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RACCONTI

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Adamo Bencivenga
Radici
(Racconti di terra)







INDICE

Bella la mia matrigna
Abbandono
La cagna
La compagnia
L’albero di fico
L’amore che avevo
I giorni della Merla
L’amore che sento
Notte di luna piena
Fili di rafia
La padrona di casa
Il tuo cappello
Il vento
Il tuo racconto
Seta

 

 

Bella la mia matrigna

Bella la mia matrigna, profumo di pelle e sapone, d’acqua di rose e seno capiente, a portata di mano sotto le maglie di lana, a portata di bocca nei sogni di notte, libero e nudo per essere pronto, zeppo e ricolmo come buste di latte, seno materno per farci l’amore. Perché era bella la mia matrigna, trent’anni compiuti e la leggerezza nel cuore, tra gemiti caldi nel sottoscala di giorno, rumori assordanti che non erano topi, che non erano gatti o cani randagi, ma passi pesanti che sentivo salire, e passi leggeri che scendevano in fretta, dentro i miei sogni, lungo la scala, m’immaginavo le forme, m’immaginavo i suoi fianchi, gambe belle per camminare, gambe grasse per farci l’amore.

Bella la mia matrigna, sapore di campagna e sudore, di camini e di fumo quando viene l’autunno, di cipolla tagliata e funghi a seccare, che asciugava i capelli al sole d’inverno, che puliva le scarpe infangate nell’orto. Vestiti imbiancati d’intonaco e calce, per un bacio di fretta lasciato in sospeso, e labbra screpolate e mani di calli, per governare la casa, per farci l’amore, per lavarmi le braccia e lavarmi i capelli, il sabato all’alba quando riempiva la vasca, d’acqua scaldata sui fornelli in cucina, quando felice le sbirciavo le tette, pensando che un giorno l’avrei potute toccare e nel letto la sera pregavo il buon Dio che rimanessero intatte, che rimanessero grasse, belle per poterle baciare, grandi per farci l’amore.

Bella la mia matrigna, le scappava da ridere fingendosi austera, perché la mia bocca sapeva ancora di latte, perché troppo bimbo per pensare all’amore e ancora tanto pane avrei dovuto mangiare e ancora tanta acqua sarebbe dovuta passare, sotto il ponte di legno dove giocavo al tramonto, tra le pozzanghere d’erba dove catturavo le rane. Perché era bella la mia matrigna quando con cura le preparava per cena, fritte dorate con un po’ di farina, con mio padre assonnato di fatica e lavoro che s’addormentava sul tavolo apparecchiato in cucina e lei che rideva per un dito di vino, e lei che rideva perché le girava la testa, troppo poco per gustarlo davvero, abbastanza per farci l’amore.

Bella la mia matrigna, di gambe scomposte e passioni sgraziate, chiuse come vicoli stretti, larghe come foci del mare, ripassate ogni volta come verdure, dal primo capace d’infiocchettarle parole, dal secondo più esperto per saperla guidare e farla sognare e ricamarci le storie di principi e conti e castelli di fate, per passarci le notti, per riempire le ore, per farla impazzire, per farci l’amore. Perché era bella la mia matrigna, cuore di cane sfamato, passera nel nido che schiudeva le penne, cavalla da monta, fiera ed altera, ogni volta toccava e si faceva toccare, e sapeva di buono, di nettare e miele, e sapeva d'incenso, di resina e legno, senza che in quel posto s’annidasse la colpa, uno scrupolo tanto per ripensarci di giorno, un peccato qualunque per dire preghiere.

Bella la mia matrigna, che sentivo cantare all’alba in cucina, rumore di pentole e piatti a scolare e sentivo sfornare pane e biscotti, quell’odore che denso saliva le scale, con la vestaglia slacciata ed il seno abbondante, infarcito e ripieno come torta di mele, da mio fratello più grande che si lasciava la notte, per avere più tempo, per farci l’amore, per farla godere di santa ragione, mentre nel letto correva il mio sogno e mio padre nel suo continuava a russare.






Abbandono

Scorre la notte umida ed afosa, scorrono i giorni senza un alito di vento, guardo il gelso antico appena piantato, vicino al recinto in una terra non sua, dicono che seccherà, ma ha foglie folte e più verdi, ha ombra fresca da offrire, ad ogni viandante che sale quassù. Tutti i giorni lo annaffio, ne accarezzo le gobbe, di croste raggrinzite di anni e di pioggia, di vento e di sole passati in filare al limitare di campi di grano e di maggese; tutti i giorni lo annaffio perché l’estate riarsa non ne bruci le gemme a forza rinate dalle deboli radici strappate.

Scorre buia la notte, non ha forma e colore, né voce, ma la guardo e l’ascolto sapendo ugualmente che esiste là fuori, oltre il vetro senza persiana, oltre il confine di siepe d’alloro, dove ho costruito questa casa di mattoni e sudore, di intonaco bianco e grondaie di rame. Siedo sugli scalini di legno di olmo sapendo che è solo questione di ore, una luce leggera comincerà a spandere colore alla terra, ai profili grigiastri dei seni dei colli, d’arancio tingerà l’orizzonte e la palla del sole salirà veloce ad accecarmi gli occhi.

Io ti amo penso, ti amo sempre. Ti annullo in altri uomini, con mio immenso piacere. Mi ubriaco di baci diversi e di vino. Temo di diventare folle, se sapessi cos’è la follia, se sapessi cosa fa una donna pazza. Forse le stesse cose che faccio io, ma penso di non esserlo mai stata. Ma tu lo vuoi, vero? Tu imperterrito, uomo testardo. Tu, dolcissimo sorriso di traverso che non ricordo. “Non ti cercherò più!” Mi dico, ti dico, mi prometto e ti giuro. Ma ti cerco in altri baci, in altre carezze. Mangio poco, pochissimo. In compenso bevo vino, come non avevo mai fatto.

