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IL RACCONTO E' ADATTO AD UN PUBBLICO ADULTO

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LiberaEva
Ora giudicatemi




 


Non giudicatemi male, non scaricate la vostra morale sopra questa carne indifesa, non scatenate i vostri principi, come conati di rifiuto, sopra questa donna che non conosce ancora fine e certezza. Vi prego, non v'arrestate alla sola visione d'avermi trovata in simile stato, in piedi e pressata, come prosciutto e maionese.
Se la vostra coscienza può attendere, non giudicatemi prima del tempo, prima d'aver ascoltato ogni parola, d'aver carpito ogni scena, e dietro di essa ogni risvolto di questa trama uscita chissà da quale vena di sincerità.
State comodi ed ascoltate, non pensate alle vostre automobili lasciate sopra qualche marciapiede, nessuno ve le porterà via! Fuori piove, lo so, ma smetterà così che possiate tornare tranquilli nelle vostre belle case accoglienti senza un filo di pioggia sulle vostre pellicce o sulle vostre giacche di cammello.
Aprite i vostri cuori come fate con i vostri sederi davanti al potere, come fareste nelle situazioni dove non avete altro da offrire, altro da barattare se non il valore, mai riconosciuto, delle vostre convinzioni traballanti.
Anch'io un tempo ero come voi, come le vostre mogli, o come pensate che siano fino a quando non rincasate ad un'ora imprevista o state in un posto dove non dovreste essere. Proprio così, identica ad ognuna di loro, piena di fede e fedeltà, casa e famiglia, casta e pura, così trasparente che non c'era alcuna apparenza ad impedire di leggermi fino ai pensieri più profondi.

Mi trascinavo nei giorni affidandomi ai valori sinceri dove la ricerca costante di essere utile agli altri si dilatava al punto di trascurare me stessa. Come le vostre compagne, mi riempivo di disponibilità e abnegazione nel servire ed essere servita, nel cercare comunque le cause laddove la ragione non era evidente. Il dovere m’aveva preso la mano fino a farsi cartilagine e sangue, fino a ridurmi a pensare che l'infelicità degli altri fosse dovuta unicamente alle mie mancanze, la mia noia ai miei tanti difetti. Succhiavo forza ed energia nelle piccole pieghe, come nell'orgoglio d'aver risparmiato qualche spicciolo al mercato, nel veder mio marito soddisfatto davanti ad un piatto di polpette o mentre indossava camicie appena stirate.

Anch'io, come penso di voi, come penso delle vostre mogli, andavo a prendere mio nipote a scuola con la premura di fare tardi e la pazienza d'insegnargli le addizioni con la frutta di stagione. Ma un giorno mi accorsi che quel mangiare di gusto non riempiva per nulla il mio cuore, come del resto zelo e devozione appiattivano le giornate, gonfiavano l'abitudine e non giustificavano il fatto che io respirassi valutando me stessa sulla base della considerazione che davo agli altri. E come di giorno, la notte m'avvolgeva identica, misurando il mio benessere su come e quanto mio marito fosse riuscito a godere. Ma ogni volta m'arrendevo più tardi, nel letto o appoggiata al davanzale, sentivo quei baci, quelle carezze sui seni lontani, di quanto distanti già non fossero dal mio cervello. Il contatto con la sua pelle non lasciava strascichi d'emozione, non mi dava quella spinta che in altri momenti sarebbe bastata da sola a sciogliermi in orgasmi anticipati.
Tutto era rallentato, tutto scontato come la pioggia che bagna la terra o il vento che asciuga le lenzuola. Non capite male vi prego! Non voglio essere assolta se per qualche inspiegato motivo dovrò per forza essere giudicata, magari lungo la superficialità, e me ne rendo conto, che i vostri occhi v'impongono vedendomi stretta tra carne e fiati di chi meccanicamente sta facendo il proprio dovere. In chiesa nelle feste comandate, come nelle riunioni tra parenti nessuno avrebbe mai pensato che dietro quella donna irreprensibile, dentro quei vestiti grigi, quelle permanenti sempre in ordine, covassero fiamme ed inferno, che nessun paradiso, nella sua più benevola tolleranza, avrebbe mai accolto.

