perdere…”
“Voi sapete bene che non potevo esimermi.” Disse la donna leggermente scossa.
“Prima che i creditori vengano a conoscenza della morte di vostro marito ed intraprendano le vie legali, vi consiglio vivamente di contattare ciascuno di loro ed addivenire ad una transazione amichevole che possa soddisfare entrambe le parti. Se volete me ne occupo personalmente…”
Aurelia al limite del mancamento non proferì parola e si affidò al giovane notaio il quale stringendo ancora quella mano le sussurrò:
“Siete davvero una donna incantevole! Vedrete sistemeremo tutto nel migliore dei modi!”
Aurelia, affrettandosi a togliere la mano, lo fissò negli occhi: “Mi affido totalmente al vostro buon senso.” Disse pensando tuttavia che a quel punto, per salvare almeno il palazzo, era necessario vendere la casa sul mare di Racalbuto e le mille piante di olivi a Reggia. Poi in alternativa passò in rassegna la mobilia antica, l’argenteria, i suoi gioielli personali, gli abiti firmati e i diversi visoni nel suo armadio.
Così fece!

Prima che si svolgessero i solenni funerali la bella contessa, non perdendo tempo e con l’aiuto del notaio, riuscì a contattare tutti i creditori, ma purtroppo si rese conto fin da subito che i debiti del compianto Conte erano di gran lunga superiori ai suoi rimanenti averi e che la casa sul mare e i mille olivi essendo intestati ai figli del Conte purtroppo non potevano essere oggetto di compravendita.

Dicevamo, la giovane e bella Aurelia e ora anche vedova, era sempre stata una preda molto appetitosa in paese tanto che il matrimonio con il vecchio Conte aveva destato non pochi malumori e una miriade di chiacchiere maliziose per via dell’enorme differenza di età. Durante quei colloqui, qualcuno ovviamente non perse tempo e, nonostante lei fosse nel periodo di lutto stretto, approfittò della situazione. Ovviamente la bella Aurelia rifiutò sdegnata quelle avances dicendo solennemente che si sarebbe rialzata dalla polvere facendo leva sulle proprie forze e su quelle della sua famiglia che l’avrebbe sicuramente aiutata.
Ma non fu così! Quando si accorse di non riuscire a pagare la retta di scuola della sua figliastra Giulia dovette scendere a compromessi. Nonostante il suo rango licenziò le due inservienti del Palazzo, mise in vendita l’elegante e lussuosa Isotta-Fraschini nera, e si abbassò a cercare lavoro sfruttando la sua laurea in psicologia, fece qualche colloquio in città, finché si rese conto che qualsiasi retribuzione non avrebbe ricompensato i suoi sforzi.

Dicevamo la contessa Aurelia per il suo aspetto regale e la sua sublime bellezza era stata sempre considerata in paese una preda appetitosa e a questa regola non sfuggì il giovane notaio, il quale, quando lei tornò nel suo studio chiedendo di nuovo il suo aiuto, non mancò di prendersi a cuore le pene della signora, ma, viste le sue finanze di giovane notaio, l’unica soluzione che riuscì a consigliarle fu quella di prendere sul serio quelle avances: “Contessa, sarò sincero con voi, siete una incantevole donna e mi rammarica dirvi che non vi sarà difficile trovare un pretendente. Sarebbe sufficiente spargere la voce per avere la coda di facoltosi scapoli sotto il vostro portone.”
Poi continuò: “Del resto, non avendo altri possedimenti, la vostra bellezza è un bene decisamente prezioso da non sottovalutare!”
Così dicendo, come aveva fatto nel loro primo incontro, si alzò di nuovo dalla sua sedia, di nuovo fece il giro della scrivania, di nuovo prese la mano della signora e la strinse forte contro il suo petto. Questa volta la donna non si affrettò a toglierla e il notaio ancora più intraprendente portò quella mano alla sua bocca baciandola con discrezione.
La donna a quel punto disse: “Voi siete un uomo molto caro e vi ringrazio per non avermi fatto mancare, in questi giorni per me molto tristi, il vostro affetto.”
“Non mancherò di essere al vostro fianco nella sventura e nel piacere.” Disse lui scegliendo tatticamente di non affondare e tornare alla sua scrivania.