Scorre la notte, scorre buia e cupa la notte, penso a te, a tua moglie, ai tuoi figli, al danno che ti farei, al dolore vero che hai dentro, che ti allontana da me, che deve essere pure lasciato libero di vivere perché tu compia quello che devi. Penso ai giorni che verranno e mai ci vedranno insieme, penso al silenzio e sono pure felice. A volte ragiono come vedi, ma ormai sono solo barlumi, lampi tenui di luce senza coda, come il giorno a febbraio da queste parti!
Penso ai giorni in cui guardavo da lontano le cime dei tuoi monti imbiancate e pensavo: "Avrà freddo?" A quando a volte sentivo il vento ululare e nuvole grigie addosso e pensavo dove sarà?

Quale strada percorrerà, in quali e quanti guai si sarà cacciato? E poi al sole. Il sole che indorava la terra, già splendida dei suoi colori, in quel periodo. I colori dell’autunno. I miei colori!
Quell’anno le piante avevano mantenuto le foglie ed era un’esplosione di toni gialli e rossastri. Ti struggevano l’anima. Mi struggono l’anima.

Là fuori c’è tutto quello che ho costruito. E’ buio e non vedo, ma ho fatto tutto io. Ti volevo solo vicino, mi bastava che tu fossi qui. Anche se poi ogni tanto andavi via, lo sapevo, mi rabbuiavo, ma capivo. Io sapevo che lei non sapeva, nonostante tu mi rassicurassi, sapevo che non ne avresti mai avuto il coraggio, ma mi bastava quello che mi davi, quell’amore anche se clandestino, anche se intermittente.

I roseti rampicanti invadono la rete. Colori forti rompono gli spazi. Presto ci sarà un profumo intenso di rose e di gelsomino e sarà il profumo della mia vita, della mia anima, sempre solitaria e sola, eppure tenera. Sento il tuo silenzio da lontano e la mia voce da dentro, sicura, serena.

E t’amo, t’amo sempre e non ti cercherò più! Non mi vedrai più sola! Non mi vedrai sola. Mai per te. Mai più.

Lo ripeto monotona e lenta per calmare le parole che salgono da dentro con cui vorrei spiegarmi e spiegarti una vita che all’improvviso ha avuto bisogno di te, che t’ha incontrato per caso dicevi, per destino ripetevo. Ma non sono pentita sai, vorrei rifare quella strada e rivederti con l’auto in panne. Ti vedevo anonimo, ma ero già consapevole che non avrei fatto altri due passi senza di te.

Ho chiamato Ernesto, il figlio di una mia cugina, poverino ha cercato di far ripartire la macchina senza riuscirci. Era tardi ormai, il sole era andato, ma ridevi, ridevo…

Un pasto caldo non si rifiuta a nessuno, mi imbrogliavo. Sono sposato mi hai detto, non me ne frega nulla ho pensato, quando stringendo gli occhi ho sentito quel bacio, caldo, bollente, quelle mani. Dio quelle mani, fuori e dentro me. Quella tavola appena apparecchiata, pasta con i carciofi e vino rosso. Già è patetico ricordare! Mi ripeto monotona e lenta fino a scolorire il dolore fitto dei ricordi che mi attraversa le spalle, che mi stringe il petto e soffoca il respiro. Non mi vedrai più sola e questa casa bellissima è la mia.
Non so più quanto tempo sia passato, quante volte sei andato e tornato, ma mi riempivi l’attesa ed io stavo bene, fino a quell’ultimo pomeriggio di una lunga estate, fra i monti, fra erbe che stavano rinsecchendo e che non saprei ritrovare.

Ti sto riascoltando sai, seduto sugli scalini di olmo, con quel tuo intenso raccontare e raccontarti, con quel tuo sorriso soffuso, gli occhi distanti nel futuro che dicevi era l’oggi, le nostre mani intrecciate davanti al tramonto, le bocche sorprese a riempirsi dell’anima dell’altro.
Scorre, scorre la notte e t’ amo e t’amo infinitamente, le gambe sfinite da un altro uomo. Ieri, è stato ieri. Anzi stanotte. Non credevo fosse così facile abbandonarsi al piacere, gridare, gridare e sentire che in fondo, un uomo che entra è un uomo soltanto, un uomo che poi esce chiude solo una porta. Mordeva, mordeva anche lui, mordeva il mio sesso, le labbra, il mio seno, ma non eri tu. Ero bella sai, bella almeno lui diceva, dentro questa casa, in cucina, in sala da pranzo. Dentro il nostro letto, dentro questa casa mia, ero bella per lui, per me, per te, perché tu hai voluto perdermi ed io ti sto accontentando. Giorno dopo giorno…
Ti accontenterò ogni sera che si rabbuia, quando cala il tramonto e fa male, dentro questa casa mia, dentro la mia anima, che s’adombra e si ribella. E ci saranno altri uomini, ho giurato mai lo stesso, tanti, tanti per non farne uno! Per non fare la tua faccia che rimarrà unica, la sola.

Ci saranno altre voci, la tua non tornerà più, eppure ce l’ho dentro, lenta, monotona, a cantilena. Le tue risate, i tuoi racconti che ogni tanto rileggo, quali mi hai chiesto, a caso ti ho risposto, ma sai che non è vero. Mangio, divoro e rileggo i nostri, quelli che hai scritto qua accanto a me, per me, vedendo il gelso, potando le rose. Mi manca sai quel tuo modo di guardarmi, di spogliarmi vestita, quel tuo viso stretto, dissonante e ruvido.


Ti amo infinitamente, t’amo.

