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RACCONTI

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Dunklenacht
La Driade






 



      Un tempo solevo trascorrere il meriggio nei campi. Accadde però che fossi colto da un acquazzone improvviso e trovassi rifugio in un casale abbandonato. Sul braciere del focolare rinvenni le pagine bruciacchiate di un vecchio diario, che la sorte volle non diventassero cenere. Le ho riportate testé di seguito, scrivendole così come le ho trovate. L’Autore

Salgo in soffitta. Vanamente, cerco tra le tante cianfrusaglie. Fuori, oltre i vetri appannati della finestra dell’abbaino, la bufera di neve. E così, lentamente, sospingo i miei sguardi in quell’immenso. Il bianco fantasma della neve, la voce di fuoco del vento, che anima come spettri gli alberi spogli, il mesto grigiore di questo giorno animano il mio cuore, insieme al ricordo. Il cupo ricordo che un baule, quel nero baule, evoca in me. Odo un grido salire dal più profondo della mia anima. Sì, forse, sono i miei morti, che mi scongiurano di non aprirlo, poiché altrimenti la maledizione del mistero s’impadronirà di me. Ma io non do ascolto a queste preci. Mi avvicino passo passo, e con una leva apro il vecchio baule di legno, che si spalanca come una bocca di fuoco, quasi bramosa di divorarmi.

Uno scricchiolio sinistro, una nube di polvere, poi, più nulla. Il silenzio. I miei occhi riscoprono il bianco vestito da sposa, ornato di pizzi, che lei indossò quel giorno, e poi smise per sempre. Poi, ecco la culla di legno, che non servì a niente. Rammento che in essa avevo vissuto i sogni turchini della mia prima infanzia, cullato da una mano di vecchia… Vi è altresì una fotografia in bianco e nero, quasi un dagherrotipo, dove sono ritratti un uomo e una donna dai lunghi capelli, abbracciati, nella luce del mattino. Ah, quant’è cambiato il mio volto da allora! Accanto a me, nella foto, lei, che più non ricordavo.

E tutto cominciò così, come un sogno dolce e cupo, avvolto tra le nubi crepuscolari del silenzio. Allora, la mia vita era divenuta all’improvviso tediante e uggiosa. Per sfuggire alle ansietà, solevo andare a rifugiarmi nel Bosco delle Sorgenti, poco lontano dalla mia casa bianca. Là, sedevo in riva a un ruscello gorgogliante, dalle acque di cristallo, toccato soltanto dai miei pensieri, oh, sì, pensieri, vani e sfuggenti, come quell’acqua, che correva e correva, entro meandri stregati. Il canto delle upupe e dei merli a volte mi raggiungeva, per destarmi dai miei sogni, ma soltanto per farmi ricadere addormentato in altri sogni. S’udivano altresì mille altri canti d’uccelli silvestri. Il vento che muoveva le fronde degli alberi mi mostrava, a tratti, il bagliore del sole, come una visione. La luce s’accompagnava all’ombra. L’ombra, alla luce. Era fissare l’evanescente riflesso di se stessi, era ascoltare e tacere, forse per sempre.

Vidi un giorno la grande Fonte Perduta, che la leggenda voleva costruita dai maghi in mezzo al bosco. V’era una sorta di grande statua maestosa, che raffigurava un essere per metà antropomorfo, per metà felino. In particolare, fui colpito dalla testa, che era quella di un leone, immortalato nel marmo. Dalle fauci spalancate sgorgava con fragore l’acqua del fiume, quell’acqua dalla luce di perla, nitida quanto una sfera di cristallo. A destra e a manca di quella figura scolpita, crescevano due faggi dalle foglie rossastre, sui cui tronchi erano incise in tedesco arcaico le leggende del mistero. Fu allora che vidi apparire una figura cupa, che s’innalzava dalle acque della sorgente. La sua fosca e tenera immagine si rifletteva sui ruscelli, sui rivi stregati che forse sfociavano nell’Ade, una nube viola avvolgeva le sue forme e le sue membra di donna.

