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RACCONTI

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Anna L.
L'uomo che chiedeva al cielo una risposta






 



      Basta saper volare, lo ripeteva continuamente in se, volare per
scappare via dal mondo, ma l'uomo non ha ali, se non il pensiero,
capace di planare oltre i confini dell'universo, l'infinito per
concepire ogni mistero del cielo.

Passava ore su uno scoglio in riva al mare con gli occhi rivolti ad
una nuvola, lo chiamavano l'uomo delle nuvole, il sognatore, perchè
sembrava vivere in un altra dimensione.
Forse era una verità, era un tipo strano, oserei dire misantropo.

Si racconta che chi ha perso tutto trascorre i giorni con lo sguardo
rivolto al sole e quel piglio austero di chi è sul punto di fare un
interrogatorio, ma trova difficoltà a cercarne le domande.
A volte lo chiamavano l'alieno, e forse lo era...

Tutto era iniziato quando lei era andata via, Graziella e i suoi
occhi scuri e profondi.
A volte sentiva che ci sarebbe affogato dentro.
Era un uomo solitario e niente aveva senso dopo che lei era partita.

Giovanni viveva di ossessioni e malattie immaginarie. Di notte aveva
incubi, presagi oscuri sul suo futuro.

Nel mezzo dell'oscurità si svegliava freddo, sudato, ansimante. Aveva
paura, paura della sua solitudine.

Graziella lo aveva amato di quell'amore pulito, spontaneo che non
chiedeva nulla in cambio se non amore, la loro era una storia
semplice di quelle quasi banali, di quelle che passano inosservate.
Importante solo per chi la stava vivendo.
Giovanni non viveva più nulla se non il cielo dopo che Graziella era
andata via.

Del resto lei era una tipa particolare, una vagabonda e una notte era
partita, così di punto in bianco senza avvertire, lasciandolo solo con
le sue ossessioni, un biglietto sul comodino con segni incerti e una
grafia infantile - ADDIO.

Dapprima aveva cercato di farsene una ragione, aveva valutato ogni
prospettiva futura, ma niente valeva Graziella e la sua vita con lei,
i suoi giorni felici.

Ossessionato da quei ricordi di punto in bianco, aveva mollato ogni
cosa, la sua casa mediocre, la vita vuota, i piatti da lavare
ammuffiti nel lavandino, il lavoro già era partito da tempo per cui
aveva sbattuto la porta di casa ed era andato verso il mare con
l'intento di farla finita.

Con la mente annebbiata aveva percorso le strade della città a
tentoni come cieco, barcollante, non ricordava nulla di quel percorso
se non un randagio che lo guardava di sott'occhi dietro un vialetto
sporco e malfamato, come a chiedersi -cosa fa?

Aveva camminato per ore, con la mente sgombra da ogni pensiero e il
viso tirato come se fosse stato di cera, un uomo di 58 anni solo,
questo era, e lo sarebbe stato per sempre.

Durante il suo vagare, aveva avuto modo di specchiarsi nelle vetrine
dei negozi che costeggiavano la strada, era pallido, consunto, ma
soprattutto stava invecchiando ogni giorno in più, si stava
consumando, ammuffendo sotto la coltre dei capelli grigi, indossava
un cappotto in stile inglese, a doppio petto scozzese ed un basco
stralabrato.

STAVA DECADENDO, ma non riusciva a fermare quell' autodistruzione,
sarebbe morto di li a poco e quei pensieri erano completamente
inutili.

Deciso a farla finita, ma il ricordo di Graziella, del suo sorriso
dolce, lo invogliava a ricercarla nella mente, la sua memoria
indugiava a quando l'aveva conosciuta, quella sera autunnale alla
stazione, fredda e gelida, un solo fuocherello acceso in un bidone,
lungo i binari morti un gruppo di diseredati, e lì Graziella
rannicchiata in un angolo, con una minigonna succinta e un top.

Una bambina era, piccola indifesa, tremolante con lo sguardo perso nel
vuoto come un automa, si avvicinò attratto dai suoi occhi, freddi e
profondi come diamanti.
Ricordava quello sguardo come non mai, la pelle candida il volto senza
sorriso.

Allora Graziella non aveva nome, era una lucciola di quelle che si
vedono ai bordi delle strade, un pezzo di quell'umanità trattata come
merce di scambio, oggetto del desiderio altrui, carne in vendita.

Poteva avere pressappoco 17 anni e allora, la sua bellezza era
particolare, teutonica.
Una grazia speciale, forse è per questo che la chiamò Graziella.

Fu un solo sguardo a suscitare un esplosione di emozioni, tristi e
felici, e la speranza di farsi da paladino, sessantenne, scapolo,
senza alcun riscatto, una vita mediocre, banale, sottopagato dopo anni
di gavetta faceva ancora le pulizie per una ditta di
mattoni...insomma non era un gran ché di uomo!

Si avvicinò esitante e le sorrise con bonarietà. Graziella aveva lo
sguardo rivolto sul selciato, non osava guardarlo. Fu allora che
decise di andare via, ma poi fermatosi ad un chioschetto le comprò un
panino, la prima cosa che gli venne in mente!