Strappo erbacce dal mio campo e mi pungo e tu sei la ferita, la terra in cui affondo le mie unghie. Tu sei lì, sei la mia terra, il mio cuore, la mia anima. Tu sei il respiro profondo al mattino, quando esco a respirare l’alba e a toccare il sole. Tu sei il gelso che si difende, tu sei il pero che non si decide, quella rosa gialla di fuori stagione, quelle tegole accatastate, la grande magnolia piantata insieme. Tu sei lì immancabilmente, tu sei me.

La notte avanza, il buio è schiarito, tante stelle e ancora terra nera, desidero dormire. Sfinita e femmina desidero dormire. Sola nella notte come sempre. Io e il buio, il freddo e le stelle e terra nera.






La cagna

Questa sera il cielo è più buio, ma buio davvero, in lontananza si sentono lupi abbaiare, mi domando se per fame o per amore, o semplicemente per non essere soli. Come me che in questa casa troppo grande, ripenso al mio amico unico e vero, che all'alba di un giorno normale ha trovato un buco nella rete, portandosi via la voce e l’odore.

Pensare che prima d'allora non conoscevo l'amore, non capivo per quale motivo gli uomini s'accoppiassero, e quale magnete potesse generare figli e destini. Consideravo tutto ciò fragile ed insicuro, sospeso in precario equilibrio sopra un flebile filo, che una qualsiasi vertigine avrebbe potuto annullare, cadendo nel vuoto senza rimedio. Mai nel tempo mi ero sorpresa ad offrirmi, ad invaghirmi a caso di qualcuno, senza che la ragione m'avesse dato il consenso, senza sapere come sarebbe finita. Non credo di essere mai stata sola, tranne quando per libera scelta li accomodavo alla porta, perché era facile liberarmi di loro, era semplice non sentirsi in difetto, quando non s'avverte nessuna emozione, e il cuore pompa come qualsiasi muscolo senza altra funzione. Mi spiace se qualcuno ne abbia in qualche modo sofferto, in preda a questa malattia che ora m’assale, ma i patti erano chiari sin dall'inizio, sin da quando m'appoggiavano gli occhi o li sceglievo tra i tanti, perché l'astinenza non conosceva rimandi.

Vivevo in una villa fuori dall’abitato, ereditata da tempo insieme ad una rendita, che mi permetteva di coltivare zucchine, melanzane e pomodori senza per forza viver di questo. Le rose sul vialetto m'impegnavano le giornate, come i bulbi d'inverno e la siepe d'alloro, che fitta potavo ai primi freddi d’autunno. Degli uomini no non ne avevo bisogno, ma solo del sesso ad intervalli precisi, nei giorni di festa o nella bella stagione, o quando il freddo s'infilava sotto le gonne, e mi ricordava che niente più scalda del caldo di un uomo, e niente davvero provoca più brivido quanto il tepore acquoso di un fiato eccitato.

Li andavo a cercare in mezzo alla folla, al mercato del venerdì o al bar sulla statale, dove non rischiavo d'incontrare le solite facce, perché due volte a nessuno era permesso. Erano camionisti stranieri e rappresentanti di merce, bambini cresciuti o mariti sfiancati, in cerca di rivincite sulle mogli e il lavoro, che ti montano meglio perché scaricano rabbie e ti montano forte per sentirsi diversi. Bastava niente ma niente davvero, che potesse di colpo fargli invertire il tragitto, che potesse scrollarli di un pensiero di troppo, quando davanti ad una donna che accavalla le gambe, non rimaneva che attendere un lasciapassare, un visto di frontiera che scavalca confini, un cenno d’intesa che immancabilmente arrivava. Mi seguivano premurosi accomodandosi in giardino, ridicoli con la voglia che già pesava là sotto, tra le gambe malferme e il timore stampato, di non farsi scappare una preda sicura. Gentili e galanti sorridevano a comando, inconsapevoli che solo il tempo può fare di meglio, ma il tempo s'esauriva nel rendersi conto, che erano davvero arrivati in Paradiso, nel salire le scale ed attendere qualche secondo, che la voglia ingrossata indovinasse il percorso.

Si spogliavano senza vergogna, perché non erano lì per piacere, perché domani non sarebbero esistiti, non sarebbe rimasto nemmeno l'odore dei loro vestiti da viaggio e il loro sesso ambulante. Senza remore pigiavano dentro, senza timore spingevano come dannati, anche quando il sesso non seguiva il cervello, ed accennavano a figli, o alla mancanza d’amore. Non m'interessava nulla di loro, del loro passato da dimenticare, di una madre malata o delle mogli in attesa. Non era per questo che mi concedevo, non era per questo che avrei potuto cambiare idea o convincermi che governare un uomo, fosse comunque meglio che restare da sola, a coltivare zucchine ed abbellire il vialetto. Non era per questo che li trattenevo per poco, il tempo più giusto al mio bisogno, anche quando il mio sesso non s'era saziato e stretto tra i denti reclamavo altro tempo. Mi prendevano di giorno come fosse di notte, come se improvvisa si rischiarasse la luce, cose se davvero fossi una di quelle, confusa tra la fila dei lampioni per strada, nascosta dalle siepi e dai rovi di more, ma non c'era tariffa che allontanava il desiderio, non c'era poesia che appassiva le voglie, ma soltanto il sesso che umido accoglie, quello duro di marmo di pietra di maschio e nulla e nient'altro volevo che fosse.
Mi offrivo per tanto e per tutto, inseguendo il piacere dall'uomo di turno, perché non c'era domani che frenava l'istinto, non c'era ricordo che fermava quel sesso. Poi di colpo soltanto l’odore, la calma piatta che mi sorprendeva nel letto, arrossata e dolente mi rigiravo contenta, perché nessuna promessa s’era fatta parola, nessun impegno per altre due ore.

