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RACCONTI

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Adamo Bencivenga
L'Anno che verrà







Photo Maja Topcagic
Model: Idda van Munster


 


31 Dicembre 1999
Accadde una sera di Dicembre di qualche anno fa.
Avevo cenato in una pizzeria ed ora ero nella mia auto guidando senza meta. Ripensavo a mia madre, a quando avevo sbattuto violentemente la porta di casa urlandole di non aspettarmi né per quella sera né mai. Un banale bisticcio che si era trasformato nel breve giro di qualche secondo in un inferno ed ora lungo quella strada mi angosciavo pensando che nonostante tutto lei fosse l’unica persona al mondo con la quale non avrei mai voluto litigare.

Fuori pioveva. Faceva freddo. Il termometro della mia auto segnava un solo grado. A tratti la pioggia diventava grandine e scendeva giù a raffiche tanto da bloccare i tergicristalli. Procedevo lentamente. Non avevo nessun posto da raggiungere e nessuna voglia di tornare a casa. Del resto cosa avrei fatto? Stappato una bottiglia di Moet & Chandon insieme a mia madre che mi teneva ancora il broncio? No, pensai, forse davvero era meglio questa pioggia! Poi avrei cercato un motel e lì avrei passato le rimanenti ore della notte, dell’anno, del secolo, del millennio.

In pizzeria avevo fatto una serie di telefonate a vuoto ed ora la mia anima era avvolta da una nera solitudine ripensando a quanto i miei amici che si stessero divertendo nei posti più disparati del mondo. Mi tenevano compagnia una bottiglia di spumante dolce scadente che il padrone della pizzeria mi aveva voluto per forza regalare e la musica della mia radio. “Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po' e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò…”

In lontananza intravedevo i primi bagliori colorati di fuochi d’artificio di qualcuno che aveva fretta di festeggiare. Non era ancora mezzanotte, ma al primo svincolo girai. Non avevo assolutamente voglia di finire in bocca a qualche festa, al traffico, al caos della città per cui dopo qualche tornante e rampa, presi una stradina buia senza lampioni che correva parallela all'autostrada nel senso opposto. Davvero non sapevo dove andare, un cane tutto bagnato improvvisamente mi attraversò la strada ed io frenai slittando sull’asfalto scivoloso.

Mi proposi di fare più attenzione, abbassai il volume della musica e dopo qualche centinaio di metri intravidi una figura incappucciata che camminava con difficoltà lungo la strada. Vestita tutta di bianco sembrava un angelo. Appena la luce dei fari la invase mise il braccio fuori dall'impermeabile. Pensai che avesse bisogno di aiuto e mi fermai a qualche metro di distanza. Attraverso lo specchietto la vidi correre ed ebbi la conferma che si trattava di una donna. Tirai il fiato in segno di tranquillità. Chissà perché poi! Aprii lo sportello.

"Mi scusi, non credevo si fermasse. Grazie davvero!”
“Ho pensato che avesse bisogno di aiuto.” Dissi.
“Oh sì, grazie, le posso chiedere un passaggio?". Disse togliendosi il cappuccio.
"Dove deve andare?" Risposi con qualche remora.
"Firenze." Rispose cercando di ripararsi alla meno peggio dentro la mia macchina.
Rimasi per un attimo a pensare.
"Posso?"
"Certo, ma faccia in fretta che si sta bagnando il sedile!"
"Mi dispiace, sa non volevo, con questo tempo..."
Ripartii senza rispondere.
"Le sono infinitamente grata, senza di lei non so cosa mi sarebbe successo stasera!". Si sedette più comoda sistemandosi i capelli bagnati dietro le orecchie.
"Ah, scusi... mi chiamo Stefania.
Girandosi, intravidi il volto nell’oscurità dell’abitacolo. Aveva un profilo davvero angelico. Decisi di fidarmi.

Dopo qualche metro si tolse finalmente l’impermeabile e con un'occhiata ammirai il suo vestito elegante.
"Cosa ci faceva in giro da sola? E poi con questa pioggia! “Stava andando ad una festa?” Chiesi.
“Venivo giù dal cavalcavia alla ricerca di un passaggio, e mi ha preso la pioggia, dietro quella sterpaglia c’è una casa colonica ed io abito lì. E’ andata via la luce, ed ho avuto paura.”
Si scostò nuovamente dal viso i capelli bagnati, era bionda dalle fattezze delicate e gentili e le labbra appena accennate.
“Oh sì dovevo andare ad una festa, era tutto programmato, ma ho litigato con una persona.”
“Mal comune mezzo gaudio.” Sussurrai.
“Perché anche lei…”
“Ho bisticciato con mia madre.”
“Sa, la notte di capodanno si è soli, quando piove ancora più soli e poi il black-out ha fatto il resto. Sono uscita di corsa e… ho incontrato lei.”
“A Firenze dove?” Domandai di nuovo.
“Dove c’è gente, dove si balla e ci si diverte. Avevo deciso di rimanere a casa, ma poi il black out mi ha spaventata!” Disse quasi scusandosi della propria condizione.
“Beh, almeno lei ha una meta! Io, invece, sto andando senza sapere per dove… e la confusione non è certo il mio sogno in questo momento.” Dissi cercando il suo sguardo.
“Chissà se due solitudini fanno una compagnia?” Sussurrò quasi impercettibile.

