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RACCONTI

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Adamo Bencivenga
Sandra si fece il segno della croce






 



Sandra si fece il segno della croce, ma non riusciva a rendersi conto cosa fosse la morte, a volte si sforzava di pensarci, addirittura chiudeva gli occhi e tratteneva il respiro, ma arrivata ad un punto non riusciva ad andare oltre, non riusciva a comprendere il nulla assoluto, il vuoto totale, l’assenza di tutto e il nero più pesto. Si sforzava ogni volta ed ogni volta credeva d’aver afferrato il concetto, ma c’era sempre un qualcosa, un’inezia, un nonnulla di vivo, un bagliore lontano che le negava la morte.
Si sentiva piccola, piccola davanti al niente! Non riusciva a capire come il niente fosse così grande, a volte lo paragonava al mare nero nelle notti senza luna, ma non era la stessa cosa. Il niente era niente o meglio il niente non era. Lei lì, seduta su quegli scalini malandati di linoleum e gomma marrone, si fece il segno della croce, quando vide il carro funebre passare lentamente, lì dentro, in quella macchina nera lucida, c’era la sua povera nonna e lei voleva bene a sua nonna. Flash e ricordi s’addensarono corti, storti e veloci… flash e ricordi di segreti nascosti, era dolce sua nonna, com’era possibile che da oggi non l’avrebbe più vista? Come era possibile che pensando a lei avrebbe pensato al niente assoluto, proprio quel niente a cui non riusciva a pensare?

Sandra si fece il segno della croce, quando Sara le prese la mano e lei di rimando le strinse le dita, con tale forza da vedere la pelle della mano in un attimo cambiare colore, da bianca rosata a rossa violacea, e continuò ancora fino a sentire pulsare quel sangue. Sara non diceva nulla, anzi sembrava ascoltasse quel muto dolore, ora stavano davvero parlando, comunicavano in un linguaggio tutto loro, che nessun altro avrebbe potuto capire, forse deridere… o peggio insultare, dentro quel caldo di luglio alla fine, denso ed afoso, dentro quei giorni di vacanza da scuola, dal loro dovere, dai compiti in classe. Era il 28 di agosto, sua nonna era andata via due giorni prima, così, senza dire una parola. Quella mattina era stata lei ad aprire la porta della stanza di sua nonna e l’aveva vista distesa sul letto, con il viso sereno sembrava stesse pregando oppure pensando ad occhi chiusi come di solito faceva. Avrebbe voluto dirle che non sarebbe tornata per il pranzo, che insieme a Sara avrebbero passato il giorno intero sulla spiaggia, a ridere e divertirsi. E invece no, sua nonna era morta, morta per sempre.

Sandra si fece il segno della croce pensando che in un altro momento quella giornata sarebbe stata completamente diversa, una lunga corsa a perdifiato per poi tuffarsi nell’acqua, spiaggia e mare, un panino al volo, musica e racchettoni, ipod e cuffiette, una piccola farfalla tatuata sul seno che nessuno avrebbe potuto vedere, soprattutto suo padre o suo fratello più grande. Simile a quella di Sara e Sandra era contenta. Ma oggi era diverso, ora nel cupo silenzio seguiva ad occhi chiusi il suo sudore gocciare, ogni centimetro, ogni pausa e rincorsa, che dai capelli scendeva sul collo e poi giù lungo il seno, non ancora da donna matura. Pensava che quel sudore caldo fosse l’unica cosa viva in quegli attimi, lei e Sara, invece, erano ferme e vuote, come sua nonna priva di vita, come quel niente che per essere niente non poteva di certo immaginarlo pieno e di corsa. “Sarà questa la morte?” Pensò provando di nuovo a chiudere gli occhi, ma poi sentendo il calore della mano di Sara si destò facendosi scivolare la tristezza.

Sandra si fece il segno della croce, con il dorso della mano si asciugò le lacrime e sfiorò inavvertitamente il seno di Sara, pensò quante volte, quando senza maglietta, con la sua amica davanti allo specchio, chiuse a chiave nel piccolo ed unico bagno di casa sua, facevano a gara a chi lo avesse avuto più grande. Sorrideva pensando a quelle smorfie che inevitabilmente chiudevano la gara oppure a quei momenti muti d’estremo imbarazzo. Sandra lo sapeva che non avrebbe mai vinto, con la sua prima abbondante appena seconda, con la sua forma a pera attaccata acerba al ramo, come sapeva del resto che non avrebbe mai perso, perché Sara aveva già una terza a forma di mela, perché Sara era bella e lei ne era felice, perché era grande dalle parti dell’anima, Sara la sua amica del cuore, sorella per sempre.

Sandra si fece il segno della croce e si concentrò sul quel corteo lento, cercando di scacciare quei pensieri molesti, perché quello di certo non era il momento più adatto e Sandra se ne vergognava come le capitava spesso in chiesa la domenica. Non riusciva a concentrarsi e durante la messa faceva i salti mortali per seguire le parole di Don Michele. Rise quando incrociò lo sguardo della sua amica, strinse gli occhi senza espressione, come per dire che era tutto il suo mondo, ora di più senza la nonna. Finalmente la sentiva vicina, sentiva nelle dita il battito del suo cuore, ad una ad una le vene bollenti, ad una ad una come fossero capelli, sentiva la vita che qualcuno lì fuori le stava negando, ma non era sua nonna, ma quel rito, quel nero, quella tristezza, quell’odore nauseabondo di fiori recisi, quel pianto a dirotto di sua madre. Hai voglia a pensare che la morte sia il trionfo della vita, sia un paradiso verde ed azzurro pieno di fiori e di ruscelli, come diceva Don Michele per rassicurarla, ma lei non ci credeva, lei ne era spaventata lo stesso, terrorizzata perché non riusciva a capire, e non era giusto a quell’età farsi domande senza una risposta, del resto la morte era sua nonna chiusa dentro quella bara, senza tanti giri di parole, la morte era la morte, fine, buio, chiuso per sempre!