Ma fu proprio una mattina di pallido sole, davanti ad un caffè sulla statale, che mi si avvicinò un uomo che non avevo previsto. Dimesso mi chiese un favore, di essere considerato alla stregua dei suoi desideri più reconditi.
"Signora, sono il suo cane." Mi disse rimanendo in piedi in attesa.
"La prego, non mi dia più considerazione di quanta ne chiedo, non vorrei essere altro che quello che ho detto."
Timidamente s'informò se avessi un giardino, e se potessi evitargli la museruola di notte, “quando la luna già alta ti chiama e tu la respingi abbaiando deciso.” Era un bell'uomo con l'aria vissuta, le mani bianche di chi aveva conosciuto il peccato e una luce opaca negli occhi chissà per quale distratto destino.

Elegante a suo modo si mise a sedere, non prima di avermi chiesto il permesso, guardando le mie gambe scosse la testa, mi disse che di femmine ne aveva già fatta collezione, di nomi di donna ne avrebbe potuto recitare un rosario, sgranando più volte le perle e ricominciando daccapo. Ora povero in canna di soldi e futuro, non possedeva altro che quel che vedevo: una giacca lisa ed una cravatta unta, una camicia bianca che aveva conosciuto candori migliori. Come un cane randagio per strada, erano mesi che cercava una padrona, mesi che cercava un guinzaglio, una catena che lo strozzasse alla gola, ogni volta che l'istinto di uomo prendeva il sopravvento, come per anni era stato convinto, che nessuna donna sulla terra potesse arrivare al suo pari.
Ora cercava di distruggere il suo passato, andando in giro per città e campagne, bordelli e stazioni ad offrirsi da cane, a femmine belle che lo capissero in fondo. Non uomo ridotto in rovina, ma cane, soltanto cane orgoglioso di essere, orgoglioso di fare la guardia e chiedere di uscire per qualche bisogno.

Non capivo e non capii nemmeno me stessa, quando gli feci cenno di andare, lui mi seguì con la lingua di fuori, tenendosi discreto ad un passo distante, perché uomo e animale non possono avere la stessa cadenza, mi diceva da dietro e poche volte davanti. Rimase per tutto il tempo in giardino, ad annusare gli odori più intensi, a limitarsi il terreno dalla casa al recinto, a chiedermi solo una ciotola d’acqua. A sera non ci fu verso di farlo rientrare, di godere da uomo di quel tepore di casa, che a mille altri era stato concesso, di togliersi le scarpe ed appendere il cappello, varcando la soglia come il mio sesso. Mi chiese solo una coperta di lana, ritirandosi comodo dentro una cuccia, rannicchiandosi beato come se davvero di meglio, mai nel tempo gli fosse stato concesso. Durante la notte lo sentii abbaiare, avvicinandosi al recinto ad ogni rumore, a bere dell’acqua nella ciotola accanto, a rovistare nel secchio gli avanzi del giorno.

La mattina lo vidi soddisfatto davvero, si fece accarezzare e mi chiese una corda, per limitare il suo spazio e non andare più oltre, perché dell'uomo che risiedeva al suo interno, diceva ogni volta non che non dovevo fidarmi.

Passarono lune e giorni uguali, dove ruoli e distanze rimasero intatte, senza che accennasse a diventare umano, senza che il mio istinto s'abbassasse di un niente per essere pari e diventare una cagna. Alle volte sembrava contento, altre pensoso, rimanendo per ore a fissare il sentiero, che curva all’orizzonte tra i desideri e le more, tra la gioia di sentirsi animale e la malattia ostinata di non voler più guarire. Alle volte sembravo serena senza nessuna smania apparente, rilassata al punto di godermi l'intorno di pace, che rilassa la carne e dà benessere ai sensi. Ma ad ogni respiro sentivo il mio cuore, irrorarsi di sangue caldo bollente, come se quell'animale riempisse un vuoto, che mai fino ad ora avevo avvertito, come se quell'essere così sottomesso, parlasse direttamente al mio bisogno nascosto, d’amare qualcuno che ti protegge la notte, d’amarlo più forte se t’accompagna di giorno.

Senza avvertire la sua presenza, passarono ancora giorni e passarono lune, mangiava gli avanzi e beveva acqua sporca, alle volte voleva giocare rincorrendo contento il lancio di un sasso. Lo vedevo felice ed a me non dava fastidio, finché il suo muso per caso, riportandomi il sasso, s'infilò senza malizia tra le mie gambe sotto la gonna. Umido e protettivo leccò la mia pelle, cercando di mostrarmi la sua infinita riconoscenza, d'averlo accolto come nessuno avrebbe mai fatto, come in nessun altro modo avrebbe voluto. Ma i miei battiti avevano cambiato rumore, le mie cosce non rimasero inerti a quella lingua morbida e grassa che andava oltre la gratitudine fino a sfiorarmi il sesso che nudo non era, ma avrei giurato senza mutande.

Sorpresa l'allargavo rapita, senza che un uomo mi chiamasse puttana, perché nei miei incontri l’avevo sempre preteso, per allontanare la minaccia che chiamano amore, per mettere in chiaro che non volevo nient’altro, nemmeno il denaro che qualcuno m’offriva. Allargavo le cosce e mi sentivo una cagna, ma cagna nel senso di compagna di cane, che mi cercava nell'intimo per ringraziarmi soltanto, senza altri fini che fanno del sesso, qualcosa che a breve ti cambia di netto, ti fa dire tesoro a chi non conosci e gli affidi la vita come fosse una bocca.
E così successe perche doveva e volevo, e mi voleva da dietro guardando la luna, mi voleva carponi per darmi piacere, guardando il recinto tra le foglie d'alloro, leccandomi il collo fin sotto i capelli. Guaiva e gemeva ed io ero contenta, perché solo un cane ti prende da cagna, senza pensarti che sei donna ormai persa, perché ti concedi senza guardargli la faccia. E godeva il mio cane di piacere convinto, colando saliva dalla lingua infuocata, senza che la voglia s'annidasse perversa, nel vedermi umiliata davanti alla luna, nel vedermi già preda come gli uomini tutti, ti giudicano troia se fai bene l’amore.

