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IL RACCONTO E' ADATTO AD UN PUBBLICO ADULTO

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Serendipity
Il signore delle Carte






 



      A quell’epoca avevo 26 anni, un lavoro noioso e una personalità in vacanza. A quell’epoca avevo poche amiche e molti amanti. Ciascuno con la sua storia, ciascuno con il suo nomignolo. Non chiamavo nessuno per nome. Non chiamavo nessuno, in realtà, limitandomi a rispondere fiaccamente alle loro domande banali e interessate.
Tra questi amanti c’era quello che avevo soprannominato Signore delle Carte. “’Sta sera non posso, viene il Signore delle Carte”, dicevo alle mie amiche per giustificare l’ennesimo rifiuto a raggiungerle in qualche serata mondana di scollature dozzinali, tacchi alti e accessori vistosi. “Si, Signore”, la mia unica risposta alle sue domande che, più che domande, erano ordini e affermazioni: “Vengo alle 8”, “Siediti lì”, “Aspetta”, “Togliti tutto, ma lascia le scarpe, ‘sta sera voglio scoparti con indosso le scarpe”. Gli piaceva anticipare a parole quello che mi avrebbe fatto, come si sarebbe servito di me. Lo faceva con tono calmo, la voce bassa, virile e sicura, e allo stesso tempo formale e distaccata, come stesse leggendo il proclama ufficiale del sindacato dei giornalisti che anticipa e conclude la trasmissione del telegiornale della sera, andato in onda in forma ridotta a causa dello sciopero.

Era stato così fin dall’inizio, fin dalla prima sera quando, alla conclusione di un noioso aperitivo in centro con conoscenti comuni, mi si era avvicinato, calmo e naturale e, senza modificare il tono della voce, mi aveva detto “Mi piacerebbe scoparti, devi essere una scopata sontuosa. Chiamami se ti va”. Subito dopo se ne era andato trascinando un compagno verso la macchina, parcheggiata sfacciatamente in divieto di sosta, al centro della piazza. Non aveva aspettato la mia risposta, non si era voltato a guardarmi se non prima di afferrare la maniglia dello sportello. Uno sguardo senza espressione, intenso. Io ero ancora nella stessa posizione, avevo solo socchiuso la bocca, come se stessi per pronunciare delle parole che tardavano a comporsi in qualcosa di sensato. Il mio sguardo fissava già da 5 minuti lo spazio vuoto, non più occupato dalla sua macchina, quando mi resi conto che non mi aveva lasciato neanche il numero. Mi resi conto che quella era la prima ed unica azione che avrebbe lasciato fare a me; la prima delle tante umiliazioni che avrei ricevuto. Avrei dovuto chiedere io il suo numero alla conoscente in comune, avrei dovuto chiamarlo e poi non avrei dovuto fare altro che assecondarlo, senza fare domande, possibilmente senza neanche parlare, a meno di essere espressamente interpellata.

Lo chiamai cinque giorni dopo, il mercoledì, calcolando che dopo due giorni sarebbe stato di nuovo fine settimana e quindi ci saremmo potuti vedere con più calma. Lui non era sorpreso di sentirmi e, se era contento, non si preoccupò di comunicarmelo in alcun modo. Mi disse soltanto che sarebbe venuto da me il giorno dopo, alle 19.30, di farmi carina perché da me non avrebbe accettato nessuna delusione. Quest’ultima fase fu enunciata con tono leggermente più acuto che sarebbe potuto sembrare ilare.
Il giorno dopo, e per i successivi sei mesi, si presentò puntuale, come aveva detto. Un bacio leggero sulle labbra, entrando dalla porta. Uno sguardo fugace intorno, solo la prima volta, per scegliere dove accomodarsi nel salottino che fungeva da ingresso, salotto e unico spazio vivibile del mio piccolo appartamento.

Si sedette, comodo, le braccia larghe sui braccioli del divano. Con lo sguardo, senza parlare, mi guidò verso la poltroncina Ikea appoggiata al muro e poi verso lo spazio vuoto di fronte a lui. Mi disse che ero carina e che non lo avrei deluso. Mi chiese qualcosa da bere. Andai in cucina voltandogli le spalle e, accentuando il movimento del bacino, mi lasciai accarezzare dal suo sguardo esperto.
Quando ritornai, lui era seduto a gambe larghe e busto leggermente spostato in avanti. Si era fatto spazio sul tavolino basso di fronte a lui, ammucchiando le riviste e gli ammennicoli colorati dei quali solevo circondarmi a quell’epoca. Aveva poggiato lì di fronte un pacchetto di Lucky Strike e un accendino Bic, nero, di quelli grandi. Non l’avevo visto fumare in tutta la sera, l’unica volta che l’avevo visto prima di allora, ma in effetti non l’avevo osservato con attenzione perché non sembrava particolarmente interessato a me, non prima di quello strano commiato.
Alzò leggermente lo sguardo quando entrai nel salotto, mi disse di sedermi e di raccontargli una storia, una storia qualsiasi, mentre lui si preparava al suo piacere. Mi disse proprio così. Mi fermai un attimo di troppo, stavo pensando se chiedergli cosa voleva che gli raccontassi e assecondarlo in tutto, o se ribellarmi e fargli notare che aveva detto “suo” piacere e non “nostro”, che non sapevo niente di lui…. Lui scosse la testa prima ancora che io risolvessi la mia indecisione. Mi disse “Ti ho detto di sederti, tra un attimo ti porto in sogno con me. Tu, intanto, raccontami una storia. Puoi spogliarti se ti va, altrimenti ci penso io dopo”.