- Sono Alice, custode del bosco. Poi riprese, mormorando: - Sono figlia del vento e del mistero. A poco a poco, s’appressava a me. Portava indosso abiti scarlatti; una collana d’oro e di perle, decorata con le ghiande della foresta, le adornava il seno, bracciali intrecciati con ramoscelli d’aceri rossi, che ancor germogliavano, le ornavano i polsi e le braccia nude. La sua bionda chioma era sgocciolante, come fosse d’alghe, ed era in parte racchiusa da un cappello rotondo, color carbone, dal quale pendevano nocciole e castagne ancor racchiuse nei loro ricci. Tra le mani, teneva un mazzo di spighe di grano, maturate dal Luglio, e le andava carezzando vagamente. - Chi sei? – le chiesi. – I tuoi capelli hanno i raggi del sole al crepuscolo, e i tuoi occhi conoscono il mistero. - Il mio nome è una parola cupa, dal significato oscuro. Il mio è il regno degli spiriti e dei morti… -

La tua voce maestosa incanta, quanto il tuo volto. - Sono un essere ascoso, che dimora in ogni intimo, e in ogni intimo, svanisce. - Un giorno mi sono addormentato nei miei sogni, cullato dal dolce suono di una viola. - E’ il vento che la suona – rispose, sussurrando – e il tuo cuore la ascolta. - Qual è la tua casa? - La vecchia casa, opaca e abbandonata, lungo il fiume. E’ sepolta tra le brume… Stormi di uccelli di levavano in volo, per poi atterrare e volare placidi di ramo in ramo. Li guardavo; nell’ora del tramonto, intonavano i loro canti di malinconia. Fissai la Driade per un attimo. - Le tue pupille sono sfere di cristallo – le dissi. Mi rispose: - Ogni sguardo è un incantesimo. Taci e ascolta, nel silenzio giacciono gli arcani della verità. Le presi la bianca mano, e la strinsi. - La verità mi ha svelato i suoi segreti – sussurrai. - Che cosa sai, dunque? – mi chiese lei. - So che devi essere mia, e che già m’appartieni.

La Driade, allora, ritirò la sua mano d’alabastro, e disparve, come un fantasma, dopo essersi posata un dito sulle rosse labbra, quasi per regalarmi un bacio. La voce sua svanì come un’eco, nel mormorio silvestre. A casa, trovai la mia vecchia seduta sulla sedia a dondolo. Cuciva, sola dinanzi al camino, dove il fuoco divorava a poco a poco gli ultimi ceppi di quercia. Le mani rugose rugose della mia noverca erano illuminate dalla luce delle fiamme, che, sinistre, facevano scintillare il lungo ago aguzzo con cui lavorava i suoi tessuti. Tossiva. Fuori pioveva e faceva freddo. A tratti, la luce dei lampi illuminava il volto della matrigna, e me lo mostrava vizzo, solcato da profonde grinze, e reso quasi arcigno dalla malattia. La legna, bruciando, scoppiettava appena. Pareva la voce di un condannato a morte, che si lamenta nella morsa del suo carnefice.

Mi sedetti su una seggiola, davanti al camino. Accarezzavo il mio fedele cane da caccia, sorseggiando lentamente del cognac. Tutt’intorno, potevo ammirare le pareti decorate di croci di legno, ve n’erano di molti tipi, alcune con fregi d’oro, altre, in ebano, o in altro materiale che non so dire. C’era anche la testa di un cervo, imbalsamata, le cui grandi corna facevano paura. Rivolsi la parola alla mia vecchia. Le narrai della Driade, del suo amore stregato, di quella cupa passione, che oramai ci univa come una misteriosa catena forgiata dall’Arcano. La noverca mi ascoltò, il mento appoggiato sulle mani fredde, i cui artigli quasi mi spaventavano. No, non mi aveva mai amato, lo sapevo, né io avevo mai avuto che della reverenza, verso di lei.

Disse che avrebbe invocato i suoi santi, per infrangere quell’incantesimo. Disse che tra le alte vette delle montagne, là dove non regnavano che i ghiacci, era sbocciato come un fiore nero il destino del mio amore alla Driade, ed ella l’avrebbe colto. Disse che mi aveva travolto un sortilegio, ed ella l’avrebbe infranto. - Sì, io lo spezzerò! – rantolò la vecchia. – Distruggerò quell’amore maledetto… E si dondolava sulla sua sedia di legno, che scricchiolava sempre, sempre, sempre. Fu così che ritornai nel Bosco delle Sorgenti. Ritornai alla Fonte Stregata, e caddi addormentato. Allora, mi parve di riaprire gli occhi, e vidi venire verso di me Alice. Teneva tra le mani una melagrana, rossa come la passione, indossava abiti di perla scarlatta. Le sue lunghe ciglia nere tradivano una lacrima, che sgocciolò sulle sue gote rosee assumendo la parvenza in una nocciola. Il vento silvestre quasi desiderava rapire la corona di legno che portava in capo…

