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RACCONTI

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Schweigen
La Vampira Buona






 



     - Dai! -
- no -
- ti prego! -
- sono io che ti prego! -
- perché? -
- lo sai -
- che cosa, so? -
- non posso -
- non vuoi! -
- bé per me è la stessa cosa -
- lo credi davvero ancora? -
un po’ di silenzio, poi
- sì -
- e se fosse? -
- non sai quello che dici! -
- sì che lo so! -
- tu vuoi farmi come te… ma non è possibile -
- non vuoi! -
- … e allora? sì: non voglio, non voglio! Non voglio morire. Due volte per giunta! -
- nessuno morirà. Vivrai soltanto una nuova vita -
- fai presto a parlare, ma se avessi provato quello che ho sentito io … quella volta! -
- credo proprio di aver sentito la stessa cosa -
il silenzio si fa più lungo, anche se gli occhi parlano. Fin troppo.
- Che cosa mi vorresti fare? -
- baciarti -
- e poi? -
- e poi… spogliarti. Sì: spogliarti -
- e poi? -
- e poi passarti le mie labbra in tutto il corpo: in tutto il corpo -
- già! e… -
- Dai ridillo: e poi? e poi sì: succhiarti -
- ah! -
- succhiarti: lì; proprio lì -
- follia! sai che succederebbe? -
- che ci ameremmo, succederebbe! che saremmo una cosa sola! -
- ecco appunto! -
- lo vedi: non lo vuoi -
- ti prego ti scongiuro: smetti -
- va bene, smetto -
il silenzio è ancora un po’ più lungo.
- No, scusami: parlami ancora -
- che cosa vuoi che ti dica? -
- qualsiasi cosa… fuorché quella. Parlami di che cosa sono per te -
- perché non me lo dici tu, che cosa sei per me? -
- ti prego non dire così -
- come vuoi: starò qui in silenzio allora. Tanto tra poco dovrò andare: lo sai… -
Passa qualche tempo. Poi si alza. Si dirige verso la porta.
- Ti prego: resta -
- non chiedermelo: non voglio, già c’è un po’ di luce -
- resta: potremo stare insieme -
- no: lo sai -
- ma perché? -
- perché se mi ami, devi farlo come davvero sei: per l’uomo che davvero sei -
si dirige verso la porta con passo calmo, la apre; scuote un poco la testa e se ne va.

Maledetto il giorno in cui l’ho incontrata! Giù al ristorante, sotto il mio studio da cinquecento euro a mezz’ora di colloquio: era la pausa pranzo. Se ne stava a un tavolo tutta sola, come me, e la guardai dai piedi alla testa, e dalla testa ai piedi: le classiche col tacco a spillo, le gambe perfette, la gonna al ginocchio che gliele fasciava meglio che se non l’avesse avuta, i polsi candidi della camicetta, il giacchino grigio, i seni giusti tesi come l’arco di Diana . Aveva il viso da bambina, le ciglia sterminate sotto gli occhiali, e l’arabesco delle labbra da vera signora; e quei boccoli, lunghi, di rame, che recitavano infinite teorie di poemi mai detti; e… il collo! sottile, un po’ allungato: candido. E bevve gli ultimi sorsi d’acqua, poi estrasse lo specchietto e lì, davanti a tutti, ridisegnò le labbra del più bel rosso che si possa immaginare. Fra cui brillarono, solo un attimo, i denti…

Maledetto io, che l’ho seguita, illudendomi che non se ne fosse accorta, per vedere dove lavorava; e poi ho aspettato l’orario di uscita, e ancora dietro lei fino a casa, e ho finto di prendere con lei l’ascensore per vedere dove scendeva e a quale porta si dirigeva, e lei in silenzio che mi guardava: sorrideva, tranquilla; e ho aspettato la sera, la notte, e ho salito le scale con un solo, preciso desiderio.
Lei mi ha aperto quasi subito: non si era cambiata, era identica a come l’avevo fissata in me stesso. Chiusi la porta alle spalle, la guardai sorridendo cattivo; la spinsi lentamente, ma deciso, alla parete, e mi chinai sul suo collo.
- No: aspetta solo un poco -
mi staccò da lei con un’impercettibile pressione delle dita. Non credevo a me stesso: ubbidivo
- Siediti, ti prego: voglio parlarti -
due poltroncine stondate al centro della stanza; ancora ubbidivo: eravamo uno di fronte all’altra. Parlava senza mai distogliere lo sguardo dai miei occhi, e non aveva nessuna, nessuna paura. Descrisse a lungo la donna che era, che cosa dava e chiedeva alla vita; che cosa voleva da un uomo: nel suo modo di fare e nel modo di fare l’amore; narrò di come da tempo mi avesse notato. E di come mi chiedeva di amarla. E io ascoltavo!