Nessuno poteva immaginare quanto tutto mi andasse stretto, e quanto tra le mie gambe si concentrassero insoddisfazioni e bisogno di essere altro. State fermi! Lo so che non è il sesso la panacea di tutti i mali! Come non è l’essere posseduta o il possesso la soluzione alle proprie inquietudini. Ma io volevo andare oltre la regola, l’educazione, scavandomi fino alla fonte della mia nausea di vivere. Volevo assaggiare il sapore acre delle contraddizioni.
Avrei potuto accontentarmi di ciò che altre non avrebbero chiesto di meglio, passare pomeriggi interi in qualche boutique o a casa di un’amica a giocare a canasta. Ma tutto ciò non faceva parte di me e mi sentivo accomunata a coloro che per soddisfare il proprio povero essere fanno incetta d'avere e possesso perché in nient'altro trovano appagamento. Ben inteso, possesso di essere e non di avere!

Non fraintendetemi, vi prego! Non sto cercando scuse e pretesti d'avermi scovata in questo squallido posto che sa di polvere e solitudine, di ascensori che salgono insieme e scendono da soli. E' solo che in questo albergo ci passo pomeriggi interi ad aspettare, ore viziose di asciugamani intatti e moquette celeste per colui che mi riempia di soddisfazione e stimoli con la sola sterile speranza che mi trascini viva perché da nessuna parte di questo mondo ne ho trovati altrettanti. E consumo sigarette e trucchi per il solo gusto d'avere un'altra vita, un'altra faccia, perché quella che mi guarda allo specchio non mi somiglia per niente.

Ho tradito mio marito, lo tradisco senza più domandarmi perché, senza più domandarmi come potrei stare ora senza un amante, perché da mesi e da anni non è più successo di passare un pomeriggio da sola. Ma allo stesso tempo mi guardo allo specchio di questo bagno rosa e nero, di queste mattonelle romantiche e misteriose che sono la sintesi di quello che ho sempre cercato. Mi dicono amore e quello mi basta, senza mai domandare loro perché dopo il gioco tutto svanisce, e l'amore diventa doccia e pantaloni, scarpe che s'allacciano in fretta e poi ascensori che scendono velocemente.

Ho solo un banale bisogno che qualcuno mi chiami per nome, che m'avvolga di pelle e considerazione senza quel velo quotidiano di noia, quel perbenismo insipido che ci impedisce di chiamare con il proprio nome le cose. Ho bisogno di qualcuno che mi faccia volare dove ogni cosa abbia il proprio contrario, dove il sogno s'avveri e continui perché niente d'uguale incontri nemmeno per caso.

Non ridete di me! Vi prego, non sono una bambina che trova linfa e vita nei fotoromanzi fino ad illudersi di ricominciare daccapo e vivere una storia improbabile come se un contatore virtuale potesse azzerare precedenze e passati. Semplicemente che mi chiamassero amore! E solo dentro di me, perché è lì che ne ho bisogno, costruirei ponti che congiungono isole, mete e continenti attraversandoli senza la paura del mare che si fa oceano e burrasca, nausea e vomito. Perché il mare ce l'ho dentro, nel cuore, ed è, né calmo né piatto, ma solo tempesta che travolge fegato e cervello, tv, famiglia e divano fino a sciogliersi nel ventre. In questo ventre burrascoso che ha bisogno solamente di qualcuno che riduca la distanza delle pareti, e calmi questo male di vivere che fa domande e non avrà mai risposte finché non esaurirà anche l'ultima domanda.

Tradisco per amore e per sesso ed alle volte, quando rincaso mi trovo a non aver pietà di chi m'ha consentito di ridurre la mia vita a commedia, di chi m'ha permesso d'ingannarlo senza opporre resistenza, di chi mi permette di calcare ancora la scena come sto facendo in questo momento. E dargli un bacio sfuggente con l'ansia e la voglia che quella sia la volta buona, che l'odore di sesso di maschio s'insinui nei suoi dubbi o che, semplicemente, se ne accorga gridandomi di rabbia spontanea e finalmente ribelle, dandomi della vacca o qualcosa di simile perché altro non vorrei che in quel momento dicesse.

Sento l'ascensore che sale, porterà coppie che cominciano ad amarsi per voglia e per il tempo che poco rimane. Oppure sarà lui! Ma sento più voci, forse saranno in due, sarà in compagnia di quell'amico che nelle volte recenti s'è intrufolato nella fantasia dei miei seni. Nel momento che la voglia sale al cervello ed annebbia vista e ragione, sono sicura d'averglielo detto, d'avergli giurato che lui da solo non sarebbe mai bastato a spremermi l'ultima goccia di coscienza attaccata alle membra. Sono in due, li sento o almeno credo! Mi chiameranno ambedue amore, e per nome m'inviteranno a sdoppiarmi per dare e ricompormi per ricevere.