Passarono giorni e ancora le lune, amandoci paghi sotto la pioggia, reclamando il piacere dietro il muro e la fratta, dove l'odore di pipì stagnava più inteso e copriva le parole mute mai dette, dove come cane e cagna l’istinto d’amore, svaniva di fretta dopo l’orgasmo.

Perché dopo l'amore non c’era ragione, di guardarsi negli occhi o scambiarci carezze, come cane e padrone, come gioia e dolore, che s'avvertono insieme senza mai mescolarsi. Ma ogni sera prima di chiudere a chiave la porta, chissà perché mai lo invitavo ad entrare, a cenarmi davanti o dormirmi di fianco, ed ogni sera il suo dubbio gli imperlava la fronte, e le sue resistenze erano sempre di meno, finché un’alba più scura lo vide deciso e un buco nella rete lo fece scappare.

Ora ripenso quando di giorno, s'appisolava contento tra le rose in giardino, o quando di notte s’accomodava appagato, nella cuccia in disuso o davanti al cancello, senza mai pretendere in nome dell'amore, di essere altro soltanto che cane, senza mai arrogarsi qualche diritto, per avermi montata per bene e per sempre, come sua pari in faccia alla luna.







La compagnia

Verrà di nuovo il temporale e sarà poi buio fitto, annuserò l'odore della terra come il dolce miele dell’addio. Finirà l’estate, questo prato fitto d’erba e margherite, finiranno le tue corse a piedi nudi. Già ti vedo come ogni anno che recidi un’altra rosa, gialla come sempre, che sboccia a fine agosto.
Tutti i colori hanno un senso, questo mi hai detto.
Perché l'inverno sarà freddo, perché l'inverno sarà duro, perché l'inverno è una tana che non posso più offrirti, è una donna che cammina di spalle controvoglia, è un brivido profondo di freddo nelle ossa.

So dove ho mancato e quanto ho dato troppo, e quanto ho perdonato, ma i patti sono patti.
Lo so, ai primi temporali gli stessi miei pensieri, che ti velano il viso e non ti danno più la forza, un mese dici sempre, sorridi e poi mi baci. Tre mesi penso sempre, e non sbaglio quasi mai.
Mi baci sulla fronte, sento il tuo profumo, t’annuso come un cane, qualche goccia mi hai detto.
Quella seta sopra il letto e la valigia ancora aperta. Hai messo un cappello di lana verde bosco, stai bene ti ho detto, davvero lo pensavo. Lo sapevamo tutti e due, a volte mi ripeti, come se dirlo ancora alleviasse questo male, come se dirlo sempre scongiurasse il tuo partire.

Verrà una signora, è la moglie del vicino, ogni giorno dopo pranzo quando tu riposerai, sa cosa deve fare non occorre che ti alzi, porterà un po’ di spesa, mi dici e mi ridici. Fuori farà freddo e non voglio che tu esca, sai i tuoi dolori, la schiena e il mal di ossa, devi riguardarti mi guardi e mi capisci, che non posso dire altro, non posso più fermarti.

Verrà di nuovo inverno e buio alle cinque, i tuoni all'improvviso e le albe attese invano, coprirò le nostre piante, per il freddo e per il gelo, leggerò i tanti libri in pila sul divano, come segno la tua rosa, gialla come sempre, tutti i colori hanno un senso, questo ripetevi. Almeno quell’odore se non posso avere altro, questo non ti ho detto, ma forse lo sapevi.
Ghiacceranno i tubi fuori, andrà via la corrente, nella credenza in basso a destra, da mangiare per i gatti. Perché l'inverno sarà lungo, perché l'inverno sarà duro, perché l'inverno è un nido caldo che non posso più offrirti, un uccello migratore che vola sopra il mare, sono giorni senza sole e legna umida in cantina, l’odore della zuppa di sedano e cipolla: “Chiudi il gas ripetevi, lo so che sei distratto!”.

Lo sapevamo tutti e due e i patti sono patti, annuisco con la testa come fossi un bambino, mi convinco e ci rifletto, è difficile accettare. Ormai sono anni che non facciamo più l’amore, per via dei miei problemi che hai cercato di capire, e poi medici e terapie senza risultato, senza alcun effetto nelle notti di sudore. Ormai sono anni che l’inverno viene presto, ed anni che vai via quando il buio viene prima, dici da una cugina, una parente alla lontana, penso che sia altrove ma non oso domandare.
La nostra casa è troppo grande, non riesco ad orientarmi, a riempirla col pensiero, a volte all’improvviso strane angosce sopra i muri, lo so che sono crepe che s’allungano al soffitto, lo so che sono tarli del mobile all’ingresso. Sento rumori dappertutto, diversi e sconosciuti, già il temporale che batte sopra il tetto, di sicuro non sono topi, ma riempio tutti i buchi, di sicuro non sono ladri, ma sprango le finestre. Di sicuro non sei tu che riordini la stanza, tu sei altrove che scaldi un altro letto, stanotte come sempre dormirò sulla poltrona, la legna ancora arde e la luce è sempre accesa.

