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RACCONTI

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Alemar
Diario di un fremito






 


       La pioggia ha appena ricominciato a cadere, sembra una colonna sonora in lontananza. Raccoglie e invita. L’ascolto dal mio letto, sola, mentre mordo il desiderio di averti. Perché ho dentro me una serie infinita di fremiti che danzano e muovono emozioni lungo tutto il mio corpo.

In notti come queste, la fantasia si adagia sul filo delle labbra e le bagna della voglia che ho di te, così racconto e scrivo la storia di un desiderio. Il mio.

E’ una dolce estenuante piacevolissima tortura, il cercarti ad occhi chiusi. Perché so che posso trovarti, posso raggiungerti, posso condividere un calore nuovo, diverso.

Ho dentro me una mia linea guida, attraverso la quale esprimo le mie emozioni e i miei desideri. La bocca. Già, la bocca... In questo momento la userei per percorrere il perimetro del tuo viso, per indugiare sugli angoli delle tue labbra, per sentire il tiepido del tuo fiato, farsi magari più profondo colto dall’eccitazione del momento.

Non ho bisogno di guardarti, preferisco immaginare, e immaginando scivolerei sulla nuca, indugerei sui trapezi, seguirei la curva delle spalle, e ritornerei al tuo petto. Lungo la linea del torace, raccoglierei i brividi della tua pelle, umida della mia saliva, su cui soffierei la mia voglia di darti lentamente un piacere a cui diventa difficile sottrarsi. Percorrerei il fianco, affonderei la lingua nell’ombelico, e risalirei dal lato opposto, per tornare sul tuo viso, sui tuoi occhi, sulle tue tempie.

Ti firmerei .. per non farmi dimenticare. Gli occhi. L' immobilità è onda, che imperscrutabile mi attraversa lasciando una scia che non si scioglie. Rimane appiccicata come melassa alle mie mani, e rallenta la naturale e flebile ricerca di equilibro: quello che mi abbandona quando i tuoi occhi si appoggiano e chiedono in silenziose parole, il mio corpo. Quello che fugge quando ti avvicini, come il più dannato dei diavoli solitari, che sa brillare di luce nel buio dei miei pensieri. La voce Non parlarmi o mi perderò ancora.

Perché nella sonorità della tua voce mi raggiungono mille sirene eleganti e crudeli. Verranno ancora, da lontano, a portarmi via come trofeo. La tua voce canterà ancora, accarezzata dalle note del tuo pianoforte, e mi trasformerò ancora in pentagramma, su cui scriverai con la saliva tiepida della tua bocca ingorda. Sarò ancora una volta il disegno delle tue voci, che sussurreranno, grideranno, chiameranno, un unico nome: il mio.

E’ dolce il tormento, salato il peccato. Non posso vivere senza sentirmi mordere il collo da entrambi... nella consapevolezza prende forma la creta che diventerò fra le tue mani..






FINE

 





 
 
 



Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..

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Photo     Lizbett Pietro

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