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RACCONTI

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Dunklenacht
Il tempo del fieno, della paglia e dei papaveri






 



      Liebesburg, 14 novembre 1872.

Il torrente era freddo quel giorno e faceva sentire la sua voce alle querce isolate ed ai boschi, divenuti improvvisamente amici fraterni dell'autunno. Il piccolo borgo di Liebesburg, così chiamato in onore di un amore antico, dapprima apparso e poi svanito all'ombra di quelle montagne, giaceva dietro il fianco di quel colle. Nel bel mezzo della gran piazza di quel villaggio, avevano issato una bandiera, simbolo dell'Impero d'Austria ed Ungheria: la gigantesca aquila raffigurata in quello stendardo era quasi visibile di lassù. Era l'alba e lungo il sentiero che correva sulla sommità dell'altura di cui vi narro, sotto la quale bruivano acque vaghe come l'autunno, passava un drappello di soldati austriaci, che portavano in spalla delle carabine, dalle lunghe canne munite di baionetta e s'affrettavano per raggiungere il paese.
Discorrevano di una giovane, che era morta da poco.

– Era la figlia del bottaio – diceva un ufficiale. - L'hanno trovata morta presso il torrente, al canto del gallo.
– Dicono che avesse tutti i lunghi capelli bagnati e fosse seminuda, il giorno del ritrovamento – aggiunse un altro membro di quel drappello. - Non è stata morte naturale, a quel che sembra... Il carretto ch'ella guidava, carico di botti nuove, colme di birra e di acquavite, si è capovolto all'improvviso ed è ruzzolato per un lungo tratto... Forse, è stata tutta colpa del cavallo, che si è imbizzarrito, nonostante i paraocchi e malgrado lei non avesse mai usato la lunga frusta nera che teneva in mano...
– I tronchi dei faggi non l'hanno trattenuta. L'autunno deve aver indebolito il loro legno. Eh... Può essere stato un incidente, così come un malore! Però è strano, così bella, così giovane...
– Fermi tutti! Sentite: degli spari!
Era vero. S'udirono delle fucilate in lontananza; forse, era solo qualche burlone, o qualcuno che voleva fare festa.
Fu così che, quasi all'improvviso, una giovane sbucò da dietro il tronco di uno di quegli alberi, le cui foglie erano state inaridite dall'autunno e già brillavano dorate nel sole, lo stesso che baciava le guglie e le cupole più alte di quell'Impero Austro-Ungarico.
– Buongiorno, signor ufficiale – disse la nuova venuta, con voce graziosa. - Sapreste, di grazia, indicarmi la via più breve per andare al paese?
Colui al quale la ragazza si era rivolta si voltò di scatto; poi, intenerito dalla vista di quei lineamenti, le rispose:
– Non di qua, signorina, ché si va verso il torrente e l'angusta valle disabitata! Risalite lungo quel sentiero, andate verso quel fienile abbandonato, dove c'è una scultura di legno, che raffigura un gallo: la vedete? Poi sempre avanti, fino a Liebesburg...
– Vi ringrazio, ma di che cosa discorrete, se posso? - proseguì la sconosciuta, sciogliendo i suoi lunghi capelli.
– Di una giovane, la figlia del bottaio, morta pochi giorni or sono... Era bella quanto lo siete voi, sapete?
La conversazione svanì in quel vento d'autunno e nel rumore di alcuni tronchi, che franavano a valle... Quando l'ufficiale austriaco si voltò nuovamente verso la sconosciuta, per godere ancora dei suoi sguardi, si accorse ch'ella era svanita.