Proseguimmo senza parlare lungo il buio fitto di quella strada, ma sotto al cartello stradale – FIRENZE 15 KM - la radio annunciò la mezzanotte.
“Oramai credo che sia tardi per Firenze.” Indirizzò il suo sguardo nel buio della macchina. Notai che aveva notato la mia insistenza nel guardarle le gambe.
“E’ tardi per tutto a quest’ora.” Risposi.
“Dice?” Si mise più comoda sul sedile, mi chiese il permesso e si accese una sigaretta, poi guardando il mio profilo disse: “Potremmo avere la stessa età e tra persone della stessa età si trova sempre qualcosa da fare…”
Così dicendo accavallò le gambe. La sua gonna si alzò maliziosamente e il riflesso di un gancetto di un reggicalze scintillò nel buio.
“Complimenti per la sua eleganza.” Dissi per l’imbarazzo.
“Le avevo detto che era tutto programmato compreso il sesso dopo la mezzanotte.”
“Sto pensando a quella persona, non deve essere stato facile rinunciare a lei…” Dissi.
“Lo devo considerare un complimento?” Mi chiese con studiata malizia.

Passò solo qualche secondo quando avvertii la sua mano tra le mie gambe.
Mi sentii avvampare, non mi era mai capitato che una donna mi facesse delle avances così dirette. Evidentemente lei aveva notato il mio interesse, ma non dissi nulla, pensai al capodanno, alle tante storie di sesso nate e morte nella mia mente, ai tanti chilometri che avevo percorso per andare incontro ad una piacevole compagnia, al bisticcio con mia madre.

La sua mano lentamente salì arrivando delicatamente e leggera al centro del mio piacere, e tutto ciò senza alcuno sforzo, senza chiedere nulla, senza vergogna e permesso, senza minimamente domandarsi quello che avrei potuto pensare.
Sotto le luci di una stazione di servizio chiusa accostai la macchina.
“Devi fare benzina?” Ridemmo e con uno slancio improvviso ci baciammo avidamente.
“Amami e fammi sentire che questa serata non passerà inutilmente. Dimmi che non sarò mai sola, neanche a Capodanno, ti prego!” Mi disse slacciando i bottoni argentati del suo vestito.
Prese la mia testa e l’affondò sul suo seno. “Accarezzalo, bacialo, dimmi che ne avevi bisogno, che non aspettavi altro che un angelo al bordo della strada!”

Mi abbandonai su quel seno piccolo ed acerbo come una mela, ma voglioso. Non parlavo, ma davvero sentivo di essere in Paradiso, mai avrei pensato che il mio giorno, la mia notte, fosse diventata d’improvviso così calda e meravigliosa. Le nostre bocche generose di baci fecero il resto. Tirammo giù i sedili e ci lasciammo andare godendo all’istante ed insieme mentre fuori pioveva come non mai ed i vetri appannati avvolsero il più bel Capodanno che mai avevo vissuto finora.

Già, iniziava il nuovo anno, il nuovo millennio e per la prima volta avevo fatto qualcosa di indimenticabile. Mi sentivo bene! Stefania si ricompose la faccia dentro lo specchietto retrovisore.
“Ci vuoi ancora andare a Firenze?” Cercai di provocarla.
“Manco per sogno!” Disse ed io allora presi la bottiglia di spumante e la stappai. Brindammo all’anno nuovo bevendo direttamente dalla bottiglia.

Ci baciammo di nuovo.
“Fai una cosa, torna indietro per questa stradina, la mia casa ci aspetta.” Disse rovistando nella borsa. Un tocco di rossetto ed era più bella di prima.
Mi guardò intensamente spalancando i suoi occhioni verde cenere: “Sai che non conoscono ancora il tuo nome?”
Rialzando i sedili dell’auto, ma ancora dentro il sogno risposi: “Mi chiamo Anna.”






FINE





















 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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