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RACCONTI

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Serendipity
Four Seasons
ROMANZO BREVE


IL ROMANZO E' ADATTO AD UN PUBBLICO ADULTO






 



1. L'Appuntamento
C’era passata altre volte da quell’invisibile cancello di sguardi in livrea, indagatori ed esperti, che precedono di qualche secondo l’aprirsi automatico delle porte del Four Seasons. Non molte volte, in effetti, ma quanto basta per riconoscere quell’ambiente sospeso ed incerato, uguale in tutti gli alberghi di lusso, che diventa familiare e rassicurante già dopo il primo, seppur fugace o distratto, soggiorno.

E Lei, al Four Seasons, c’era già stata. C’era stata una volta, formale tailleur scuro, per una cena di lavoro con una delegazione Turca. C’era stata un’altra volta, vestito informale, leggero e scollato, per una cena romantica con quello che allora era ancora un amante incerto, eppure premuroso. C’era stata un’altra volta, come cliente della Spa, per una giornata di benessere e lusso che doveva fugare dalla testa brutti pensieri e spiacevoli sensazioni accumulati in un difficile e lungo inverno.

Ora, invece, ci tornava come aveva immaginato tante volte di fare, durante quegli interstizi segreti tra chimere, programmi e elaborazioni oniriche che ogni tanto le rapivano i pensieri, senza mai chiedere un riscatto. Ci tornava, ora, da Troia, anzi, da Gran Troia.

A convincerla era bastato quel lieve tono di sfida in quella richiesta semi-seria interrottasi un attimo prima di essere formulata. Era bastato un attimo e, come sempre le succedeva, la decisione era già presa, e divenuta definitiva, e ovvia, come fosse stata discussa e vagliata per intere settimane, invece di quell’unico, profondo, imperscrutabile secondo.

Allo stesso modo con cui Lui non si era mai spinto a formulare quella richiesta esplicita, Lei non si preoccupò di spiegare come e perché fosse arrivata a quella decisione.

Gli disse solo di aver scritto a quel loro “Amico”, che sarebbe stato per il Venerdì successivo, che Lei avrebbe prenotato una seduta accurata dall’estetista, mentre Lui avrebbe dovuto comprarle un completo nuovo, adatto alla situazione.

Lui fu, nell’ordine, incredulo, incerto, sorpreso e poi man mano emozionato, fiero e raggiante. Sapeva che Lei lo faceva anche per Lui, per Loro, per un equilibrio di coppia ricercato e raggiunto su dimensioni sempre diverse e altezze vertiginose anche solo da immaginare.

Lui avrebbe voluto fare piani, concordare discorsi e situazioni.

Lei non ne voleva parlare. Diceva, maliziosamente, che non c’era nulla di cui parlare; che sarebbe stata una “professionista” come entrambi sapevano che potesse essere, crudele e generosa, secondo l’istinto del momento.

Lui la spiava in ogni momento, attento a cogliere ogni sguardo distratto, ogni risposta evasiva, per cercare di capire se stava ripensando o semplicemente pensando a quella decisione.

Lei ripeteva che non ci stava pensando affatto, che non c’era bisogno di nessuna specifica preparazione, semmai di qualche nuovo acquisto che valorizzasse il corpo che avrebbe prestato a quell’ “altra” e provocatoria Lei.

Il giorno dopo andarono in centro, tra facoltosi turisti Russi e Giapponesi. Comprarono un paio di scarpe, con un vertiginoso tacco a spillo e strass, e un completo intimo di pizzo nero, balconcino e perizoma, talmente sottile e morbido che una volta infilato si sarebbe detto disegnato sulla pelle, invece che indossato.

Lei volle che fosse Lui a scegliere e a pagare quella lussuosa licenziosità, perché potesse avere un assaggio di quanto altera e crudele potesse diventare la sua donna, perché, se Troia doveva essere, tanto vale che iniziasse a farlo da subito, con suo marito.

Fino al venerdì la settimana scorse normale. Lui si consumò d’impazienza e avrebbe fatto di tutto pur di cancellare quell’attesa. Lei rimase calma e naturale, apparentemente distratta da quelle mille trame invisibili che quasi nessuno, neanche Lui, riusciva a identificare; poi. di tanto in tanto. lo sorprendeva con battute inaspettate, a rimarcare il suo imminente status di “cornuto”.

Non modificò le sue abitudini, né i suoi ritmi e solo all’estetista, il mercoledì precedente, invece di essere la solita cliente distratta e accondiscendente, chiese un particolare riguardo nella depilazione intima e controllò il risultato prima di alzarsi dall’ormai appiccicoso lettino.

Quella stessa sera , non mancò di far ammirare al marito la sua nuova intima acconciatura, invitandolo ad accertare dapprima con le mani e immediatamente dopo con la lingua quanto fossero lisce le sue labbra completamente depilate, e quanto fosse facile penetrarle, la sua voglia già liquida spalmata a mo’ di balsamo su quell’inguaribile ferita.

Il venerdì tornò a casa un po’ prima dal lavoro. Lui era già lì ad attendere quell’attesa che sarebbe davvero iniziata solo con la sua partenza e che si sarebbe protratta per un tempo che non sapeva immaginare, e che già non sopportava.

Lo vide da fuori prima di entrare, ombra inquieta che riaccostava le tende, proprio accanto alla porta di ingresso a piano terra. Non suonò il campanello, ma aprì la porta con le sue chiavi, entrando rapida e sfilando trench, borsa, casco e accessori in pochi, rapidi e misurati gesti. Lo sfiorò con le labbra “Ciao Amore”, e si arrampicò veloce su per le scale tanto che l’eco del suo “Vado su a prepararmi” si confuse con il rumore dei tacchi che già si sfilavano e delle ante dell’armadio che già si spalancavano alla sua vista in camera da letto.

