HOME       CERCA NEL SITO       CONTATTI      COOKIE POLICY

1
RACCONTI

1

Schweigen
L’amica dei conigli






 



     ...Abitavo in una vecchia grande casa di campagna: ricordo il grande
camino, la cucina, il cane che, ancora cucciolo, tenevo a volte in braccio...
la casa era isolata, circondata da campi coltivati e da querce:
i vicini più prossimi stavano a diverse centinaia di metri...
andavo a scuola con il pullman, a volte mi accompagnava
mio padre con la sua vecchia fiat128, o un mio cugino...
in realtà quegli anni non erano felicissimi per me: ero molto solitaria
e presa dallo studio, timidissima e a volte malinconica...

beh, non ho avuto una vita facile: la mia era una famiglia contadina
piuttosto povera, mio padre era molto all'antica:
non uscivo, non avevo molti amici...mi sentivo sola..
in più non ero certo la figlia prediletta: mia madre ha sempre dimostrato
apertamente di preferire le mie sorelle..
(dal diario di Gianna).

Gianna passò di nuovo tra le dita, sfogliandole e sovrapponendole l’una all’altra, le tre fotografie ritrovate per caso in un cassetto. Sorrise un poco e asciugò una lacrima di commozione. Si vedeva così diversa! Diversa da quella sedicenne dai capelli scuri, crespi e poco curati, gli occhi impauriti e al tempo stesso profondi e indagatori che guardavano chissà dove, tre brufoli non ravvicinati sul viso. Bruttina la definivano i più buoni, racchia, se non orrida, i malvagi. Eppure Gianna ora lo vedeva: in quella adolescente c’era tutta la forza che poi lei aveva messo in campo, tutto il dolore e la gioia della vita che le avevano valso quello che ora possedeva e creava: l’amore del marito, l’affetto per i bimbi, il gusto per le parole “piene”, per le musiche magicamente indovinate, per gli sguardi che capivano, fino in fondo, le immagini e i paesaggi; e un corpo che al momento giusto sapeva intirizzirsi di desiderio, ed esplodere nel piacere.
Fermò lo sguardo più a lungo sulla foto in cui lei appariva in piedi davanti a un vecchio carrarmato: le labbra tentavano un sorriso che - quasi volutamente – la ragazza annullava in una malinconia corrosiva, eppure di una tenerezza imbattibile. Risalì lungo il corpo: i mocassini scuri a barca, leggermente a punta, con tre centimetri di tacco, i jeans stazzonati che lasciavano le caviglie scoperte. Il pezzo forte era il maglione: pesante, color stoviglia, la ricopriva come un sacco; eppure non riusciva a nascondere la rotondità impositiva del seno, che sembrava già da allora pretendere, all’insaputa della ragazza, la realtà in futuro conosciuta: lo sguardo allibito dell’uomo, le carezze, i baci, le puppate, il tripudio dei capezzoli in fiore.
Gianna si fermò fiera, con calma e a lungo, sul ricordo a cui dedicava pochi secondi ad ogni risveglio: il suo piccolo infinito segreto.

Ora non era mattino, ma proprio quell’ora: il pomeriggio inoltrato di inizio Estate; e lì, quella stessa casa che era diventata ambita alcova di campagna vicino alla città, rimessa a nuovo da lei e dal marito, si imbeveva di luce al centro del prato. Andò alla finestra: trovò il melo isolato che allungava la sua ombra nella carezza gentile di un sole perfetto, e vicino, dove ora era il piccolo garage bianco in precompresso, ricollocò con la mente la baracca scura degli attrezzi, che un tempo ospitava la conigliera. La campagna taceva come tacque allora: smisurata, sterminata, infinita. Si voltò e guardò il tavolo vicino al camino.