Più giù, nell'angusta vallata, il torrente bruiva sempre. Aveva recentemente spostato il suo letto, al punto da invadere, con le sue acque, le rovine di alcune catapecchie fatiscenti, che sorgevano lì intorno. Quel paesaggio languido brillava malinconicamente nella luce dell'autunno, mentre la giovane donna di cui or ora vi ho narrato lo contemplava, da dietro una cortina di foglie dorate, pronte a cadere al suolo.
– La figlia del bottaio sono io – disse la ragazza, rimasta sola con il suo torrente. - La figlia del bottaio sono io, reincarnatasi per proseguire le proprie vicende d'amore sulla terra.
Poco dopo, lungo la strada alzaia passò un carretto, condotto da un cavallo bianco.
– O mio bel giovine, fermate, ve ne prego!
Fu la bella, che passeggiava in quei paraggi, a gridare quelle parole. Ella conquistò con un suo sguardo il giovane che sedeva a cassetta, il quale fermò, la fece salire ed accomodare al proprio fianco, per poi far schioccare la lunga frusta marrone e ripartire al trotto alla volta del villaggio di Liebesburg.
La figlia del bottaio si appoggiò languidamente a quella spalla maschile, come se fosse stata quella del suo innamorato. Ella era assai avvenente ed avrebbe conquistato il cuore di chiunque.
Io ricordo che, in quei giorni, nella certosa di Liebesburg vi fu una riesumazione, ma non trovarono il cadavere. Nemmeno i pioppi grandi e nordici, dalle fronde ormai spente dall'autunno, sapevano il mistero.



Liebesburg, 15 novembre 1872.

Era la città degli amanti e degli innamorati, dedicata a San Valentino ed alle felicità dell'amore. In quei giorni, i suoi davanzali, i suoi terrazzi erano decorati con fiori ormai secchi ed inariditi, dai petali giallastri, nonché con ligustri vagamente appassiti, che però ispiravano felicità, sotto la luce del sole d'autunno. Il tempo era bello e le piogge parevano essersi dimenticate di quei tetti, che sembravano fatti di legno ed apparivano aguzzi e romantici, quanto le case delle fate. Qua e là, sotto i portici, ci si imbatteva in statue minute o di medie dimensioni, o in sculture finemente lavorate, che raffiguravano episodi della storia dell'Impero d'Austria ed Ungheria. Le donne erano giovani, avvenenti ed amavano i fiori, le foglie e i rami degli alberi d'autunno, con cui ornavano le loro dimore più o meno sontuose. Vi era anche un monumento, dedicato a San Valentino, il patrono, la cui ricorrenza era sentita ardentemente in tutto il paese.
Non di rado, passeggiando lungo il centro di Liebesburg, accadeva di vedere degli amanti, intenti ad abbracciarsi e a baciarsi sulla bocca. I gendarmi, quando s'imbattevano in costoro passando in perlustrazione, fingevano semplicemente di non vederli, fischiettavano o intonavano dei canti in onore dell'imperatore.

Alla fine del giorno in cui vi narro, il 15 novembre 1872, vi era un gran movimento lungo le strade di Liebesburg. Le vie, i viottoli e le piazze erano ingombre di pecore, dai bianchi velli, di cani da gregge, di pelo bruno, nonché di pastori, che portavano i costumi tipici del luogo, i quali consistevano, per lo più, di giubbe nere con ricami bianchi o dorati e di lunghe braghe rossastre. Alcune donne spalancavano gli usci e correvano a riabbracciare i loro amati pastori, dopo averli salutati dai balconi. Era tutto un baciarsi ed un abbracciarsi d'innamorati, uno scambio di doni, di sguardi languidi e di promesse, mentre alcuni, con dei flauti costruiti alla buona con il legno delle foreste e delle fisarmoniche artigianali, intonavano dei valzer o delle mazurche. Che parole affettuose! Che slanci! Che commozione! Che addii!