Lui aspettò qualche secondo prima di raggiungerla al piano di sopra. La trovò, ma non la sorprese, quasi nuda che stendeva sul letto il mini abito nero, di seta, accanto al balconcino e perizoma, già predisposti e maliziosamente offerti allo sguardo di Lui. Lui cercò di stringerla a sé, ma Lei scivolò via, come saponetta tra le mani bagnate, e sorridendo gli disse “questa sera sarò crudele, sfuggente e irraggiungibile, almeno per te… almeno fino quando non deciderò di tornare e, ….forse…, raccontarti tutto”. Sparì in bagno, portandosi dietro il senso di quelle parole.

Lasciò la porta aperta, solo un poco accostata, a quarantacinque gradi. Aprì l’acqua della doccia e si liberò degli ultimi indumenti e dei suoi anelli mentre il vapore aleggiava già tutto intorno alla stanza.

Entrò infine nella doccia e ci rimase per un po’. Si lasciò accarezzare dall’acqua, a occhi chiusi, e poi dalle sue stesse mani che, nell’accompagnare il doccia-schiuma, era come se dessero vita in quel preciso istante ai contorni del suo personaggio, donandogli movimento e colore, come la penna del fumettista sul touch screen del suo PC. Anche fuori dalla doccia continuò a massaggiarsi con creme leviganti ed essenze profumate.

Lui rimase dietro la porta al buio, fiato sospeso, e solo di tanto in tanto si affacciava per dare un’immagine ai movimenti e alle sinuosità che il suo cazzo, ricettivo, intuiva e anticipava.

Lei gli sorrideva, di spalle, e lasciava che fosse il suo culo e non lei ad accompagnare quelle realistiche fantasie.

Solo alla fine torse viso e busto un po’ verso di Lui e lo invitò a colmare quella immaginaria distanza chiedendogli di spalmarle la crema sulle spalle. Lui si servì dal flacone e ne versò una noce sul palmo della mano sinistra che poi avvicinò al viso per sentire di cosa avrebbe odorato la sua donna quella sera, ad un olfatto altrui. Da una mano la passò anche all’altra e poi fece scivolare entrambe sulla schiena di Lei e poi oltre, in mezzo alle rotondità che così bene conosceva.

Lei lo lasciò fare, solo per un po’, sapeva di non essere bagnata, non del suo stesso trasparente liquore. Sapeva che Lui voleva verificare solo quello e che sarebbe stato allo stesso tempo felice e irritato di quella scoperta. La voleva bagnata, indecente, all’idea di donarsi a Lui, il suo uomo, per tramite di un cazzo altrui.

Le chiese perché non lo fosse.

Gli disse “non è ancora il momento”, si chiese per un attimo sgomenta“lo sarà mai?”, accelerando nel mentre i suoi gesti, cercando di confondere e camuffare quell’unico, assorbente, pensiero.

Lei finì di truccarsi allo specchio del bagno e osservò di sbieco, solo un attimo, il quadro nel suo complesso prima di sottoporsi al più benevolo, seppur intransigente, giudizio di Lui.

Lui avrebbe voluto gli occhi più neri, le guance più ombrate e le labbra lucide e brillanti esattamente in quel modo. Lei usò il solito make up, naturale ed elegante, solo un po’ più marcato per l’occasione. Regina dei contrasti, si spruzzò addosso un tocco di essenza di gelsomino e thè verde che avrebbero dato una punta di asprezza e frescore all’ambrosia arsura della sua muliebre intimità.

Infilò il vestito, si arrampicò agile ed esperta sui tacchi sottili, facendo ondeggiare l’immagine completa allo specchio una sola giravolta in avanti, e una indietro. Al collo aveva un filo di perle; le dita, altrimenti delatrici, le aveva lasciate maliziosamente prive di anelli, così come prive di accessori erano le orecchie, libere così di accogliere sussurri e lingue insolenti.

Lui non perdette un passaggio di quella meticolosa preparazione, anche se apparentemente era impegnato a mettere ordine al suo archivio, nella stanza accanto.

Più volte pensò che fosse pronta ed ebbe l’istinto di allungare la mano a coglierla, salvo poi doverla ritirare quando Lei, distrattamente assorta, dava mostra di doversi ancora completare.

Diceva che si sarebbe offerta, senza fretta e senza deduzioni, sia a Lui sia a quell’altro, ma in ogni caso Lui avrebbe dovuto aspettare, come “quando nei negozi di lusso il commesso sottrae al tuo impaziente tocco il pacchetto che hai appena acquistato affinché possa attaccarci fino all’ultimo nastrino o forse solo perché tu possa soffrire ancora un po’ prima di poterlo possedere…”.

Poi Lui si distrasse, pensando al suo destino, e Lei si fece trovare già davanti alla porta di casa, statuaria e luccicante, lo spolverino e la borsa in mano, senza muovere un ulteriore passo perché fosse Lui ad aprirle la porta di casa e la portiera della macchina. E che poi le facesse pure da autista, e solo quello.

Fu mezz’ora dopo che attraversò le porte del Four Seasons e quell’invisibile cancello di sguardi dai quali non si lasciò trafiggere, ma solo lusingare.




2. L'Aperitivo
Superate le porte del Four Seasons raggiunse dritta e sinuosa il bar della lobby. Riconobbe subito il suo “cliente”. Sedeva alla destra della sala, un po’ in disparte, ma ben visibile con la cravatta rosso fuoco e una sola, lunghissima, rosa poggiata di traverso sul tavolino.

L’Altro la vide entrare prima ancora che facesse risuonare il tintinnio regolare dei suoi tacchi a spillo nella sala. La notò come se fosse lì da sempre ad aspettare solo Lei e immaginò quelle labbra lucide già avvolgere la sua istantanea erezione. Poi Lei si fermò un attimo, apparentemente soprappensiero, a controllare il contenuto della minuscola borsetta e l’Altro si ricordò di essere lì per accontentare le fantasie proibite di una irreprensibile mogliettina, e non quella che sembrava una splendida escort.

Il pensiero era ugualmente eccitante, sapeva quanto potessero essere disinibite e generose le donne che si concedono qualche trasgressione seguendo un istinto rapace, che parte da dentro, alla ricerca della soddisfazione, e del piacere.

