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RACCONTI

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Achìria
Vendetta






 



      La donna chiuse il telefono e rimase ferma un istante. Aveva il cuore che le scoppiava nel petto. Un’altra volta la segreteria. Un’altra chiamata senza risposta. Ma questa volta il messaggio l’aveva lasciato, eccome. Aveva parlato senza respirare, d’un fiato, per paura di non riuscire a farlo. Ora era lì a guardare quel maledetto telefono. Avrebbe voluto spaccarlo per terra, urlare, piangere forse. Avrebbe voluto dirgli in faccia tutte le cose che le riempivano l’anima in quel momento. Lo odiava, lo odiava per quel comportamento meschino, per non aver avuto il coraggio di guardarla neanche in faccia. Ricacciò indietro le lacrime, sentendo il sapore salato bruciarle la gola, poi si guardò allo specchio. Era bella, in quel momento, accidenti com’era bella. La rabbia l’aveva infiammata, aveva acceso i suoi occhi, scaldato le sue guance, reso viva la sua pelle… Si sentiva bella e potente come solo una donna ferita da un uomo può riuscire a sentirsi. Si sentiva pronta a qualunque cosa…

Si sentiva forte come non era mai stata. Si tolse la camicia e si guardò. Aveva davanti il suo bellissimo corpo, il suo seno palpitava eccitato, le sue mani, strette in pugni chiusi sui fianchi, erano diventate gelide. Sorrise in tono di sfida. E giurò a se stessa che gliel’avrebbe fatta pagare. A qualunque costo. Si tolse il resto dei vestiti e si immerse nell’acqua calda del bagno. Si lasciò calmare dal profumo dei sali, socchiuse gli occhi e iniziò ad accarezzarsi. Era bella nuda, molto più bella che con gli abiti indosso. E pensare che lui non l’aveva mai vista così… Uscì dall’acqua e si avvolse in un telo morbido. Si cosparse la pelle di lozione profumata, lentamente, partendo dal collo, scendendo sul seno…lasciando colare qualche goccia per poi riprenderla e allargarla morbidamente con le mani. Si accarezzò il ventre, il pube, le gambe, i piedi. Indugiò ancora sulle spalle e sulle braccia. Aveva una pelle morbida e calda, invitante…

Allacciò alla caviglia una piccola catena d’oro e si dipinse le unghie di smalto. Fece ogni cosa con calma, come preparandosi a un rito. Indossò un tanga di tulle rosa, ricamato in modo sapiente e sensuale. E un paio di calze nere, sopra il ginocchio. Infilò gli stivali con il tacco a stiletto e si sentì una dea. Una dea cattiva, che non perdona. Il cuore le palpitava nel petto facendole quasi male. Il pensiero di cosa sarebbe accaduto quella notte le premeva le tempie, le rallentava il respiro… le allagava il ventre. Rimase in piedi così, seminuda davanti allo specchio, avvolta nel vapore del suo profumo e iniziò a truccarsi le labbra. Passò il rossetto sul contorno della bocca più volte, lasciandosi accarezzare da quel segno cremoso, poi lo tolse e decise che non ne aveva bisogno. Aveva labbra morbide e piene, di un bel rosa vivo che nessun trucco avrebbe potuto imitare. Qualcuno un giorno le aveva detto che erano la sua arma peggiore… Che un uomo per quelle labbra avrebbe potuto fare pazzie… Rise tra sé… Già. Di sicuro le avrebbe usate quella sera, pensò con l’aria crudele di una Medea furente.