Sandra si fece il segno della croce. Con Sara si conoscevano da più di quattro anni, si erano incontrate alle Medie, ed ora frequentavano il Liceo, strette nello stesso banco, strette nello stesso desiderio di crescere in fretta. Come aveva fatto a vivere senza di lei nei suoi primi undici anni? Adesso mai avrebbe più potuto fare a meno di quelle mani, che senso avrebbe avuto tutto questo? Che senso la morte? Che senso la vita? Le passeggiate per castagne, le albe piovose in barca a pescare, con suo fratello Fabrizio, con sua cugina Elisa. Perché senza Sara si sentiva persa, vuota, più volte le aveva confidato quella sensazione, ma Sara era ribelle, voleva conoscere il mondo, a tutti i costi, anche senza di lei, e questo non riusciva a capirlo! Faceva discorsi strani, parlava di Erasmus e Università, di viaggi studio a Londra e Lisbona, di quanto da grande le sarebbe piaciuto fare l'assistente di volo. Lei l’avrebbe preferita impiegata o commessa nel negozio di Intimissimi in centro oppure cassiera al mini market sotto casa, in modo che non sarebbe passato giorno senza vederla.

Sandra avvertiva un gelo di tristezza, perché in questi discorsi di Sara sul futuro lei non c’era mai, mai un riferimento, un accenno, mai una giornata tutta per loro, ritagliata in chissà quale parte del mondo oppure sotto i portici sedute sul pilone di cemento a scrivere sul diario i testi delle canzoni di Liga. Nulla, Sara pensava in grande e lei in piccolo, Sara pensava al futuro e lei al presente. Sara prendeva bei voti e lei la misera sufficienza. Alle volte si sentiva una grossa zavorra, ma non ora. Ora Sara era tutta per lei, vicina, accostata, sentiva il suo calore attraverso la tela dei jeans, quasi quasi ringraziava sua nonna per questo regalo!

Sandra si fece il segno della croce e Sara sentì chiaramente il suo singhiozzo umido, gli impercettibili sobbalzi del pianto, che strozza il respiro ed affatica il dolore, che lascia le rughe invisibili ai grandi. Sedute sul terzo gradino della prima rampa di scale, dentro quel casermone di pannelli e cemento, dentro quelle case che puzzavano d’uovo, di latte e di fritto, piene di spifferi e rumori, di bimbi e d’aborti fatti in casa, vedevano passare dalla piccola fessura del grosso portone accostato, quel lento, lentissimo corteo funebre, lungo quella strada senza neanche l’asfalto, lungo il marciapiede segnato da radi ciuffetti di gramigna ormai secca. Qualcuno accennava ad un coro di chiesa, altri muti fissavano spiritati la bara, dentro quell’alone strascicato di polvere bianca, che seccava i fiori, le corone, i cuscini, e la gola strozzata dalla nenia di pianto.

Sandra si fece il segno della croce quando vide passare sua cugina Rosalba, sembrava una modella con quel tubino nero stretto e corto, le scarpe con il tacco ed un paio di occhiali grandi e scuri all’ultima moda. Sicuramente non adatta ad un corteo funebre! Rosalba aveva un anno appena più di lei, ma già fumava ed era donna fatta. Ricordava ancora quella volta che piangente si precipitò di corsa a casa e le confessò il suo segreto. Era disperata, lui l’aveva lasciata e quel lui era un uomo sposato che lei conosceva benissimo. Lui era il titolare del negozio di ottica, quello vicino alla scuola. Sandra si fece a mente il conto, sedici anni di differenza. Non osò chiederle se avessero fatto l’amore, ma quel pensiero ancora oggi le frullava nel cervello e le molestava il sangue e le vene. Rosalba le raccontò dei loro incontri nel retro bottega, dei baci di fretta di nascosto dalla moglie di lui e lo raccontava come fosse un vanto, come se per essere donna occorresse per forza maggiore sottostare a quelle avances. Sandra pensò che forse proprio lì avevano fatto l’amore, ma si sentiva ancora troppo piccola per un segreto così grande, giurò a sua cugina di non dirlo, ma alcune sere dopo chiamò Sara e non trascurò alcun dettaglio, compreso il retrobottega e il nome di lui, che ora da voci di cortile, aveva messo incinta Renata, la secchiona del primo banco che ostentava ogni giorno grandi occhiali da sole della stessa marca di quelli di Rosalba. Nonostante questo, ora vedendola passare, si chiese se davvero quella storia fosse morta e sepolta.

Sandra si fece il segno della croce e Sara sibilò qualcosa, ma sapeva che non avrebbe avuto risposta, perché non c’era nulla da dire in quel posto, nulla almeno che sfuggisse alla loro intuizione, ai loro desideri segreti ed inconfessati, perché prima o poi sarebbero fuggite, insieme pensava Sandra, in una sera qualunque quando non sarebbero più tornate a casa, e tutti l’avrebbero cercata, suo fratello sui siti social, suo padre avrebbe organizzato delle ronde di quartiere, affisso manifesti con le loro facce, cortei e fiaccolate. Ne avrebbe parlato anche la televisione. Oddio doveva immediatamente scegliere una foto! Magari iniziare a scrivere un messaggio di saluto su Facebook postando la foto di loro due al mare l’estate scorsa. Loro intanto sarebbero state lontane, ma insieme, vicine, dentro lo stesso futuro, con gli stessi sensi di colpa, con la stessa rabbia di decidere e di sbagliare. E Sandra piangeva, piangeva di gioia e di tristezza, e rifletteva se la morte della nonna avesse più o meno anticipato l’evento, lei era pronta, al primo accenno di Sara. Pronta a lasciare la scuola, il corso di danza moderna e le flebili speranze di giocare in serie A nella squadra di beach volley. Già immaginava la scena, non le avrebbe fatto finire la frase, poi l’avrebbe abbracciata e insieme saltato e ballato urlando di gioia.

Sandra si fece il segno della croce, proprio quando in quel preciso istante, mentre i pensieri fluttuavano a zonzo, vide passare suo padre, lo vide piccolo e striminzito, vestito di nero dentro il suo unico abito buono. Lui era un elettricista e Sandra giurava di non averlo mai visto senza tuta blu, faceva quasi tenerezza, ma fu solo un attimo, perché lui no che non sarebbe cambiato, nemmeno la morte della madre lo avrebbe cambiato, certo la vita era stata molto dura con lui e lui aveva seguito la vita indurendosi fino al punto di diventare un essere cinico e sprezzante. Anche se inconsapevole aveva fallito da padre, da marito e come uomo, lui no che non sarebbe mai stato il suo confidente, ogni sera a cena sempre le stesse parole, le stesse urla per quel poco di ombretto in più, per la gonna troppo corta, per quei cinque minuti di ritardo soltanto… Ma cosa faceva di male? Se lui avesse voluto controllare a quell’ora l’avrebbe trovata al solito posto, lei e Sara, sedute in cortile, magari a ripetere a memoria e fino alla nausea le strofe più belle di Liga, e invece no, lui aspettava che tornasse a casa per sbatterle in faccia quei cinque minuti di ritardo e cominciare urlando le sue interminabili filippiche.