Non sapeva come quella cacciatrice femmina fosse fatta, ma non poteva negare che lo avesse davvero colpito. In fondo, gli aveva già regalato più di una onanistica esplosione di piacere, senza nemmeno sfiorarlo, condividendo con lui, con parole puntuali e spudorate, eppure raffinate, i suoi impudenti desideri. Era come se con quelle parole lo volesse istruire, lui navigato libertino, dicendosi allo stesso tempo timida e novizia. In fondo, era una fantasia niente affatto rara quella di vendersi a un altro uomo, con la connivenza del “cornuto” marito, il tanto dileggiato cuckold degli annunci erotici, ma Lei era riuscita a rendere quella situazione unica, arricchendola di nuovi ed espliciti significati. Nei suoi messaggi era riuscita a scomporre ogni sensazione in infinitesime sfumature, come particelle al microscopio. Aveva dato un’immagine e consistenza al profumo chiamandolo “groviglio insidioso che penetra e quasi perfora le narici”, che raggiunge e stordisce il cervello. “penetra”, aveva scritto: era tipico dei suoi messaggi usare parole che, nel descrivere con precisione onomatopeica un’immagine, allo stesso tempo richiamavano alla mente molte altre immagini, in genere più esplicitamente erotiche, quasi se tra l’immagine principale e quella sottintesa ci fossero automatiche relazioni di causa ed effetto. Era dopo un suo esplicito richiamo a essere meno “superficiale” e comunque solo rileggendo i suoi messaggi più e più volte, in momenti diversi della giornata, che si era reso conto che ciascun messaggio era in realtà un insieme di messaggi, leggibili uno alla volta, a seconda del senso e della direzione che si riusciva a dare all’inizio del messaggio, a volte anche di ogni frase.

I suoi messaggi creavano un labirinto di emozioni nei quali Lei riusciva maliziosamente a nascondersi e poi farsi ritrovare.

Era come se in ogni messaggio ripartisse dall’inizio, eppure riusciva a riprendere e proseguire il discorso portandolo sempre un po’ in là. Le sue risposte erano sempre originali, anche quando rispondevano in maniera prevedibile a domande banali.

C’era più erotismo nei suoi messaggi che in una raccolta decennale di PlayBoy. Aveva descritto le mani, ancora astratte e già sinuose, che irradiano quel mix di calore e brividi che inchioda la schiena, e infuoca le guance. Aveva riprodotto con le sue parole lo scalpitio elettrico del fiato quando soffia sul collo e della lingua nelle orecchie che percuote il bacino, inumidisce le mani e ingrossa i sensi. Aveva descritto il percorso delle sue mani, sul corpo di Lei, raccontando il livello di pressione di ciascun dito, come se ognuno avesse vita autonoma. Aveva detto che il suo corpo avrebbe reagito come la tastiera di un pianoforte e che infiniti sarebbero stati gli accordi che le sue mani avrebbero potuto eseguire, se lui fosse stato capace di farla suonare. Era come se solo leggendo i racconti di Lei si fosse davvero reso conto di avere dieci dita, ciascuna di lunghezza, movimenti e dimensioni tali da stimolare un punto diverso del corpo, oppure gli stessi, ma in maniera diversa. Aveva poi descritto con tale vividezza l’arrivo delle sue labbra sul suo sesso che si era quasi sentito avvolgere e poi stringere e risucchiare, tanto da dover spostare lo sguardo dallo schermo del computer al proprio inguine sbottonato, più in basso, per accertarsi che non ci fosse nessuno accovacciato tra le sue gambe.

A parole si era dimostrata un’amante paziente e scrupolosa. Le sue parole si facevano spazio nei pensieri, come lingua geisha su territori conosciuti, e su territori nuovi.

Non aveva dato nessun’altra immagine o descrizione di sé. L’annuncio era corredato da una foto di spalle di una ragazza tonica e slanciata, con rotondità sudamericane, ma lui non aveva creduto che la foto la rappresentasse davvero e l’aveva semplicemente ignorata, rassegnato al fatto di poterla vedere, semmai avessero organizzato l’incontro, solo e finalmente di persona.

D’altra parte, era talmente stimolante leggere i suoi messaggi che ben presto si era dimenticato di chiedersi come davvero fosse. Non poteva essere così bella e suadente come le sue parole. Che motivo avrebbe avuto a cercare un amante occasionale – cinquantenne e tendenzialmente depravato - tramite annuncio su un giornale se davvero lo fosse stata? Sarebbe stata comunque ricercata, raffinata e tremendamente eccitante se avesse ripetuto con le sue stesse mani e le sue stesse labbra anche solo metà di quelle parole.

In realtà, gli aveva più volte detto di non riuscire a immaginare come sarebbe stato, ma che si aspettava che lui la usasse come pensava che “una come Lei meritasse di essere usata” e per questo, solo per questo, aveva posto tanta attenzione a raccontare quello che pensava, perché lo faceva e cosa sarebbe stato “dopo”, qualunque fosse stato il “prima” di quel “dopo”.

Si era detta sincera e proprio in virtù di questa sua sincerità aveva chiaramente affermato tutto ciò che diceva e che tutto ciò che avrebbe fatto sarebbe stato funzionale a mettere in atto una splendida finzione, la sua “indimenticabile e irripetibile” (aveva usato le virgolette, come tutte le volte che voleva incorniciare le parole, perché non passassero inosservate) rappresentazione di quello che doveva essere una “Gran Troia”. E come Gran Troia non avrebbe lesinato cure e attenzioni, ma allo stesso tempo non avrebbe tollerato nessuna distrazione. Descriveva come Lei si immaginava che fosse. Si era detta assolutamente inesperta, alla prima e probabilmente ultima esperienza di quel tipo. L’altro non sapeva quanto di quel racconto fosse veritiero, o anche lontanamente plausibile, ma doveva ammettere che era riuscita a sorprenderlo e a colpirlo tanto da volerla subito incontrare, senza negoziare, alle condizioni che Lei aveva posto, accettando il rischio di quella che poteva essere una grande delusione.