Verrà di nuovo primavera e sarà poi giallo ed arancione, sarà il mandorlo in fiore che mi illude troppo presto, ma finirà questa pioggia senza strascico né coda, germoglieranno le tue rose, quella gialla ha già una gemma, pronta per l'estate e per un altro segnalibro. Verde tutt'intorno per le tue corse a piedi nudi anche se ancora non ti vedo, anche se è ancora presto.
Conto i denti ai francobolli, la mia nuova collezione, conto di fretta i giorni lenti per mandarli più veloci, come grani di un rosario dove ne manca sempre uno.
Ti vedrò oltre il sentiero dove curva l’oleandro, dove il sole batte forte e maturano le more. Sentirò la tua voce, sarà alba nel tramonto, sarà giorno nella notte, un bacio in un abbraccio.

Mi dirai dove sei stata, che ti son mancato tanto, racconterai quello che vuoi e quello che non dici. Saranno sottintesi che m’aiutano a sperare, che è davvero una cugina, una parente alla lontana. Avrai il viso stanco, le borse sotto gli occhi, farai fatica a parlare ed io a domandarti.
Già, non servono le parole se è passato un altro inverno e tu ritornerai a tenermi compagnia…








L’albero di fico

Sarà quest’inverno che piove da sempre, che mi fa ritornare da mia nonna da bimba, tra i sentieri di fratte, di funghi e lumache ed un sole spaurito che filtrava tra i rami, ed io ero attenta a non sporcarmi le scarpe, per via di mia madre che m’avrebbe sgridata, perché erano bianche lucidate a bianchetto, la domenica presto sul davanzale di fuori.
Sarà questa pioggia che stinge quei muri ed io battevo con forza la mano contenta e gridavo convinta tana libera tutti, credendo bastasse un cielo e una mano per toccare con un dito l’azzurro più intenso. Credevo che il mondo non fosse altro che un sogno che finiva al mattino tra il dormiveglia nel letto, di ferro battuto dipinto marrone e le coperte di lana e la stufa di cotto.

Credevo che il mondo fosse tutto lì dentro, tra i rumori in cucina e l’odore di latte, nella stanza che dava a valle sull’orto, con i rami del noce che entravano dentro e sarebbe bastato allungare una mano per raccogliere i malli verdi d’ottobre.
Sarà che ricordo di quella casa ogni punto, i disegni, gli stipiti la carta sul muro, che ogni tanto per rabbia ne staccavo un pezzetto e poi l’odore di muffa e di erba murana che saliva dai vicoli ammattonati e consunti, i suoi pianciti corrosi smembrati e sconnessi, mi rinnovavano il sentore della vita e la morte di quanto effimero fosse lo scorrere in fretta, delle stagioni e del tempo da quel giorno per sempre.
Sarà che la notte la vedevo più nera, quando al tramonto m’attardavo nel buio e giocavo a nascondermi tra la siepe più fitta e mia madre da casa mi chiamava a gran voce. Come vorrei risentire quel freddo, quando zuppa correvo per ritornare nel grembo ed essere sgridata per via dei malanni che puntualmente prendevo con trentotto di febbre.

Era il primo novembre nel giorno di festa, ed avevo da poco compiuto nove anni e rincasavo bambina dalla messa dei Santi, trovando il vicino a sbarrarmi il passaggio, mi racchiuse tra le braccia vecchie insecchite, perché nonna era andata via per sempre e lui colava di pianto lacrime mute, l’inutile rabbia sopra i suoi baffi. Non ho mai capito ed ancora mi chiedo, se quell’abbraccio fosse per consolare una bimba, alla prima esperienza di morte e dolenza, o volesse acchetare il suo stesso dolore, perché sapeva in cuor suo che sarebbe partito, a breve anche lui per l’identico viaggio.
Quella notte dormii da parenti vicini, ci riempirono di premure caramelle e regali, fogli bianchi di Fabriano e matite a colori, in una casa pulita che sapeva di libri, di famiglia per bene con un impiego alle Poste, due figlie in procinto di laurearsi a breve.

Quando tornai non trovai più nonna, il suo letto era vuoto e allora piansi davvero, affacciata nel mondo da quella finestra, trai rami stecchiti del noce e la valle. Erano i giorni di neve poco a Natale, passò l’inverno tornò primavera. Io intanto crescevo e crescevo in altezza, d’un tratto orgogliosa superai la maestra, lei piccola e minuta e tinta di biondo, la sorpassai fin sopra la cotonatura rigonfia. Iniziò l’estate ed anche il mio petto, lievitò come i dolci di nonna nel forno, e infine un bel giorno trovai una macchia, scura di sangue e sbiancai di paura, nel vedermi le gambe colate di rosso, nel sentirmi infettata da un grave malanno, nel pensarmi già morta come la nonna. Velocemente nel bagno raccolsi i pensieri, mi guardai alla specchio bianca e convinta, che sarebbe mancato poco alla fine e dovevo per forza avvisare mia madre. Piangevo tanto immaginando il suo pianto, e ci rimasi di stucco vedendo il suo riso. Andò in camera e tornò poco dopo, con un pezzo di stoffa bianco di lino, due spille da balia e una specie di laccio. Durante la cena nessuno fiatava, tra sguardi e sorrisi conclusi che in fondo, potevo continuare la mia vita di sempre, e che non ero malata anche se il mattino seguente, il pannolino era intriso ancora di sangue. Mia madre mi cambiò e ripose quello sporco, nella bacinella di acqua che si tinse di rosso. Mi ricordai in quel momento delle tante tinozze, viste fino allora simile a quella nel bagno, pensando che il mio male doveva esser comune, a quello di mamma, di zia e di altre parenti.