La ragazza del carrarmato ora sedeva col libro aperto davanti a sé, dava un’occhiata alla grossa sveglia sulla mensola, chiudeva il libro, si alzava lentamente.
I suoi a quell’ora erano sempre via, ma quel giorno sarebbero stati via più a lungo; molto più a lungo: erano partiti, e accadeva di rado, con papà, con la macchina; in città aveva aperto un nuovo supermarket che prometteva particolari risparmi, e alla madre e alle sorelle particolari svaghi (non si capiva poi per cosa); loro se la intendevano bene: nelle opinioni, nelle chiacchiere, nei desideri di trovare un meglio che sapeva fermarsi alla realtà; e ridevano forte, altre volte tacevano scuotendo la testa, come se per lei i suoi libri, la sua scuola, i suoi successi la sua riservatezza fossero stati un vizio, un lusso che non si poteva permettere, con cui rimandava a piacere un dovere già segnato: trovare un uomo, un lavoro, una sopravvivenza, e poi mettersi alla finestra della vita, a sbuffare e a ridere, a giudicare e a sopportare, a bestemmiare in silenzio e a tirare sospiri di sollievo.

Aveva iniziato quell’appuntamento con se stessa da circa un anno, poco dopo compiuti i quindici; sì, aveva provato anche a tredici, qualche volta, traendone una sensazione strana, curiosa, qualcosa tra il solletico e la pressione all’addome; ma poi, non ricordava come, tutto era finito lì senza importanza. Ora invece lo faceva tutti i giorni, non sapeva ma soprattutto non voleva rinunciare; ed anzi era diventata molto brava e ciò la mostrava a se stessa padrona di quello che gli altri volevano toglierle: la sua decisione, la profondità del suo cuore, la sua intelligenza, la perfezione della gioia di cui il suo corpo si dimostrava capace, e che un giorno - ne voleva essere sicura - avrebbe regalato a un altro corpo e a un altro cuore.

La ragazza chiuse delicatamente l’uscio di casa e si avviò piano verso la baracca; il sole fuori era tenue nella sera, ma molto, molto intenso. Fece cigolare la porta di assi grezze, entrò nel baracco e la riaccostò alle sue spalle.
Fece tre passi in avanti nella penombra, per abituare la vista all’interno; i conigli si mossero subito veloci dentro la gabbia, la fissarono curiosi dilatando e restringendo le narici, poi si tranquillizzarono in ordine sparso, senza però smettere di osservarla. Era sempre così, erano il piccolo muto pubblico della sua impresa giornaliera, quando il sole moriva e il suo corpo e il suo cuore rifiorivano: lei faceva ancora qualche passo nell’ambiente, ne prendeva possesso; appoggiava le reni al tavolato grezzo da lavoro, senza sedersi del tutto; slacciava il bottone dei jeans e abbassava un poco la cerniera; la sua mano trovava sotto gli slip il fiore dell’adolescenza.

Aveva perfezionato la carezza conoscendosi sempre meglio, e ormai sapeva quel che desiderava e come ottenerlo. Aveva imparato a rimandare, e in tempi sempre più lunghi e piacevoli otteneva l’estasi senza chiudere gli occhi, anzi spalancandoli; mordendosi le labbra ed evitando il suono: il suo respiro si faceva più forte e profondo; allora i conigli si riunivano vicinissimi, eccitati, e la fissavano immobili, intensamente, fin quando lei non gettava la testa all’indietro e abbandonava tutte le sue forze, rimanendo impietrita dal piacere, sfinita e soddisfatta per circa un minuto. Poi si ricomponeva seria, gratificava i suoi compagni animali con un poco di cibo, e faceva rientro in casa.

Aveva appena slacciato il bottone quando l’entrata cigolò piano. Si voltò terrorizzata allontanando le mani dal suo bacino. Una figura maschile si stagliò al di qua della luce perforante che la porta stava lasciando passare. Lei tremava. L’uomo richiuse l’apertura e aspettò immobile un poco, dandole il tempo di riconoscerlo.
Era un giovane di circa dieci anni più di lei, di altezza media, corporatura slanciata e ben fatta; i suoi capelli erano castani, il viso delicato ma già adulto; gli occhi dello stesso colore dei suoi. Conosceva quella figura.