La contessa a quel punto si sistemò il cappello e abbassando la veletta disse: “So che voi siete un uomo libero, ma so anche che la vostra famiglia ha altri progetti per voi.”
Lui di contro senza scomporsi replicò: “Vedo che siete molto informata sul mio conto, infatti non credo che la mia famiglia approverebbe la mia unione in matrimonio con una donna, anche se vedova, che abbia avuto già le proprie esperienze.”
Affatto non sorpresa dalla risposta la donna con estremo pudore confessò:
“Notaio voi siete la prima persona a conoscere quello che sto per dirvi.”
“Dite…” Disse il notaio ansioso.
“Dovete sapere che quando tre anni fa sposai la buonanima del conte ero ovviamente una ragazza illibata e nonostante il tempo trascorso sono ancora integra come mi fece mia madre!”
A queste parole il notaio, che aveva già un’idea in testa prese immediatamente la palla al balzo.
“Mi volete dire che siete ancora vergine?”
La donna annuì.
“Questo mi lusinga, ma rimane il fatto che il mio patrimonio non servirebbe a rendervi felice.”
A quel punto la donna, avendo già preso in considerazione quella eventualità, replicò con estremo raziocinio: “Anche se il buon Dio mi dovesse offrire la fortuna di unirmi in matrimonio nuovamente, nessun pretendente di questo paese, compreso voi purtroppo, godrebbe di un patrimonio così sostanzioso da ripianare i debiti di mio marito.”

Dopo quella confessione al notaio Spaziani si aprirono diverse porte per risolvere il caso. Evidentemente interessato e non solo alla bellezza della donna disse: “Contessa Aurelia in effetti un solo pretendente non risolleverebbe la vostra situazione per cui ho pensato che, salvaguardando il vostro onore, occorrerebbe sfruttare le potenzialità di almeno dieci di loro.”
La contessa Aurelia inorridita da quella proposta chiese spiegazioni.
Il notaio con calma riprese: “Tenete conto che la vostra condizione di donna illibata ci offre la possibilità di portare a buon fine quello che avevo pensato per voi.”
“Avete in mente un piano?” Chiese la donna.
“Non è un vero e proprio piano, ma un modo per ottenere il denaro che vi serve da tutti i pretendenti senza che voi dispensiate le vostre grazie ad ognuno di loro. Naturalmente per la piena riuscita voi dovreste confessare di essere ancora una donna pura.”
“Da che mondo è mondo non credo sia un peccato confessare le proprie virtù!” Rispose la donna.
A quel punto il notaio con calma spiegò la sua idea e la donna, pur con qualche remora, alla fine acconsentì di essere il premio di una Grande Pesca.

Avuto il consenso il notaio Spaziani si mise subito a lavoro, lesse tutte le normative circa i giochi a premi e lotterie fino a persuadersi che in fin dei conti non fosse un’idea tanto bizzarra e soprattutto illegale, del resto con il nome di pesca si intendeva un'estrazione di una serie di premi numerati, in questo caso uno soltanto, messo in palio, solitamente a scopo benefico. Qui ebbe dei dubbi sullo scopo benefico, ma poi, consultando altri testi, si convinse che solitamente le pesche hanno luogo nelle feste e nelle sagre di paese oltre che per scopo benefico anche per poter ripagare i costi contratti per l’organizzazione della festa stessa. Ecco questo era il punto! La pesca della Contessa Villalta aveva lo stesso fine, ovvero ripagare dei debiti! E per coprirsi totalmente le spalle da eventuali denunce decise che di indire nel giorno dell’estrazione una grande festa popolare.

Allora in poco tempo, il giovane e stravagante notaio organizzò la Grande Pesca nella quale la contessa sarebbe stata il premio finale. Fece preparare una serie di locandine con impresso il volto in bianco e nero della Contessa Aurelia e le fece affiggere, il lunedì successivo, sulle vetrine dei due bar principali del paese, della farmacia, dell’ufficio postale e sul muro laterale della cattedrale dedicata alla Madonna del Buon Consiglio. Il passaparola fece il resto così che la sera stessa tutto il paese era a conoscenza di quella particolare Pesca.

Il notaio stesso stese i termini del bando. I partecipanti, maggiorenni, di sesso maschile, non sposati, divorziati o vedovi dovevano essere un numero non inferiore a dieci, pena l’annullamento della pesca stessa, ed ognuno di loro per acquistare almeno un biglietto avrebbe dovuto versare nelle mani dello stesso notaio una somma di venti milioni di lire. Così facendo alla scadenza del termine, fissato in una settimana, la contessa avrebbe ricavato almeno duecento milioni di lire, vale a dire un ammontare che le avrebbe permesso di ripianare interamente il debito del Conte Ranieri di Villalta.
Il premio, scritto a chiare lettere sui manifesti, dava diritto al vincitore di convolare a nozze con la giovane contessa illibata e di fregiarsi del titolo di Conte.