La luce del sole d'autunno illuminava quelle greggi bianche e le strade del villaggio, attraverso le fronde dei pioppi del Nord.
Su di una ringhiera di legno, ornata di gigli ormai appassiti e che separava un viottolo di Liebesburg dalla campagna, stava seduta una giovane, dai capelli lunghi, al vento, dal décolleté lasciato nudo da un abito scollato, dalla sottana insolitamente alzata, che consentiva di ammirarle le belle gambe. Ella portava una sorta di lungo mantello nero, munito di cappuccio e che svolazzava un poco. Quella tinta di perla lasciava brillare quanto la luce dorata di quegli istanti la meravigliosa chioma nordica di quella giovane, dal volto statuario.
– Ah, i pastori, i pastori! - sospirò la bella al suo vicino, che le si era seduto accanto, sulla ringhiera.
I crochi ed i gigli autunnali si muovevano dolcemente nel vento di novembre e, in quel mistero, in quel bruire di amanti, di greggi e di pastori, sembrava di udire le voci dei defunti, dal cui mondo aveva forse fatto ritorno la figlia del bottaio, che era quella giovane, dal manto nero perla.
– Eccoli, li avete visti? Passano, hanno trascorso la stagione calda sulle vette, presso gli alpeggi, ora vanno a svernare più a valle – le disse l'amico che le stava al fianco e che portava il nome di Mauritius. - Sono pastori, pastorelle, pecore nere, cani da gregge, pecore bianche... Presto verranno anche i muli ed i cavalli. Ma come sono belli i vostri capelli!
– Signore, io vi conosco, non negatelo, ve ne prego – gli disse la figlia del bottaio. - Voi ed io ci amavamo e ci amiamo ancora!
– Forse, in una vita passata, io e voi ci siamo amati, sì...
– Du bist meine Liebe – proseguì la giovane, nel tedesco in voga presso quei luoghi.
– Che cosa dite, signorina?
– Es ist Deutsch, die Sprache der Liebe... Die Zeit der Liebe ist für uns beide da...
Questo gli mormorò lei, che riprese poi, dopo un breve silenzio:
– Dico che noi ci siamo amati in una vita passata e che ci ameremo nuovamente, nel presente. Io sono la figlia del bottaio, reincarnatasi per l'amore dei vostri occhi...
L'altro le coprì teneramente il capo con il cappuccio della mantella nera, della quale vi ho parlato poco fa; poi, allorché la sua interlocutrice si voltò per veder passare un nuovo gregge, bianco, guidato da una pastorella avvenente, egli disparve.


Liebesburg, 18 maggio 1873.

Dovete sapere che, in quel borgo, le comari spesso vociferavano di massaggi erotici ed un po' misteriosi, che venivano praticati dal tale Mauritius, di cui già vi ho narrato. I gendarmi non se ne interessavano affatto. L'autunno era svanito, al pari dell'inverno e, all'epoca in cui la mia narrazione riprende il suo corso, la primavera sbocciava tutt'intorno alla cittadina di Liebesburg. La figlia del bottaio, la Reincarnata, non era ancora riuscita a riconquistare il suo amore di un tempo, perché questi non l'aveva riconosciuta come la sua innamorata.

Ella aveva trascorso quasi tutte le ore della fine dell'autunno e dell'inverno da sola, sulla soglia della sua casetta, sita al centro del villaggio, guardando tutti i calessi, i carri e le carrozze che passavano, nella speranza che il legno del suo amore si fermasse dinanzi al suo uscio ed egli la abbracciasse e la riconoscesse come sua. Sarebbe stato bello riaverlo tra le braccia e baciarlo come un tempo! Ma non era accaduto, no, il desiderio suo non s'era avverato.
Fu così che, avendo saputo di quei massaggi, ella si recò dal suo Mauritius.

– Buongiorno, mio signore – gli disse lei, quando lo vide, non appena fu entrata nella cantina misteriosa in cui, oltre al lavoro manuale sulle damigiane, sugli imbuti e sulle botti, si praticava l'erotismo. - Mi hanno detto che sapete coccolare una donna e vorrei sincerarmene di persona!
Egli la salutò e le indicò un angolo riposto, ove tutto era destinato ad accadere. Mai Mauritius si sarebbe aspettato che quella giovane, che già aveva incontrato, ne era certo, gli si mostrasse sotto quelle sembianze. Dovete sapere che, per ironia e forse per incantarlo, ella si era vestita come uno spaventapasseri, o almeno tale sembrava: era maggio e non era poi molto difficile imbattersi in una figura simile, la quale si adattava più alla levità ed all'amenità dei campi strappati alle valli, che ad una passeggiata attraverso i viottoli di Liebesburg.
– Io sono innamorata, non sapete? - disse la figlia del bottaio, scherzando allegramente.
Ella era di sangue germanico e rapiva gli sguardi, così com'era allora, nuda sotto una sorta di vestito fatto di panno nero, rattoppato, confezionato cucendo insieme molte pezze. Inoltre, la giovane portava sul capo una sorta di cappellaccio a punta e color del carbone, ornato con delle spighe dorate. La pelle sua già fremeva, al pensiero dell'olio e delle mani che l'avrebbero scaldata di lì a poco, forse come in un forno.
– Mi volete spogliare nuda, vero? - chiese la ragazza.
– Sì, è quello che voglio – le sussurrò l'altro, toccandola.
– Allora fate pure.