Raccolse i capelli lasciando cadere alcune ciocche sul viso, infilò un abito nero accollato, senza maniche e, sopra, la giacca con il collo di pelliccia. Arrivò a casa di lui, imprevista e inaspettata come una ventata nel buio. Non disse nulla davanti alla porta, soltanto gli penetrò gli occhi con i suoi. Lui cominciò a parlare, a giustificarsi, a spiegare… Riempiva l’aria di gesti, di fumo, parole… parole meschine e inutili, che a lei ormai non facevano più alcun effetto. Ferma nella sua posizione aspettava il momento. Quello giusto. Quello oltre il quale non si sarebbe più fermata. Restava in silenzio, davanti a lui, inondadogli i sensi con l’odore della sua pelle, confondendolo con il suo sguardo deciso e penetrante. Quando lui smise di parlare, lei gli si avvicinò, lentamente, e iniziò a sfiorargli le labbra con le sue, morbidamente. Gli sfiorò con la lingua la lingua, le labbra, poi il collo e le orecchie. Sensuale ed avvolgente come una gatta.. “Ti voglio”, gli sussurrò piano all’orecchio. L’uomo rimase immobile. Lei prese la sua mano e se la portò alle gambe schiudendole appena. Lui percepì la nudità della pelle di lei e deglutì. Aveva caldo, in quel momento… Si allentò il bottone della camicia.

Cominciava ad essere confuso… Lei gli si avvicinò di più e invitò la sua mano sotto la giacca, a sfiorare i seni liberi e sodi, sotto il vestito. “Che intenzioni hai?” chiese lui con voce roca. “Dimmelo tu. Dimmelo tu, perché sono qui.” Lei non abbassò neanche per un’ istante il suo sguardo da dov’era. “Ti ho spiegato, lo sai, io non posso darti niente … Non puoi aspettarti nulla da me… forse hai capito male”. “Ho capito benissimo. E lo sai anche tu” sibilò con un tono che non ammetteva repliche. Poi rise… Era presto per rivelare il vero motivo per cui era lì. “Non voglio sentirti parlare. BASTA.” Il tono secco e deciso della donna non lasciava spazio alla scelta. Si tolse la giacca lasciandola cadere per terra e si diresse al divano, portando l’uomo con sé. Lo baciò a lungo, accarenzandogli il petto, le spalle, la schiena da sotto la maglia… Lui chiuse gli occhi e la lasciò fare. Lei gli sfiorava la pelle ora con languida delicatezza ora con desiderio impaziente… Quando gli toccò la schiena lui credette di impazzire e sentì irreversibile tutta la potenza della sua eccitazione.

La scostò di forza da lui e la guardò cercando di capire. Lei gli sorrise, invitante e piena di voglia, e lo zittì, ancora una volta, con un dito sulla bocca. Le carezze di lei si fecero sempre più audaci e invadenti. Non gli davano tregua… Quando gli aprì i pantaloni e infilò la mano intorno al suo pene gli si bloccò il respiro in gola. Allora iniziò a spogliarla, avidamente, velocemente… senza riuscire a resistere, senza capire più niente… Mio Dio com’era bella… non riusciva a staccarsi dal suo seno bianco, dal suo collo invitante, dalla sua bocca sensuale… Con le mani la stringeva ovunque, con la bocca la baciava, la mordeva, la succhiava… aveva voglia di lei, di sentirla, di prenderla, di assaggiarla e mangiarla come un frutto succoso. Sentiva la sua pelle diventare rovente, il suo fiato scaldargli il collo, le sue gambe bellissime circondare impazienti i suoi fianchi…

Troppo bello… troppo bello per essere vero… L’uomo non capiva dove lei volesse arrivare… non poteva offrirsi così a lui, dopo quello che era successo… dopo quello che aveva ammesso.. Non era da lei. Lei non l’avrebbe mai fatto. Ma quella non era lei, non poteva esserlo. Quelle mani così sfrontate e insistenti, capaci di scatenare così profondamente il suo desiderio, i suoi istinti… quella bocca così assetata, così avida, così offerta… quel corpo caldo, languido, infiammato di promesse ardenti… Così decisa e sicura. Così padrona di sé da far quasi paura… Chi se lo sarebbe immaginato? Chi avrebbe mai potuto pensarlo… La rivide tra le lacrime, qualche giorno prima, in un bar del centro. Si erano incontrati per quella che doveva essere l’ultima volta e lui le aveva fatto capire chiaramente che non era pronto a niente di serio, che non voleva impegni di sorta… che era troppo indipendente e non aveva bisogno di una donna al suo fianco. Lei, poi certamente, non era il tipo per lui… lui cercava altro. Non pensava di ferirla tanto, in fondo non c’erano stati che un paio di appuntamenti e qualche bacio da adolescenti. Poi però le aveva fatto pena e aveva cercato di addolcire la pillola chiudendo l’incontro con un “Forse…magari ci risentiamo tra qualche tempo…”.

