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LiberaEva
L’amore che passa
"L’amore che passa, passa e non t’aspetta e
ti lascia il gusto amaro della rinuncia. Non sta
lì a pregarti di prenderlo al volo, a domandarti
se domani sarà un giorno migliore…"






Photo Jessica Monson Drossin
 


Mi guardo allo specchio come se mi stesse spiando, come se da questi riflessi apparisse il suo viso, che mi coglie incompleta con un solo occhio truccato, e mi dice sprezzante che mille altre più belle, lo stanno aspettando e non vedono l’ora, con un trucco perfetto allungato a farfalla, con due labbra che chiedono di farsi sgualcire. Mi dice e ripete che sono malfatta, che è inutile aspettarlo su questo piazzale, se poi gli rubo minuti preziosi, se non trovo uno straccio di tempo nel giorno, per farmi più bella da qualche altra parte.
Evito di fare smorfie e boccacce, perché sia mai che una ruga spuntasse, mentre mi carico di rossetto le labbra, che se solo potessi andrei dove vuole, fino a sporcarmi le mutande più sotto, ed abbellirmi la parte che solo l’attira.

Passano minuti e cresce l’angoscia, di non essere pronta di non essere al meglio, m’annuso frenetica mi fiuto la pelle, cercando tra le pieghe il minimo odore, che non sia profumo fragranza di fiore, maledicendo questo sole che arroventa il sedile, e mi fa sudare all’inguine e sotto le ascelle.
Mi fa rabbia pensare che quando mi guarda, io non possa vedermi e coprire i difetti, e non posso aggiustare la mia bocca che parla, che fuma e fa sesso e quando fa finta, d’arrossire bugiarda alle sue parole volgari, che se solo una volta non pronunciasse per niente, gli chiederei davvero il motivo e per come, battendomi il petto persuasa e sicura, di non essere ormai la sua preferita.
Vorrei portare per sempre uno specchio, e vedere i miei occhi quanto sono sinceri, quando convinta gli dico che l’amo, quando spalanco le palpebre immobile, sperando che lui sostenga il mio sguardo, e possa vederci l’anima in fiamme, la stessa che vede tra le mie gambe.

Alle volte mi chiedo perché mi sono ridotta, ad aspettarlo impaziente su questo piazzale, contando i minuti come se fossero battiti, come se fossero tonfi ad ogni colore, auto o camion che mi passano accanto. Non ho altro da barattare che la mia insicurezza, il timore di perderlo e non spiegarmi il motivo, perché per nient’altro potrei trattenerlo, visto che da mesi gli è tutto dovuto, visto che la bellezza non è un mio punto a favore, perché davvero ne avrebbe se solo volesse, così mi dice ed io ci credo e mi sento più persa. Mi sorprendo a pensare come potrebbe essere il mondo, senza di lui la mia ansia e l’attesa, quanto sarebbe insopportabile il resto, mio marito, la casa, i figli, la scuola, e quanto sacrificio dovrei mettere ancora, per far sì che un giorno arrivi alla fine.

Mi domando se il cielo sarebbe azzurro lo stesso e le ore che scorrono avrebbero un senso, come ora dentro quest’auto calda, rapita e convinta dal solo pensiero, che accetto che covo e ne sento l’ebbrezza, che nessun altro che passa tra quelli che vedo, avrebbe il potere di riempirmi di gioia. Mi chiedo se questa crema sarebbe la stessa, se questo smalto riflettesse alla luce, perché ogni cosa mi fa sentire importante, mi fa sentire che poi non manca poi tanto, che è solo un incubo e lui sta arrivando, che lui è già qui a soli due passi, e si fa aspettare perché più s’allunga l’attesa, più mi convinco davvero d’amarlo, ed appena lo vedo gli salterò addosso, aperta ai suoi baci che già sento bollenti.

In questi momenti non riesco a pensare, che sono sposata e madre di figli, ed ogni mattina saluto la suora, e chiedo apprensiva come vanno i miei bimbi. Non riesco a pensarmi quando in ciabatte, preparo la cena e li metto a dormire, che sono sorella, una figlia, un’amica, e mi sono persa un pomeriggio lontano, tornando a casa su questa autostrada, con la macchina in panne e il telefono rotto. Non avevo altra scelta che chiedere aiuto, a due mani possenti di carne e di grasso, che ora m’aggiustano anima e corpo, e mi danno benzina ovunque ne chieda.