Mauritius la adagiò sopra una specie di letto, fatto di paglia, di fieno e di papaveri rossi. In principio, egli le permise di conservare il suo abito da spaventapasseri, poi glielo tolse. Il massaggio venne praticato con dell'olio, sopra la coltre della quale vi ho appena narrato e che ben s'adattava al bel volto ed alle dolci fattezze della figlia del bottaio. Dapprima ella si mise a pancia in giù e le mani esperte del suo uomo le tormentarono dolcemente la schiena, i glutei sodi e le gambe da statua, sino a pervenire in basso, ai piedi, che erano rimasti senza veli (al pari del resto del corpo) ed avevano le unghie dipinte. L'emozione proseguì e a lei parve di bruciare quando si voltò a pancia in su, sempre in mezzo alla paglia, al fieno ed ai papaveri scarlatti, in quell'andito, alla luce fioca di due ceri, che erano le luci rosse dei due amanti. La Reincarnata si sentì tormentare le mammelle, i cui capezzoli furono leccati sapientemente; poi, anche le ginocchia vennero pizzicate da mani esperte e subirono un martirio simile a quello che aveva infastidito il seno della giovane.

– Fammi un bel massaggio bollente – implorò la figlia del bottaio, dimenticandosi di usare il pronome di cortesia nei confronti del suo innamorato. - Fammi bruciare in mezzo a questa paglia, a questo fieno e a questi fiori di campo!
Il suo cappellaccio da spaventapasseri era finito appeso in un angolo ed una sola spiga secca era rimasta conficcata in uno dei suoi fori. Il corpo di lei era tutto unto di quell'olio pregiato, nonché saturo dell'essenza dei vegetali secchi che lo avvolgevano; ella sembrava in procinto di prendere fuoco da un momento all'altro e, se devo essere sincero, delle fiamme proruppero veramente poco dopo, allorché la mano del suo uomo pervenne al suo pube, lo scosse e lo fece vibrare.

Poi, giunse il momento della penetrazione e fu allora che lui la riconobbe per la prima volta. Fu come vivere e morire insieme, nel piacere.
– Ah, io credevo di averti perduta per sempre, in quell'incidente maledetto! - le disse Mauritius, baciandola in mezzo al fieno, alla paglia ed ai papaveri, quando ebbero consumato il loro fuoco.
– Ed invece sono tornata, mi sono reincarnata in questo corpo di giovane donna, unicamente per avere il piacere di vivere una nuova vicenda d'amore al tuo fianco! - rispose lei.

Le luci rosse di quei ceri li illuminarono nudi e abbracciati, mentre si scambiavano i loro baci ardenti su quel letto ormai disfatto, fatto di erbe e di fiori campestri. Il vestito e il copricapo da spaventapasseri, che lei aveva usato per giocare con il suo amato, giacevano ancora, silenziosi e come dimenticati, in un angolo, appesi ad un chiodo arrugginito, che sporgeva sbilenco dal muro. Oltre la finestra, che era stata munita di un'inferriata, passò un carretto, che trasportava delle grandi botti colme di birra; lo scalpitare di quella pariglia di cavalli riscosse i due amanti dai loro sogni. Era il tempo del fieno, della paglia e dei papaveri.









FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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Dunklenacht
Photo    Bernard Delhalle

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