Fermi là! State giudicando! Perché prenderne due insieme non è morale, perché una donna non può degradarsi fino a tanto, fino a confondere il bene al piacere, l'amore alle voglie che autonome escono. Chiederò solo un po' di delicatezza perché di più non saprei cosa chiedere quando si è soddisfatte totalmente senza lasciare alla fantasia quello che la realtà lascerebbe intatto e vuoto.
Sento una porta che si apre, ma non è questa. Non sono loro. Aspetto. In fin dei conti non mi importa che siano due, quello che vale è quest’attesa seduta su questo letto, quello che conta è che sono qui invece di essere altrove. Non giudicatemi, non ancora. In fin dei conti non cerco solo l’emozione di un qualcosa che sta per accadere, non voglio solo sentirmi viva. Voglio di più.
Sento altre voci, un ascensore si ferma al piano. Eccoli sono loro. Sono in due! Ma non sono agitata, perché dovrei esserlo?

L’amico è in giacca e cravatta, dice di fare presto, come se fossi un’incombenza da sbrigare più in fretta possibile. Forse avrà un appuntamento. Io sono di spalle e non mi vede, abbassa la cerniera senza nemmeno guardarmi, senza nemmeno costatare come sono le mie tette oppure la parte di me con cui farà l’amore o qualcosa di simile. Il mio amante invece mi guarda negli occhi ed io mi sento alle stelle. Eccoli sono pronti, tutti e due in piedi, io in mezzo a loro e l’altro dà il via.

Esperti e senza fatica mi colmano di considerazione mentre mi affogano e mi saziano nel mare del bisogno. Mi prendono e si guardano in faccia mentre parlano di un ristorante, di una cena, di bionde e di more che stasera godranno i loro favori, che stasera qualcuna carponi abbaierà alla luna. Ma non l'interrompo, non vorrei che rallentassero quell'impercettibile niente che il mio corpo avvertirebbe come brusca frenata, come sosta forzata che allontana la meta.

A ritmo e simultanei senza perdere colpi mi saziano senza sapere quale parte di me reclama ancora piacere e quale invece s'assopisce obbediente. Ora li sento alternati, come due macchine si sfasano e s'allineano, perdono colpi e poi recuperano, senza lasciarmi un attimo di pausa, e mentre uno esce l'altro entra ed affonda senza lasciarmi per un attimo vuota, per un attimo priva di questo dovuto che reclamo con tutta me stessa.

Conosco il desiderio del maschio, che non è fica, che non sono due tette o un sedere rigonfio, mi prendono solo per sfinirmi, per avere ragione, per avere la meglio su un corpo che sta lì per alzare bandiera. Ed allora quei colpi diventano sempre più maschi, incessanti, penetranti e veloci. Sono qui tra loro, oggetto che s’accoppia e si sdoppia per essere unica. I loro fiati diventano caldi, i loro sessi punteruoli che mi bucano l’anima, ecco li sento, sono eccitati. Voglio il loro orgasmo! Cosa darei ora se arrivassero insieme! C’è uno specchio in fondo alla sala, mi guardo e provo un infinito piacere per essere contemporaneamente l’unico desiderio di entrambi. L’amico mi dice bella, l’amante puttana, ma sono sempre io, la sola unica donna che esiste per quanto gode e fa godere.

Ecco sì, guardatemi anche voi, guardate i miei seni vogliosi, le mie cosce capienti, i miei vuoti che offro, perché tra poco tutto finirà, ma non voglio che tutto finisca con una fine, non voglio farmi vedere ai vostri occhi appagata, perché comunque domani sarà lo stesso. Voglio che tutto rimanga in movimento, che s'abbassino le luci, che cali il sipario, mentre ancora i loro membri si nascondono ai vostri sguardi, nel piacere del mio corpo che ancora può offrire. Voglio che ora, soltanto ora, non proviate pena per me, perché io sto bene e non potrei stare meglio, perché solo ora la consapevolezza del mio essere si rischiara nella luce del piacere che provo, dei riflettori in sala che m’illuminano nuda.
Ora giudicatemi!





 
FINE




 
 
 


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