Tornò indietro e vide la luce accendersi in quello sguardo, sfilò il
cappotto e glielo porse per coprirsi, tanto faceva freddo!

Pensandoci, forse era lo stesso cappotto che indossava in quel
momento, non importava più, era da giorni che lo indossava anche in
casa da quando lei era andata via aveva sempre freddo, niente aveva
più calore, perfino le mattine erano diventate notti, buie e
silenziose come la sua mente.

Era una settimana che perso nei suoi dilemmi cercava di risalire al
motivo che l'aveva spinta ad andar via, pensava continuamente a lei,
alla sua pelle candida come la neve, alla sua giovinezza, la sua
timida mestizia.

Era strana, silenziosa, oscura a volte, ma niente faceva presagire una
motivazione per quel gesto, sembrava felice in fondo!
Aveva preso l'abitudine a concentrarsi su ogni singolo minuto da
quando Graziella era sparita, ascoltava per momenti interminabili il
ticchettio dell'orologio e il tempo così sembrava scorrere più
velocemente, era finito con l'impazzire, a volte nel suo delirio si
convinceva che in realtà Graziella non fosse mai esistita, ma come un
fantasma lei aleggiava e il suo profumo pregnava ogni cosa.

Dopo il sorriso ricevuto alla stazione aveva preso a gironzolarle
intorno ossessionato dal desiderio di tirarla fuori da quella vita
bastarda...era infelice lo si coglieva al primo colpo d'occhio.

Non è facile aiutare chi non vuol essere aiutato, chi ha paura o è
disilluso dalla vita, sapeva che niente avrebbe valso il sorriso di
quella creatura per se stesso.

Così nei giorni successivi continuò a cercare un contatto, anche
quello di uno sguardo, lei era lì alla stazione, sempre più fragile,
sempre più bella e impaurita, con quell'oscurità negli occhi glaciali
come specchi.
-tu essere gentile- gli aveva detto, tu non essere come gli altri,
buono tu! Gli aveva detto un giorno.

Al suono di quelle parole era sceso in campo, aveva fatto di tutto per
strapparla dalla strada, da quella vita balorda.
Era anche stato minacciato, ma sentiva che doveva fare qualche cosa
per quella ragazza, per suoi occhi e quella voce che chiedevano aiuto!

Si avvicinò a lei finse di essere un comune cliente e la caricò in
macchina, le parlò raccontandole i suoi progetti.
Graziella era silenziosa, aveva timore, lo scorgeva nei suoi occhi da
cerbiatto.
L'aveva portata a casa dopo la fuga e ricordava ancora la prima
espressione di libertà nel suo essere, nel suo sorriso.

In fondo lo aveva amato, forse per gratitudine, erano finiti a letto
insieme, lei era fantastica, aveva un corpo di pesca, vellutato,
giovane.

Aveva progettato tutto per il loro futuro, l'avrebbe sposata per darle
la cittadinanza, ne era convinto l'avrebbe resa felice, i suoi sforzi
erano stati inutili perché era lì a vagante in strada senza sapere le
cause di quella mancanza...della sua assenza.

-La vita è strana, difficile, ti fa conoscere angeli e poi li porta
via ti lascia con un pugno di mosche proprio sul più bello!

Così passava giorni in riva al mare, guardando il cielo in attesa di
risposte, di segnali che stentavano ad arrivare, chiedendo a Dio o a
non sò chi qualche resoconto, ma nulla aveva in cambio, nulla e
silenzio.

E un cellulare che stentava a squillare, si era così fissato col
telefono che gli sembrava di sentire squilli in ogni situazione...
Che cosa aveva sbagliato?- Nulla- rispondeva il cuore che al solo
ricordo di Graziella iniziava a battere all'impazzata.
Basta saper volare, ripeteva continuamente in se, volare per scappare
via dal mondo...

Ma non riusciva a togliersi la vita, era un vile agli occhi di se
stesso, guardava il cielo, sempre sereno in attesa di un segno, un
fulmine che giungesse a squarciargli il cuore.

Di lì a poco una notizia giunse per caso, portata lì dal vento, un
foglio di giornale, accartocciato, in riva al mare ballonzolante come
una foglia che cade da un albero autunnale.

Un colpo secco sul suo viso mentre era distratto, un dolore ed un
articolo, vero reale, come un presagio:
Prostituta romena trovata uccisa in una discarica...
La donna non ha un nome
E poi una foto sentì un tuffo alla bocca dello stomaco, un vuoto
dentro l'anima, un presagio divenuto realtà.
Un incubo reale.

Iniziò a piangere come un bambino, accasciandosi sulla riva e si
stringendosi nel cappotto, guardava quella fotografia, aveva avuto la
sua risposta, avrebbe smesso di guardare il cielo...

Era rimasto solo, per sempre, solo coi suoi ricordi e quella pagina
accartocciata con una fotografia...per sempre.





FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
© All rights reserved
Anna L.
Photo    Aleksandr Churakaev

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Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso dell'autore



 

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