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RACCONTI

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Alemar
Il gioco del vento






 


       Il riverbero della luce entrava in tralice ed illuminava il suo ventre di riflessi morbidi, come se si adattasse alla consistenza della sua pelle. Il soffitto rimandava ombre docili ai suoi occhi lontani, persi nella promessa di quella sfida lanciata al silenzio di un volto che non regala voci ma immagini in cui perdersi, per inventare probabili risposte.
Il messaggio nella bottiglia era stato lanciato, aspettava l’eco di ritorno.
Il ticchettio dell’orologio sembrava una tachicardia logorata dalla lentezza di quegli attimi. Ogni rumore era un sussulto, una distrazione dai suoi pensieri scritti nell’aria come punti di domanda, interrotti solo dal fremito di un fiato che attende impaziente che qualcosa succeda. Che qualcosa si muova. In lei solo il gioco e il piacere di cullarsi negli eventi precipitati a picco...


Il fiato di lui sopra l’ombelico dove ora era poggiata la sua mano, quasi a nascondere, a proteggere il calore della sua voce che aveva trovato rifugio nel piccolo cerchio rientrante della pelle che lì, ora, stesa sul letto, diveniva ovale. La mano indugiava sorniona, guidata da una voglia partita da lontano, da una promessa fatta e poi mantenuta.
Il letto conservava ancora l’impronta dei due corpi, con l’avambraccio lei cercava quella temperatura diversa dalla sua, ormai fuggita alla trama delle lenzuola, e di cui già sentiva la mancanza.
Palpebre calate, labbra umide e schiuse, pensieri lontani a pilotare il desiderio nell’unica strada percorribile: la sua.


Lui stava con il viso a pochi centimetri dal suo ombelico, lei lo accoglieva regalandogli il ventre su cui appoggiarsi, a cosce aperte, con il candore di chi si offre senza malizia, con il calore di chi si fa cuscino cui raccontare il sogno non ancora sognato.
L’uomo indugiava con le dita bagnate della saliva di lei nel suo antro di pelle umida, lo sguardo non la raggiunse, solo la voce riempì l’aria di vibrazioni nuove e attese...
- lo farai per me, vero? -
- certo, lo farò. L’ho promesso. -


L’uomo sorrise e rituffò l’onda del suo bacio nel suo ventre, danzando con la lingua tra quei piccoli solchi di pelle, capaci di sussultare ad ogni minimo contatto.
Era marea oceanica, reflusso forte ed imperioso, che le strappava equilibrio e forza nelle membra. Erano sorrisi aperti al cielo, condivisi senza parole. Il suo ventre, il suo viso; a parlarsi, a dirsi e darsi con un piacere in chiave di sol.
Una folata di vento fresco spinto dalla sera entrante, aprì la porta già socchiusa. Lui si girò a guardare fuori la silouette della pianura frastagliata di alberi coltivati. La nebbia di ottobre si alzava lentamente dal terreno irrorato dal tepore del sole di quella giornata fuori dal mondo. Non si alzò per richiudere l’intrusione del vento, lo accolse come un compagno di giochi, cui viene riservata la carta della sorpresa. Lasciò che il suo moto increspasse ulteriormente la pelle sostituendosi al fiato. Lei sorrise con gli occhi chiusi, consapevole dei gesti e dei pensieri che li guidavano; perché da sempre gli erano famigliari. Portò l’indice alle labbra, raccolse nella bocca il dito a soffocare la conquista di quella consapevolezza. Nessuno guidava nessuno: entrambi scrivevano la musica di quell’incontro, nota dopo nota, insieme strumento e pentagramma.
La danza delle ombre nella penombra della stanza annunciavano il crepuscolo complice cui sarebbe seguita la notte, destinata a divenire la scena di un ritratto dipinto sulla sua pelle con i colori della fantasia che si muove chiamata dal desiderio di andare oltre, ancora e ancora...


Nei lineamenti della donna la complicità allegra e musicale di chi è consapevole, di chi cammina sulle linee del piacere, felice per la gioia di procurarlo, nella sua forma più intensa e cristallina.
L’improvvisazione era la sua carta vincente, perché si muoveva come un musicista che non conosce spartito, non conosce alfabeto musicale. Ne seguiva semplicemente le bizzarrie nell’aria riportandole qui, su questo pentagramma di carne e desiderio pulsante.
Anche la donna raccolse il gioco del vento e lo chiamò complice, sull’onda delle sue evoluzioni impreviste, si lasciò guidare, ad occhi chiusi nel teatrino che voleva divenire lì, in quel momento, per lui.
La mano dunque raccolse le prime note e guidarono come un pioniere le dita sulla pelle, deserto inesplorato di dune e avvallamenti. Correvano lentamente, strisciando, saltellando perlustrando, incuranti e consapevoli dello sguardo di lui, che da spettatore attento e silenzioso, rapiva con gli occhi immagini che avrebbe poi conservato nella memoria.