Stava proprio cercando di arginare il rischio di una grossa delusione, immaginando l’arrivo di una donna sorridente e tutto sommato piacente, anche se “normale” quando il suo cazzo, prima di lui, si accorse dell’arrivo di quell’altra lei e la mise subito a recitare da protagonista di un inesistente copione. Decise che non avrebbe respinto quella pulsione e che tutto sommato valeva la pena mantenere viva e alimentare quell’erezione.

Lei, come sempre, sembrava individuare i suoi pensieri. Era entrata decisa, procedendo sicura verso di lui per fare in modo che la notasse e iniziasse già a desiderala. Poi aveva fatto finta che le squillasse il telefono e si era fermata in mezzo alla sala per interrompere il flusso di quei pensieri e far scoppiare la bolla della sua illusione. Facendo finta di scrivere un messaggio dal telefonino si era spostata sul lato destro della sala, piroettando due/tre volte sui tacchi per interferire e catalizzare nuovamente i suoi pensieri. Dopo pochi istanti indovinò nel viso dell’Altro un sorriso di compiacimento e lo sguardo di nuovo instabile, calamitato verso destra da Lei e verso il centro della sala da un vuoto che avrebbe dovuto presto riempirsi.

Lasciò che il successivo pensiero si materializzasse nella testa dell’Altro e che lo sguardo di lui si spostasse dal centro della sala all’orologio del telefonino, silente, al centro del tavolo. “Potrebbe anche non venire” fu tutto quello che pensò, ma Lei aveva già approfittato della sua breve distrazione per colmare la distanza, passare come un’ombra di fronte a lui, e poi accomodarsi al suo fianco, in perfetto orario.

Rimase con la schiena eretta, al centro della poltrona, le gambe né accavallate né stese in un’asimmetrica ed elastica geometria. Lasciò che l’orlo della gonna si innalzasse in maniera naturale al di sopra dell’orlo scuro delle calze di seta e si allungò in avanti per impossessarsi della rosa e odorarne l’inesistente profumo.

Non disse una parola, d’altra parte l’aveva anche detto che riusciva a esprimersi molto meglio per iscritto che di persona, ma sorrideva, raggiante e imbarazzata.

L’Altro cercava di formulare almeno qualcuna tra le mille banali e inutili parole che affollavano la testa, ma si rese conto di essere stranamente inibito e che in quel momento non avrebbe potuto far altro che ascoltare il suo stesso silenzio.

Ascoltò invece, per la prima volta, la voce dei Lei “non-profuma-peccato-prima-o-poi-la-troverò pure-una-rosa-che-profuma---è-molto-bella-però-grazie”, una voce che sembrava trascinarsi il ricordo di un accento straniero, forse spagnolo, un tono di voce basso, un ritmo decisamente innaturale frutto di un’imbarazzata apnea, “¿ordiniamo- da-beree?” una “e” di troppo, alla fine della frase, ma era il suo modo per passargli la parola e poter riprendere a respirare.

“si,,,, certo,,,, con piacere” si riprese l’Altro, di nuovo padrone delle sue azioni, le pause rimarcate per trasfondere ossigeno alla discussione, in soccorso di Lei. La voce da uomo, profonda, studiata. Fece segno al cameriere e ordinò due flutes di champagne, senza chiedere se per Lei potesse andare bene. Era bastato un attimo perché riconquistasse il suo ruolo. Se lo ripeteva dall’inizio di quella storia che non avrebbe dovuto conquistarla, ma pensarla già sua e, ora che l’aveva di fronte, non desiderava altro che possederla.

Lei era giovane, oltre che bella, il suo imbarazzo genuino, come il suo fascino.

Lo guardava dritto negli occhi e con quello sguardo lo guidava ad esplorare il suo corpo, come nei suoi messaggi lo aveva guidato a esplorare le sue emozioni. Ora giocava, le unghie smaltate ad accarezzare i petali della rosa, e le braccia piegate in avanti a incorniciare i piccoli e pieni seni. Continuava a guardarlo dritto negli occhi eppure sembrava notare tutto in quella stanza, e nella sua testa, e nei suoi pantaloni. Si accorse dell’arrivo del cameriere, alle sue spalle e si spostò perché potesse posare il vassoio sul tavolo. Notò un signore entrare nella sala e accomodarsi in disparte, qualche tavolo più in là. Sorrise, a bocca piena e incurvata di una misurata messinscena, strinse la rosa in una mano e sollevò in un sol gesto il suo calice e tutta sé stessa dicendo che sarebbe stato meglio consumare i drink in camera.

Fece un percorso a zig-zag sui tavoli, passando accanto a quel signore. L’Altro la inseguiva da dietro, schiavo dei movimenti del suo sedere e non poté vedere quella splendida donna sussurrare al suo uomo, seduto in disparte e in incognito in sala, di aspettarlo lì sotto “farò tardi”.



3. La Suite
Lei tratteggiava la strada sui marmi lucidi con il triangolo della suola e i puntini degli esilissimi tacchi, un passo davanti all’altro, con un sinuoso movimento del bacino. Si diresse dritta, senza esitare, verso gli ascensori, di cui conosceva la collocazione. Spinse il bottone, quello con la freccia verso l’alto e non si voltò mai indietro a guardare il suo Ospite, il suo Cliente, né quello che si poteva ancora vedere dell’ombra di suo Marito.

Appoggiò il polso destro al bordo dell’ascensore, il braccio piegato a “V” a congiungere quell’esile polso a un corpo fino, ma forte e teso. Il braccio sinistro, lungo e morbido lungo il fianco, reggeva il bicchiere incastrato a goccia tra il medio e l’anulare, mentre il pollice continuava a disegnare interminabili ghirigori tutto intorno al bordo. Sentì l’aria soffiarle sotto le ascelle e gelarle il velo di sudore che, nonostante l’ostentato autocontrollo, tradiva la sua tensione. Provò imbarazzo, come se fosse stata scoperta in un atto meschino, di prosaica e vile umanità.