Era stato sul pullman che lei prendeva per andare a scuola. Lo vedeva salire non sempre, ma abbastanza spesso. Scendeva prima di lei, nei pressi della stazione ferroviaria. Aveva subito capito (perché sì, trattandosi di un bel giovane lei l’aveva notato): uno studente universitario, che frequentava gli studi da pendolare. I suoi vestiti erano puliti e ben fatti, ma non era ricco; probabilmente no. Le sorrideva piano, sobriamente, salendo la scaletta del pullman; lei rispondeva nello stesso modo, anche se non era mai sicura di averlo fatto, cioè insomma non sapeva se il sorriso si era davvero disegnato sulle sue labbra, o l’aveva solo pensato.
Quel ragazzo era l’uomo per cui si masturbava ogni giorno, sul far della sera, nella baracca presso la sua casa, davanti ai conigli.
Sì perché una volta, che il pullman era pieno, lei stava in piedi appesa ai sostegni, e lui le si era messo vicino nello stesso modo, da dietro. E poi i corpi si erano toccati, applicandosi lentamente l’uno all’altro, e per dieci interminabili minuti, che poi le erano parsi volare, erano rimasti così, senza pretendere altro: con le loro forme, i loro odori e il loro respiro concorde.
Poi lui era sceso, e sull’ultimo scalino si era voltato, ripetendo il sorriso. Lei, con gli occhi sbarrati, aveva brevemente annuito.
Quello era il suo primo segreto, la prova che era una donna, che non valeva meno delle sue compagne e delle sue sorelle, che... (che assurdità, che infantilismo!) “era stata” con un ragazzo.
Non lo avevano più rifatto.
In compenso a volte c’erano stati posti liberi, e seduti vicino avevano beatamente chiacchierato: che fai tu, che faccio io; dove stai, che farai, sei simpatica, ah!, anche tu.
E così lei lo pensava, si toccava, ne godeva ogni giorno, ripetendosi che non doveva immaginare altro che un uomo che parlava volentieri con lei per riempire quei pochi chilometri; non doveva fare la stupida; o meglio, per riecheggiare sua madre e le sorelle, la cretina.

Il giovane avanzò piano verso di lei.
Lei lo fissò interrogativa, gli occhi grandi di animale ferito e incuriosito. Sentì i conigli agitarsi nella gabbia, ma non si voltò a guardarli.
Lui pronunciò gentile una parola: ciao.