A quel punto il notaio Spaziani convocò di nuovo la Contessa e le espose nei dettagli il piano.
“Dite che non ci saranno impedimenti?” Disse Aurelia persuasa dalla ingente somma.
“Non chiedo altro che il vostro bene.” Rispose lui.
“Voi mi aiuterete vero?”
“Sarò sempre al vostro fianco Aurelia e se voi vorrete anche dopo l’aggiudicazione del premio.”
“Credo che questo non sia possibile, a meno che anche voi non facciate parte dei pretendenti.”
“Sono stato sempre sfortunato al gioco, ma spero con la vostra approvazione di meritare un premio particolare, indipendentemente dal fortunato vincitore.”
L’allusione era evidente e chiara, ma anche questa volta la donna decise di non dare seguito all’allusione del notaio.

Come previsto dal valente Piscopo Spaziani l’iniziativa ebbe un successo così enorme che in soli tre giorni si raggiunse il termine minimo dei partecipanti ed arrivò perfino un’offerta, tramite vaglia telegrafico, da un ex paesano che viveva in California. Per una settimana in paese non si parlò d’altro. Tra i pretendenti che versarono ad occhi chiusi la somma di venti milioni ci furono anche l’ottantaquattrenne Don Lino Corleo, vedovo e boss del mattone nella zona a sud di Villalta, e Salvo Olgiata, il rampollo del famoso casato, appena diciottenne. A quel bando non partecipò ovviamente il giovane notaio, in quanto garante della pesca stessa.

In un successivo colloquio privato con Aurelia il notaio tornò all’attacco. Si dimostrò dispiaciuto sia per non avere i requisiti necessari, ma anche perché era ancora in attesa di una risposta e se tutto fosse andato per il verso giusto, lei a breve si sarebbe sposata.
Data la circostanza la donna per etichetta non rispose nuovamente, ma l’uomo, notando la sua punta di rossetto più rossa del solito, si alzò dalla scrivania e confessò più direttamente la sua passione.
“Non voglio perdervi Aurelia!” Disse pensando a quelle forme di femmina intatta e a quei duecento milioni ben custoditi nella cassaforte dello studio.
“Per ricompensare i vostri sforzi avevo pensato ad un dieci per cento della somma finale.” Disse lei cercando di sviare.
L’uomo però non mostrò entusiasmo all’offerta: “È una cifra notevole, ma vi prego di perdonarmi se avevo pensato ad un premio d’altra natura.”
La donna non si scompose: “Oh mio caro notaio, ora è di pubblica opinione la mia purezza. Non credo che voi vogliate l’annullamento della lotteria!”
Rimasero a fissarsi negli occhi finché lei sollevò la veletta e lui a quel punto si sentì in dovere di baciarla sulle labbra.
Fu un attimo, poi lei scostò il viso.
“Vi amo!” Sussurrò a quel punto il giovane notaio.
“Vi prego, calmatevi, non siate inopportuno… Del resto siete stato voi ad avere avuto l’idea… Conoscendo la vostra arguzia ho sperato con tutta me stessa di trovare il vostro nome tra i pretendenti.”
“Perdonatemi, ma non capisco...”
“Anche se dite di non essere fortunato nel gioco, quella manina che estrarrà il biglietto vincente avrebbe potuto essere guidata con la piena soddisfazione di entrambi... Ora non credo che io possa tirarmi indietro, pena la restituzione dei duecento milioni.”
“Ovvio sì, il mio ardore non vi costringerà mai a restituire quella fortuna che avete meritato, ma quella manina, che voi dite, potrebbe essere comunque guidata ed estrarre come vincitore Don Lino Corleo. A quel punto dovremmo solo attendere che la natura faccia il suo corso o in caso aiutarla.”
La donna strinse i suoi grandi occhi e chiese: “Voi sareste disposto ad aspettare così tanto tempo?”
“Il tempo potreste deciderlo voi anche nel rispetto della natura…”
“E come potrei?” Disse la donna assumendo un’espressione fintamente ingenua.
“Far credere al vecchio che la meta sia più vicina e poi ritrarvi, insomma la stessa tecnica che avete usato con vostro marito.”
“Prego?”
“Mia cara Aurelia, quando mi avete confessato il vostro segreto e visto che per il concorso avrei dovuto certificare la vostra purezza con il buon nome dello studio, ho dovuto prendere delle informazioni nei vostri riguardi. Ora so che non avete mai tollerato l’imposizione dei vostri genitori per cui per ripicca non vi siete mai concessa a vostro marito il quale, per alleviare le pene di quel matrimonio bianco e desiderandovi ardentemente, ha iniziato a frequentare altre tavole non potendo desinare al proprio desco.”
La donna abbassò il capo e confermò i fatti: “In parte è vero, ma non mi potete incolpare del suo passaggio a miglior vita…”
“Oh mia divina, mai lo farei, ma avere in casa una donna così seducente e allo stesso tempo inarrivabile, ha fatto sì che il desiderio del compianto Conte fosse ogni volta così tanto insoddisfatto da accrescere oltre ogni limite vitale la propria attività sessuale.”
“E dunque?”
“La sua frenetica attività sessuale ripartita in tante amanti, durante quei tre anni di matrimonio, lo ha così debilitato al punto che, a detta del suo medico, il suo cuore ne ha risentito fino ad arrestarsi.”
“Orbene?”
“La mia speranza a questo punto è affidarmi totalmente ai corsi e ricorsi storici e al vostro charme di donna seducente ed istigatrice, per cui avendo suo marito appena 57 anni e Don Lino 84 credo che i conti siano pressoché fatti. Non credete?”
La donna sorrise maliziosamente e lui la baciò di nuovo. Poi la strinse a sé cercando, con le sue mani piene di ardore, di farsi strada tra la mezza dozzina di sottogonne di impalpabile stoffa leggera che modellavano il suo vestito.
Aurelia lo fermò.
“Le regole del gioco ci impongono dei vincoli strettissimi, per cui per il rispetto dei patti mi duole dirvi che non sarete il primo a cogliere ciò che desiderate.”
Così dicendo si mise il capello, salutò il suo interlocutore, persuaso da quella risposta, e uscì dalla stanza.