Un impulso irruente e spontaneo partì dal cervello, raggiunse il suo stomaco come inondazione d’acqua nei canali di scolo, assestando un colpo diretto, sordo, che le risucchiò tutta l’aria. Le diceva di ritrarre e abbassare il braccio e nascondere quelle invisibili gocce di sudore, nascondersi ella stessa in un solitario e protettivo abbraccio, innervandosi nuovamente in su, lungo il fianco destro, e poi la spalla e il braccio, fino al polso, fino alle ultime tre dita. Resistette a quell’impulso, bastò solo un attimo, il tempo necessario per riempire d’aria il suo stomaco e ritornare padrona delle sue misurate azioni. Non abbassò il braccio, anzi, girò la testa e abbassò il mento fino a sfiorare con le labbra la spalla liscia, calda e morbida. Si riconobbe nel suo caldo profumo e ritrovò il vortice di pensieri e di emozioni che l’aveva trascinata fino a lì.

Con la coda dell’occhio scorse la mano destra del suo Cliente, tesa, nervosa, venti centimetri più indietro e più a sinistra di lei. Si voltò con un gesto troppo repentino, si piazzò esattamente di fronte a lui e lo fissò sfacciatamente negli occhi senza più sbattere nemmeno le palpebre. Gli prese la mano sinistra, la mano libera dal bicchiere, con una forza eccessiva con la quale voleva simulare la sua decisione, e la portò sotto quella stessa ascella. Lui rimase spiazzato, le dita rigide nell’attesa di qualche input dal cervello che non fece in tempo ad arrivare.

Lei passò la mano nell’incavo e, senza mollare la tenace presa, la portò alla bocca e cominciò a leccare. Leccava il suo odore, il suo ancora freddo e già acido umore, leccava come gli animali si leccano le ferite in un gesto dimostrativo di insicurezza e sottomissione, più che di provocazione. Gli occhi ancora fissi e già lucidi facevano quasi paura, ma lei non osava interrompere il contatto perché non avrebbe saputo cos’altro fare.

Arrivò l’ascensore a salvarla, prima il “dlin” metallico, poi lo scivolare sordo delle porte, poi un fascio di luce più forte e fredda alla sue spalle. Lui la spinse dentro, spalle allo specchio e lei intimamente ringraziò per quell’involontaria “accortezza” che le aveva permesso di non incontrare, almeno per il momento, la sua immagine riflessa che, sentiva, non avrebbe potuto sopportare.

Sia lui che Lei mantennero un ostinato e surreale silenzio, per tutto il tragitto, fino al successivo “dlin” dell’ascensore, fino al “zang - za” della serratura elettronica. Lui fece strada nei corridoi illuminati. Le camminava accanto, la mano destra appoggiata sulla curva della schiena ad indicarle la strada, in un gesto di premurosa galanteria. Lei si lasciava portare, affondando i tacchi nella striscia di tappeti che ne ingoiavano il rumore. Pensava a suo Marito, così lontano sette piani più in basso, e così presente da farle sentire ancora i suoi occhi addosso, con il loro potere ipnotico e direttivo. Istintivamente inarcò la schiena ed enfatizzò il movimento del bacino, là dove immaginava si sarebbe appoggiato il suo sguardo.

Entrò in camera sicura, guardandosi intorno per studiare velocemente come era fatta la stanza, quali punti di appoggio avrebbe potuto utilizzare, quali le vie di fuga, se e quali le tracce del Cliente in quella suite che probabilmente sarebbe stata usata solo per poche ore.

Era evidente che il personale di servizio era entrato in camera dopo di lui, nascondendo le tracce del suo passaggio e predisponendo la stanza per la notte, con luci soffuse, lenzuola piegate in un perfetto angolo, ciabattine ai piedi del letto e una bomboniera di cioccolatini sul cuscino.

Nella sala, all’ingresso, le luci erano soffuse e sul tavolo era stato predisposto un secchiello con una bottiglia di Veuve Cliquot già imperlata di condensa.

Sapeva cosa voleva Lei, cosa voleva suo Marito, e cosa voleva quell’Altro uomo che la fissava ancora incredulo e, nonostante l’annunciato ruolo, ancora troppo poco intraprendente. In fondo Lei doveva essere la “sposina” alle prime lezioni di erotismo “outdoor” e lui il “vecchio porco”, il Cliente contattato con l’espresso volere del Marito affinché il primo potesse possedere interamente le carni e il secondo la testa e l’anima di quella giovane, sensuale e ricettiva Lei.

Si chiedeva se, e quando e come l’avrebbe presa. Svuotò con un sorso il contenuto del bicchiere che si era trascinata da giù e osservò con maggiore attenzione quell’uomo che ora stava trafficando con il telecomando dell’impianto audio e video per scegliere un’adeguata colonna sonora.

Era magro e posato come aveva scritto, non molto alto, probabilmente poco più di un metro e settanta, le spalle sotto la giacca elegante sembravano proporzionate e dritte, anche se non particolarmente larghe, come piacevano a Lei. Dall’alto dei suoi tacchi, Lei lo sovrastava di almeno un palmo. Questo pensiero la divertiva e al tempo stesso la eccitava perché trovava tremendamente umiliante sottomettersi a un uomo che sembrava fisicamente meno forte e prestante di Lei.

Aveva una capigliatura folta data l’età dichiarata di 55 anni, un po’ brizzolata, specie sulle tempie e un ciuffo “ribelle” sul collo, all’altezza dell’orecchio destro.

Lo osservava con attenzione non perché ne volesse valutare l’attrattività, alla quale era completamente indifferente, quanto piuttosto per imprimere l’immagine nella sua mente e poterla poi descrivere al Marito. In ascensore aveva annotato la forma del viso, allungata, ovale, quasi femminile, una carnagione chiara e degli occhiali blu con una montatura sottile e un taglio classico, rettangolare. Aveva notato con piacere che la pelle del viso era perfettamente rasata, cosa che dentro di sé sperava, non sopportando di essere sfregata dagli ispidi peli maschili.