- Ciao. Che vuoi? -
- Volevo vederti. Sono venuto a trovarti: ti dispiace? -
Stette a lungo in silenzio, poi scelse le parole, e nell’emetterle si sentì più grande ed esperta di quello che credeva:
- Potrebbero arrivare i miei: non sarebbe piacevole. Per te e soprattutto per me -
Lui scosse la testa sicuro di sé:
- I tuoi non arriveranno per un po’: sono venuto perché li ho visti; ne avranno per un pezzo, e tu lo sai -
Lo sapeva. Era vero come era vero che ora lui era davanti a lei, vicinissimo, quasi a toccarla. Le strinse i deltoidi fra le sue mani, ma piano, delicatamente. Lei voltò un poco la testa di lato, come a respingere inutilmente un pensiero cui non poteva, e non sapeva, resistere
- Che vuoi farmi? Che mi farai? -
- Tutto fuorché del male -
Restarono a lungo in quella posizione, a fissarsi. Nessuno avrebbe potuto negare che ne erano estasiati. Poi lui la accompagnò per mano al panchetto vicino alla gabbia. Si inginocchiò, le sfilò i mocassini. Osservò a lungo i suoi piedi nudi, quindi la fece rialzare. Passò ai jeans: trovò il bottone già slacciato; lei arrossì e lui contrasse un poco la fronte incuriosito, ma non dedicò più di tanto a questo particolare inaspettato. La estrasse delicatamente dai pantaloni, ne ammirò sinceramente le cosce lattee, robuste; arrotolò fino alla caviglia gli slip, che finirono poi, attentamente ripiegati da lui, sul panchetto. Comparvero così il suo pelo scuro e generoso e, nascosti per la metà superiore dal grosso maglione, i glutei di panna.
In quel momento l’emozione di lei aumentò di getto: in quel momento fu consapevole di avere un bel seno – una qualità a cui non aveva mai guardato prima - e sperò tanto che lui l’avrebbe pensata allo stesso modo. Quando le sue mammelle furono nude ogni cosa fu chiara: lei era una vera donna, che lui desiderava con tutto se stesso.
Il seno si mostrò nel suo splendore: le forme generose ma sorrette dalla forza dell’adolescenza, le rose costellate da puntini deliziosi, i capezzoli non grandi ma che lottavano per ottenere il loro posto. Lui glielo ammirò in tutti i modi: con gli occhi, con le mani, con le labbra con la bocca. E per la prima volta nella sua vita lei gioì senza accarezzarsi, incredula e beata. Per premiarla lui la sollevò fra le braccia, come una sposa, e la baciò a lungo. Poi la accompagnò al panchetto presso la gabbia, la fece sedere, le allontanò le ginocchia e nascose il suo viso sotto il suo ventre, mentre lei gli frugava i capelli e, nel momento del dono supremo, glieli stringeva e tirava.
Tutto sembrava finito. Lui era abbandonato sul suo grembo, e lei lo accarezzava chiamandolo con mille nomi: “creatura bella, mio bimbo, mio uomo, mio dolce amore...”. Tutto sembrava finito, quando lui ancora la sorprese.
“Voltati” le disse. Lei ubbidì.
Nuda, in ginocchio, con i gomiti puntati sul panchetto e il mento accolto dalle proprie mani a coppa, sentiva il respiro di lui avvicinarsi alle natiche, e poi i suoi lineamenti premere nel solco fra di loro. Immobile spalancò gli occhi e il suo sguardo incontrò quello dei conigli nella gabbia: stretti più che mai in gruppo, assistevano alla sua impresa anch’essi in una immobilità perfetta: solo le narici pulsavano ritmicamente sempre più veloci.
Sentì in lei qualcosa pulsare allo stesso modo, poi le sue labbra si dischiusero un poco, anelanti sul nulla.
Non ricordava più che cosa era successo nell’immediato. Poco dopo si erano ritrovati di nuovo in piedi, l’una di fronte all’altro, le quattro mani che intrecciavano le loro dita mentre loro si osservavano contenti.
Capì che la sua gratitudine era ora insufficiente. Si inginocchiò piano, quindi non sprecò niente della sua tenerezza.

