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RACCONTI

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Schweigen
Sei una zingara






 



     Approdarono alla spiaggia intorno alle sei e mezzo di sera, più o meno come avevano programmato. Lei, le sue due amiche Laura e Teresa, e il cane di Teresa, un bel pastore maremmano che, oltre a imporsi con la sua stazza e il suo affetto perentorio come assolutamente ineludibile e irrinunciabile, era una perfetta body-guard quando donne sole vogliono passare una serata e una notte d’Estate in spiaggia senza alcun’altra intenzione se non stare insieme, chiacchierare, godersi il fresco, fare il bagno col buio, mangiare e bere qualcosa, guardare la luna e le stelle e dormire beatamente.
La spiaggia era immensa e la gente aveva cominciato a scemare da un po’: rimanevano pochi capannelli qua e là, e già si aggiravano i volontari e i dipendenti del Comune a raccogliere carte, cartacce, lattine ed avanzi di ogni tipo.

Lei si fermò ritta a godersi la prima occhiata sul mare aperto nel momento in cui il sole produce il brillio migliore; guardò di sottecchi le amiche; era contenta anche se sapeva perfettamente cosa sarebbe successo: i soliti discorsi, la distensione tanto agognata, qualche sospiro, qualche lattina in più di Teresa, l’acqua del mare che avvolgeva i corpi (ecco: l’unico vero enigma era quali e quanti sarebbero stati completamente nudi oppure forniti di poca stoffa sulle natiche e i seni, a sgusciare fra le onde) e poi la nanna, una dolcissima nanna.

Svolsero le stuoiette morbide, controllarono il contenuto delle borse termiche, con qualche commento sulle novità, le conferme, i prezzi e le preparazioni; osservarono ancora un po’ lo stato del luogo, confrontandolo con l’Estate passata; discussero sbadatamente sulla sporcizia o meno, sul senso civico del singolo e la responsabilità dell’amministratore. Quindi assunsero la veste ufficiale: denudarono i piedi e le gambe, avvolsero la vita nei parei leggeri e mostrarono i busti coperti dai soli reggiseni. Ora potevano poggiare i sederi a terra e iniziare la prima parte dei racconti, su come stavano, le speranze e i disincanti, le noie sul lavoro e qualche piccola autentica gioia.

Trascorsa più di un’ora il vento si stava alzando al di là del previsto; più fresco del previsto: l’imbrunire lasciava il cielo sgombro e sereno, ma il mare si stava increspando; qualcuna incominciò a esaminare l’ipotesi di rinunciare a un bagno forse troppo freddo, con un’uscita in una notte ventosa per nulla piacevole. Lei tacque. Si alzò e volse le spalle al mare, mentre le amiche mantenevano la posizione assunta e continuavano a parlare.
Notò allora, nella parte incustodita al di là della spiaggia ma prima dello stradone, quella che si improvvisa parcheggio sabbioso e che ormai appariva libera completamente, alcune lunghe auto non più di moda, disposte quasi a cerchio, e al di fuori del cerchio due vecchie roulotte. Da bambina vedeva spesso simili accampamenti di zingari, con tanto di raccomandazioni da parte di mamme nonne e zie, ma da adulta non le era più capitato. Mentre una delle due amiche la interrogava senza preoccuparsi della risposta, buttando lì che “mi sa che il bagno di notte non lo facciamo, ma staremo benissimo ugualmente”, e forse le chiedeva se gradiva qualcosa da mangiare, lei quasi inconsciamente prese a procedere verso la piccola comunità appena scoperta. Non si fermò: anzi affrettava il passo; e nessuno la richiamava indietro.

Il buio non era ancora arrivato ma la sera ormai era decisamente avanzata; la sua ombra era lieve e lunga, e il vento non accennava a calare.
Quando fu più vicina percepì dei suoni confusi, che poi presero forma di musica: di quella ventina di nomadi, cinque traevano una forsennata melodia da una chitarra, un flauto, un violino un tamburo e una fisarmonica. Gli altri ballavano in cerchio, ordinatamente; violento era lo slancio dei piedi e la torsione dei fianchi con le mani poggiate sopra, ma per il resto la danza appariva sobria e consapevole.

Si avvicinò ancora, e passò senza avvedersene il confine fra la spiaggia e lo spiazzo, rimanendo immobile, attratta da quella danza. Non sapeva spiegarsi perché, ma in quel momento si sentiva lontanissima dalle due amiche, che pure stavano tranquille a due minuti di cammino. Due ragazze giovanissime la notarono, uscirono dal cerchio, e prima che lei potesse scuotersi infilarono le loro braccia sotto le sue, una da un lato e una da un altro: “vieni!” le disse una di loro. Lei trasalì: la giovane era abbigliata esattamente come lei vent’anni prima, nella serata d’addio alla scuola superiore: un fazzoletto nero le avvolgeva il capo e la sua frangia ricadeva fino al seno, mentre alle orecchie danzavano due immensi cerchi d’argento. La ragazza si fermò un attimo a contemplarla con un moto impercettibile di ammirazione e invidia; in quel momento lei si rese conto di avere dei folti, stupendi riccioli corvini inanellati, e di sfoggiare due pendenti fatti di tre ordini di coni rovesciati, che si assottigliavano dall’alto in basso. Le due la obbligarono a entrare nel cerchio, e lei non fece resistenza. Il buio stava arrivando.

