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RACCONTI

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Alemar
Succede






 


      Succede,
quando osservi il cielo lattiginoso, mentre si mescola con contrasti appena accennati, al mare. Là, giù in fondo, dove mi hai insegnato che proprio il mare ti sorride da lontano, con labbra di cielo e occhi di spuma.

Succede,
mentre hai il vento tra i capelli, e gli angoli della bocca sollevati in un sorriso che vorrebbe diventare un morso di gioia, da regalarti ora. Così, senza pensare. Un morso.
Eccoci, nella perfetta immobilità del momento, mentre frammenti quasi del tutto sospesi si ripresentano forti e costanti, come venti inopportuni alla tua porta.
Succede. Accade.
E allora inspiri forte il profumo dell’aria nell’accenno di aurora, di questo nuovo giorno. Respiri il denso che fa da balsamo ai polmoni, e navighi dolcemente, con le vele accarezzate dal vento, nel ricordo della scia della luna, dove si staglia appena la sagoma del tuo corpo leggero e impalpabile, quasi rarefatto. Un’ombra che danza, e che fa venire voglia di danzare. Movimenti docili come il mio starti tra le mani, rannicchiata, consapevole che mai la mano sarà serrata a pugno, mai mi farai del male. Un pensiero sfiora appena il giardino colorato nel quale mi sono persa, in un giorno di quasi primavera.


Mi hai scritto che ora avresti navigato in me, perché ora sono il mare che vuoi navigare.
Ed io attendo come ormeggio sicuro, la tua barca.
Sarò lì, in rada, tra mille luci di candele, a bere un bicchiere di porto nel pozzetto, mentre guarderò i tuoi capelli mossi dalla brezza.

Succede,
quando chiudo gli occhi e ricordo il ricciolo impertinente che incornicia il tuo viso, e il tuo sguardo, a volte così dolce, a volte così passionale.
E ricomincio a danzare, ad occhi chiusi, mentre conquisto le terre di confine tra il piacere e il desiderio del piacere, dove ti ho conosciuto, un giorno di quasi primavera.

Succede,
che si muova dentro, da lontano, come un miraggio che si staglia nel tremolio della calura desertica, un pensiero. Poi il pensiero diventa grande, si fa uomo, si da donna. Si fa presente per la voglia di esserci, per una sensazione che muove dentro, fino in fondo alle corde del piacere che vorrei suonassi per me.
E così nuovamente ti rivedo, appoggiato all’albero della barca, con i calzoni di tela bianca leggera, e una camicia sbottonata su cui scivolo lasciava come la mia voglia.
E’ un tormento questo respirarti adagio, partito come una tempesta, con il vento a gonfiare le vele, a far volare lo scafo sulle onde.
Ed ora la quiete, la bonaccia. Il dover aspettare ancora Eolo a portarmi via, a muovermi in una direzione sconosciuta. Non è facile l’attesa.
Non lo è mai.


Ma se davvero rincorri i delfini, nel cobalto di un mare che ti si alza dentro, allora riesci ad immaginare di poter aspettare, di poter condividere altri orizzonti, tra le rughe poco accennate, intorno alle palpebre che dolcemente abbassi.
Succede, che in un giorno di quasi primavera venga a cantare per te un vento nuovo, inatteso, astuto. E in quella danza, ritrovi i movimenti da tempo sopiti. Movimenti di una donna che porta nel ventre le onde oceaniche, che montano fino a travolgerti, fino a buttarti a terra, con lei addosso, con lei a stagliarsi contro l’azzurro del cielo sgombro di nubi. E in lei perdi i confini, cullato dal mare, e dai suoi baci, salati e dolci, di sirena.


Succede, a volte, di sognare, come ora.
Succede, in un giorno di quasi primavera,
sospeso, tra cielo e mare.






FINE

 





 
 
 



Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..

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Photo     Lizbett Pietro

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