Sandra si fece il segno della croce, anche se puttana non era, come diceva suo padre, anche se puttana non sapeva bene cosa significasse, oltre a mettersi un po’ di rossetto e a scherzare con i ragazzi, quelli del bar con l’orecchino, con lo stereo ad alto volume. Tutto qui? O meglio sì che lo sapeva, ed ogni volta in questo preciso percorso di pensiero pensava inevitabilmente a Rosalba. Ecco sì, puttana era colei che sfoggiava sempre diversi occhiali da sole alla moda, ovviamente senza avere le possibilità economiche! Inevitabilmente, dopo le grida di suo padre, scappava nella sua stanza, si chiudeva a chiave e con un tuffo a peso morto planava sul letto. Prendeva sonno così vestita e durante la notte si girava e rigirava nel letto, convinta che la puttana di suo padre era molto più maliziosa della sua, dei suoi esempi, di quello che lei potesse immaginare. Lui sì che frequentava le puttane come diceva la mamma. Aveva perfino intuito quale, delle quattro rumene che battevano lungo il Canale Mazzini, fosse la sua preferita. Sicuramente proprio quella con le tette grandi esagerate e i capelli gialli. Lui sì che quando tornava a casa tardi la sera sapeva di sesso a pagamento, di odori dolciastri e nauseabondi. La mamma ci soffriva, a volte piangeva in disparte altre urlava, lo minacciava, ma era un fuoco di paglia.

Sandra si fece il segno della croce e di sicuro avrebbe voluto che sua madre tenesse il punto, costringesse suo marito a dormire fuori di casa, almeno per un po’, ma non succedeva così, dopo qualche giorno tornava tutto come prima con sua madre a stirare, lavare e fargli la serva. Sandra ci stava male, lei ci stava sempre male lì dentro, sia quando regnava la pace, sia quando c’era aria di litigio o quando invitava Sara a cena. Le dava un fastidio a pelle vedere gli occhi di suo padre che sbirciavano le tette grandi di Sara. Dio che schifo, ma soprattutto le saliva la nausea quando Sara le diceva che tutto ciò era nell’ordine delle cose, quindi normale, quindi giusto che un uomo desiderasse una donna indipendentemente dai ruoli. Ed invece no, le cose non avrebbero dovuto funzionare in quel modo, sembrava come se quei rapporti fossero regolati ad un ordine superiore che lei naturalmente non capiva. Di certo qualcosa che non assomigliava lontanamente all’amore, al rispetto reciproco. Vedendo i suoi genitori non riusciva davvero a capire come due persone di sesso opposto potessero in qualche modo completarsi. Cosa legava l’uomo alla donna? Quale nesso poteva farli stare insieme? Lei era troppo diversa dai maschi, mai e poi mai avrebbe permesso ad uno di loro di entrare nel suo mondo o più semplicemente fargli leggere il suo diario. Ed in effetti lei non amava stare con i ragazzi, o meglio sì, giocare e scherzare, tirarsi i gavettoni, ma sempre e solo insieme a Sara.

Sandra si fece il segno della croce, quando di corsa passò urlante una marea di ragazzini, sporchi e accaldati, piccoli delinquenti in libertà, per loro quel giorno era un giorno di festa, nessun genitore che li tenesse a bada. Le scavalcarono, le spostarono, ma Sandra non ci fece caso, era lì nella sua culla fatta di sguardi accennati, fatta di Sara, piccoli sorrisi tristi d’intesa, mani, dita e ginocchia a contatto, come briciole d’intonaco attaccate a quel muro, umido e fatiscente, proprio lì al terzo gradino della prima rampa di scale, proprio lì su quel linoleum marrone e il vetro rotto della finestra di fronte attaccato precario con un nastro da pacchi. Segni di incuria e di indecenza, segni parlanti di una vita fatta di stenti e morali trascurate per qualcosa di più grande ma tragicamente effimero ovvero la mancanza di soldi. Eppure lì, sopra le cassette della posta di squallido metallo arrugginito, c’era scritto ti voglio bene, anzi solo le iniziali in carattere stampatello, con un pennarello blu e un anonimo cuore, un graffito veloce scritto di fretta, che lei sapeva, solo lei e nessun altro, neanche Sara. Adorava il suo nome perché iniziava come quello di Sara, adorava il suo nome perché conteneva quello di Sara.

Sandra si fece il segno della croce, quel carro funebre le aveva rese insicure, fragili, malaticce ed affette ora dalla mancanza di sogni. Così pensava Sandra. Cosi pensava Sara. Proprio loro, le padrone del mondo, le belle gemelle bionde di grano, del bar lì accanto, del locale in centro, del muretto d’estate a due passi dal mare. Proprio loro che si scambiavano i vestiti nei pomeriggi d’inverno, che si lavavano sempre insieme i capelli, che coccolavano gli stessi peluche, che avevano adottato lo stesso gattino randagio e rimanevano ore a sognare davanti alle luci di cento vetrine, proprio loro che la mattina ogni giorno si raccontavano i sogni per scoprire chi delle due fosse entrata nel sogno dell’altra oppure che Sandra aveva cominciato a sognare proprio quando Sara l’aveva interrotto. Colpa della mamma, della colazione a letto, colpa della pipì, di quel bisogno urgente che la faceva alzare di scatto e telefonare a Sara, pronta per una nuova giornata, da vivere tutta, da vivere insieme.

Sandra si fece il segno della croce, com’era buffo il destino e com’era strambo tutto questo. Quel carro aveva diviso il mondo a metà, ieri da oggi, oggi da domani, come un segnalibro dentro il suo diario, incollato nella pagina del giorno prima, della voglia di divertirsi, di ridere, di sognare ed anticipare il futuro, perché Sandra e Sara avevano quindici anni, quasi sedici a novembre, perché Sandra e Sara erano nate lo stesso mese, lo stesso giorno sotto il segno dello Scorpione, e la loro vita era lì a portata di mano, al primo scooter, al primo trucco evidente, al primo ciclo distanziato di una settimana, alla prima volta fuori casa, alla prima uscita di sera, al primo locale, la gita, la chat su Messenger, gli amici di Facebook, il gruppo su Whatsapp, le scarpe con il tacco, l’amore, la spiaggia. Oddio l’amore! Già l’amore, ora lì con Sara accanto, lo vedeva come una minaccia.

