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RACCONTI

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Schweigen
La signora di zucchero e sale






 



     Era rimasta sola. In quella casa vuota: senza acqua né luce né gas. Senza mobilio. Spostò il suo corpo verso la persiana chiusa. L’arrivo della sera aveva acceso il lampione fuori, proprio davanti alla finestra. L’alternarsi delle assicelle disegnava liste di luce sulla sua pelle; notò che una le attraversava entrambi i capezzoli: la rosa di panna trapunta da minuscoli spiumini e il titti intenso occupavano quasi tutto il suo piccolo seno; il resto, appena accennato nella curvatura della prima maturità, ma reso riottoso dall’amore recente, era stretto tra le due rette scure nel fascio di luce, come un ritratto ricercato da un artista fotografo.

Scese ancora con gli occhi: la luce aveva scelto il pancino, lasciando nascosta la fioritura del pube, che pure era così chiaro da ribellarsi al buio, e inviare piccoli rivoli biondi verso l’alto. Guardò il suo braccio sinistro, lievemente piegato e sollevato davanti a sé: stringeva fra le dita il dolcino, un bigné allo zabaione col suo grazioso cappuccio rosa.

Si rivide come a scorrere le scene principali di un film su se stessa, che l’autrice aveva diretto e interpretato senza mai sbagliare. Prima era in piedi, nel mezzo del mercato affollato, fra la gente; avvolta nel tailleur grigio, le cosce tornite e la vita da silfide, il viso incavato e il testone di platino immobile; sorrideva, quasi rideva con aria di sfida, al ragazzo incuriosito e contrariato, stringendo nella destra levata in alto il mazzo di chiavi:

- E’ vuota, sai? non c’è nessuno… non sarai capace solo di discorsi… -

Poi alla finestra, come un’innamorata in attesa; il ragazzo che vagava non trovando il portone; lei che scendeva con spazientita maternità, lo tirava per un braccio e si faceva seguire a breve distanza. La porta che si chiudeva: lei che nascondeva la testa sulla sua spalla, e restava così, respirando forte, per molto tempo in perfetto silenzio; poi estraeva un telo dalla borsa, lo distendeva a terra come a fare il letto alle sue bimbe, e sorrideva ancora rivelando lentamente tutto il suo corpo. La durezza del pavimento contro le sue scapole magre, e insieme attutita dal dolcissimo tondo sotto l’ addome.

Il ragazzo copriva il suo corpo, come neve soffice la roccia, come miele che cola sul pane, come il mare va e viene sul limitare della sabbia scura. Lei gli afferrava i capelli alle tempie, lui la colpiva ripetutamente dentro. Lo fissava e il pulsare dell’iridi dava senza parole il ritmo all’amore. Poi il suo suono cavernoso e dolce, a guidare il membro che esplorava i meandri del grembo, a descrivere le curve del ventre lentamente intrise di un tiepido dono, che trovava la sua strada come un ruscello tra le rocce. E il ragazzo che insieme a lei godeva, quasi piangendo di commozione, rapito dal suo modo di godere.

In piedi aveva aperto graziosa il pacchetto dei dolcini, unica cosa presente in quelle stanze oltre a loro, e glieli aveva offerti come la più buona delle amiche. Ne era rimasto uno solo

- Rivestiti, vai. -

il suo silenzio che ostentava indifferenza alle domande, poi alle proteste piagnucolose del ragazzo

- Ho avuto quello che volevo: non peggiorare la situazione. Va bene così: vattene. -

La porta che si chiudeva. Guardò ancora un poco il dolcino. Lui avrebbe creduto, era sicura, alla parte peggiore, dove si era impegnata a fondo. Anche se (ma no: proprio perché) aveva urlato e stragiurato, avvinghiata al suo corpo, che lui la rendeva felice come mai era stata. Che lei si era donata con amore.

Protese il capo in avanti e celebrò il primo morso: sentì una goccia densa e cremosa colpirle il seno all’altezza del cuore. Sorrise. La raccolse sull’indice destro che portò alle labbra, infantilmente succhiandolo. Un’altra goccia si incuneò tra il naso e l’incavo della guancia magra. Le scese veloce fino alle labbra. Mescolando alla prima il suo sale.







FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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Schweigen
Photo   Peter Nguyen

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