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RACCONTI

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Schweigen
Rubinia






 



     E’ una vita che non vengo qui al vivaio. Da ragazzino ci accompagnavo spesso la mamma, per aiutarla a portare via i fiori: acquistava una, al massimo due piante alla volta... era anche un po’ un pretesto per fare visita e chiacchierare con la padrona, un’amica di infanzia un poco più anziana di lei, dall’aria arzilla e simpatica.
Ora che la mamma non c’è più da tre anni sono riuscito finalmente a restaurare la casa; non grande, ma con una favolosa terrazza che dà sulla strada con gli aranci ornamentali con una balaustra di colonnine tonde in marmo bianco. E sono tornato qui, per il tocco finale: i fiori.

Non sembrerebbe essere cambiato nulla, neppure il nome all’esterno: c’è un cancello in ferro
grigio - perla, ad altezza d’uomo, sempre spalancato in orario di apertura; dietro, uno spiazzo esiguo, chiuso immediatamente per chi guarda da una fitta, altissima barriera di foglie verdi; ma io so che sulla destra, un poco avanti, come per l’entrata in un labirinto, inizia un vialetto, che subito si allarga e consente l’accesso al vivaio nelle sue quattro parti: le piantine aromatiche (mirto, basilico, salvia, rosmarino...), i futuri alberi da frutto (limoni, arancini...), i fiori infiniti che possono stare sotto il cielo, e la serra di quelli da proteggere. Per cui questo vialetto lo imbocco sicuro, e subito mi blocco a bocca aperta.

Una figura femminile sull’uno e ottanta mi guarda interrogativa; ha una cascata di capelli castano scuri ricci che le finiscono sulle spalle, è robusta senza grasso; indossa una canotta violetto pallido, con le spalline sottilissime, una minigonna di jeans non eccessiva e sandali bianchi col tacco aperti dietro. Sembrerebbe sui quarantacinque portati bene; ha le mani guantate da giardiniere, e nella destra stringe una paletta di ferro, che protende verso il basso, come l’arcangelo posto a guardia del giardino inviolabile. Dietro di lei vi è una pianta immensa, alta almeno un altro metro oltre la sua testa, a forma di cono, folta di foglioline verde scuro e campanule di un viola un po’ più acceso rispetto alla sua maglietta.

Non so perché la prima cosa che dico è: “Sono Riccardo...”; lei mi fissa più a lungo di quanto mi aspettavo; poi sorride piano, libera la mano destra, me la tende e fa: “Piacere: Rubinia!”; io continuo a stupirmi di me stesso: “Ah! Rubinia... allora è lei che uccide le crittogame qua!”; “Quella è la rubina” ribatte “è preoccupato dalle crittogame? O per le crittogame?”; “Non più di tanto... però che tipi strani” “Perché?” “Bah! A cominciare dal nome: che si sposano di nascosto...”;
“Lei deve essere un prof di scienze” fa. (Oh cavolo! Ma non sarà allora la Maga Rubinia? Però sono un po’ indispettito): “E perché non un ricercatore universitario? Un imprenditore chimico? O uno scrittore moderno di quelli che spaziano, che sanno tutto?” “Ma via! L’universitario avrebbe mandato la povera assistente; l’imprenditore la moglie o l’amante; quanto allo scrittore moderno... di prima prova lei mi sembra troppo simpatico... ho indovinato, vero?” “Eh, già...” “Anzi le dirò: lei insegna ai ragazzini delle medie, che la fanno diventar matto ma poi le danno anche soddisfazione...” “Scusi, ma dove ce l’ha la palla di vetro? “Oh, no! Non serve: io parlo con le piante, che mi sussurrano tutto... . Comunque, oltre a disquisire di queste squisitezze in orario di quasi pausa – pranzo, in cosa posso esserle utile?”
“Beh, ecco: ho finito di mettere a posto in casa mia e vorrei dei fiori sui tre lati di una bella terrazza tre per quattro”. Lei tace e mi indica la strada verso il vivaio con la paletta – spada. Io la seguo da dietro: glutei robusti, ben fatti, simpatici; che non hanno paura di niente e di nessuno. Mentre camminiamo riprendo la parola io: “Venivo qui da ragazzino, con mia madre. Allora la padrona era la signora Wanda” “Mia zia; è morta cinque anni fa” “Non mi sembra di averla mai incontrata qui: non veniva mai dalla zia? Questo è un bel posto per una bambina; è una specie di oasi in mezzo alla città”. Si volta, mi squadra per un po’, seria, poi fa: “Sì, ci venivo spesso. Sarà un caso che non ci siamo incontrati.”

Arriviamo alla parte dei fiori scoperti. E’ davvero tutto com’era: in ogni sezione c’è una scrivania sotto un ombrellone, con carte, penne forbici e mille altre cose sopra. Lei continua a camminare in silenzio; senza nessun accordo se ne va un po’ tra le piante, si china a toccarne qualcuna. Non so cosa mi salta in mente: “Sa che questa canotta le sta proprio bene?” faccio. Ride: “Ah!, grazie; ma per onestà devo dirle che ho un reggiseno senza spalline” “Perché?” “Perché mi fa le tette fatte a pera” “E invece?” “E invece ce l’ho tonde” “Beh, non c’è niente di male; anzi sono simpatiche...” “Toh! Anche mio marito dice sempre così...”.

