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RACCONTI

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Serendipity
Delizia per gli occhi, delizia per il palato!






 



      Quella volta avevo chiesto io a Stefano di invitare una donna per uno degli aperitivi glamour che ogni tanto ci concediamo.

L’avevo conosciuta nell’anticamera del Dott. Guidi, il mio medico di base. Eravamo solo io e lei, in quello stretto ed angusto corridoio che funge da sala d’attesa.

Non era orario di visite. Il medico mi aveva detto di passare a quell’ora sapendo che i suoi orari di lavoro poco si conciliano con i miei.

Quando lei entrò nello studio, alzai lo sguardo dalla rivista di moda che stavo sfogliando distrattamente. Indossava un abito leggero di lino bianco, perfettamente stirato. Cadeva morbido sulle sue curve sode, come se le accarezzasse. La scollatura profonda, a V, e il taglio stile impero facevano risaltare un seno tondo, fresco, morbido.

Sulla pelle ambrata e morbida del collo indossava una collana di onice che nella sua nera lucentezza faceva risaltare ancora di più il candore del suo vestito e la vivacità del suo sguardo.

Niente in lei dimostrava tracotanza o volgarità. Al contrario, la sua figura, i suoi movimenti, il suo odore, erano perfettamente armoniosi e misurati, come una brezza primaverile.

I nostri occhi si incontrarono, si specchiarono gli uni negli altri, e si sorrisero subito. Eravamo entrambe imbarazzate perché avevamo sempre pensato che il Dott. Guidi concedesse quelle visite fuori orari non tanto per un ammirevole attaccamento al lavoro, quanto piuttosto per quella particolare galanteria alla quale predispone la vista di una cosa bella, e affascinante, ma era la prima volta che incontravamo altre persone.

Una voce di donna dalla stanza del medico ruppe l’imbarazzo, trasformandolo in una spontanea e liberatoria risata. Prima di me era entrata un’informatore medico / scientifico. Non l’avevo vista perché era già dentro al mio arrivo, ma avevo sentito la sua voce, più alta e squillante di quella del medico che intuivo solo nella pause nella voce di lei.

L’informatore medico scientifico, le risate sguaiate di lei, furono il nostro primo argomento di discussione. Ne seguirono molti altri. Seppi il suo nome, Jasmine; la sua nazionalità, colombiana; il suo lavoro, interprete e traduttrice per conto dell’ambasciata; la sua età, 30 anni; il motivo per il quale era approdata in Italia, un certo fotografo di reportage con il quale aveva convissuto per 6 mesi circa, prima di capire quanto di meglio potesse offrire una città come Roma, e la vita. Seppi dei locali nei quali andava a ballare salsa e con chi. Seppi molto di più di lei, lo seppi da come muoveva le mani, da come aveva abbinato gli eleganti accessori, dalla collana di onice, alla borsetta, ai sandali di vernice nera, tacco 10 sui quali stava perfettamente a suo agio, da come incrociava elegantemente le cosce, da come sorrideva a me, e alla vita. Seppi molto di più di lei, perché vedevo in lei me stessa, quello che orgogliosamente sapevo di essere.

Parlammo in italiano, in inglese e in spagnolo, pescando da ciascuna lingua le parole più appropriate, nella certezza di essere capite per quello che si voleva comunicare.

Parlammo per non più di 10 minuti, il tempo che la quarantenne da un pacchiano tailleur bordeaux uscisse dalla stanza dal medico, ancora vistosamente emozionata.

Parlammo per non più di 10 minuti, ma il tempo si sciolse e si dilatò all’infinito, anche tra le mie gambe.

L’ultima volta che avevo provato qualcosa di simile era stato due anni prima, al primo appuntamento con Stefano. Prima di allora forse un paio di volte, ancora ragazzina, ancora incosciente e pura, ma questa era la prima volta che mi sorprendevo a provare la stessa smania, la stessa eccitazione, la stessa attrazione per una donna.

Stefano mi aveva iniziato e in parte convertito al morbido e liscio amore con una donna. Io l’avevo fatto sempre e solo in vista di ricevere lui, duro e bagnato, su quel campo preparato o condiviso con l’occasionale concubina.

Ora, invece, eccomi lì, a muovere le mani concitatamente, sentire il rossore diffondersi sulle guance e non sapere ancora se contrastare o assecondare quel fuoco che ardeva e mi immobilizzava dalle cosce al collo.

Non pensai a nulla se non a lei, in quei 10 minuti. Nell’alzarmi dalla sedia in cui sarei rimasta per ore, fui costretta a riprendere consistenza e richiamare a me l’anima che danzava vorticosamente e si confondeva con la sua, tutto intorno quella stanza.

Mi sentivo tremendamente affascinante, il mio corpo che bruciava ancora in ogni angolo in cui si era appoggiato il suo sguardo avido e curioso.

Pensai a Stefano, lui avrebbe saputo cosa fare, ma non era lì. Pensai a quello che desideravo ardentemente e, già in piedi, le strinsi la mano “è stato un piacere conoscerti” e le allungai il mio bigliettino da visita “chiamami quando vai a ballare, che magari ho una scusa per trascinarci anche quella specie di fidanzato che mi ritrovo”.