Il giorno dell’estrazione, un sabato di fine dicembre, ci fu come detto una grande festa in paese con tanto di mercanti di bestiame venuti da tutta la regione, un circo e due donne di dubbia moralità che il sindaco fece accomodare poco fuori dal paese.
La Contessa Aurelia in lutto stretto e visibilmente affranta prese posto sul palco vicino alla banda che intonò diversi brani di Vivaldi e Mozart. I dieci pretendenti vestiti a festa si accomodarono nelle prime file sotto il palco. Il notaio rimase in piedi osservando la regolarità del gioco.
Per l’estrazione venne scelto il figlio del messo comunale, cognato del notaio, il quale per una non proprio modica cifra di mezzo milione di lire, diede l’esatta istruzione al piccolo, ovvero di pescare l’unico biglietto in carta lucida.

Arrivato il momento fatidico venne invitato sul palco il piccolo ovviamente bendato e la tensione salì così in alto che in quel silenzio inquietante si potevano udire chiaramente i respiri affannati dei partecipanti.
Accompagnato da un lungo rullo di tamburi il piccolo fece il proprio dovere e una volta estratto il biglietto vincente ovvero quello con impresso il nome di Don Lino Corleo, il notaio in persona si prese la briga di urlare al microfono il nome del vincitore e, ovviamente dopo aver messo in tasca il biglietto vincente, di far controllare ad ognuno dei pretendenti sconfitti gli altri biglietti non scelti e rimasti miseramente nel cappello. Constatata la regolarità del gioco fu decretato solennemente il vincitore e il sindaco stesso diede inizio ai divertimenti che durarono per tutto il giorno e la domenica seguente.

Qualche giorno dopo, come da istruzioni del notaio, la Contessa Aurelia, in attesa delle pubblicazioni ed esibendo una finta esecuzione di sfratto, redatta dal notaio stesso, si stabilì, insieme ai due rampolli Villalta nella villa di Don Lino Corleo. Anche se giudicò insolito quel trascolo il vecchio fu ben contento di ospitare nella sua casa, prima del tempo, la sua futura sposa giurando sul suo onore e sulla memoria di sua moglie morta che avrebbe rispettato la donna ed aspettato il tempo necessario per la prima consumazione.
Ma si sa che in amore i giuramenti valgono quanto l’acqua del fiume che scorre e infatti, come previsto, dopo qualche giorno di convivenza l’ex boss del mattone divenne impaziente tanto da confessare il suo desiderio impellente, ovvero che non avrebbe disdegnato di constatare fattivamente la purezza della sua futura moglie prima delle nozze.
Per Aurelia quelle parole furono pane per i suoi denti e come da istruzioni ricevute, da un lato oppose le dovute resistenze, facendo opera di convinzione, ma dall’altro, affinando la sua arte della seduzione, cedette lascivamente ad ogni tipo di effusione purché superficiale. Maestra in quell’arte e visto il precedente col suo compianto marito non le fu difficile provocare il malcapitato promesso sposo che per burla della sorte rimase ineluttabilmente tale.