Appoggiai il bicchiere che avevo in mano sul tavolino, senza invadere quello spazio che si era minuziosamente ritagliato. Gli avvicinai il portacenere di vetro blu, lo poggiai proprio al centro del suo spazio, la mia mano a 5 centimetri dal suo viso. Mi chiesi se quella mano gli avesse trasmesso il mio profumo, se lo trovasse piacevole. Lui ancora una volta rispose ai miei pensieri ruotando il viso per seguire i miei movimenti e poi guidarli lì dove mi aveva già ripetuto due volte di andare.
Mi sedetti dove lui indicava, non mi spogliai. Iniziai a parlare. Raccontai in ordine strettamente cronologico quello che avevo fatto durante la giornata, dalla colazione, al risveglio, alla lunga e accurata preparazione per quell’incontro, nel tardo pomeriggio. Raccontai i pensieri, elencando i gesti ai quali avevano dato vita, mentre lo fissavo con ostinazione e mi lasciavo ipnotizzare dai suoi movimenti morbidi e studiati.

Lui sorrise, la testa bassa. Gli piaceva quello che dicevo, come lo dicevo. Si compiaceva di sé stesso, della sua scelta, di stare lì. Io ero solo marionetta del suo teatrino, che non aveva voglia di manovrare, “marionetta dotata di discrezionalità”, purché esclusivamente votata al suo piacere.
Si concentrò solo un attimo su quel sorriso, solo su quello, la testa bassa perché io non me ne potessi impossessare, poi procedette nella sua occupazione.
Si spostò un po’ indietro sul divano, comodo, tranquillo, e tirò fuori dal taschino interno della giacca un borsellino di pezza indiano, colorato, che strideva con la misurata eleganza del suo abito. Aprì la cerniera ed estrasse un pacchetto di cartine RIZLA, che poggiò sul tavolino, e una bustina di plastica con dentro un tocco di fumo. Ne morse un pezzetto, riponendo la parte restante nella bustina. Estrasse una sigaretta dal pacchetto, che ripose sul tavolo mentre riscaldava e sminuzzava il pezzettino di fumo che aveva misurato per l’occasione. Quando ne fece un piccolo mucchio, nel palmo della mano sinistra, riprese in mano la sigaretta. La leccò lungo il punto in cui la carta bianca si richiudeva su se stessa e la sbucciò per tre quarti della sua lunghezza, lasciando intatto un piccolo pezzo di tabacco, avvolto nella carta bianca e la parte del filtro, color ocra. Con i denti estrasse il filtro bianco di ovatta dall’involucro esterno. Con la mano destra lo tolse di bocca e lo mise nel posacenere. Rispostò quindi la sua attenzione, e io con lui, sul mucchietto raccolto nel palmo della mano sinistra che ora conteneva non solo la polverina scura del fumo, ma anche i ciuffetti dorati di tabacco. Mischiò soavemente quegli ingredienti e dispose il tutto in una linea, per tutta la lunghezza del palmo della mano aperta. Sfilò una cartina, la appoggiò sopra il mucchietto allineato e poi girò le mani, una sull’altra, in modo da avere il tutto nella mano destra, con la cartina sotto e la linea di tabacco e hashish sopra. Arrotolò la cartina su quel contenuto e lo dispose in maniera omogenea per tutta la lunghezza. Recuperò lo scheletro di sigaretta svuotata del tabacco e del filtro e lo incastrò nella estremità inferiore nel mucchietto attorno al quale arrotolò la cartina. La cartina, richiudendosi su se stessa, formò un cilindro quasi perfetto, con un’ala laterale costituita dalla cartina in eccesso. Fece aderire ed incollare bene la parte in cui la velina bianca ritrovava sé stessa. Leccò per tutta la lunghezza, in modo da rianimare la colla che avrebbe sigillato l’incontro tra le due estremità. Rimosse la cartina in eccesso, che si staccò facilmente lungo quella linea umida di saliva. Il capolavoro era pronto.