E ora era lì, accidenti… con lei tra le braccia, pazzo ed eccitato fino alle lacrime… Non aveva senso… Lei non gli dava fiato. Sapeva cosa fare e sapeva farlo molto bene… Sembrava capire solo sfiorandolo cosa lo avrebbe fatto impazzire, cosa gli avrebbe dato il piacere più profondo, più intimo… cosa lo avrebbe fatto tremare. Lo invitò a toccarla, a baciarla… a prenderla. Prese la mano dell’uomo e la accompagnò tra le sue gambe facendogli sentire quanto era calda e umida la sua voglia. Lui insinuò le sue dita dentro di lei, facendola gemere. La vista del suo viso eccitato lo fece andare fuori di testa e senza riuscire più a trattenersi le aprì le gambe e la penetrò. L’entrata liscia e profonda mozzò il fiato a entrambi. Fu lei a muoversi per prima, all’inizio piano, poi sempre più forte… ad avvolgerlo, a chiuderlo, a farlo uscire per poi attirarlo ancora dentro di sé… Salì su di lui, lo prese dentro di sé e lo costrinse a sottomettersi al suo volere, al suo piacere, al suo ritmo. Lui riusciva appena a respirare… ogni tanto doveva distogliere lo sguardo perchè la vista del suo corpo nudo era troppo eccitante. Ma lei non gli dava tregua. Lo usava a suo piacimento, a suo controllo.

Quasi gli impediva i movimenti… Lo portava fin sull’orlo dell’orgasmo, poi lo lasciava andare e gli impediva di continuare. Ad un certo punto si tolse da lui, gli bloccò le mani e lo guardò dritto negli occhi: “Ora me ne vado” gli disse. “Ti lascio così e me ne vado”. “Tu sei pazza… non ci credo… non potresti” “Allora supplicami” “Supplicarti?” “Supplicami di restare” L’uomo non sapeva rispondere… Aveva la testa che girava, lo sguardo incerto… era confuso…aveva soltanto una folle voglia di lei. Non sopportava l’idea che se ne andasse. Non poteva farlo… La prese di forza trascinandola a sé con le braccia, ma lei restò ferma, impassibile, senza lasciarlo entrare. Lui iniziò a gemere… a gemere piano… “Ti prego, dai non fare così…ti prego…” “Supplicami” “Va bene, va bene… ti supplico” “Ancora” “Ti supplico, per favore… Ti supplico…” Lei era ancora in piedi, davanti a lui. Si girò, dandogli le spalle e si sporse a guardare la giacca abbandonata per terra. Vide il luccichio del metallo sbucare appena dalla tasca… Sarebbe bastato avvicinarsi un po’… Fece per muoversi in quella direzione ma lui la strinse alle gambe e cominciò a baciarle i piedi, le ginocchia, le cosce… poi il ventre, la schiena, il collo, la bocca.

Chiuse gli occhi e si sentì strana… Non avrebbe dovuto farlo… non avrebbe dovuto chiudere gli occhi… Si strinse a lui e lo lasciò entrare, abbandonandosi a un amplesso languido e calmo che procurò ad entrambi un piacere intenso e profondo. Lui aveva le lacrime agli occhi, non osava più muoversi, non osava parlare… una cosa del genere non gli era mai capitata. Lei si alzò e si rivestì, lasciandolo ancora sottosopra sul divano… “Ti chiamo, domani… Ti voglio rivedere…Non potevo sapere… Non credevo tu fossi così… Ora invece…” Lei prese la giacca, se la mise sulle spalle e infilò una mano in tasca. Gli andò vicino e gli disse d’un fiato: “Non ci sarà un’altra volta… mi fanno pena gli uomini che supplicano”. Poi uscì, chiudendosi la porta alla spalle. Achìria







FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
© All rights reserved
Achiria
Photo    Julia Kuzmenko

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