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RACCONTI

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Schweigen
TATU'






 



     Aveva trovato casa in affitto al quarto piano di quel palazzo costruito sul finire dell’ ‘800, bello ma senza pretese, in un vecchio abbaino magnificamente riattato ad attico, dal quale spingendo lo sguardo fra i tetti riusciva a vedere il mare. Aveva trent’anni e ne dimostrava dieci di meno, il corpo esile ma dalle forme morbide, il viso tondo e infantile coi capelli neri cortissimi e gli occhioni scuri; se ne andava, d’Estate, su e giù per le scale in canottiera, pantaloncini e infradito, ostentando sul resto di quasi tutto il corpo decine di svariate figure, come una storia a immagini narrata sulla pelle...

Lui abitava solo al primo piano nella immensa casa dei nonni. Anche per lui, i cinquant’anni non erano disposti a mostrarsi tutti; aveva uno sguardo sempre sobrio e buono, con un accenno di barba brizzolata e i capelli castano – paglierino renitenti all’imbiancatura. Il suo hobby, la sua passione, quasi il suo secondo mestiere era suonare la chitarra: nei periodi di vacanza era capace a dedicarvi fino alle cinque ore giornaliere, e in qualsiasi momento dell’anno non ci restava mai meno di un’ora.

Quando si incontravano per le scale lei diceva “buongiorno” con evidente, sincera educazione, e lui le rispondeva “ciao” come si fa con una bambina, accennando un sorriso tra lo stupito e il benevolo: non gli erano mai piaciuti i tatuaggi, ma addosso a lei, chissà perché, gli davano un senso di allegria e tenerezza. Un giorno ebbe più coraggio del solito e dopo il saluto le disse: “ certo che ti devono piacere proprio tanto!”, lei abbassò lo sguardo, poi lo risollevò e rispose con decisione: “beh... è il mio mestiere”. Da allora lui prese a chiamarla tra sé e sé “Tatù”, e pensava il nome scritto così, non con le due O finali, ma con la U accentata.
Lei chiudeva il suo esercizio all’una del pomeriggio, e le piaceva fare la pausa a casa; passando al primo piano lo sentiva suonare; allora si chinava con l’orecchio contro la serratura, e rimaneva un pezzo così, immobile e contenta. E questo accadeva quasi tutti i santi giorni...
Una volta le parve di ascoltare solo silenzio, e ne rimase delusa; premette l’orecchio più forte e attese; “hai bisogno di qualcosa?” fece una voce alle sue spalle; lei sobbalzò, si mise ritta, arrossì:

“Oh, no...no: mi scusi... che vergogna!”; “perché?” fece lui benevolo; lei taceva, mentre lui osservava il cardellino istoriato sul suo deltoide sinistro. “I canarini oggi li ho messi in cucina, che è parecchio lontana: per questo non si sentono” disse lui. Lei sorrise grata: “non ascoltavo i canarini” rispose “è un mese che tutti i giorni la sto a sentire mentre suona”. Lui aprì la porta: “entra” le disse. Lei varcò la soglia a testa bassa, come un’alunna chiamata impreparata all’interrogazione; dopo un brevissimo tratto al buio finì in una stanza inondata di luce, con poco mobilio e tante immagini alle pareti, e in quelle immagini i suoi occhioni si persero. “Siediti!” fece lui gentile; c’erano due sedie al centro della stanza, e accanto a una di esse, in piedi, la chitarra. Lei ubbidì, mettendosi ritta con le mani abbandonate in grembo. “Non stare così: rilassati!” fece lui mentre imbracciava lo strumento; allora lei puntò i talloni sull’asse fra le gambe della sedia, appoggiò il mento ai pugni chiusi e fissò lui immobile.

Lui eseguì alcuni pezzi brevi: certi dolcissimi, altri decisamente virtuosistici. “Lei è bravissimo” fece la ragazza con voce estasiata e sincera; “oh! figurati!”; “Sa suonare Serenata del mar ?” chiese lei; “ci provo” rispose lui, e attaccò... la musica si scioglieva in un fiume di note.
“Questa non è Serenata del mar” interruppe lei ad un punto: “ è un suo arrangiamento di I’ te vurria vasà...”; “ti dispiace?” chiese lui “tutt’altro” ribatté lei: “continui così, la prego...”. Lui continuò, arricchendo la melodia di numerose, tenerissime variazioni.

Allora lei fece quello che da sempre sognava, e che non aveva mai concesso a nessun maschio: si denudò completamente e, seguendo la musica, ripassò con la punta del dito tutti i disegni del suo corpo. Finì in sintonia con l’ultimo arpeggio, su una rondinella in volo, vicinissima a un minuscolo, tenero, buffo ciuffetto scuro. Si rivestì in fretta, e rimase in piedi in attesa. “Vuoi qualcosa da bere?” chiese lui, “sì: dell’acqua, grazie!”, bevve infantilmente un intero bicchierone; poi glielo restituì, e insieme a un bacio sulla guancia, dando del “tu” per la prima volta, disse: “Ora devo andare: non accompagnarmi; continua a suonare, ti prego...”.







FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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Schweigen
Photo   Peter Nguyen

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