Ora mi domando per quale ragione, subito dopo gli abbia scritto su un foglio, un numero, un nome, per ringraziarlo, per quale ragione sia scattata la molla, che se davvero la cercassi convinta, sarebbe più logico trovarla altrove, sicuramente lontano da questo piazzale, dentro il suo camion che tra poco rivedo, dove mai e poi mai avrei voluto montare, ed ora invece è tutto quello che voglio, il posto più comodo dove mai sia stata, dove mai davvero abbia fatto l’amore. Pensandoci mi si offusca al confronto, una villa sul lago con una finestra di fronte, spalancata ai riflessi di un’acqua di notte, oppure una cena in una suite di Roma, davanti ad uomo di classe e cultura, che voleva sposarmi e me l’ha chiesto più volte, e per nessuna ragione m’avrebbe toccata, ma io tremante lo scongiuravo d’andare, e per anni e anni ne ho subito il rimpianto.

Come una sfrattata aspetto il suo camion, che svolta veloce e poi frena a secco, su questo piazzale pieno di gente, che fa spese ed ignora quanto amore si provi, all’interno di un camion a due passi soltanto, e quanto per me siano ormai indispensabili, i suoi tatuaggi sul braccio e la gamba e che la prima volta al solo guardarli, m’hanno fatto a dir poco senso e ribrezzo. Cosa c’entrava lui nella mia vita? Che ci fa ora dentro il mio cuore, che sgonfia e rigonfia che buca e rattoppa, come un qualsiasi pneumatico che consuma ogni giorno. Che ci fa dentro queste mani che sudano, e si stringono a pugni e colpiscono aria, al solo pensare che una semplice donna, potrebbe di colpo portarmelo via, una squallida gonna lasciarmi in attesa, per ora o per sempre tanto non cambia. Mi fa impazzire l’idea di essere nulla, se per caso incontrasse una donna più bella, e quanto tutto sia lasciato alla sorte, alla fragile idea che lui debba venire, perché ho belle gambe e faccio bene l’amore, perché gliela offro senza il minimo sforzo, o magari perché m’ha giurato bugiardo, che nessun’altro rossetto gli ha mai sbafato la voglia.

M’ha chiamata il giorno stesso e il giorno seguente, ma le sue parole non erano fluide, i suoi verbi confusi tra congiuntivi e presenti, ma sufficienti a schiarirmi il ricordo e il bisogno, di quelle braccia possenti di muscoli e grasso, che trafficavano esperte dentro il motore. Sorpresa ho indugiato davanti all’armadio, perché di colpo non avevo vestiti, cercando tra i miei trucchi il colore più adatto, al mio sangue che fluiva senza inventarsi pretesti, o complicarsi la vita cercando ragioni. Ero lì bella e pronta per quando avrebbe voluto, per quando si fosse appunto deciso, come un letto d’albergo il primo giorno di miele, come tomba che aspetta vuota d’ogni buon senso.

Poi di colpo una chiamata pressante, di quelle che ti trascinano via, esattamente nel posto dove lui ha voluto, sotto l’unico albero dove ora l’aspetto. Da quell’istante solo ore e minuti perché i giorni li avevo riempiti, nell’attesa che lui mi chiedesse di uscire, nell’arrendermi al pensare ed esserne certa, che nessun’altro uomo avrebbe mai invertito, il verso scomposto del mio sangue più caldo.
Fu esattamente uguale al mio sogno, identico alla mia voglia che s’accucciava alla forza, ringraziando Dio per avermi fatta precisa, perfetta e capiente a quella natura, che a malapena riuscivo a seguire, a concedermi attimi per rifiatare, e secondi per spalancare i miei occhi, dandogli tutta la riconoscenza infinita, che in quella passione sentivo di dare. E dentro mi scardinava le viscere, mi rimescolava i pensieri, dubbi e certezze, fino a sentirlo dove non c’era più sesso, ma un’enorme caverna a forma di cuore.