- Ora, se vuoi, puoi baciarmi -
disse sorridendo senza alzarsi. Mi alzai io, mi chinai su di lei e la baciai, preparandomi a scendere subito sul lato del collo, a titillare tra i denti la giugulare, dolcissima. Sentii invece una fitta sotto l’ascella sinistra: una lama mi penetrava il cuore. Mi raddrizzai di scatto, le gambe non mi reggevano. Sentii che dovevo fuggire, e lo feci: mi diressi verso la porta, l’aprii. Ma prima di precipitarmi fuori mi voltai solo un attimo: lei era lì, sulla poltroncina: la testa un po’ all’indietro, le palpebre abbassate; le labbra dischiuse. E sorrideva.

Questa notte, poche ore fa, è successo qualcosa di nuovo. Mi ero, come mi succede incredibilmente da un po’, addormentato nel più normale dei sonni. A un certo punto mi è parso di svegliarmi, e di non essere solo. Era vero: sotto le coperte, rannicchiata accanto a me, c’era lei: completamente nuda. L’ho guardata in preda a una beatitudine nuova, e non ho resistito: le ho sfiorato una spalla. Lei ha dischiuso gli occhi e ha sorriso, anche se quel sorriso mi sembrava meno dolce, meno sincero della prima volta. Ho avvicinato la sua bocca alla mia e l’ho baciata, aspettandomi il peggio, già stupìto che fino a quel momento non mi irrigidissi in nessuna paura.
Lei, senza staccare le labbra, si è messa sopra di me; poi ha tirato su il suo splendido busto. Era bello, eppure non sentivo l’emozione di tutte le altre volte che l’avevo avuta accanto; e presto ho capito come mai: all’altezza dei suoi fianchi armoniosi incominciavano a spuntare due rigonfiamenti di squame, che le risucchiavano le cosce e poi le gambe, avanzando in artigli tozzi e robusti. Il delizioso seno si appiattiva verdognolo, traendo a sé le braccia fatte zampe; e il suo viso… il suo volto… il suo muso! era un mostruoso muso di gigantesca lucertola.

Infine, da sotto il ventre usciva qualcosa di molto grosso, come se lo defecasse; e continuava a uscire assottigliandosi, rivolgendosi all’insù in un’enorme, lunga, robusta coda! “Lei” grugniva, e sapevo che nel grugnire rideva. Riesco non so come a sgattaiolare fuori dal letto, rotolando a terra; mi rialzo e corro verso la porta, quando sento qualcosa tra le gambe: la sua coda mi ha raggiunto, e rivoltandosi mi blocca. E’ robustissima. Mi attrae all’indietro, mi solleva in aria e mi ripone sul letto in suo potere. Allora, in un attimo, torna quella che era pochi minuti prima.

Solo qui mi rendo conto che non aveva i suoi riccioli di rame, né li ha: ha una chioma bionda, chiarissima, immobile. Ride forte, crudele e sprezzante, e palesa i canini aguzzi; ma all’improvviso si tira su, come avesse udito un rumore alle spalle; si volta con disappunto tre quarti all’indietro. Al centro della stanza sta ritta la mia rossa innamorata:
- Svergognata! Anche con lui?!? -
L’altra ruggisce imbestialita, e lei allora camminando calma verso il letto entra attraverso il suo corpo, come fosse trasparente; prende il suo posto, completamente nuda su di me. E ha i riccioli di rame.
Ricomincia la fitta allo sterno: fortissima, lancinante, ed aumenta insieme all’erezione del mio membro. Ormai però sono in suo potere: mi tiene fermo con la semplice pressione di due dita sulle mie spalle, e sorride beata e trionfante, mentre prende possesso di me. Lo so: morirò tra spasmi indescrivibili: il suo orgasmo sarà la mia agonia.

Mi risveglio in pieno mattino: molta luce filtra dalle persiane chiuse; il mio letto è vuoto, e vuota è la stanza. Mi tiro su e mi passo una mano fra i capelli.
- Il caffè è pronto, dormiglione!!! -
la sua voce proviene dalla cucina, poi lei compare nel vano della porta, bella nuda con indosso solo la famosa camicetta, un poco aperta: appoggia la spalla destra allo stipite, la gamba sinistra la sorregge ritta, mentre l’altra adagia obliqua il piede nudo a terra. Ha già le lenti addosso e sorride, mentre stringe due tazze fumanti nelle mani. Si avvicina e si siede davanti a me.
- Sei tu, davvero? -
- Certo, bel Succhiotto! e chi dovrei essere? -
- Già! ma… e questa notte? -
- oh! quella… mamma mia che maleducata: ci prova con tutti! mi sa che però tu non sei il suo tipo
- ah! -
- E comunque sta’ tranquillo amore mio: credo proprio che non si farà più viva. Nel vero senso dell’espressione… -






FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
© All rights reserved
Schweigen
Photo   Peter Nguyen

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