Sarà questa notte che mi fa tornare bambina, saranno quei giorni passati in campagna, e una ragazzina del posto mi venne vicino, saltellando dicendo “Hai il marchese!” Io la guardavo sorpresa con gli occhi sgranati, e tacendo negavo con tutta me stessa, con la testa, la mano e poi un grido strozzato.
“Cos’è?” gridai, “Che dici?”
“Il marchese! Il marchese rosso!” e mi ballava intorno.
“Il marchese! Il marchese rosso!” e rideva contenta.
A sentire quel colore capii umiliata, ed il pensiero veloce andò a mia madre, era andata a dire ad estranei la cosa, e sentii una stretta dolorosa nel cuore.
“Allora hai anche i peli lì sulla fica” La ragazzina spietata continuava a ballare, a dire parole che m’entravano fitte, nella mia intimità contaminata ed offesa.
Sbiancai nell’udire quella parola, che non conoscevo ma percepivo volgare, che non potevo che associare alle spille, che portavo alla vita e risposi rabbiosa.
“Non ho peli, non ho nessun pelo!” Scappai piangendo a sfogarmi la rabbia, sopra il primo albero quello di fico, che colava stille dolci e collose, e calai le mutande e purtroppo era vero, il mio pube era colmo di peli e di nero, era vero davvero e non me ne ero mai accorta!

Sarà questa sera che sento i cani abbaiare, e fanno più nero questo buio di pesto, e fanno più vuoto il silenzio che intorno, mi fa galleggiare come una nuvola bianca, che cambia la forma sballottata dal vento, ed io da bambina ci fantasticavo per ore, ci vedevo dei mostri, continenti e figure.

Sarà che domani sarà giorno di nuovo, ed il tempo che passa passa veloce, e gli diamo misura fissando i ricordi, con un chiodo puntato sulla pelle del cuore, come una data ed un nome scolpiti nel marmo. Saranno davvero questi cani che sento, una ragazzina che balla ed ingiuria il mio sesso, ed io che scappo di corsa e sui rami, appesa a quel fico che porta male se cadi, e mi ritrovo bambina con gli occhi ormai secchi, perché piansi per ore lacrime amare, piansi finché si fece buio e poi notte, finché qualcuno da casa mi venne a cercare.






L’amore che avevo

L’amore che avevo non ricorda il mio nome, ha scordato l’odore d’un bacio di notte, quel vento leggero che mi svasava la gonna, ed una mano premeva avida e ferma, sui miei fianchi che offrivo alla musica intensa, sulle mie gambe obbedienti in un passo e poi l’altro, in un vortice antico in un ballo sull’aia.
L’amore che avevo non ricorda il mio seno, di come l’offrivo sotto la camicia di panna, non ricorda il colore dei miei occhi serrati, appagati già sazi dal vapore dei fiati, sotto un portico buio dove cadeva il tramonto, perché l’amore che avevo mi spaiava le gambe, addosso a quel fieno che sapeva di marcio, di gatti e pipì e prendevo l’odore, con un flauto dolce che ci faceva la corte, ed una luna dipinta che schiariva nell’ombra, promesse d’amore e parole di sempre.

Mi ritorna ogni sera quando contro il tramonto, sfuma la coda di un giorno che passa, tra le paure imbrunite e i fantasmi sul muro, e il desiderio nascosto di provare altri occhi. Allora sì che esco da sola, mi scopro le gambe e mi alzo la gonna, e mi metto seduta dove ora c’è un parco, al posto del fieno che sapeva di marcio.
Un respiro strozzato mi sfiora le labbra, sotto questo incalzare di mani e parole, sopra questa panchina che si riflette alla luna, ed io che mi tocco e mi faccio toccare. Come fosse una pioggia fitta d’autunno, che mi bagna i capelli, il collo, le labbra, sulla mia stoffa leggera a forma di seno, sulla pelle increspata dal vento che soffia.
Sono aghi di pino che bucano il cuore, foglie d’alloro da farci corone, sono uomini che passano e scuotono il capo, e si chiedono increduli perché mi faccio toccare. Se sapessero invece cosa sento qui dentro, una voglia mai doma intatta nel tempo, che avvizzisce e poi muore quando l’aspetto, e la mia pelle più bianca comincia a marcire, e prende l’odore di fieno e di gatti, perché nessuno negli anni m’ha più chiamata per nome.

Lui non molla ed io non lo fermo, lui insiste ed io mi domando, come può un uomo che io non conosco, avermi già vinta senza aver detto ti amo. E’ un passante come tanti e cerca calore, mi chiama Liù perché sono bionda, perché gli ricordo un’amica d’un tempo, conosciuta in estate negli anni Settanta. Lo guardo e mi chiedo perché proprio lui, e perché non un altro più giovane e bello, che mi chieda dubbioso perché non lo fermo, ed invece lo lascio sgualcirmi la gonna, che mia madre ha stirato perché fossi più bella, credendo davvero che è quello di sempre, che fedele m’adora e m’ama soltanto. Se sapesse invece che lui è partito, e sua figlia a quest’ora si lascia ammansire, si lascia toccare dove il cuore non batte, dove quello che offro è carne ed è pelle, che vale la voglia di un uomo che tocca, una bocca che sbava e ne sento il risucchio.

Chiudo gli occhi e m’illudo che mi sto offrendo alla voce, l’unica calda che mi chiamava per nome, ma lui insiste mi prende e forse ha ragione, a cavarmi dal seno solo l’amaro che sento, come se sapesse perché mi offro e mi dono, e conoscesse ogni punto delle mie tette insolenti, del ricordo che ora le vorrebbe obbedienti, bagnate di baci e graffiate dal fieno.
Ci sono dei bimbi che giocano oltre, chissà che direbbero vedendomi ora, con un seno di fuori che gode e si sazia, e quest’uomo ci gioca come fosse una palla, la stessa dove loro s’accaniscono a calci.
Ci sono dei vecchi che fanno la fila, perché sanno che a quest’ora mi lascio toccare, per far passare più in fretta questo tramonto, per sentire la voce che mi scaldava il collo, ed oggi sia domani e l’attesa più corta. Ci sono degli altri che fanno da scorta, ed aspettano muti oltre la siepe, convinti che ora, tra poco, all’istante, avrò bisogno di nuovo d’altri mani capienti, di saliva più densa che ammorbidisca ogni notte, e l’alba che uccide ogni fine di sogno.