Ora sono qui in ansia su questo piazzale, ho paura che non venga che mi lasci qui sola, perché sono gelosa e vorrei passarci ogni notte, perché il solo pensare che possa inumidirsi di un’altra, che possa ascoltare altre grida d’amore, mi fiacca le gambe e deprime il mio seno.
Sono qui a volare più basso, dove la convinzione è diventata speranza, che almeno non si dimentichi della mia faccia, che ogni dieci minuti si rifà il trucco e cambia opinione, felice di vederlo che arriva e m’invita, su quel camion che non vedo arrivare, quell’alcova ambulante che mi ha sentito abbaiare, miagolare, nitrire tra quelle coperte, che m’attutivano i colpi e m’indebolivano i sensi.

Guardo fuori ed è un giorno senza sogno, uno di quelli che va tutto di traverso, e la luna ci ha messo del suo, puntuale da vent’anni come ogni mese. Chissà se ora sto sprecando soltanto minuti, se quest’attesa che gonfio non avrà nemmeno uno spillo, a forma di camion di uomo di mani. Tremo al solo pensiero che non venga, che sia tutto finito come quest’attimo ora, che se lo ripenso è già solo ricordo, perché l’amore che passa è un attimo solo, ha l’odore denso che già conosciamo, il sapore smielato delle fantasie di notte.

Perché l’amore che passa aleggia senza contorni, e ogni giorno ci lascia il gusto amaro della rinuncia. Sono grida indecenti d’un pomeriggio d’estate, su questo piazzale pieno di gente, che mi guarda e mi scruta, sicura che aspetto l’amore. Perché l’amore che passa, passa e non t’aspetta, e lo guardi nel culo quando ormai è lontano, e ne assapori lo strascico che sa d’abbandono. Ha le mani sporche di grasso che lasciano tracce, indelebili e nere sopra i miei seni, sopra la gonna di lino leggera, ha i capelli di grano e gli occhi di mare, che come fari t’illuminano i punti più oscuri, ti denudano l’anima come fosse il tuo sesso, che nudo che vero vorrebbero avere.

L’amore che passa ha la voce di uomo, che ti chiama volgare e ti piace sentirtelo dire, e t’offende e t’inquina fino a penetrarti nel cuore, e in qualsiasi parte che ostentavi pulita. Perché l’amore che passa ti manda affanculo, e subito dopo ti bacia le scarpe, e ti lecca quel posto dove tu mai metteresti la lingua, chiamandoti amore come se davvero lo fosse. E’ come uno sputo denso di rabbia, è un uomo che picchia una donna che graffia. L’amore che passa porta con se una valigia, di ciondoli e giochi di fuga improvvisa, che t’inebria come occhi rapiti da un circo, ti rende leggera più di qualsiasi dieta, e sospinta dal vento ti scioglie i capelli, lavati di giorno, pettinati ogni sera, senza che questo ti costi fatica.

L’amore che passa, passa e non t’aspetta, non sta lì a pregarti di prenderlo al volo, a domandarti se domani sarà un giorno migliore, magari senza impegni, i figli, la scuola. Ti gonfia le labbra e ti cambia la voce, e ti fa dire parole oscene e indecenti, che di notte accompagni con un segno di croce. Ti trasforma in madre senza natura, irriconoscente verso chiunque t’ami davvero, che non conosce altre mani, che non conosce altro sesso, che non conosce altra bocca da dove ti lasci succhiare, tutta la forza compreso il buon senso, quel briciolo di dignità che ancora giuri di avere.

Perché l’amore che passa è un soffio di vento, che diventa uragano e schiaccia case e famiglie, bimbi a quest’ora che aspettano in ansia, per mano alla suora davanti al cancello. Perché l’amore che passa è quest’angoscia alla gola, quest’attesa frenetica, questo trucco che passo, che ripasso e poi cola in un vortice fitto, di attimi intensi perduti nel nulla, di domani a quest’ora sullo stesso piazzale, perché l’amore che passa è un’altra gonna che metto, fiorata e più corta di lino leggera, i capelli che taglio e starò bene lo stesso, il tacco più alto mi farà troppo più magra, perché l’amore che passa sono istanti che vanno, sono i miei dubbi che non mi lasciano sola, una macchina in panne o un camion per caso, su una strada qualunque in un giorno feriale.




 
FINE









 
 
 


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