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LiberaEva
L’amore gigolò
"Vorrei vedere la tua faccia come se fosse la prima volta,
domandarti curiosa, tra il vapore della teiera che sbuffa:
“Cosa preferisci il latte o il limone?” "






Photo Adolfo Valente








 


Vorrei vedere la tua faccia come se fosse la prima volta, domandarti curiosa, tra il vapore della teiera che sbuffa: “Cosa preferisci il latte o il limone?” Dopo un attimo stringerti a me per catturarti quell’espressione che non conosco, per imprigionarti quegli occhi verde autunno che se ancora li guardo ci vedo in controluce foglie gialle che ondeggiano.
Vorrei essere lì in piedi mentre l’acqua fa le bolle attenta ad ogni tuo sguardo, ad ogni tuo giudizio che mi spaventa e mi fa bella.
“Oddio, cosa penserai di me così struccata? E se ora mi si slacciasse la vestaglia?” Non mi hai mai visto alla luce del giorno, nuda senza neanche uno straccio di cotone, un filo di perle che mi inibisca il timore di non essere all’altezza. Mi conosci soltanto in penombra coperta di seta, trasparente quel tanto che invoglia. Ma che voglia stanotte! Dentro il mio letto, sorpreso e contento d’ospitare finalmente un uomo che non dorme. Era tanto sai, erano anni che non accoglievo un maschio fino alle luce dell’alba, fino a che il rumore di un bacio mi sorprendesse nel sonno. Tutto ciò mi spaventa e mi dà gioia, scopro parti di me dimenticate nel tempo, come ridere appena alzata o essere premurosa al minimo sospiro che emetti più denso.

Vorrei guardare la neve di fuori che cade mentre mi stringo dentro lo stesso maglione di lana che fino ad oggi non m’ha dato calore, ma solo prurito. Sono felice, lo confesso, mentre mi stringi queste quattro ossa che mi sono rimaste, perché da mesi digiuno, perché di quello che mangio ne rimane ben poco. Ma il seno ce l’ho bello, almeno quello non ha paura di confrontarsi con qualunque ricordo che ti frulla nel cervello. Chissà quante donne, chissà quanti amori finiti prima dell’alba, chissà quante volte sei rimasto a fissare, come in questo momento, una donna che ti siede davanti e fa colazione.

Ora tra poco mi chiederai cosa fare, passare la giornata in cerca di mobili o rovistare nelle botteghe d’antico che è la mia passione. Oppure cercami, ti prego cercami ancora, sotto la tovaglia, la più bella che avevo, con le dita ancora intorpidite di sonno. Se m’aspetti solo un attimo mi faccio ancora più bella, mi vesto quel poco per essere ancora più nuda, più femmina di quanto questa vestaglia non dica. Solo un attimo per assomigliare a me stessa, a quella di stanotte, a quella che dentro lo specchio non delude, e ripaga quel maschio riflesso che infila passione e stringe la carne.

Chissà quali saranno i tuoi interessi, chissà che lavoro potrai mai fare, con queste mani lisce che ora non mi lasciano tregua. Sarai sicuramente un medico o un artista che modella donne di marmo e di creta. Non ti vedo proprio a spostare cassette o vendere macchine agricole, non sei un poliziotto vero? I tuoi denti sono perfetti, mi butto ad indovinare, avrai sì e no gli stessi miei anni, ma sei bello davvero! Bello da morire! Chissà come ho fatto ieri sera a non morire d’infarto, quando ti sei avvicinato in quel locale, sì parlavo con la mia amica e tu hai perso lo sguardo nelle mie gambe accavallate. Chissà che dei due è stata la preda?

Ora sono qui in cucina dove ieri pulivo cicoria e spruzzavo anticalcare, ora sono qui, proprio nello stesso posto dove ogni volta mi viene da pensare e commiserarmi d’essere una povera scema, una povera fallita che ha chiuso con gli uomini e il mondo di fuori.
Ma stamattina è tutto diverso, mai avrei creduto che tu potessi entrare facilmente nella mia vita, potessi penetrarmi nel sogno come nelle mie cosce che ora insolenti ne chiedono ancora. Dio mio come si cambia senza pensarci, anche se è l’unica cosa che facciamo per non essere soli quando lo siamo davvero! Non credevo d’essere così affascinante dopo tutto questo tempo, così appetitosa tanto che ora non mi lasci neanche il tempo di domandarti se preferisci il latte o il limone.