Non sopportava neanche la sensazione dei suoi stessi peli, tra le cosce, da quando, per “esigenze di copione” si era fatta depilare le grandi labbra. Solo tra le cosce, però, visto che suo Marito era affezionato ai suoi bei ciuffi neri e a una visione frontale del pube folto e triangolare, come nelle foto d’epoca, come nella sua raccolta di fotografie di nudo degli anni ’80. E Lei, del suo ciuffo, era particolarmente fiera perché, secondo Lei, contrastava con tutto il resto, con la sua misurata eleganza, con la sua felina sensualità, con il suo naturale pudore, e non poteva, quindi, che denotare la totale appartenenza di quel ciuffo ad altri e non a Lei. Il ciuffo era per Lei come le iniziali di Sir Stephen marchiate a fuoco sulle natiche di Madame O.

Stava pensando alla dipendenza da suo Marito, e alla dipendenza di quest’ultimo da Lei, al loro legame di totale appartenenza fisica e mentale, di come Lui l’avesse istintivamente sedotta e come poi l’avesse man mano sottomessa, soggiogata, dominata mentalmente e fisicamente per soddisfare il suo stesso bisogno di essere sottomessa, posseduta, violata, istruita, domata. Lei che era istinto alla stato puro, Lei che era sessualità animale, liquida e vulcanica. Lei che, quando l’aveva incontrato, non riusciva né sapeva di poter controllare le sue esplosioni, ma che gli aveva da subito comunicato il suo bisogno di essere guidata e istruita a qualche forma sublime di perversione.

Stava pensando a Lei, tre anni prima, e a suo Marito adesso, che la possedeva al punto tale da lasciarla godere di un cazzo altrui senza neanche bisogno che Lui la guidasse, e la stesse a guardare.

Lei era talmente assorta nei suoi pensieri che, come spesso le capitava, si era completamente alienata dalla dimensione concreta e attuale.

Il suo Cliente la stava fissando già da un po’, evidentemente intuendo, se non il contenuto, almeno la natura dei suoi pensieri, ma non sembrava essere ferito. Al contrario, sembrava compiaciuto del poter avvalersi di quel gioco perverso che, se lo escludeva dal beneficio finale e più cerebrale del rapporto di appartenenza di quella Donna a lui solo momentaneamente prestata, lo rendeva comunque unico fruitore di un piacere immediato, ben più prosaico, ma non per questo meno appagante. Se quell’invisibile e pregnante presenza ci teneva tanto a essere “Cornuto”, e se quella “premurosa” sposina ci teneva tanto a essere trattata da Troia, tanto valeva dare a entrambi, così come al suo cazzo pulsante che irrimediabilmente iniziava a dolere, una bella soddisfazione.

La vide arrossire sotto il suo sguardo insistente ed evidentemente lascivo e determinato finalmente restituita al mondo reale dal vortice dei suoi pensieri, e a quella reale finzione. Le si avvicinò, le tolse il bicchiere di mano, senza darle null’altro da stringere in cambio. Le volse momentaneamente le spalle e si andò a sedere su una larga poltrona, la bottiglia in mano che iniziò a spogliare con mani esperte, senza nemmeno guardare.

Le disse che era stupenda, molto di più di quanto pensava, di quanto potesse sperare. Le disse che voleva guardarla in tutta la sua abbagliante sensualità.

Lei sapeva cosa significavano quelle parole. Lei, cieca e vorace nel suo piacere, sapeva quanto agli uomini, a certi uomini, piacesse guardare prima, durante e spesso anche a volte anche al posto del toccare. Sapeva che il Cliente le stava dicendo di spogliarsi, e di farlo in maniera provocante, sensuale e lenta, affinché lui ne potesse godere. Sapeva anche quale era l’accordo che doveva rispettare. Come se fosse una navigata professionista sfoderò un raggiante e teatrale sorriso di circostanza e ricordò la natura di quella “relazione”, nonché la parte dell’accordo che prevedeva il pagamento in anticipo.

Lui non si scompose affatto, disse, anzi, che Lei aveva perfettamente ragione. Estrasse dalla tasca interna della giacca una pacchettino quadrato, 15 cm per lato, grigio scuro con un nastro rosso di raso. Fece per allungarglielo, ma poi ci ripensò. Si accomodò sulla poltrona e appoggiò il pacchetto sul tavolino, accanto alla lampada, esattamente sotto il fascio basso di luce. Le disse “ecco, è qui, ma ora te li devi meritare”.


4. Il Corrispettivo
Lei guardò curiosa il pacchetto, sapeva che le avrebbe detto molto di Lui, di come pensava di stupirla e conquistarla, se non nell’immediato, almeno nel ricordo. Lui non aveva fatto domande al riguardo, come del resto non aveva fatto domande, chiedendo chiarimenti, su niente di ciò che Lei gli aveva scritto. Si limitava a commentare, a rispondere, a cogliere le provocazioni o a lanciarne di nuove.

Lei apprezzava che lui avesse afferrato il senso di quelle comunicazioni e, soprattutto, il fatto che nessuna affermazione e nessuna omissione fossero casuali. Aveva capito che dietro alla sua apparente volubilità si celava una quasi ossessiva metodicità, e che in alcun modo Lei avrebbe “dimenticato” di rispondere a domande che reputava stuzzicanti e pertinenti, tralasciando invece di ricordare tutto ciò che non considerava armonico con il discorso o con la situazione.

Lei non sapeva quanto e cosa di quello che voleva comunicare gli fosse effettivamente arrivato e quanto, invece, fosse stato ignorato, frainteso o finanche trasfigurato. In fondo, le importava solo che Lui la desiderasse al punto tale da scoprirsi e impegnarsi molto più di quanto non si chieda a un occasionale e sconosciuto amante. Per questo aveva chiesto il “suo” pacchettino in anticipo, pur sapendo che non l’avrebbe comunque aperto e che si sarebbe fidata di Lui non meno di quanto si fosse fidata, fino a quel momento, del suo istinto.

Al contrario di Lui, non le interessava lasciare un ricordo indelebile o una traccia inconfondibile del suo passaggio. Le interessava creare e vivere un solo momento e poi lasciarlo affossare come uno di quei sogni, intensi e agitati, che la mente capricciosa e crudele a volte confina tra i ricordi, confusi, di momenti reali. Le interessava il prima, e il dopo. Le interessava osservare quell’idea di Donna prendere forma e sostanza nel copione di una sera per poi ricongiungersi, qualche ora più tardi, all’essenza di Lei qualche piano più in basso, affianco a suo Marito.

