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RACCONTI

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Adamo Bencivenga
Atlantide







Foto Peter Nguyen

 


Lui adesso vive in California lungo la strada che porta a San Pedro, ha la faccia di uno che ha capito e anche un principio di tristezza in fondo all'anima. È diventato un grosso coltivatore di fiori di zucca e stravede per la sua donna che chiama Lisa. La conobbe un giorno d’agosto e le cambiò il nome quando lei, passando di lì per caso, lo vide sotto la veranda a suonare il suo banjo e, calpestando la terra arida, gli chiese se avesse bisogno di aiuto.

Lui forse la riconobbe e la fece accomodare nel cono d’ombra per vederla più bella, poi le preparò una bevanda calda di miele, zucca, cannella con due gocce di Havana Club ed insieme si misero ad ascoltare le nuvole. Non erano molte in quella stagione, ma erano bianche e correvano veloci e allora lui le disse che ognuna di loro somigliava ad un accordo del suo banjo e se avesse ascoltato quel cielo con attenzione avrebbe sentito il frusciare di quel passaggio dentro il suo cuore.

Lisa allora obbedì, posò la sua borsa di corda sul tavolo, posò il suo pacchetto di Lucky Strike senza filtro e le venne spontaneo canticchiare una vecchia ballata irlandese che grosso modo faceva così:

Where have all the flowers gone? Long time passing
Where have all the flowers gone? Long time ago
Where have all the flowers gone? Girls have picked them every one
When will they ever learn?


Lei aveva un vestito lungo non adatto alla stagione, a strisce verticali color arancio come le zucche, aveva un accento come quello di San Pedro e la sua faccia ricordava il crollo di una diga. Portava un bracciale nero al polso di peli d’elefante, un vecchio ciondolo con l’effige della Madonna di San Pedro e un cappello giallo a falde larghe pieno di ricordi. E allora lui iniziò a suonare il suo banjo, ma lei smise di cantare. Le venne naturale parlare del suo Joe, suo unico grande amore, morto ammazzato dentro un bar della route 66 per mano di un coltello infilzato nella sua pancia. Lei scappava dal suo matrimonio e da suo marito e il destino aveva voluto che anche quell’uomo scappasse dalla sua vita.
Nonostante fossero passate poche ore dall’alba avevano già bevuto quattro boccali ciascuno di birra scura quando lei pensò per la prima volta di farci l’amore, non perché ne fosse attratta, non perché fosse bello, anzi era piuttosto grasso e quasi obeso, ma solo perché vedeva nei suoi occhi il destino beffardo e alla lontana il suo viso le ricordava quello di suo fratello morto da soldato, tra il fango e le zanzare, dentro un bordello lungo la riva del Mekong.
Joe intuì il suo desiderio e sorrise, poi si alzò e la trascinò sollevandola fino al bancone. In piedi consumarono altri due boccali di birra scura quando lei a quel punto si decise e gli chiese di fare l’amore. Lui sollevò i suoi capelli, le baciò il collo e le disse: “Lo avevo capito, piccola!” Poi eccitato iniziò a toccarla, prima i fianchi, poi il sedere e infine tutto il resto. Stordito dal piacere le mise una mano sotto la gonna e si accorse che il suo paradiso era già caldo, umido, disponibile ed accogliente, ma il locale era pieno di gente e allora lei si ribellò, o fece finta di farlo, perché non era il momento, perché in fin dei conti era pur sempre una donna sposata o solo perché non voleva che gli altri si accorgessero che fondamentalmente le piaceva farsi toccare il seno e soprattutto il sedere.
Lui però, incurante di quelle suppliche, continuò a baciarla alzandole la gonna oltre i fianchi e lasciandola praticamente nuda, e allora fu un attimo, quando tutte le voci si placarono, quando nonostante fosse mattina il sole fuori si tinse di un rosso tramonto e tutti smisero di bere e tutti rimasero a guardare quando qualcuno pensò bene di sentirsi un eroe, di avvicinarsi a lui e di difendere la donna agitando il suo coltello.