Sai, anch’io ne ho avute di storie, ma essere desiderata in questo modo dopo una notte di follie, non m’era m’hai capitato. Mi sento come se non lo facessi da anni, come se tu ora fossi più anonimo di una lettera scritta con i ritagli di giornale, fossi più finto di tutte le notti del mio amico in fondo al cassetto quando lo faccio da sola. Eccoti, ora ti sento, senza fatica hai trovato la strada come se mi conoscessi da anni, e spingi, ma non mi fai male, e rallenti, ma non mi lasci col fiato sospeso.

Mentre mi sfiori dove da tempo non sentivo piacere mi sussurri vapore, mi chiami col mio vero nome. Nessuno più m’aveva chiamata col mio nome intero, sì Marialuisa tutto attaccato, e lo dici non passione la stessa che ora m’incurva contro gli sportelli di questa credenza. Mio caro angelo! Dimmi da quale cielo sei sceso, da quale stella m’hai osservata per conoscermi così bene. Ti stringo le mani per paura che di colpo tu possa diventare impalpabile, tu possa ritornare da dove sei sceso. Ti prego sbattimi, spezzami, dividimi in due ed assopiscimi per sempre la ragione, per sempre il buonsenso che mi vorrebbe ancora in attesa, diffidente al tuo sesso, al tuo odore, alle tue mani che tra un attimo saranno lame d’acciaio dentro il mio cuore gonfio e proteso.

Continua a cercarmi oltre la tua misura, oltre la tua voglia che non tace e non m’azzittisce, ma ti prego non dirmi il tuo nome, non pretendere domani le chiavi di casa, non portarti lo spazzolino o il pigiama che di giorno stride sotto il cuscino. Come vorrei che tu mi facessi sentire sempre giudicata, non essere mai sicura che quello che offro è il massimo che t’aspetti.
Se esci non dirmi che torni, toglimi qualsiasi appiglio, come ora, che frenetica, cerco invano una maniglia per reggere al tuo desiderio. Ti sento, non mi concedi più pause, è un’emozione continua che toglie ossigeno all’aria, sangue alle vene, forza alle mie gambe che tremanti si lasciano andare all’impeto che t’anima e ti fa maschio.

Ma dove sei stato tutto questo tempo? Bohemien o Gigolò lungo la Senna o semplice maschio in astinenza da femmina! Non ci posso credere che la tanta concorrenza di donne digiune non t’abbiano ancora consumato per bene fino ad essiccarti il sangue, a prosciugarti questa vena d’oro che m’arricchisce e mi scarnifica la mente.
Non aver paura di farmi male, entrami come un rapinatore in una banca, come un ritardatario al primo giorno d’esame! Non pensare di deludermi, perché niente, ora, potrà mai farmi tornare indietro, farmi pentire di questo sogno che ho scelto. Sei troppo bello per essere vero, troppo intenso per non essere finto! Troppo fortunata! Che se solo me ne fosse capitata la minima parte dubiterei d’essere sveglia! Perché non posso che sognare quando sento un maschio trattenere il piacere per conservarlo integro e perfetto al mio ultimo grido. Picchiami ora, svegliami, fammi uscire dal sogno, perché tu questa volta sei vero davvero!

Prendimi, ti scongiuro prendimi come se dovessi arrestare uno scippatore che fugge, come se dovessi vendicarti di un delinquente che ha stuprato la tua unica figlia. Sbattimi contro questa credenza fino a sentire il rumore dei piatti a scolare, la pioggia di bicchieri che rovinosamente cade in terra. Manca meno di un niente, lo sento, l’avverto che sale dal basso e m’invade e mi prende la gola, e tutto gira e si dissolve ed annebbia di colpo le pareti, la casa, la moca, la credenza e perfino la tua faccia che lentamente scompare…

Silenzio. Non voglio riaprire gli occhi, perché ora è finita davvero! Ti prego, se ancora ci sei, non dirmi il tuo nome, sarebbe già un ricordo se ti potessi soltanto chiamare! Fammi ancora sentire che vivo mentre esci da me, dalla mia vita, dalla mia casa e ti metti in tasca il giusto compenso che nessun uomo finora s’era mai meritato parlandomi magari d’amore. Fammi ancora sperare che se aprissi gli occhi in questo momento qualcosa sarebbe cambiato davvero, che almeno stanotte non ho avuto il tempo di sognare, ed ora non mi sei davanti che fai colazione, già in giacca e cravatta pronto per il lavoro, col tuo viso assonnato che conosco da vent’anni, col tuo sguardo imbecille dove davvero non tramontano soli e non cadono foglie.





 
FINE
















 
 
 


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