Sandra si fece il segno della croce, perché lei non aveva mai fatto l’amore, almeno come l’aveva fatto sua cugina Rosalba, perché lei ne era certa, per come si muoveva, per come quel vestito le fasciava il seno, i fianchi e il sedere, per come quel rossetto involgariva le sue labbra. Tutti segnali per uomini grandi, marchi ed avvisi con le istruzioni per l’uso. E non lo aveva fatto nemmeno come le rumene e nemmeno come sua madre che a pensarci bene non vedeva alcuna differenza quando pensava a suo padre. Più di una volta, quando non riusciva a prendere sonno, aveva origliato e sentito chiaramente i lamenti di sua madre e quella specie di latrato di suo padre. Immaginava come si muovesse e come ringhiasse in quel letto e quante volgarità assumesse la sua faccia per il suo unico sfogo animalesco.

Ebbene sì, Sandra non aveva mai fatto l’amore almeno come Jasmine la loro amica di colore, tra due barche di notte ed una falce di luna calante. L’aveva letto sul suo diario, quello di Hello Kitty, lasciato apposta aperto sul banco di scuola, ma poi venne a scoprire che non c’erano né barche e né mare e neanche la luna, ma solo l’angusto ripostiglio di scope e di stracci al piano inferiore, tra l’ora di francese e la lezione su Dante.

Sandra si fece il segno della croce ripensando a quella volta. Dio sì che ci aveva provato dietro la fabbrica abbandonata, tra pezzi di lamiera e una talpa impaurita e poi quel vento che le aveva sollevato la gonna, quell’odore di sporco misto a lavanda. Nicola era dolce, lo conosceva da una vita, stesso palazzo, scala R, quella con il portone in metallo anodizzato e la cassetta rossa per la pubblicità commerciale. Lui quella sera era stato molto carino. Le aveva offerto una pizza e poi un gelato di panna e pistacchio, una passeggiata fino al muretto, e stranamente quella sera non c’era nessuno, neanche Sara per un’improbabile slogatura al braccio sinistro, ma solo la Punto GT rossa fiammante di Nicola ad aspettarli.

Sandra si fece il segno della croce quando ripensò a quei due chilometri forse tre a tutto gas, con il cd nuovo di Liga a tutto volume, e poi la frenata in prossimità dell’autovelox, e poi quella deviazione lungo la stradina sterrata dopo il casello dell’Anas, la rete tranciata vicino al cassonetto della differenziata, e poi lì, dentro quel capannone, pieno di ortiche, di ferri arrugginiti e di macchine industriali inutilizzate da sempre, pieno di bande di gatti e di topi in assetto di guerra, pieno di vento addosso a quel muro. Nicola le fasciò i fianchi come per guidarla, come se da un momento all’altro avesse dovuto trattenerla e lei avesse l’intenzione di scappare.

Nicola era un ragazzo dolce, per un attimo ci aveva creduto, convinta che fosse quello il momento. Lui dopo tante parole si era deciso e con fare goffo le aveva sfiorato le labbra, e poi l’aveva baciata con un bacio vero e diretto spingendo la lingua nella sua bocca, premendo il bacino contro il suo corpo. Beh sì, attraverso la stoffa, lo aveva sentito, per la prima volta aveva avvertito il sesso duro di un uomo contro il suo pube, ma era rimasta comunque impassibile, anzi d’istinto aveva serrato le labbra scostandosi quel poco per non sentire quel coso ridicolo. Lui non s’era perso d’animo, premuroso l’aveva abbracciata intercettando la sua grande paura, paziente le aveva accarezzato il viso, i capelli e poi in un crescendo i seni, i fianchi e la gonna senza la gonna… Nicola aveva cambiato tattica, ora la sua mano saliva lentamente tra le sue cosce, poi scostate le mutandine toccava le sue intimità. Sandra aveva chiuso gli occhi, sentiva quelle dita, voleva resistere, aspettare, sentire se, come diceva la sua amica, sarebbero sopraggiunti “i grandi brividoni” per poi abbandonarsi su quei cespugli nelle braccia di un uomo. Ma niente, lei sentiva un gran vuoto dentro, una lama tagliente di freddo lungo la schiena, cubetti di ghiaccio su una grattugia, un arcipelago fitto di piccoli brividi rugosi di pelle.

Poi silenzio, un assordante silenzio, interrotto da una ferraglia mossa dal vento, dal viso di Nicola cupo e distante, dalla faccia di lei sconsolata, dalle sue mutande ancora scostate, dalla convinzione che aveva perso per sempre, l’ultima nave per un porto tranquillo, l’ultimo treno per una stazione chiamata normalità dove tutto sarebbe stato più facile e dove tutti si sarebbero compresi parlando la stessa lingua. Lei, pur non conoscendo ancora quella lingua, aveva scelto una terra straniera e lì sarebbe stato arduo parlare e farsi capire.
Ora sapeva che la sua vita sarebbe stata un’impresa, che il suo futuro un ostico viaggio, una strada in salita, contro tutti e tutto, contro sua madre dalla quale s’allontanava per sempre, contro Sara che non l’avrebbe compresa, ma ci avrebbe parlato, perché solo a Sara avrebbe confidato quella sensazione, quel desiderio intimo di scappare da Nicola, quell’anoressica sensazione di rifiuto. Forse avrebbero bisticciato, ma poi si sarebbero riappacificate in nome della loro amicizia, in nome delle tante, tantissime cose ancora da fare. Anzi se Sara avesse voluto lei ci avrebbe riprovato, più in là nel tempo però, senza fretta e senza drammi. Perché intuiva che in tutto questo c’era lo zampino di Sara, che la finta slogatura faceva parte di un disegno preciso.

Sandra si fece il segno della croce quando ripensò a quel penoso viaggio di ritorno, in macchina Nicola guidava in silenzio e lei non faceva che ringraziare la sua amica per l’opportunità che le aveva donato, capiva anche il motivo per il quale era rimasta all’oscuro di tutto. Ovvio che non avrebbe accettato, ovvio che avrebbe chiesto a Sara di accompagnarla, certo sì, anche in quella fabbrica in disuso, anche e soprattutto per la sua prima volta. Mentre ascoltava Liga lottava contro se stessa, ripetendosi che quella non era la scelta definitiva. Aveva sentito spesso nei discorsi dei grandi che a quell’età si è confusi, forse a quindici anni era già tardi, ma lei non si sentiva ancora adulta, si sentiva come le sue tette acerbe, come l’acqua limpida che cerca una forma. Di una cosa era certa: Sara non era la sua amante, Sara era la sua confidente, la sua amica del cuore e basta.