- Alice – dissi – la tua malizia mi seduce. - Tu leggi nel mio sguardo il desiderio – rispose. - Sì, i tuoi desideri sanno della levità e della profondità dei nostri istanti. E io li conosco, come i nomi degli alberi del bosco. Scrutai il volto della Driade. Abbagliato, quasi mi spaventai. Il corpo suo era avvolto tra le fiamme del fuoco, e fuoco furono le parole che da lei udii quel giorno. - La perfida noverca – mi sussurrò, con voce colma d’odio. - Sì… - La tua matrigna, ogni notte, deve prendere la medicina. Un lampo sinistro balenò in quegli occhi, mentre quel volto diveniva cupo e grigio come una nube. - Deve prendere la medicina – ripeté Alice. – Allorché la pendola avrà battuto i dodici rintocchi la sua anima verrà strappata alla Terra… E sulle labbra sue apparve il sorriso del male. Svanì. Presi il mio orologio da tasca, l’antico orologio da tasca, da collezione, che mi aveva regalato il mio povero padre. Forse, mi dissi, quando la lancetta sarebbe stata sulla mezzanotte, avrei commesso la follia. Era una notte piuttosto fredda e nebbiosa.

A tratti, la luna faceva capolino tra le nubi; la vedevo apparire e sparire tra le fronde degli alberi, mentre correvo verso casa. Trovai la vecchia avvolta nella sua coperta, con i piedi nella vecchia stufa, dove ardeva il fuoco di carbone. Ah, presentimenti di morte! Pensai tutto. Pensai che dietro quelle parvenze, si celava un’anima di crudeltà. Pensai che la sua superstizione mi uccidesse. Pensai incatenato al mistero. Uccisi. Ma nessuno avrebbe dovuto sapere. Nessuno avrebbe dovuto sapere, mai. Il mio volto apparve pallido e bianco, alla luce del fuoco, che accecava i miei occhi, tanto che non potevano guardarlo. - Hai la febbre? - chiesi alla noverca, con debole voce. - No, niente… - Il Cielo sia ringraziato. Parve addormentarsi. Tutt’a un tratto, la sentii gridare e lamentarsi, in preda al più terribile degli incubi. Forse, il fantasma della morte era venuto a visitarla, per narrarle il suo destino, e portarla via con sé. Si scosse a lungo, si dimenò, e alla fine cadde dalla sua sedia a dondolo sul pavimento. Non osai toccarla. La pendola suonava allora i dodici rintocchi. Erano rintocchi stregati. - La medicina – mi disse la vecchia. - Sì, ti aiuto io – risposi. Andai a prenderla e tornai da lei con il bicchiere in mano. Una forza crudele s’impadronì di me, fu come se la Driade, fantasma delle foreste, apparisse in quell’istante e mi gridasse che era necessario, sì, necessario.

Bevve. Le labbra vizze non avevano ancora ricevuto l’ultima goccia, che la perfida aveva già chiuso i suoi occhi per sempre, la mano rugosa lasciò cadere il calice al suolo, mandandolo in frantumi. I fantasmi del silenzio portarono via il corpo… Nessuno lo ritrovò mai più. La Driade fu mia. Fu nel suo regno che la possedei per la prima volta. Era venuta a me correndo tra le fronde, avvolta soltanto nel suo manto di porpora. Il suo corpo era così molle e dolce, al tatto, così inebriante e perfetto… Prima di concedersi a me, sfuggì, più e più volte, per i sentieri del silenzio. Rise a lungo, del suo riso malinconico e sguaiato. Dopo averla perduta, la ritrovai in un prato, dove gli aceri rossi crescevano in cerchio. Ripeteva il mio nome e il suo nome, in mano teneva una fiaccola accesa. Aveva ammonticchiato una dozzina di fascine, fatte con cespugli di rovo, e una ad una dava loro fuoco, nella luce del chiaro di luna. Era notte e quasi avevo paura. Ella venne a me e vidi le sue scarpe con i tacchi a spillo, celesti e decorate di mimosa, i suoi piedi rimasti scalzi e bianchi, una giarrettiera, come smarrita, intorno alla coscia, mentre qualcosa di fatato e magico ci avvolgeva. Il profumo delle bacche di ginepro appese al bracciale di lei smarrì i miei sensi.