Ecco! Non fare il furbo con te stesso, di’ la verità! Te l’eri già immaginata single disinibita, o separata in cerca del vero uomo. Che naturalmente saresti tu. Eccola lì: più intelligente di te, con un marito con cui scherza e va d’accordo...
“Beh... tette a parte, tornando ai fiori ha già qualche preferenza?” “Penso di avere le idee fin troppo chiare: vorrei dei gerani; sul lato più interno un’alternanza di rosso cupo e rosso normale; sul lato lungo uno edera, e sulle colonnine in marmo che danno sulla strada il geranio rosa” “Ma senti lì! Il profe è un po’ malinconico: ha bisogno di aiuto, e spera in una vera amicizia... che potrebbe anche rivelarsi un affetto nascente!” (meglio tacere: io non conosco a memoria il linguaggio dei fiori; ma è esattamente così).

Mi guida per i solchi, mi mostra le piante. Sono bellissime, e alla fine siamo soddisfatti. A questo punto squilla un telefono sulla scrivania; lei si precipita, lo prende, risponde; io la seguo; lei si allontana un po’ a parlare. Rimango educatamente dov’ero. Sulla scrivania c’è un taccuino medio, aperto, a quadretti. Afferro la penna e scrivo:

R egalami
U n momento soltanto fra i tuoi petali
B elli: come il tuo sguardo fosse un’ala mi
I nfilerò sotto di lui: tu lieta li
N utrirai, ma a me non badare:
I n fondo è bello anche così: aspettare
A more

Finalmente ritorna. Facciamo i conti e pago. Inforca gli occhiali da vista ed è ancora più dolce; prende il blocchetto delle ricevute. Legge l’acrostico. Non dice nulla. Poi fa: “Glieli faccio recapitare stasera subito dopo la chiusura: va bene?” “Certo , grazie. Allora vado” “Arrivederci”.
Mi volto e faccio tre passi: “Ah! mi scusi” è lei che mi chiama; mi raggiunge lentamente, dice: “Che sia la prima e l’ultima volta”, poi mi afferra le tempie e mi bacia; a lungo; un bacio che ha il profumo di tutti i petali che finora ho guardato.

Suonano al citofono e io apro. “Venga giù! Non ho nessuna intenzione di beccarmi una multa!” E’ lei! Corro per le scale. Il suo Ape è posteggiato sul marciapiede: “Prenda le piante: in due o tre volte ce la fa. Poi io posteggio e torno su ad aiutarla... se vuole” “Certo”. Ubbidisco, e dopo un po’ arriva. Ha una salopette beige, le scarpe da ginnastica da pagliaccio buono, i capelli tirati indietro a sangue con una lunga coda. E’ perfetta. La terrazza è a lucido. C’è già al centro un tavolino con due sedie. Lavoriamo, parliamo: come siamo finiti a fare i nostri lavori, come è una giornata – tipo, e così.... Abbiamo quasi terminato. Ho un’idea. “Mi aspetta solo un attimo?” chiedo; “Prego”. Ho in fresco qualche bottiglia di prosecco perché pensavo di “inaugurare” il nuovo assetto della casa con pochi amici. Ritorno con due calici e la bottiglia: “Vorrei brindare a questa terrazza, ora così bella” dico. Sorride, si siede. Sorseggiamo pian piano lo spumante.
“Sei molto migliorato, sai, Riccardo?” la guardo terrorizzato “Questa sera non hai fatto altro che guardarmi il sedere” ancora pausa; “invece, l’unica volta che ci siamo visti al vivaio, da bambini, mi hai rincorso e mi hai tirato giù le mutandine!”. L’immagine, che avevo completamente rimosso, mi si staglia nella memoria: nitida, violenta... ma come potei???
“Piansi a dirotto per mezz’ora”.
“Mi spiace” sussurro; “Oh! tu te la cavasti molto peggio: tua madre ti prese a ceffoni davanti a noi tre, e avesti anche l’umiliazione del maschio che frignava!”. Un’altra diapositiva ancora più nitida, più violenta... ora però ricordo anche il sollievo di non essere rimasto impunito, da subito...

C’è molto silenzio, poi riprendo io: “E poi, quando io e mia madre partimmo, come ti andò?” “Oh... non malaccio: mia zia Wanda mi disse: vedi Rubinia, lui è stato proprio un gran maleducato! Ma se l’ha fatto, vuol dire che ci ha proprio un bel culotto!”.
Ridiamo. Poi ancora silenzio, assorti. “Non sarebbe stato male fare l’amore con te” dice. E lo dice per me, per consolarmi: sta facendo il geranio rosso cupo. “Non preoccuparti” rispondo “è bellissimo anche così” “Mi fai felice”.
L’accompagno alla porta: “Comunque” dico “tua zia aveva proprio ragione”. Trotterella scendendo le scale, si volta un attimo e fa: “lo so”.








FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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Schweigen
Photo   Peter Nguyen

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