Come preteso da Aurelia i due dormivano in stanze separate, ma sin dalla mattina, durante la prima colazione, l’illibata Aurelia si faceva trovare in finissima lingerie puntando con maestria sul vedo e non vedo delle sue belle gambe ancora intatte e del suo seno molto generoso. Ci fu anche una volta, durante una cena nella grande sala a lume di candela, che incidentalmente, ma non sappiamo quanto accidentale, la bretellina del vestito di Aurelia cedette magicamente lasciando alla vista del vecchio un bel seno generoso e desideroso solo di carezze e baci.
Lei confessò il suo ardore e il povero Don Lino, non resistendo a tanta seduzione, ma non potendo per il giuramento fatto approfittare della futura consorte, iniziò ad essere schiavo del suo stesso desiderio e nonostante l’età avanzata si lasciò andare agli istinti più bassi prontamente soddisfatti più volte al giorno dalla incantevole Aurelia, ovviamente rispettando la parola data da entrambi, ovvero senza usare le parti del corpo che avrebbero compromesso la sua illibatezza fino al giorno delle nozze.

Quel gioco divenne così assiduo che dopo appena una settimana il malcapitato boss si allettò iniziando così ad accusare gli sforzi di quella frenetica attività. La meta ormai era così vicina che nonostante le avvertenze del medico, accorso al capezzale del vecchio, Aurelia continuò imperterrita a portare avanti la sua missione. Con il futuro sposo in quelle condizioni e quindi non più in grado di minacciare il suo onore, ormai si mostrava nuda ai suoi occhi senza alcun pudore e senza più bisogno di pretesti. Passava le ore seduta sul bordo del letto del povero Don Lino stimolando e appagando il suo desiderio ormai molle ed esausto e mostrando svenevolmente i suoi fianchi e la rosa che di lì a breve il vecchio illudendosi avrebbe colto. Dopo tre giorni di letto assoluto e alla vigilia del matrimonio l’uomo, sfinito dal piacere dei seni e della bocca calda di Aurelia, esalò l’ultimo gemito di piacere e di vita.

Dopo i solenni funerali il notaio invitò Aurelia nel suo studio. Ormai impaziente e lontana dal vincolo imposto dalla Pesca consegnò alla donna l’ammontare della Pesca detratta la percentuale a lui spettante e ne contempo cercò di riscuotere il suo premio in natura.
Sicuro di cogliere quella rosa ancora intatta, si avventò con passione sulla donna, costringendola a indietreggiare.
“Notaio! Vi prego calmatevi!” Urlò la donna.
“Ho aspettato tutto questo tempo ed ora è arrivato il momento di riscuotere il giusto compenso.” Disse lui in preda al desiderio.
La Contessa con le spalle al muro lo respinse nuovamente:
“Mio caro notaio, vi prego ragionate. Il vostro premio può ancora aspettare perché ho in serbo un premio ancora più grande per voi.”
“Non c’è premio più grande di quello che vedo!”
“Da questa somma avete detratto il vostro onorario vero?
“Sì certo, come da vostra gentile offerta, mi sono permesso di…”
“Tranquillo avete fatto benissimo!”
L’uomo tornò all’attacco.
“Calmatevi vi dico… Proprio ora che abbiamo trovato il modo per diventare ricchi volete rovinare tutto?”
Confuso il notaio chiese spiegazioni.
“Ho pensato che pagati i debiti mi resterà poco per vivere e per mantenere i miei due figli, per cui, visto che la prima pesca è andata benissimo con soddisfazione di entrambi, non vedo perché, sventolando di nuovo il vessillo della purezza, non possa andare bene anche la seconda… e semmai una terza…”
L’uomo non rispose.
“Non siate impaziente. Non ritirando il premio ora potreste vincerne uno più sostanzioso…”
Così dicendo abbassò la veletta e lo salutò con un bacio sulla guancia: “Fatemi sapere…”
Disse chiudendo la porta.



FINE


 

























 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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TUTTI I RACCONTI DI ADAMO BENCIVENGA
Photo Anna Koudella
Model Sara Aslan

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Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso dell'autore












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