La mano raggiunse la cintura del jeans, già slacciato e perquisito dal suo tocco. Indugiarono a lungo cercando in braille le sue impronte, ricalcando le piste sulla sabbia che lei diveniva, ogni volta che si sentiva letta e percorsa dall’unico amante capace di firmarla a fuoco.
Cominciò il suo racconto a voce bassa, roca, rotta dal piacere di regalargli lo spettacolo più atteso e immaginato nei suoi sogni.
- Se incontrassi ancora quel fantasma che così intensamente ho amato, alzerei il sipario su un piacere che ancora vorrei dargli, ripercorrerei nuovamente quelle strade, quei profumi, quei suoni; fermerei per una notte ancora il tempo, per dedicarmi a lui con il desiderio che ci ha reso inseparabili...
Se incontrassi ancora quel fantasma, indosserei per lui quella sottoveste di seta nera, con la quale una notte persa nei tempi, danzai la musica del mio piacere e lo legai al suo...
Si, se incontrassi quel fantasma canterei per lui questo -

...................


Seguì un respiro lentissimo e profondo con cui prima riempì e poi svuotò completamente i polmoni, fino a sentire il diaframma tendersi e farle male. Con un movimento altrettanto lento, la mano raggiunse l’elastico dello slip bianco a costine, e giocando con l’aderenza sulla pelle, si insinuò come un ladro si insinua dentro un museo dove vive un dipinto di inestimabile valore.
E il mugolio come una nenia di terre lontane partì, segnando i picchi dei suoi alti e dei suoi bassi.
Inarcando lentamente la schiena, lui l’aiutò, assecondando il movimento del suo bacino, piegato per sfilare i jeans. Rimanendogli davanti, aperta, con il sesso offerto quasi sfacciatamente, la donna indugiò sulla propria pelle, indovinando dove lui appoggiava lo sguardo. Ora come un pittore, l’uomo dipingeva i sensi di lei guidando le sue mani, che senza indugio erano giunte tra le labbra non più umide ma bagnate dall’estasi di quel momento. Con il piacere di essere guardata e scavata così solo dai suoi occhi, sentiva il calore espandersi nel suo corpo e riscaldarla a difesa di quel fiato di vento freddo e dispettoso. Le dita conoscevano la spaccatura nella carne, ne conoscevano il calore e il pulsare. Abbandonandosi a se stessa, chiamò l’altra mano, per meglio giocare sotto la stoffa, regalando all’uomo il piacere di indovinare gesti e movimenti. Ogni millimetro di quella carne tremula sussultava a seconda di come veniva sollecitata, e le sue dita sapevano bene come indugiare per il gusto ed il piacere di entrambi. Non arrivava mai direttamente al clitoride, le piaceva seguire il perimetro esterno delle labbra, le piaceva indugiare proprio in cima, dove si uniscono per chiudere la pelle e proteggere il piacere più delicato intimo e sublime. Allargando quella bocca che profumava di intenso e opalescente nettare felino, affondò fino all’attaccatura delle dita, regalandogli un sussulto che portò l’uomo a desiderare di toccarla, pur sapendo che il solo sfiorarla avrebbe compromesso lo spettacolo che gli si apriva davanti agli occhi. Non lo fece, arrestò l’iniziativa prima di rovinare l’istante in cui la bocca di lei gemette più forte, perché il piacere arrancava veloce e sinuoso eccitandola fino a colorarle le guance...
Lasciò l’antro bagnato dei suoi umori e appoggiò il dito alla bocca di lui

- Lo senti? Sto bruciando viva, sono fuoco liquido che viaggia dal mio corpo al tuo corpo-
Lui bevve i suoi umori, ingredienti alchemici che inebriarono e offuscarono i suoi sensi. Iniziava a sentirsi stordito e febbricitante. Anche il suo sangue aveva accelerato la corsa, pompando nelle vene a gran velocità, gonfiandogli il membro fino a dargli noia dentro i calzoni. Cercò di sistemarsi meglio, muovendosi quasi impercettibilmente per non disturbare la danza. Anche quella piccola circostanza non era sfuggita ai sensi di lei, che sorrise piano, alzando un poco gli angoli della bocca.


