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RACCONTI

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Adamo Bencivenga
L’amore ai tempi della guerra







Photo Chao Pavit

 


Mia madre è convinta che io sia nata una sera d’agosto, quando fuori le stelle cadevano fitte. Mia madre è convinta, nonostante abbia ventuno anni, lei mi fa sedere ancora sulle sue gambe, mi pettina i lunghi capelli e mi descrive i dettagli, ma ogni volta mi racconta una storia diversa che mischia e confonde con le altre delle otto sorelle. L’unica cosa certa è che sono nata a Can Tho, nella regione del Delta del Mekong, perché tutte siamo nate lì, in quel posto dove tutta la vita si scioglie lungo le rive del fiume, in quel caos ordinato di gente dove tutto ha una regola e una morale, dove per tutto il giorno si cerca di sbarcare il lunario e alla meno peggio si saltano in padella scalogno e filetti di pesce per i pochi sparuti turisti che arrivano fin qui nonostante le macerie della guerra.
Mio fratello Quan è il primogenito, è lui che procura il pesce, ha quasi quarant’anni e ci ha fatto da padre, perché quello vero è morto di un male che ancora ignoro e che ogni volta al primo dolore credo di avere. Gli uomini della famiglia stanno al mercato, le donne mandano avanti la casa, ma le più belle sono destinate ad altro. Ed io sono bella...

A Saigon c’è una via che si chiama la strada del sole, ecco io sono nata poco distante proprio dove cade il tramonto, perché la mia pelle è gialla e rossastra, perché il mio cuore è cenere e fiamme per i tanti uomini che mi hanno almeno sfiorata. A Saigon c’è una via che si chiama la strada del sole e proprio lì è successo, non so perché, ma lo sto scrivendo a te, forse perché sei partito e ora sarai accanto a tua moglie nella tua bella casa di Londra ed io non ti rivedrò mai più. Ma quella notte è successo, quella notte ne ho presi tanti, lo ricordo ogni volta per farmi scandalo al cuore, lo ricordo per non essere stata capace di trattenerti a me, o forse perché è successo il giorno prima che ti incontrassi. Lo ricordo perché la guerra non è solo bombe, non sono solo i bagliori che rischiarano a giorno le case sul fiume. La guerra non è solo i reportage di voi giornalisti, non è solo morte e cadaveri e miserie per la strada, la guerra è anche l’odore di stupro nell´anima dentro, è una donna che cammina da sola, un fratello ubriaco che si era scordato di farle da scorta. La guerra è una ballerina alle due di mattina che esce dal locale e si dirige a piedi verso casa, ammantata di rosso di seta, precaria sui tacchi alti, che fa tre passi insicuri lungo un marciapiede tra sterco di cani, lattine di birra e un gruppo affamato di soldati ubriachi con divise straniere.

Ed io ne ho presi dieci in una sola notte, ne ho presi dieci perché ad uno ad uno li ho contati, tutti diversi senza mischiarne gli odori, ne ho presi dieci dalle due fino all’alba, dieci davvero dai piedi ai capelli. Li ho presi nel posto più intimo dove sentivo il possesso, dove più stretta non potevo far finta che un cuore che batte ne giustifichi il verso. Ne ho presi dieci, dieci in tutto. Quanto una raffica fino all’ultimo fuoco, dieci colpi d’un cecchino perfetto che non ha sbagliato mai mira, tutti al bersaglio e mi leccavano il collo, e mi lasciavano i segni, tutti sorpresi che i miei fragili fianchi, tenessero testa ad ogni tipo di voglia, avessero un posto per alloggiarci il piacere.

Non so perché ti scrivo, scriva questo, cosa pretendo e perché tu lo debba sapere. Non cerco compassione, perché la guerra è guerra e tu la conosci bene. Tu l’hai scritta ed io l’ho subita. Perché la guerra non è solo morte, ma è anche vita amara, pianto e miseria. Forse ti scrivo soltanto perché era successo la notte precedente a quando mi hai conosciuta. E tu non te ne sei accorto, anzi nessuno se ne è accorto che nei miei occhi c’era ancora il terrore o peggio, sul mio corpo, ancora l’odore delle bestie che mai andrà via. Tu non te ne sei accorto ed io non te l’ho detto! Forse perché la guerra ci ha insegnato a mentire, ci ha insegnato a distinguere che una donna umiliata ha meno valore di uno sparo nel cuore.

Sono tornata a casa e mi sono lavata. Cos’altro avrei potuto fare? Denunciare? Confessarlo a mio fratello? Per fare cosa? Sinceramente, mio uomo ormai lontano, tu l’avresti scritto nei tuoi reportage? Lo so, lo so, tutto ha un senso, una ragione e una priorità e non credo che una violenza sia più importante di tanti ragazzi disperati che muoiono al fronte.

Il giorno dopo tu mi hai vista ed io ero sorridente nonostante quella notte ne avessi presi dieci, tutti diversi, per lingua, etnia e religione, perché natura scivolasse dentro, nell’infinita certezza che ero parte del mondo, come un cielo che è ventre di voli d’uccelli di specie diverse, come un mare che nutre grandezze di pesci affamati, come una gatta in calore che porta nel grembo incroci di semi di razze differenti.
Come me che ero soltanto la figlia d’una guerra che avevo accettato facendo il mestiere che faccio, che avevo imparato a subire, a rendermi conto che non era solo miseria e bombe, sangue e corpi sfigurati, ma anche aliti densi di vino e di birra, di urla, denti gialli e sessi non lavati.

Ne ho presi dieci senza fiatare perché m’ero promessa di resistere, anche perché se avessi chiesto aiuto, chi mai si sarebbe avvicinato. Praticamente uno stupro muto, come in quei film dove solo in seguito si aggiunge il sonoro. Sentivo nel mio ventre il destino e quello ho avuto, uno ad uno come cani e sciacalli che aspettano in silenzio il proprio turno per finirsi la preda. E il turno lo decidono i rapporti di forza, i più deboli saranno sempre gli ultimi ad accontentarsi degli avanzi.
Erano tanti e per non impazzire a tutti ho dato un nome, un pretesto, ad ognuno una ragione per la quale era dentro di me, anche se poi, come mia madre fa con le mie sorelle, ora confondo le mani e i capelli, misure di sessi bianchi europei e neri occidentali, e il colore degli occhi si mischiava in una luce riflessa, la stessa che quella notte proveniva dal mare, mista all’odore di pioggia e di fango.
Ero stanca, ma cercavo di resistere al dolore, perché non volevo sprecare un solo momento, di quella rabbia che intensa mi spaccava da dentro, non volevo vanificare in un banale urlo quel ricordo che vivo rimane indelebile ogni volta che ora faccio l’amore. Forse sì, di questo te ne sarai accorto.

Il giorno dopo sono andata comunque a lavorare, non ho detto nulla a casa, ma mi sentivo senza fili, sballottata, sporca, cercavo protezione, quando sei comparso tu. Forse volevo solo che tu conoscessi il mio stato d’animo, che tu sapessi cos’è l’amore ai tempi della guerra e perciò ho accettato il tuo invito a ballare.

 

 


FINE






 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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