Gianna guardò ancora sorridendo la ragazza del carrarmato. E anche lei prese coscienza dell’orario. Si dedico alla fine dei ricordi.
La ragazza ora donna si dirigeva piano verso la porta di assi, esplorava i dintorni, gli faceva segno di andare, gi rubava un ultimo bacio. Rivide lui che si allontanava, si voltava un poco per l’ultima volta a sorriderle, ricambiato.
Lui non tornò più. In compenso prendeva sempre più spesso il pullman: anche quando non aveva lezioni; per vedere lei. Speravano che il mezzo fosse affollato per ritrovarsi in piedi, appiccicati l’una all’altro a godere immobili e sudati fra decine di persone inconsapevoli. Lei stessa stupiva della calma con cui viveva l’energia del proprio corpo, incontenibile e arricchita di qualità da sempre sospettate, ma mai sperimentate.
Fu costretta a proteggersi ogni giorno, perché gli slip regolarmente si infradiciavano e rischiavano di tradirla con una macchia scura, che già una volta era comparsa sulla cucitura dei jeans, rimanendovi per tutta la mattinata scolastica.
Scoprì, in quel periodo, di essere una ragazza felice, una donna soddisfatta della vita; la scuola procedeva nel migliore dei modi e tutto quello che prima la infastidiva ora le appariva insignificante e ridicolo; anzi non si soffermava nemmeno più a notarlo.
Ma era bello anche quando trovavano posto a sedere vicini, quando si raccontavano la loro giornata, gli impegni e i progetti negli studi.
Se non fosse stato per il loro segreto li avresti detti due fratelli. Certo erano due ottimi amici: i migliori che si possano immaginare.
Poi, un giorno di inizio estate, quando la scuola volgeva ormai al termine, lui le chiese se poteva recarsi in città alla data data e al dato orario: doveva discutere la sua tesi di laurea, e desiderava immensamente che lei ci fosse. La ragazza promise, con tutte le eventualità del caso e augurandosi che la sorte e i suoi tenessero le mani lontane da quella speranza.
Riuscì ad andare: trovò il posto, entrò nell’aula enorme, quasi vuota; una ventina di persone fra il pubblico guardavano in silenzio una dozzina di altre persone che sembravano piuttosto serie, mentre sedevano dietro un lungo banco di legno scuro; davanti a loro lui, ben vestito, emozionato, parlava ogni tanto muovendo un poco le mani; gli fu rivolta qualche domanda a cui lui ancora rispose; lei provò tenerezza per un giovane uomo che aveva quasi dieci anni di più. I suoni svanirono nella sua testa, e mentre cercava di indovinare i genitori di lui, rivide le immagini del loro segreto, e le parve che questo fosse il più bel dono che gli poteva fare mentre lui chiudeva quella fase della vita. Poi la realtà tornò presente: si sentì un breve applauso; vide le strette di mano, e quando i dodici liberarono lui, i baci e gli abbracci degli altri; lui la cercò con lo sguardo, le fece festosamente segno di avvicinarsi; anche lei gli stringeva la mano, lo baciava sulle guance; conobbe un po’ di persone; fu nel bar vicino e partecipò al brindisi, chiacchierò con qualcuno degli invitati; all’ora del treno per casa lo salutò con fare da adulta, contenta e senza rimpianti. Ora sapeva da che parte stare nella vita; e sapeva quello che avrebbe fatto di se stessa.
Si rividero ancora qualche volta, poi lui le comunicò che aveva una prima offerta di lavoro: lontano. Molto lontano. Fu contenta per lui, glielo disse e vide nei suoi occhi la commozione, l’ammirazione e la stima; allora fu lei a dirgli con voce sicura che non lo avrebbe mai ringraziato abbastanza per quello che le aveva dato, e che si sentiva una persona felice.

Gianna mise via le foto; si asciugò le guance che (se ne accorgeva solo ora) erano inondate della dolcezza del pianto.
Il film della sua mente si fece più veloce, quasi vorticoso: gli studi, gli amici, il fidanzato; l’amore completo la prima volta; il lavoro, il matrimonio, il dono dei bimbi, la perdita dei genitori, il nuovo volto della vecchia casa.
Si diresse alla finestra. Sapeva che il tempo rimasto era poco: impegnando intensamente i suoi occhi e il suo pensiero riuscì a rivedere al suo posto il baracco, e la figura di lui che si allontanava piano.
Poi, sulla strada diritta e fino a quel momento deserta, la lamiera di un’auto rifletté gli ultimi raggi del sole: pochi minuti e avrebbe abbracciato, come ogni sera, la sua famiglia.







FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
© All rights reserved
Schweigen
Photo   Peter Nguyen

Tutti i racconti di Schweigen su LiberaEva
Il presente racconto è tutelato dai diritti d'autore.
L'utilizzo è limitato ad un ambito esclusivamente personale.
Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso dell'autore



 

1

1

 


SEGUI LIBERAEVA SU

1 1 1

 

 

Tutte le immagini pubblicate sono di proprietà dei rispettivi autori.
Qualora l'autore ritenesse improprio l'uso, lo comunichi e l'immagine in questione verrà ritirata immediatamente.
( All images and materials are copyright protected and are the property of their respective authors.
If the author deems improper use, they will be deleted from our site upon notification.) Scrivi a liberaeva@libero.it

Questo sito non utilizza cookies a scopo di tracciamento o di profilazione. L'utilizzo dei cookies ha fini strettamente tecnici.
 COOKIE POLICY


 

1

TORNA SU (TOP)

 LiberaEva Magazine Tutti i diritti Riservati  Contatti


1