Sandra si fece il segno della croce, pensava a quanto essenziale fosse quella amicizia, il toccasana di ogni suo conflitto interiore, l’ombrello quando piove, il rimedio d’ogni male, d’ogni nuvola nera che minacciava il suo giorno. Pensò a quante cose avrebbe fatto che non aveva già fatto, naturalmente insieme a Sara… non c’era mai stato un pensiero che non l’avesse compresa, per questo sarebbero scappate insieme e nessun uomo mai le avrebbe divise, neppure Nicola, neppure suo padre. Ripensava a quel coso duro, era troppo distante da lei, troppo diverso, troppo maschio per essere femmina, troppo ostico per essere confidente, troppo freddo per dare calore, passione, sicurezza. Ecco sì, sicurezza come il seno bello, grande e materno della sua amica, grande e morbido per addormentarsi e cullarci i sogni di notte e quelli ad occhi aperti di giorno.

Sandra si fece il segno della croce, quando si ripeteva che in quei desideri non c’era malizia, lei non si sentiva attratta fisicamente da Sara, forse nessuno l’avrebbe capita e di sicuro odiava con tutta se stessa la parola lesbica, almeno così credeva, anche lì ora davanti a quel corteo funebre i suoi pensieri andavano oltre. Cosa avrebbe detto suo padre? Lui che credeva normale andare con le rumene o guardare insistentemente a cena il seno di Sara. Quali volgarità avrebbe usato per descrivere la disgrazia di una figlia attratta da una donna? Ma Sara non era una donna, almeno ai suoi occhi Sara era la sua amica. Certo, Sara non poteva sapere, o forse sì, e ogni giorno credeva fosse quello giusto per parlarle seriamente, ma ora c’era sua nonna dentro quel carro e lei era ben contenta di rimandare, sapendo benissimo che qualunque fosse stato il chiarimento, qualcosa tra loro si sarebbe ineluttabilmente spezzato.

Sandra si fece il segno della croce e senza dire nulla alla sua amica, spontaneamente alzò gli occhi al cielo, attraverso mutande e calzini stesi, catini azzurri di plastica dura e scope e caldaie scalò il palazzo di fronte. Il suo sguardo non riusciva ad arrivare fino all’ultimo piano, come i fili d’antenna penzolanti e insicuri, lì non c’era nessuno spicchio d’azzurro, lì dove poteva arrivare il suo sguardo, ma altre case ed altri balconi, serrande rotte e gabbie di pappagalli, caldaie arrugginite, scale appese ed armadietti di scarpe. Un uomo in canottiera scolorita fumava senza grazia, la signora Armanda, affacciata alla ringhiera e con i bigodini in testa, si rifaceva le unghie. Quel posto era il suo mondo, ma era troppo piccolo per i suoi sogni, quel posto andava stretto a tutte e due, lei lo sapeva e giurò anche per Sara, come sempre, senza guardarla negli occhi.

Sandra si fece il segno della croce quando Sara prese dalla tasca un fazzoletto di stoffa. Si era commossa anche se dentro quella bara non c’era sua nonna. Sandra sentì il suo piccolo cuore stringersi, finalmente avevano qualcosa in comune, sentivano lo stesso dolore! E immancabilmente i suoi voli diventarono pindarici, già pensava ad una casa insieme da dividersi, due stanze e un piccolo bagno, forse una mansarda, quella sfitta all’ultimo piano accanto al vano delle vasche comuni. Non era una reggia, anzi era piuttosto umida, ma al momento sarebbe bastata. Sicuramente, aiutata da Sara l’avrebbe trasformata in un qualcosa di accogliente anche se poi i suoi desideri andavano oltre, immaginava una villa fronte mare, per alzarsi presto all’alba e camminare a piedi nudi e tuffarsi dentro l’alta marea, direttamente in acqua, direttamente nel sogno, lo stesso, senza svegliarsi, perché loro sarebbero diventate ricche, velina e modella, attrice e cantante, ma niente assistente di volo, perché insieme si sarebbero svegliate, insieme avrebbero fatto colazione con i croissant caldi, il latte ed il miele, perché insieme avrebbero organizzato la loro giornata, e Sandra l’avrebbe ammirata con gli occhi ancora pieni di sonno, perché Sara era bella, bella come il pane e la terra, il piercing al naso, la mariposa sul seno, come l’N70 della Nokia, come la Punto GT di Nicola con l’ultimo di Liga, bella come i funghi da farci il sugo a Natale, quello della nonna con le interiora di pollo, perché Sara era grande, Sara era tutto, perché Sara aveva già fatto l’amore, senza promesse e senza amore, come tutte le altre nel quartiere, tranne lei, Sandra. E l’aveva fatto di nascosto da Sandra, come Jasmine, nel ripostiglio a scuola tra le scope e gli stracci come due barche di notte ed una falce di luna calante, perché Sara aveva le tette grosse, invidiate da tutte le coetanee del quartiere e desiderate da tutti i ragazzi, anche grandi. E Nicola ci aveva affogato il naso, la lingua e il cervello, la sua prima volta, ed anche la seconda e la terza, e sapeva che sarebbe ancora successo, forse la sera stessa, ma da un’altra parte. Lì era troppo pericoloso, Sandra avrebbe potuto vederli.

Sandra si fece il segno della croce e non lo avrebbe mai saputo, Nicola aveva giurato e Sara credeva a Nicola perché faceva bene l’amore, perché sapeva come trattare i suoi seni, perché Nicola aveva ventidue anni, il rolex d’oro al polso di dubbia provenienza e su richiesta di Sara, aveva acconsentito di portare Sandra dietro la fabbrica abbandonata, tra il vento che tira e gli ululati dei cani, vabbè era andata male, la pizza e il gelato, la punto GT e il nuovo di Liga, e Sandra che era rimasta di ghiaccio, nonostante il bacio di Nicola e quelle dita sotto la gonna fino al centro del piacere, che poi non era stato un piacere ma un tremendo fastidio.
Ovviamente Sara lo aveva saputo, forse la sera stessa o forse il giorno dopo, e naturalmente aveva rimandato il momento per dire, per confessare, che come Jasmine faceva l’amore, che come Jasmine era andata oltre i due baci di fretta sotto il portone di casa. Lei lo faceva da adulta ed al contrario di Jasmine lei lo faceva davvero tra due barche sotto la falce di luna e che di una cosa era sicura, mai avrebbe rinunciato al maschio, a quelle sensazioni, a quei brividi che rendono rugosa la pelle, anche se sapeva benissimo che mai ci sarebbe stato amore, né con Nicola e né forse con gli altri. A lei piaceva fare l’amore, piaceva abbandonarsi e sentire gli effetti di quel sesso duro.