Poi andò come andò, ma Lisa mentre raccontava la sua storia sotto quella veranda pensò che il suo racconto non fosse poi così interessante e allora prese dalla borsa il suo rossetto e si dipinse le labbra di un rosso intenso quasi scarlatto. Continuò senza smettere finché lui le confessò che da sette anni aspettava quel momento, aspettava che qualcuno le raccontasse quella storia, e fu proprio in quell’istante che la chiamò Lisa, il nome della protagonista del suo romanzo, che avrebbe intitolato Atlantide, ma che non aveva ancora scritto. Poi quando le disse: “Tu sei quella con cui vivere!” Gli si formò una ruga sulla guancia sinistra.

E quando fu il suo momento le raccontò dei suoi sette anni nel terzo raggio di San Quentin, dove aveva imparato a non fare più domande del tipo: “Conoscete per caso una ragazza di San Pedro, la cui faccia ricorda il crollo di una diga?” Quando Lisa le chiese il motivo, lui si ritrasse, ma poi le disse che quella ragazza portava un cappello giallo pieno di ricordi e un vestito lungo non adatto alla stagione, a strisce verticali color arancio come le zucche.
Poi continuò a parlare di quella mattina quando entrando in un bar della Route 66, vide, in piedi al bancone, un uomo importunare la donna, era grasso quasi obeso e stava affondando la mano destra nel sedere di lei e l’altra mano non vedeva l’ora di farle lo stesso lavoretto dalle parti del seno. Andò come andò e finì come finì con un coltello nella pancia di quell’uomo grasso e lo scorrere lento del sangue lungo il pavimento di finto linoleum.
Lui ancora oggi ritiene di essere stato un eroe, e ancora oggi si sorprende come quando il poliziotto nero le mise le manette ai polsi perché quell’uomo di nome Joe era il fratello del Governatore e nessun avventore testimoniò a suo favore. La ragazza nel frattempo era uscita dal locale e lui fece solo in tempo a vederla correre lungo il ciglio della strada, poi salire dentro un camion di passaggio e volatizzarsi lungo la strada che portava a San Pedro.

Lisa capì e non capì, dubbiosa se credere a quell’uomo o lasciarsi rapire dal destino, ma le piaceva stare dentro quel cono d’ombra sotto quella veranda ad ascoltare le nuvole. Correvano bianche e prendevano forme strane d’uccelli ed a lei ricordavano quando bambina con il viso rivolto verso l’alto giocava corredo per metri lungo la ferrovia per poi perdere l’equilibrio e cadere sul prato. Ma in realtà aspettava solo che lui le dicesse di rimanere lì e di aiutarlo ad annaffiare le zucche. Lui se ne accorse e allora le offrì un boccale di birra scura, e allora le chiese, semmai fosse rimasta, cosa avrebbe preferito per cena e cosa la mattina per colazione.

Allora lei intonò di nuovo la sua canzone preferita pregandolo di accompagnarla con il suo banjo.

Where have all the young girls gone, long time passing?
Where have all the young girls gone, long time ago?
Where have all the young girls gone?
Gone for husbands everyone. Oh, when will they ever learn?


Lui allora si lasciò andare con qualche accordo, poi si sedette vicino a lei, nell’unico cono d’ombra sotto la sua veranda, il cono era piccolo e allora lei si strinse per fargli posto. Lui la baciò su quelle labbra e sentì il sapore del rosso scarlatto e sentì il sapore metallico di una lama insanguinata. Comprese in quel momento quanto fosse impossibile opporsi a quell’attrazione, comprese quanto l’amore sia più energico di ogni forza fisica e allora l’abbracciò e le toccò prima il seno e poi il sedere e allora le chiese il permesso di chiamarla ancora Lisa e senza aspettare risposta le disse che avrebbe finito il suo romanzo perché finalmente aveva capito il suo gesto, il suo destino, il terzo raggio e quelle zucche, aggiungendo sottovoce che solo ora era in grado di chiedere perdono a quell’uomo.
 

 







FINE




 
 
 



Il presente racconto è liberamente ispirato dal brano “Atlantide” di Francesco De Gregori
I versi in inglese sono tratti dalla ballata folk "Where Have All the Flowers Gone?" di Pete Seeger
Il pezzo sulle Nuvole è ispirato dal brano le Nuvole di Frabrizio de’ André

Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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Photo    Peter Nguyen

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