Questi furono gli unici preliminari che si concedeva e ai quali si abbandonava in assoluta solitudine.
Fece sparire tutti i suoi attrezzi lì da dove erano venuti. Non c’era neanche una paglietta di tabacco fuori posto e il tavolino era lucido come lo avevo accuratamente preparato io: il suo passaggio non lasciava mai tracce visibili.
Spostò il portacenere vicino a lui, sul bracciolo del divano. Appoggiò il busto indietro, stese e divaricò le gambe e la sua espressione mi comunicò che stava comodo, era soddisfatto e ora poteva occuparsi di me.
Mi afferrò il polso, senza parlare, mi guidò verso di lui. Mi fece sedere sulle sue gambe. Mi divaricò leggermente le cosce e sistemò la mia gonna a formare un semicerchio ordinato che partiva da me e continuava sulle sue gambe, sotto.

Percepì il mio sesso bagnato per la prima volta in quel momento e arrossì al pensiero che lui potesse sentirne il calore attraverso i pantaloni sottili di lana di seta. Una nuvola di umore acido e fluido solleticò le mie narici e respirai avidamente, come se in quel modo potessi cancellare le tracce delatrici del mio crescente desiderio. Non mi aveva ancora nemmeno sfiorata, ma sapevo che la mia anima di femmina aveva goduto di quei preliminari almeno quanto lui.
Il cuore pulsava vibrazioni e calore. I brividi mi facevano drizzare la schiena. Il mio sesso era già pronto perché si era sentito accarezzato, piegato e poi strappato come quella trasparente velina e già fremeva sapendo che tra un attimo sarebbe stato accesso ed poi aspirato.
Lui mi passò la mano destra con una carezza intorno al collo, risalendo dal bacino lungo la schiena. Poi mi piegò leggermente la testa verso di lui e mi sussurrò all’orecchio che avevo un buon profumo. Avvicinò la mano sinistra a risalire tra le mie cosce, lenta e determinata verso la fontana rovente. Liberò per un momento da me la mano destra. Con quella, si portò la canna in bocca e l’accese, aspirando profondamente. Trattenne il respiro, il suo petto gonfio di aria speziata. La mano destra si allontanò dalla bocca. Mi stringeva ora forte sul collo. Nello stesso istante in cui soffiò quel fumo intenso affondò l’altra mano dentro di me. Un unico movimento, profondo, forte, deciso, che mi scosse come una frustata. Mi tenne ferma e poi iniziò a massaggiare dolcemente, esplorando i lati e le profondità alle quali non poteva arrivare semplicemente con le dita. Io ero una diga che crollava al suo passaggio ed inondava tutto ciò che c’era intorno.

Riportò le dita alla bocca per una seconda tirata, più profonda della prima. Chiuse leggermente gli occhi e liberò il suo sesso non meno pronto del mio. Mi spinse per terra, le ginocchia magre sul pavimento freddo e la mia bocca sul suo sesso. Mi scostò lieve i capelli del volto, voleva godere con gli occhi della vista, così come con l’uccello godeva della mia bocca.
La terza tirata tardò un po’ ad arrivare, assorto dal piacere che riceveva tra le gambe. Il calore dell’estremità infuocata che bruciava sempre più vicina alle dita lo richiamò al suo rituale.
Mi lasciò la testa, mi baciò per la prima volta, succhiando avidamente il sapore trasparente del suo sesso dalle mie labbra. Poi mi allontanò. Mi disse di spogliarmi perchè mi voleva guardare.
Mi alzai. Avevo già tolto la maglietta e la gonna e lo guardavo elemosinando un commento con occhi lucidi e insicuri quando il fumo grigio uscì per la terza volta dalla sua bocca carnosa e liscia. Volevo che lui facesse caso alla mia biancheria nera di pizzo, ma a lui non importava. Mi disse di togliere anche quella. Disse di sedermi sulla poltroncina e di accarezzarmi perché ero bella da guardare mentre godevo.

Riuscirono a poco le mie mani, dopo aver provato le sue. Feci quello che potevo, mentre lui finiva la sua canna e mi osservava, la sua mano libera che strozzava e liberava violentemente un membro possente e ingordo.
Spense il mozzicone, allontanò il posacenere, si liberò dei vestiti e mi permise nuovamente l’accesso nel suo spazio. Mi volle in ginocchio sul divano, a offrirgli da dietro le mie spalancate profondità.
Mi penetrò con un solo colpo deciso e violento, come un attimo prima con le mani, poi esplorò e affondò di nuovo.

Non durò molto quella prima volta, ma mi ha concesse il suo ardore per tre volte di fila, prima di andare a cena, con qualcun altro, ripulito e in ordine come si era presentato da me due ore prima.
Sulla porta mi disse “Avevo ragione, sei una scopata sontuosa”.
Venne a farmi visita una o due volte a settimana per i successivi sei mesi, baciandomi sulla porta, entrando, e salutandomi con frasi oscene all’uscita. Preparava sempre una canna, prima di iniziare, che fumava guardandomi, masturbandosi o toccandomi e, occasionalmente, percuotendomi.
Non ho mai saputo molto di lui, parlammo pochissimo. Ora non ricordo neanche più il nome di quello che per me rimarrà sempre il “Signore delle Carte”.




FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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Serendipity
Photo    JUSTINE N

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