Con la sua entrata la musica si fece più violenta; lei cercava di seguire i movimenti canonici, e la cosa sembrava riuscirle: una teoria di volti le attraversavano le pupille, la osservavano severi ma non ostili, oppure le sorridevano benevoli. Il ritmo adesso era quasi parossistico e lei provava un certo affanno a seguirlo; poi a poco a poco scemò, nell’intensità e nel volume, e si fece più lento. Tre strumenti tacquero, mentre la chitarra e il violino da soli attaccarono una melodia dolce, sensuale e stupenda. E lei riconobbe subito la sua preferita: era una malagueña. Si trovò senza accorgersene a seguirne i passi con i piedi e il movimento dei fianchi, e fu costretta di nuovo a trasalire: un giovane la fissava sorridendo; quel giovane era identico al ragazzo che, nella famosa serata d’addio, si era fermato a parlare un po’ con lei; lo ricordava bene: era biondo, dal corpo esiguo, dal viso delicato e dal sorriso dolce e triste; lo zingaro appariva più robusto e sicuro di sé; sul viso brillava nella notte la barba rada non fatta; ma l’espressione degli occhi e il sorriso erano identici. E quel ragazzo le aveva detto: “Sei una zingara!”, poi, preoccupato dal suo corrugare la fronte, aveva aggiunto: “Una dolcissima zingara”.

La musica continuava, coinvolgente più che mai. Una delle due ragazze le si avvicinò: fissandola portò le mani dietro la sua schiena: “Questo ora dallo a me!” sussurrò. Apparve il suo seno nudo. Lei alzò le braccia, e incominciò a muoverle ritmicamente, come avesse fra le dita due nacchere; tutti smisero di ballare e rimasero in cerchio ad ammirarla, mentre lei sottometteva il suo corpo alla luce della luna e delle stelle, accompagnando ogni nota e ogni accordo, fino a quando, nello sfumare del finale, chiuse gli occhi e nascose nella immobilità perfetta, scossa da pochi, impercettibili sussulti, un godimento sublime.

Tutti allora applaudivano, si complimentavano, le stringevano la mano, mentre la ragazza rivestiva i suoi seni e aggiungeva un manto leggero sulle sue spalle.
La fecero sedere su una pietra; le offrirono carne arrostita e vino rosso dentro una tazza col manico; lei li gustò grata. Incominciarono a parlare: non chiesero chi fosse o da dove venisse; né lei lo chiese a loro. Solo la ragazza domandò “Come ti chiami?”, e lei - cosa che non faceva mai - rispose col suo nome completo: Filomena. “Allora sei un usignolo!” fece la ragazza; lei la guardò fiera e rispose: “Sì, credo di sì”.

Parlavano soprattutto di musica: della musica ebraica, di quella tzigana e di quella spagnola, che la gente confonde fra loro. Lei chiese se conoscessero Paganini, e loro negarono; accennò a voce l’inizio di un capriccio, allora risero contenti, e il violino terminò il pezzo da lei iniziato. Si sentiva felice.
Ad un punto il più anziano si alzò, seguito immediatamente dalla compagna. Allora si alzarono tutti. Lei capì, lasciò il manto e prese a salutare. Una delle ragazze la baciò sulle guance, l’altra sulle labbra: un bacio lieve, dolcissimo e sensuale. “Ciao Filomena”, le disse. Lei se ne andò senza voltarsi.

Raggiunse stancamente, lentamente la postazione delle amiche; il cane le si fece incontro, strofinò il muso sulla sua coscia con decisa simpatia e ammirazione. Le due amiche dormivano beatamente sulle stuoiette, con i parei a mo’ di copertina, vicine. Qualche lattina di troppo accanto a Teresa. Il cane si accovacciò presso la sua stuoietta, e lei fece lo stesso, restando a lungo a guardare assieme a lui la luna e le stelle, e ad ascoltare il mare. Poi lui si distese, e lei ubbidì imitandolo, abbandonandosi grata al sonno.

Quando la luce del mattino inoltrato la risvegliò si ritrovò completamente sola: accanto a lei né amiche, né cane, né borse. Senza spaventarsi si tirò su e guardò verso la strada: al piccolo bar loro parlottavano sedute a un tavolino esterno. Si scosse un poco e decise di raggiungerle. Nel breve percorso fece una piccola deviazione e osservò lo spiazzo: non c’erano auto, né roulotte, né persone né altro; né segni di bivacchi o avanzi di cibo. Solo, sulla pietra dove aveva seduto, qualcuno aveva lasciato una rosa. Anche lei decise di lasciarla al suo posto. Poi raggiunse le amiche senz’altro.
“Alla buon’ora, dormigliona! Su, vieni a prenderti il caffè”. Lei passò accanto a loro senza quasi guardarle; assaporò il caffè da sola al banco, e finalmente sedette al tavolino. Loro la fissarono un po’ stupite, poi scoppiarono a ridere insieme. Una disse: “Sei una zingara... un vera zingara!”









FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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Schweigen
Photo   Peter Nguyen

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