Sandra si fece il segno della croce, quando strinse ancora di più la mano di Sara, e sapeva benissimo che Nicola non era stato il solo, sapeva benissimo che la sua amica aveva accettato la corte di suo padre. Dio mio non riusciva a confessarlo a se stessa e le faceva tremendamente male ricordarlo, ma purtroppo li aveva visti, un sabato all’ora di pranzo, seduti in macchina nel grande parcheggio della Coop. Sara si sentiva adulta e voleva bruciare le tappe per diventare ancora più grande. Questo Sandra riusciva anche a comprenderlo, ma cosa ci faceva dentro la Giulietta di suo padre? Ovviamente pretese delle risposte da parte della sua amica che non vennero, Sara quella sera si mise a piangere, ma Sandra sapeva benissimo che erano lacrime di difficoltà e di certo non poteva ammettere quello che realmente era successo. Sara l’abbracciò e quel lungo abbraccio fu la migliore risposta che poteva ottenere dalla sua amica.

Sandra si fece il segno della croce, e sapeva che prima o poi sarebbero tornate su quel discorso, voleva capire quanto e come il sesso potesse abbattere barriere fino al punto di accettare la corte di un uomo adulto, per giunta sposato che andava con le rumene e padre della sua migliore amica. Forse la colpa era solo sua, era lei a non essere cresciuta, a non capire che per essere donna occorre comportarsi come Jasmine, come Rosalba, Sara o la secchiona del primo banco. Ma lei non voleva cedere, provava pena per la sua amica ed era fiera di tenersi i suoi dubbi, di vivere segretamente i suoi sentimenti e allo stesso tempo di aver rifiutato le avances di Nicola. Certo prima o poi gliel’avrebbe detto a Sara, di cosa avesse provato quella volta con Nicola ed anche dei suoi tanti dubbi, e quanto c’era di Sara in quella storia o forse anche i sensi di colpa per quella storia con suo padre. Sapeva benissimo che la volta al parcheggio non era rimasta la sola e che gli stivali rossi con il tacco esageratamente alto non li aveva comprati con i suoi pochi risparmi. E mentre sua nonna passava dentro quel carro, nonostante tutto, sentiva il dovere di scusarsi con la sua amica, a patto che anche la sua amica, nella loro intimità le avrebbe raccontato le sue sensazioni, i suoi perché e le sue aspirazioni. Lo pretendeva perché lei era pronta a giustificarla, qualunque cosa avesse fatto con Nicola, qualunque con suo padre.

Sandra si fece il segno della croce, già prima o poi si sarebbe scusata per non essere ancora in grado di capire e di sicuro le avrebbe promesso che con Nicola ci avrebbe riprovato, ma anche in quei momenti l’avrebbe voluta accanto! Le avrebbe raccontato nei dettagli quel freddo che aveva sentito, e di quel caldo, nonostante sua nonna, sentiva ora, attraverso quell’intreccio di dita, di mani e il ginocchio a contatto, e stringeva quel pollice come fosse il suo seno, e premeva la gamba per assorbire il suo sangue, e mescolare i due nomi, tutti e due con l’iniziale del sole, della vita, dell’amore. Perché prima o poi gliel’avrebbe detto che più di una volta ci era andata vicino, lì a casa sua davanti allo specchio, a misurarsi i seni, ad ossigenarsi i capelli, dietro la fabbrica abbandonata, in compagnia di Nicola. Non si sentiva sporca, non si sentiva diversa, ma solo con lei vicino sentiva l’emozione, sentiva quella goccia di sudore muoversi, sentiva qualcosa che ribolliva in pancia, tra le costole e lo stomaco, tra le labbra schiuse in attesa d’altre labbra. Si sentiva attratta e come una calamita s’abbandonava, entrava in un campo magnetico pieno di laser che la colpivano ovunque, la rendevano umile e inoffensiva e soprattutto pronta a ciò che dentro sentiva da tempo. Forse mai avrebbe potuto spiegarlo chiaramente, forse nessuno mai l’avrebbe capita, neanche sua nonna, neanche Sara, ma sapeva che questo sarebbe stato il momento più adatto, sarebbe bastato avvicinare le labbra all’orecchio di Sara, sussurrarle ciò che il cuore muto ripeteva ogni istante. Sarebbe bastato niente, quando quel carro funebre scomparve per sempre da quella piccola fessura. Sarebbe davvero bastato niente, sarebbe…

Sarebbe davvero bastato niente, sarebbe… ma questo non accadde, anzi le crollò il mondo addosso quando la stessa Sara dopo il cimitero, chissà per quale motivo, le confidò quello che non avrebbe mai voluto sapere. Sì era vero! Sara era stata con suo padre e non una volta, quel giorno al parcheggio della Coop era stato solo il primo incontro. Poi lui l’aveva invitata di nuovo dentro la sua Giulietta e dopo qualche centinaio di metri aveva fermato la macchina nella pineta lungo il Canale Mazzini. Avevano fatto l’amore, non una, non due ma decine di volte e allora Sandra, la sera stessa appena tornata a casa era salita sul tetto di casa…

Attraverso la scala di legno e poi con un balzo sulla terrazza, lungo il parapetto di muro e di tufo, tra le calle insecchite della signora accanto, e poi carponi quatta nel buio, muta ed attenta come un ladro in azione, con il fiato sospeso come un gatto in amore. Sandra salì quella sera il giorno del funerale di sua nonna. Accadde in quella notte senza le stelle, senza ci fosse un motivo apparente, anche se lei sapeva, anche se Sara sapeva, salì senza una scusa, un sostanziale pretesto per i suoi. Fu così, un attimo e via, senza pensarci, fu così come un dolore, una fitta improvvisa, nemmeno un litigio con sua madre, nemmeno un rimprovero di suo padre a cena, anche se Sandra cercò a tutti i costi, un’inezia, un nonnulla per darsi un contegno, per quel salto nel buio, che agli occhi degli altri, desse valore al suo nobile gesto.