Ero fiera di me, le avevo detto tutto. Ero fiera di lei, che aveva capito ancora prima che io parlassi.

Liquidai in due minuti il Dott. Guidi, poco propensa a dar corda alle sue misurate e attempate attenzioni. Con la ricetta medica in mano lasciai in fretta la sua stanza, e indugiai ancora un attimo a guardare lei, seduta dritta, con la mia stessa rivista in mano e lo sguardo nei miei occhi, prima di chiudermi dietro la porta dello studio.

Non raccontai del mio incontro a Stefano quella sera, volevo tenerlo tutto per me, prima che si confondesse nei rumori della quotidianità. Glielo raccontai il giorno dopo, quando lo schermo del computer, in ufficio, mi regalò nuovamente il fresco sorriso di Jasmine, il suo scherzoso modo di comunicare, il suo numero di telefono, e un appuntamento, per il venerdì successivo.

Avrei condiviso con lui quel piacere, come tutto il resto, come sempre. Avrei condiviso con lei il mio uomo, le emozioni che sapeva dare.

Quando Jasmine entrò nella terrazza dell’Eden, il venerdì successivo alle venti, si portò dietro una tempesta che fece rizzare la pelle a me e, anche se non lo accertai direttamente, fece indurire il sesso a Stefano. Aveva un tubino aderente, appena sopra al ginocchio, morbido, di raso nero. Le spalline strette e lucide del vestito incorniciavano delle spalle perfette e non si confondevano con le fascette del reggiseno. D’altra parte non lo portava il reggiseno, non ne aveva bisogno. Il vestito sottile lasciava intravedere il suo pudico e spontaneo turgore. Aveva un trucco leggero, naturale, solo un po’ più marcato di quello di qualche giorno prima. Solo le labbra erano più truccate, con un lucido rosso, brillante, color ciliegia che donava alla sua fresca bellezza un intrigante pizzico di malizia. Una collana di cristalli colorati, lunga, che nonostante il doppio giro le sfiorava l’ombellico tintinnava a ogni suo movimento. Tutto in lei era una perfetta sinfonia, la musicalità della sua voce latina, lo strisciare leggero del raso sulla pelle, la carezza delle sue unghie curate sul tavolino, la morbida lucentezza delle sue labbra sui bordi del bicchiere…

Bevemmo un paio di flutes di prosecco sulla terrazza dell’albergo, prima di trasferirci nella terrazza della suite che Stefano aveva prenotato per quella serata.

Ordinammo dello champagne, della frutta e una fette di torta di fragoline e panna per Jasmine. Ci sedemmo di fronte, vicine. Stefano in disparte su un’altra sedia ci guardava senza interferire. Era come guardare un’immagine allo specchio: eravamo due, ma eravamo già un’unica cosa. Ci eravamo fatte riempire il bicchiere dal cameriere in livrea, soffiando in aria il fumo della sigaretta e aspettando pazientemente che abbandonasse la stanza.

Un sorso di champagne, lo sguardo fisso negli occhi dell’altra. Lei si sciolse i capelli, acquistando in fascino e sensualità. Affondò la forchetta nella torta e si appoggiò sullo schienale, chiudendo gli occhi, per gustarne il sapore. Li riaprì quasi subito, disse che era molto buona e mi chiese se la volessi provare. Non aspettò la mia risposta. Affondò nuovamente la forchetta nella torta e né sollevò un boccone di dolcezza perfettamente assortita. Allontanò la sedia dal tavolo, divaricò leggermente le gambe e si appoggiò nuovamente sulla schiena. Mi fissò per un attimo prima di chiudere gli occhi. Mi ero alzata ed ero di fronte a lei. Lei infilò il boccone in bocca e masticò piano, muovendo le labbra lentamente, in maniera sensuale. Appoggiai le mani sui braccioli della sedia e mi chinai su di lei. Assaporai dapprima l’artefatta dolcezza della panna dai bordi delle sua bocca, poi il sapore più intenso e naturale delle sue labbra e la delicatezza della sua lingua, poi volli assaggiare tutto il resto, gustando ogni centimetro di quella pelle. Provai l’acidità del profumo dietro l’orecchie e sul collo, la vaniglia sul seno, intorno ai capezzoli grandi e duri e giù fino all’ombelico, sentì l’odore di ambra delle sue mani che mi accompagnarono in fondo dove trasalì al sapore inebriante e acre del suo sesso. Si prese tutto quel piacere, fino alla fine, e poi volle rubarlo dalle mie labbra, restituendomi le stesse attenzioni.

Rimanemmo più di un’ora a gustare l’una dei sapori dell’altra, mentre Stefano ci guardava ammaliato, senza intervenire. Finimmo la torta e la bottiglia di champagne, senza fretta, con immenso piacere. Riempimmo gli ultimi tre bicchieri e li portammo dentro, in camera da letto, uno a testa per noi e uno per Stefano che ci seguì già pronto a mischiare al nostro il suo sapore.



FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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Photo    JUSTINE N

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