Eravamo nudi, sul tronco di un faggio abbattuto, e il mio corpo era entrato nel suo, quando la vidi bruciare. Sì, la Driade bruciava di fiamme stregate e lucenti, che brillavano nella notte, sotto le stelle fredde, oh, non so, proprio non so chi mai le avesse accese! E mentre ardeva di quel fuoco, gridava, non so per quale arcano piacere, consumando con me un accoppiamento stregato. Le sue unghie scarlatte tormentavano la mia schiena nuda, facendo scorrere rivoli di sangue… Era seduta su di me, i suoi seni nudi e grandi s’agitavano nella stretta forte delle mie mani, ricordo che sul suo pube non era rimasto che un piccolo cerchio di pelo, come a disegnare un sole nascente. Portava una collana di ghiande d’ibisco… Entravo ed uscivo da dentro di lei, frenetica e dolente. Voleva che la torturassi con rami di rosa, irti di spine… Oh, forse, era sperimentare l’impossibile! Intorno a noi, le fascine di rovi bruciavano sempre… E le fiamme di un fuoco di mistero si erano sprigionate dal corpo suo, e ardevano anche il mio. Un giorno, la colmavo di vaghe carezze, ma lei rimaneva gelida, impassibile, nella culla dei miei baci. Le sue mani dalle unghie dipinte di rosso rifiutavano le mie, eravamo nel bosco e una folata di vento silvestre fece volare il suo manto scarlatto. Le lunghe dita affusolate che mi toccavano erano quelle di una Circe, fu allora che mi resi conto che un’anima era perduta.

- Serpe… - le sussurrai, con dolcezza. - Sono Alice, imperatrice delle driadi, custode dei boschi, e tu mi appartieni – mormorava. La abbracciai e danzai con lei un valzer cupo e malinconico, suonato dal vento tra gli alberi, nell’ombra segreta del bosco. La bella sorrideva, di piacere. Poi mi prese per mano e ci mettemmo a correre. Mi condusse lontano, lontano, dove forse nessuno mai era stato prima. E mi mostrò così l’Albero delle Lacrime, alto e maestoso… Erano lacrime di perla, che brillavano come cristallo, appese ai rami di legno che germogliavano amore stregato. - Guarda – mi disse – sono le lacrime di tutti gli uomini e di tutte le donne, che la passione rende schiavi e uccide. La brezza fredda le scuoteva piano, e le faceva tremare. La Driade disse anche che nessuna di quelle stille di pianto era mai caduta al suol… Così come nessun mortale mai s’era liberato della tristezza e del dolore durante la sua vita, prima dell’arrivo della carrozza fatata dell’oblio. - Allo stesso modo, tu m’appartieni – mi disse Alice, carezzandomi le spalle con gli artigli.

Allora gridai, ma gridai invano. E il silenzio silvestre risucchiò le mie urla come un gigante mangiafuoco. - Perché, perché uccidere per un tuo bacio! Perché la morte di un’anima, per poi morire di pianto in un tuo abbraccio! Rispose: - Le mie braccia già ti possedevano e l’Uomo del Destino già aveva scritto sul suo diario con la penna della morte. Puoi saperlo: la noverca ti avrebbe lasciato a me egualmente, e fu per perfidia e per piacere che il fato avvenne. - Io ti amavo, Alice. - E’ troppo tardi per il sogno. Tutto, oramai, accade… Disse che tra poco i cavalli neri del mistero sarebbero venuti a prendermi, per condurmi lontano. Tiravano un cocchio fatale e perduto. - Dimmelo, dunque, ciò che sta per accadere! – urlai. Ero tra le sue braccia, i suoi lunghi capelli di fuoco mi avvolgevano, i baci suoi parevano esser diventati i morsi di una vipera. Le sue grazie fatali stavano per svanire, il ricordo di una morte, quella morte, balenò dinanzi ai miei occhi come il lampo, mescolato alla ferocia di quell’affetto. Le diedi dei baci. Ma baciavo l’illusione. Forse, non aveva mai amato. Allora le chiesi di essere veramente mia, sia pure per un istante. Le chiesi di essere soltanto mia, e di dimenticare se stessa… Invano!

Mi risvegliai sul mio letto, in un bagno di sudore. La Driade era svanita per sempre. Sentii dei passi, qualcuno, lentamente, saliva le scale, gli scalini di legno scricchiolavano uno ad uno, in modo sinistro. Mi presi il volto tra le mani. L’uscio si aprì violentemente e improvvisamente. Sentii il gelo delle manette ai polsi. Dei volti pallidi, anonimi, mi rapivano. Il sangue mi si gelò nelle vene. Era la giustizia. Le fiamme del fuoco ardevano cupe nel camino, divorando gli ultimi ceppi di quercia; nel vago crepitare della pioggia s’udiva la voce di una Driade, che ripeteva il mio nome, sghignazzando.










FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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Dunklenacht
Photo    Bernard Delhalle

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