Era questo che si era detta prima, come se non dovesse mai concretamente passare da quella stanza, ma ora che la sua luce, e quasi solo quella, illuminava la stanza, si rendeva conto di quanto fosse presente, quasi ingombrante il corpo.

Ora osservava il suo corpo, e lo sentiva, nel suo reagire agli stimoli del momento. Ora annusava il suo profumo che già cambiava odore in osmosi con i vapori invisibili di quella stanza, preparandosi a mischiarsi con il sapore di lui. Lui che, prima di diventare un ricordo, era presente, estraneo, ma comunque concreto, e attuale. Colui al quale, con quel pacchetto, aveva venduto il suo corpo e che ora reclamava con uno sguardo deciso e virile il diritto di poterlo usare.

Era seduto sulla poltrona, le mani incrociate nel grembo. L’aveva tenuta a distanza, poggiando il pacchetto al suo lato, ma dicendole di non potersene ancora impossessare. L’aveva tenuta a distanza per poterla meglio osservare, e desiderare, ma ora le fece segno di avvicinarsi. Lei lo fece lentamente, incrociando un piede davanti all’altro e poi aprendoli fino alla larghezza del bacino una volta davanti a lui.

Lui le portò le mani sul bacino, accarezzandola dolcemente lungo la linea dei fianchi in su, dalla vita alla curva delle ascelle, e poi di nuovo giù, fino all’attaccatura delle cosce. Lo fece tre volte allargando ogni volta un po’ di più la rotazione, fino a sfiorarle i capezzoli, in alto, e contornare ciascuna natica in una mano, in basso. La accarezzava da sopra il vestito e Lei sentiva il contatto liscio della seta sul suo corpo e allo stesso tempo la pressione crescente di lui. Poi la prese dai fianchi e la fece girare, lei inarcò istintivamente il bacino e sentì un brivido di freddo e di emozione quando lui le sollevò il vestito.

Rimase solo un attimo a guardare e poi le sfilò subito il perizoma. Non aveva mai visto un sedere così pieno e tornito. Gli sembrava così armonica la curva della pelle che il pizzo del perizoma sembrava sottrarre anziché aggiungere sensualità a quel corpo. Lei agevolò esperta quell’operazione, stringendo le gambe per far scivolare il perizoma sulle caviglie e poi sollevando prima un piede poi l’altro dall’ovale delle stringhe sul pavimento. Riaprì le gambe quanto bastava per poterci infilare le mani senza nulla sottrarre all’eleganza del suo corpo. Lui la spinse più vicina a sé, una mano a cucchiaio sul davanti, quasi a sorreggerla, e una mano aperta dietro, poggiata sulla curva lombare, che spingeva in avanti per farla incurvare.

Sentì il suo fiato avvicinarsi al sedere e le labbra sfiorarne la curva. Poi riportò anche l’altra mano sul didietro ed entrambe più in basso, con tocco vigoroso, i pollici a separare le natiche alla vista di pieghe più scure della pelle e di due buchi che lottavano con quei pollici piantati ad arte cercando di contrastare il movimento naturale del buco più alto, che si stringeva e ritirava, e il buco più in basso che si apriva e dilatava.

La sua bellezza l’aveva ferito e pensava che prenderla e osservarla in quel modo l’avrebbe resa più simile a tutte le altre donne che aveva usato. Sapeva che non gli avrebbe fatto resistenza, ma allo stesso tempo si sentiva stranamente sopraffatto. Si concesse il lusso di torturarla, con il suo silenzio e la sua immobilità, i pollici piantati tra le natiche e lo sguardo, solo quello, che già ne penetrava le profondità.

Lei era immobile, gli occhi chiusi che correvano tutto intorno alla stanza e riproponevano la scena da mille diverse angolazioni. Si sentiva nuda, esposta, accessibile, indecente e bellissima, come sempre le accadeva quando trasformava sé stessa in uno splendido “oggetto” di piacere. Sentiva il suo corpo cedere alla pressione delle dita, al ricatto dell’immobilità che rifiuta e allo stesso tempo stimola il movimento interno. Sentiva la scintilla partire da quelle dita e diventare focolaio sempre più ardente a ogni respiro immobile di lui. Poi sentì il focolaio divampare fiamma da un unico centro, in profondità tra le cosce, per poi scorrere, lava ardente, tutto dentro di lei.

E fu quella lava che incontrò la lingua di lui quando, stanca di osservare, si tuffò tra le grosse labbra scure. Un vulcano che non smetteva di eruttare e che allo stesso tempo risucchiava in un vortice di piacere che assorbiva entrambi. Lui si alzò e in quella posizione la prese subito, con forza, da dietro, senza neanche toglierle di dosso il vestito. Furono poche e violente scosse che fecero tremare la stanza per poi farlo crollare. Lei quasi non si mosse, aspettando che quella prima scossa la attraversare lasciandola quasi del tutto indenne. Poi, quando il tocco di lui la lasciò libera di muoversi, si rimise dritta e, senza girarsi a guardare chi o cosa l’avesse appena penetrata, andò nell’altra stanza.

Lui pensò che se ne sarebbe andata, e già rimpiangeva di non aver offerto di più alla sua vista, alla sua lingua e alle sue mani ancora avide. Lei non se ne andò. Dopo qualche minuto tornò dal bagno sorridente, completamente nuda, ancora accompagnata da quella sua camminata flessuosa e sicura sui tacchi a spillo di strass, unica cosa di sé che non aveva abbandonato.

Era la prima volta che la vedeva interamente nuda, e di fronte, avendo solo sfiorato quei seni che ora vedeva immobili, tondi, intorno a capezzoli grandi, impertinenti e scuri. Vedeva il ciuffo folto e nero, al quale qualche minuto prima si era aggrappato per sorreggere la sua ultima violenta scossa, vedeva le cosce forti e sode che reggevano un busto marmoreo, effeminato più che femmineo.