Sandra salì sul tetto di casa, s’accovacciò tra le antenne e le tegole rotte, come un piccione che si fa spazio nel nido, trovò finalmente la parte più calda, per via di quei tubi che passavano sotto, anche se il cielo minacciava la pioggia, che di notte non fa certo piacere, pensò nel momento che qualcuno giù in casa cominciava a gridare. Ascoltò chiaramente tutte le voci, echi e rimbombi come dentro un bicchiere, di sua madre che disse che il letto era intatto, di suo padre che urlò parole indecenti, di suo fratello assonnato che voleva dormire, del cane in balcone che aveva capito. Per un attimo solo rimase in attesa, di sentire la voce della sua povera nonna, poi ricordò e fu quello il momento, di rimanere lì sopra e non sentire ragioni, di non passarci soltanto una notte e poi l’alba, ma l’intera giornata e quelle seguenti.

Sandra salì sul tetto di casa, dall’abbaino della stanza da letto, sua madre le passò una coperta di lana, lei la ringraziò ma non volle sentire, di scendere in fretta come disse suo padre, di fare attenzione come disse sua madre. Guardò di sotto e vide l’abisso, guardò la luna e si lasciò conquistare, non c’erano stelle per via delle nubi, che gonfie, che basse minacciavano il sonno, che poi venne da solo senza per nulla cercarlo, senza per nulla sentirne il bisogno. Sognò di volare, di mangiare mangime, sognò grandi braccia come rami d’abete, una voce dall’alto che le desse il suo appoggio, pensò a Dio, un angelo, un venusiano senza capelli, ma era la voce di sua madre nel sonno, che per nulla l’avrebbe persa di vista, e alle sette e tre quarti come ogni mattina, la svegliò con una tazza di latte e biscotti, e le passò uno spazzolino, una tinozza con l’acqua, una maglietta pulita e le mutande di filo.

Sandra salì sul tetto di casa, oppure fu il tetto che si fece salire, questo pensò mentre si stiracchiava le ossa ed i muscoli tutti intorpiditi dal freddo, poi si lavò alla buona le mani, il viso e le ascelle con una spugna bagnata, si pettinò i capelli e si fece la coda, si cambiò dove il tetto diventa sporgente e copre la vista del palazzo di fronte, dai vicini curiosi che le facevano segni, dal portiere Gelmino che si toglieva il cappello e la chiamava Sandruccia e la chiamava Sandrina.
Da lassù vide le sue compagne di scuola, cariche di libri alla fermata del bus, e intravide pure Sara con i capelli biondi, e la felpa viola e nera quella d’Elle di Kappa, comprata in centro con lei prima che sua nonna morisse, quando ancora amiche e sorelle, pensavano mai si sarebbe interrotto, quel legame di pelle, quel patto di sangue, quella voglia perenne di sentirsi più adulte. Guardò le sue amiche, senza pentirsi, vide Jasmine e la secchiona, vide Renata con le Geox blu, le guardò dall’alto così piccole ed ovvie, che ora per gioco si davano spinte, senza sentire la mancanza di Sandra, che mai per un giorno aveva saltato la scuola.

Sandra salì sul tetto di casa, convinta che nulla la legasse lì sotto, a quella fermata, a quelle buche d’asfalto, piene d’acqua e di fango, ad ogni spruzzata di pioggia. Guardò la sua amica, ormai troppo lontana, stava bene con la coda ai capelli, ma subito dopo sentì lieve una fitta, come un’iniezione tra le costole ed il cuore, ebbene sì, Sara aveva fatto l’amore con suo padre, ma giurava a se stessa che non era quello il motivo, per il quale era lì come un piccione e respirava quell’aria di quasi settembre, quasi autunno ripeté sbadigliando. Ma poi ripensandoci bene, quella volta al parcheggio della Coop non era stata la prima volta, l’aveva vista con i propri occhi una volta con Nicola, sì, una sera girando tra le barche giù in spiaggia, una sera scappando dalle urla del padre, per un po’ di rossetto, per una gonna più corta, e piangente l’aveva chiamata, per un po’ di conforto, per una passeggiata per mano. Avrebbe voluto dirle che ancora una volta, suo padre le aveva urlato puttana, anzi no, un’altra parola, che iniziava per zeta ed era più dura. Ma Sara non era in casa, Sara non c’era per lei, allora aveva deciso di inoltrarsi da sola, lungo la spiaggia che in estate le vedeva felici, chiare e splendenti come il sole in vacanza.

Sandra salì sul tetto di casa, quel giorno non sarebbe andata a scuola e chissà per quanti altri sopra quel tetto, ma decise di non attendere nemmeno un secondo, chiamò sua madre e si fece portare, il libro di latino e quello di greco, per non essere da meno rispetto alle amiche, ma nonostante questo ripensava a quel momento, quella sera giù in spiaggia, i rumori d’amore, sebbene avesse giurato a se stessa, che mai e poi mai ci avrebbe pensato. Perché Sandra li aveva visti con i propri occhi, Sara e Nicola che si riempivano di baci, e poi di carezze, di promesse d’amore per tutta la vita, lei e Nicola indecenti e carnali che senza ritegno tra gemiti urlanti le prosciugavano l’anima spezzandole il cuore. Li aveva visti intrecciarsi con le dita e le mani, camminare sul bagnasciuga dopo l’amore e scambiarsi la gioia che credeva esclusiva, la stessa che mai avrebbe creduto, che Sara provasse senza di lei, che Sara cercasse lontano dal mondo, dai loro segreti intimi e soli, fatti di sempre, di mai e di forse, di tante promesse ed infiniti lo giuro.

Sandra salì sul tetto di casa, fu una cosa insolita per vicini e parenti, anche se era capitato altre volte, vederla di notte arrampicarsi sul tetto, lungo il parapetto di muro e di tufo, e rimanerci per ore ad ascoltare se stessa, con la faccia imbronciata stretta fra le ginocchia, che aspettava paziente sbollire la rabbia. Oggi invece giurava di non essere triste, anzi orgogliosa della sua scelta, lo disse al vicino dell’attico accanto, lo disse al piccione che le girò intorno tre volte, disegnando paziente due cerchi perfetti. Sandra s’immaginò che fosse una femmina, non perché ne fosse sicura, ma perché in quel momento desiderava un’amica, e la chiamò Margherita, dolce Margherita, come la sua prima bambola, come il solo fiore, che da bimba riconosceva sopra i cumuli di terra, nel giardino di fronte a casa in Abruzzo. E Margherita le insegnò a volare, ci vollero giorni, ci volle pazienza, dapprima agitando solo le mani, poi piano piano con piccoli salti, una volta addirittura si mise sul parapetto, e lì rimase guardando l’abisso, troppo grande per poterlo riempire, troppo fondo per poterlo sfidare.