Tolse il dito negandogli di colpo il suo sapore, e lo riportò in quel pozzo pulsante che desiderava essere ancora profanato. Raccolse altro piacere sulle pareti e le posò sul clitoride che si era già sporto per meglio essere sfiorato, quasi a volersi intingere in quel miele profumato. Indugiava lungo la sua circonferenza, spostandosi poi sulla cima, dove le labbra si univano e dove la pelle si faceva più sensibile. Come un catalizzatore di desideri, il piacere chiamava da lontano, e qui, con la maestria di cui era padrona, allungò i tempi, dilatandoli e riportandoli agli occhi ingordi e compiaciuti del suo amante, per meglio gestire la durata di quel piacere di spettatore.
Quando ormai l’orgasmo era vicino si fermò bruscamente, ripulendo con le labbra golose i fluidi spalmati sulle dita. Risistemò lo slip e mettendosi seduta sul letto accarezzò il viso dell’uomo ora incredulo quanto un bimbo. Senza dire nulla, seguì i lineamenti di quel viso accaldato, le sue narici coglievano nei movimenti i profumi del piacere di poco prima, e ancora non riusciva a capirne la repentina uscita di scena.


- Se incontrassi ancora il fantasma che mi ha rapito i sensi, lo guarderei come sto guardando te, avvicinerei il mio viso al suo per annusarlo e farmi annusare, e gli sussurrerei all’orecchio come sto facendo ora, tutto il mio desiderio, tutta la mia fame -
Nel dirlo si era fatta estremamente vicina, e in quello sfiorarsi aveva colto il profumo della pelle appena sudata.
- Ho sete, voglio berti -
La voce era resa ancora più roca e bassa dall’intensità di quel desiderio che ora la divorava rendendola come una colata di lava: incandescente e devastante. L’uomo sapeva di non avere potere alcuno su di lei quando, come in quel caso, era il reflusso della sua marea a guidarla. Lei non chiese permesso, lo portò a stendersi nell’impronta calda appena lasciata, gli aderì con tutto il corpo per sconfinare in lui, tanto lo desiderava. Ma ciò che rendeva quella donna diversa dalle altre, era la sua percezione del piacere, il suo sentire e il suo offrire. Mai l’uomo aveva incontrato creatura tanto generosa e totale nella sua essenza. Il piacere era una sottile linea di conduzione, dove il massimo veniva dato dalla capacità di entrare nell’altro e offrirsi, per colmare vuoti e saturare coni d’ombra. Nulla più. Non sapeva cos’era l’egoistica ricerca del proprio amplesso, non conosceva che la purezza e l’amore del donarsi, perché non vi era nulla che la rendesse più appagata del piacere attraverso il piacere dell’amante. Questo era lei, quasi una creatura ultraterrena, amarla era un idillio capace di portare decisamente oltre i confini conosciuti. Il piacere dell’amante era inscindibile dal suo, crescevano insieme.


Lo aiutò a stendersi, gli sorrise respirando il suo respiro intimamente, senza smettere di guardare l’iride dei suoi occhi, da cui si sentiva rapita ogni volta, inesorabilmente. Annusò la sua pelle per tatuare il suo profumo, esplorava e conquistava lembi di epidermide sotto la camicia, sentiva il suo petto percettibilmente sudato, lo carezzava con le dita, e affondando la bocca nell’incavo della gola, azzannò il piacere che le serrava il fiato. Le mani si fecero strada lungo il fianco, lenta e leggera ondeggiava avanti e indietro sul suo corpo, strusciandosi contro come un felino che marca il proprio territorio. Era il suo uomo, lei era la sua donna. Si appartenevano da sempre, con il più forte dei legami: quello che non prevede catene o vincoli, quello di chi sceglie da libero la propria libertà con la libertà dell’altro.
Arrivò con le mani ai fianchi che strinse forte, segnandoli. Scese strisciando adagio, lentamente, senza dimenticare alcun centimetro di pelle. Arrivò fino ai pantaloni già tesi per il volume del membro che spingeva la stoffa, e regalando attraverso essa la linea della sua rigidità. Adorava annusarlo attraverso il cotone, percepirne il calore, sentire il tiepido protrarsi verso il suo viso. Si parlavano, attraverso le intenzioni e le percezioni sospese come particelle di polvere nell’aria. Slacciò adagio i bottoni dei jeans, lui non mosse un muscolo, si inarcò solo un poco per meglio facilitargli il compito di sfilare i pantaloni. Poi si abbandonò con arrendevole fiducia; in balia delle sue mani e della sua bocca attese l’attimo in cui l’onda arriva alle spalle e ricopre di spuma bianca tutto ciò che è invisibile agli occhi.