Lei sorrideva, un sorriso divertito, spontaneo, sincero. Si versò da bere e riempì un bicchiere anche per lui. Glielo portò nella sua poltrona, contrastando autoritaria il suo tentativo di alzarsi da quella posizione. Si inginocchiò tra le sue gambe, sfilò completamente i pantaloni, e aprì la camicia scoprendo il ventre. Beve un lungo sorso dal suo bicchiere, poi spostò la lampada affinché il fascio di luce illuminasse l’indecisione del sesso di lui e poi la sua stessa bocca, che lo ingoiava lentamente per restituirlo alla luce ogni volta un po’ più grande, e decisamente più duro.

Lo destò completamente dall’iniziale pigrizia e indugiò a lungo in quella lenta, lasciva e decisamente intima “conversazione”. Il corpo era immobile, ma allo stesso era vivo e vibrante, le ginocchia unite e la schiena incurvata. Poi si alzò, ancora incontrastata protagonista, e si sedette a cavalcioni sulle gambe di lui e quella stessa poltrona, dalla quale non si sarebbero allontanati non solo in quel secondo, ma neanche al terzo atto della commedia che vide Lei inginocchiata e lui di nuovo possederla da dietro, con più calma, ma non con meno vigore della prima volta. Lei partecipò ad ogni atto irrorando il suo Cliente con un dolcissimo sapore, senza dire una parola, mugulando solo in un paio di volte per assecondare il flusso del suo piacere.

Quando ritornò in stanza, dopo essersi allontanato qualche minuto per ricomporsi dagli eccessi della terza battaglia, Lei era di nuovo vestita, seduta a gambe incrociate sulla poltrona, la sua borsetta in una mano e il pacchettino grigio nell’altra, ancora chiuso e infiocchettato.

Lui capì che non sarebbe rimasta il tempo necessario per fissare nuovi ricordi, le disse se beveva ancora un drink, e al suo gentile ma eloquente rifiutò, si rese conto che il suo tempo era inesorabilmente finito. Le disse che ora poteva aprire il suo pacchetto, che si era ben meritata e che mai denaro era stato meglio “investito” come in quella serata. Lo disse sicuro, sapendo di non aver peccato di taccagneria avendo, anche se solo in parte, intuito il livello della persona che avrebbe trovato di fronte quella sera.

Ma Lei tornò capricciosa e altera, come nei suoi messaggi, e dicendo che non aveva mai dubitato di poterselo meritare, si alzò dritta sui tacchi, il pacchetto ancora chiuso in mano e si avviò verso la porta. Lui chiese se poteva accompagnarla e Lei rise divertita di quella nuova forma di imbarazzo e di galanteria. “Non c’è bisogno”, disse “ti sei forse dimenticato che sono una DONNA SPOSATA?”, sottolineando con l’intonazione sia la parola “donna”, sia la parola “sposata”. Vide crollare in un sospiro tutta la sicurezza di lui, che, evidentemente, se ne era dimenticato. Non avrebbe lasciato la stanza, ancora piena dell’essenza di Lei, senza rimarcare il vero senso della serata.

Gli disse che suo marito la aspettava nella lobby dell’albergo, dove era rimasto tutta la serata e che era a Lui, Lui soltanto, che era dedicata la serata. Gli disse che, “nonostante tutto” era stato molto piacevole e che non vedeva l’ora di poterglielo raccontare in modo da continuare a goderne con Lui. Sentì la porta richiudersi alla sue spalle troppo più in fretta di quanto galanteria e buona educazione avrebbero indicato e capì che, nonostante gli accordi iniziali, il suo cliente avrebbe preferito non sentirsi dire così spudoratamente di essere stato usato. Aspettò l’ascensore nel cupo silenzio dei corridoi del Four Seasons, e di quella tarda ora che si intrufolava potente e subdola come fumo da sotto le porte.

Suo marito era alla stessa poltrona nella quale lo avevo lasciato, nonostante il bar avesse già chiuso il servizio ai clienti da alcune ore. Leggeva un libro, con occhi vigili e affaticati che la rapirono e interrogarono ansiosi non appena entrò nell’atrio. Gli chiese come era andata e Lei disse solo “come pensavo”. Lo baciò sulle labbra e gli disse “Andiamo a casa. Ti amo”. Le chiese se l’avesse “pagata”. Gli rispose di sì, indicando il pacchetto tra le mani, e aggiungendo di non sapere ancora quanto.

Il pacchetto lo aprì solo in macchina, il marito accanto, al volante, che guardava distrattamente la strada. C’erano tre cose, come Lei aveva chiesto: un indumento intimo, un assegno e “una sorpresa”. Lui non aveva fatto domande circa le sue richieste, ma aveva chiesto due chiarimenti in merito alla taglia dell’indumento intimo e all’intestazione, e alla cifra, da indicare sull’assegno. Lei aveva detto che per la taglia sarebbe andata bene “quella che immagini che io porti”. Ora constatava che, in fondo, era stato gentile e allo stesso tempo irriguardoso comprandole un reggicalze di pizzo, color nero e viola, taglia 40, ma che nonostante tutto “ci aveva azzeccato”.

La “sorpresa” non era altro che un bocciolo aperto di rosa purpurea con un biglietto sul quale un tratto deciso ed elegante aveva scritto “grazie per esserti aperta a me”. Quando lesse ad alta voce quella frase il marito chiese se il pacchetto fosse stato confezionato “prima” o “dopo” il loro incontro, ottenendo in risposta un laconico e distratto “prima”.

L’assegno era intestato correttamente all'Associazione in difesa delle Donne vittime della violenza che Lei gli aveva indicato, con valuta di quello stesso giorno, clausola “non trasferibile” e firma in calce, già pronta per l'incasso. La cifra era decisamente generosa: non aveva mentito quando aveva detto che “si aspettava tanto da lei” e non si era tirato indietro quando Lei gli aveva proposto di pagare “quello che pensi che una notte con me possa valere”.

Il marito chiese quale fosse la cifra e a sentire di quanto si trattasse ripeté la domanda con un tono molto più scherzoso e rilassato “ma sei proprio sicura che il pacchetto non è stato confezionato prima e non DOPO il pompino?...”.












FINE

 





 
 
 





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Photo    JUSTINE N

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