Sandra salì sul tetto di casa, ora non temeva più le tenebre fitte e quando vide il sole calare si saziò di quel rosso, di tutti i colori dal giallo all’arancio, di tutti i non posso detti finora, di tutte le volte che aveva lottato, per un briciolo vuoto di libertà apparente, per un’ora la sera, per un gelato con Sara, lungo la spiaggia a due passi dal mare, fino al chiosco di cozze, d’angurie e limoni. Ma ora era diverso, ora aveva tutta la libertà mai vissuta, ora era libera perfino di volare, lassù tra gli uccelli che facevano i nidi, lassù tra le antenne della Rai e di Sky, che captavano onde dall’intero universo, come del resto lei in quel preciso istante, percepiva tutto ciò come fosse l’inizio, anche se poi non sapeva di cosa e forse non era nemmeno l’inizio. Al giorno e alla notte aveva aperto i polmoni, allo spazio infinito il suo piccolissimo cosmo, e respirava ogni stella, ogni tegola rotta, per irrorare la vena più distante dal cuore, e ogni raggio di sole che picchiava sul cotto, convinta che fosse solo energia, come un pannello solare accumulava la forza, per sentirsi più grande o quanto meno più forte, pensando che quando sarebbe poi scesa, di niente e nessuno avrebbe avuto bisogno.

Sandra salì sul tetto di casa, e venne la notte e poi il giorno seguente, e poi dicembre, la neve e quasi Natale, ma Sandra imperterrita non aveva intenzione, di ascoltare le prediche di sua madre e suo padre. Ora fintamente lui si mostrava più buono e giurava che un po’ di rossetto non era poi male, come l’ombretto rosa e celeste, come la gonna quella a pieghe più corta, come le scarpe con il tacco da sette, ma solo di sabato per andare a ballare. Ci pensò più volte, pensò alla rumena con le tette grosse dove lui scialacquava le sue misere entrate, pensò alle tette di Sara, ne parlò con Margherita, poi decise che non fosse ancora il momento, decise che tutte le feste le avrebbe passate sopra quel tetto. Perché sua nonna era morta, perché sua madre era succube e si era perfino tinta i capelli di giallo, perché Sara aveva fatto l’amore con suo padre dentro la Giulietta, ed oramai distanti non sarebbero più cresciute insieme, scoperto e risolto gli stessi problemi, gioito e pianto dentro i loro segreti.
S’era chiesta più volte cosa si provasse nel mentre, cosa vuol dire sentirsi più donna e se davvero un uomo ha questo potere, se davvero s’acquista o si perde qualcosa.

Sandra salì sul tetto di casa, proprio lì sopra a pochi metri da Dio, lo chiamò una notte, lo aspettò poi per ore, lui non parlò di Sara e lei non ne fece cenno, lui parlò dell’amore che non è né femmina e maschio, né gioia e dolore, né vita e né morte, ma un bene profondo, supremo e sincero, che ci rende forti e fragili nello stesso momento, perché noi siamo tutto e l’esatto contrario, quell’opposto che ci permette d’affrontare ogni cosa, conoscere gli altri ed anche se stessi. Pensò tra sé che lui fosse ovunque, quindi anche lontano da quelle tegole rosse, lui era l’ago che univa ogni attimo, la colla che dava un senso ai giorni spaiati, la freccia che dava un verso ai suoi domani, la consistenza che riempiva i suoi vuoti, la coscienza del suo lungo letargo.
Sandra lo guardava, capiva e non capiva, era bello quasi quanto Sara, ma a guardarlo bene assomigliava al vicino, avrebbe voluto fargli tante domande, ma rimase attenta ad ascoltarlo in silenzio, finché fu invasa da un forte benessere, tanto da sentirsi inconsistente e leggera. Allora provò ad allargare le braccia, riprovò chiudendo gli occhi, si divertì a fare qualche metro dalla scala alle antenne e sempre sotto l’occhio attento di Margherita che non mancava mai di darle consigli, che non mancava mai di esserle amica, di certo più di Sara in quel preciso momento.

Sandra salì sul tetto di casa, era la vigilia di Natale, nelle case fervevano i preparativi per la cena, si disse tra sé che ora poteva anche scendere, chiamò sua madre, le chiese di tagliare il panettone, quello buono farcito di panna e cioccolato, chiamò suo fratello e lo pregò di tenere ferma la scala di legno e di aiutarla a scendere, forse non sarebbe più tornata lassù, forse sì, salutò Margherita e scese lentamente.
Purtroppo mentre scendeva mise male un piede e cadde, cadde pesantemente nel vuoto. Allora Sandra si ricordò di Margherita, agitò freneticamente le braccia e come in ogni favola che si rispetti a pochi metri da terra sì sentì leggera e come d’incanto iniziò a galleggiare nell’aria. Durò davvero poco, forse solo qualche secondo, forse qualcosa di più, virò a destra e poi a sinistra, riacquistò quota finché vide dall’alto, le chiome dei pini e le tegole rosse, finché si disse che poteva bastare e planò leggermente sul prato del giardino condominiale.

Sandra si fece il segno della croce, si alzò da quel prato tra lo stupore di tutti, e c’erano tutti, dal portiere a sua moglie, da sua cugina Rosalba con un paio di occhiali nuovi, a Jasmine con il pancione, al signore del settimo piano, suo padre, sua madre e perfino Nicola e suo fratello. Non notò l’assenza di Sara, ormai si sentiva pronta a sopportare l’amore, quindi il dolore, quindi le rinunce… Si sentiva più forte, soprattutto leggera, ripassò a mente il telefono di Sara, forse l’avrebbe chiamata, ma con calma, senza ossessione, aveva tanto da raccontarle, ma ormai si sentiva diversa, forse più grande, sicuramente più sicura d’affrontare il futuro anche da sola, ora davvero era pronta a spiccare il suo volo, a riempire i suoi vuoti, come un piccione, come Margherita.



FINE








 
 
 



Il racconto è frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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Photo     Mary Grace Dela Pena

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