Deglutì a fatica e lei arrivò, lenta e sicura dei suoi passi.
Lo prese in mano senza serrarlo, solo per percepirne il calore, per far sì che le temperature trovassero un accordo. Lentamente cominciò a far scendere la pelle per ritornare in punta di lingua su tutta la lunghezza, fino a sentirne le pulsazioni. Poi lo accolse come risalendo una montagna, dentro la bocca, completamente, scambiando il calore e bagnandolo con la saliva. Tenendo le labbra leggermente più chiuse, fermava la rincorsa della pelle, lasciando così scoperto il glande, rosso e turgido. Era bello, era fatto bene. Le piaceva osservarlo, e con la lingua ne ripercorreva le venature. Come il più lento dei girotondi, giocava a navigarlo in tondo come uno sconfinato mare, dall’alto verso il basso, fino all’inguine, dove solleticandolo e mordicchiandolo, lo faceva trasalire.

Poi lo coglieva di sorpresa sull’onda della giocosità dell’attimo prima, avvolgendolo nuovamente nella sua spirale, come un serpente che si prepara a regalarti la morte attraverso i sensi. Lo riprendeva tra le dita, accarezzava la pelle dove si faceva più sottile, e avvolgendolo nel tepore della mano, lo riportava a dondolare nel suo salire e scendere adagio, in un movimento ritmato, lento e costante. Geometrie bizzarre ed impreviste, che lo portavano a ipotizzare il gesto successivo, impossibile però da indovinare. Lo riprese fra le labbra, facendogli assaporare la morbidezza del contorno, e poi gli aprì la bocca per farlo rientrare in contatto con la lingua, su cui passava morbida e felpata. Il glande continuava a pulsare, rosso e lucido della sua saliva, il gioco era andato avanti oltre i limiti sopportabili, la sua lentezza estenuante, il suo correre per poi rallentare, non lasciava scampo, lui desiderava più che mai l’affondo, lei glielo negava. Il piacere era in balia del suo capriccio, della sua capacità di rendere bellissimo e quasi struggente un gesto tanto lento e pacato. Il respiro dell’uomo cresceva poco per volta, alzando gli occhi sul suo petto ne rubava il movimento di salita e discesa, e capiva quanto ancora avrebbe dovuto farlo attendere. Le mani aderenti ma gentili seguivano i movimenti della bocca, ora aperta, ora serrata. La lingua accarezzava ogni lembo raggiungibile, ogni vena della superficie, costruendo un movimento calibrato e sincronizzato. Aumentando quasi impercettibilmente la danza, lo accompagnò all’unisono con il suo respiro, fino a quando le mani dell’uomo si appoggiarono alla sua testa per aderire al movimento che lo stava portando in alto, e senza aspettare altri segnali portò le dita fra i suoi capelli profumati, aggrappandosi a questi per non cadere nel baratro che lo aveva raggiunto lentamente, da lontano, fino ad esplodere in tutta la sua imperiosità nella bocca di lei che lo accolse. Bevve il suo nettare tornato a fecondare ancora una volta quella parte dell’anima vergine, resa fertile dai sentimenti e le sensazioni che la legavano a lui.


Lo tenne in bocca, accettando la sua resa. Sentiva le pulsazioni farsi più flebili e regolari, mentre il sangue poco per volta lasciava il tessuto spugnoso. Lo teneva sulla lingua, per sostenerlo, per coccolarlo, per aiutarlo nella discesa di quella corsa a perdifiato. Il respiro era ora più lento, rilassato.
Con movimenti leggeri e attenti, ripulì ogni traccia di sperma, e con piccoli e casti baci sfiorati, lo riadagiò su se stesso.
Era ancora seduta su di lui, appoggiata ai gomiti. Si allungò fino a raggiungere il viso del quale percorse a baci il contorno. Era sazia anche lei, sazia perché leggeva nei tratti divenuti sereni, la sua firma. Accoccolò il viso nell’incavo del collo e respirò forte la sua pelle.


Le dita ancora tremanti di lui affondarono nella nuca carezzandole i capelli. Si addormentarono così, nella penombra divenuta quasi buio, con il vento che solo per loro, soffiò tiepido e docile, per cullare il sonno.
La donna e l’uomo erano così un’unica creatura, plasmati e modellati senza inizio né fine.
Era questa, forse, la più alta forma d’amore conosciuta...




FINE

 





 
 
 



Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..

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TUTTI I RACCONTI DI ALEMAR
Photo     Lizbett Pietro

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