Ma io rimango fedele al sole che cala, a questa voglia che sfamo e nemmeno conosco, perché l’amore che avevo non ricorda il mio nome, e chissà per quante sere sarà lunga l’attesa, e mi farò tormentare questo seno che vuole, dal primo che a caso passa e si ferma, e già nudo lo vede per poggiarci una bocca, e già enorme lo brama per covarci dei sogni, senza sapere che invece non è poi tanto grande, quanto uova di passera rimaste infeconde, perché l’amore che avevo non ricorda il mio nome, ha scordato l’odore d’un bacio di notte, quel vento leggero che mi svasava la gonna, ed una mano premeva avida e ferma, sui miei seni che offrivo alla musica intensa, che s’appagavano sazi di baci e di fiati, sotto un portico buio dove cadeva il tramonto, addosso a quel fieno che sapeva di marcio, di gatti e pipì e mi spaiava le gambe, ed una luna dipinta schiariva nell’ombra, promesse d’amore e parole di sempre.







I giorni della Merla

Erano i giorni della merla, erano gli anni di bambina, tutto intorno un grigio cupo, nessuna luce all’orizzonte, come fosse sempre alba, come fosse l’imbrunire, tra la neve che cadeva ed il fiato dalla bocca, che denso usciva a fiotti raffreddandosi all’istante. La sua faccia una corteccia, i suoi guanti tra il mio seno, tra la patta un ramo caldo come un bulbo nella neve.

Erano i giorni della merla, era solo un uomo adulto, a suo dire un parente, uno zio alla lontana, incontrato giorni prima alla festa del santo nano, alla festa di mia sorella che compiva diciotto anni. Era solo una bocca adulta che sapeva di buon vino, di fumo acre e di tabacco, di storie mai sentite, recitate a quattro a quattro come vere filastrocche. Ed io che l’ascoltavo, a bocca aperta mi saziavo, di donne prese in fretta, di uomini guerrieri, di bimbe al primo fiore, come ora tra la neve, sul collo mi beccava, come galli nel cortile.

Erano i giorni della merla, erano gli ultimi di un sogno, tra i silenzi della neve sentii un dolore da lontano, lento caldo avvicinarsi, come un taglio quando è freddo. Non mi accorsi dei suoi baci, non mi disse amore od altro, solo denti tra i capelli, solo brividi di rabbia, che mi colsero nel punto dove il cuore è più distante.

Erano i giorni della merla, parole a raffica sul collo, dette fitte come sputi, come grandine d’agosto che batte sopra i tetti o scola alle grondaie, sopra la mia pelle come rutti e singhiozzi, che saziavano il suo ardore e ripeteva come ossesso, che non ero solo bella, che ero vacca ed ero troia, che ero merla tra la neve pronta a darsi per un seme. Poi amore soffiato appena come fiato urlato piano dentro il vuoto che fa la neve nel rimbombo all’aperto, dentro il vuoto di rami secchi che frusciavano silenti.

Erano i giorni della merla, erano gli anni di bambina, lui mi chiamava senza un nome, come fossi un uccellino, che ripara sotto al tetto e canta ai maschi di passaggio, a quelli tutt’intorno che chiama con un fischio e prepara il suo nido per accoglierli più caldi. M’accarezzava piano piano come un gioco il primo giorno quando mi diceva bella, quando mi diceva amore, senza mai un bacio buono, senza mai guardarmi in faccia.

Erano i giorni della merla, erano i giorni senza sole, e mi diceva ch’ero donna che ero quella come sopra, fatta su misura per qualunque maschio, per via di questo seno non proprio di fanciulla, che ancora oggi per vergogna stringo a morte e lo nascondo. Erano i giorni della merla, il primo a suo dire, lo invitai con un sorriso come avevo visto altrove, sul fienile il giorno prima o lungo il fiume a mia sorella. Tra sterpaglie fredde e secche m’abbandonai senza sapere, che per essere una donna sarebbe bastato poco e niente, ferma immobile in attesa di quel ramo di nodi secchi, quando distesa ad occhi chiusi, gli offrii caldo il mio nido intatto, nuda solo in parte, bocconi sulla neve, alla ricerca di pagliuzze proprio come fa la merla.







L’amore che sento

Questo ti amo che sento mi sfibra le labbra, mi penetra dentro e mi devasta la carne, ed enorme si mostra e m’accappona la pelle, lungo la strada dove curva il tramonto, tra foglie e lumache prima che spiova, tra baci rubati che a stento trattengo. Mi fa ogni volta tornare bambina, ogni volta più fiera sentirmi più grande, è una spiaggia di bimbi e castelli di mare, un dolce sognare quando il sole è già alto. Faccio tre passi per camminargli di fianco, mi stringe la mano e m’accarezza i capelli, come ora da grande vacillo precaria, con i tacchi più alti per sentirmi signora, col trucco che ama e m’impiastra la faccia.
Perché l’amore che sento mi bussa e s’incazza, mi scuote la testa e mi manda affanculo, m’inginocchio davanti e gli chiedo perdono, per averlo tradito con la melma del cuore, per averla ceduta ad un ragazzo coetaneo, mentre il cuore batteva e sentivo d’amarlo, ma ora lo giuro era solo un amplesso, e lui ha ragione a picchiarmi più forte, perché l’amore che sento sono mani capienti, braccia potenti di trent’anni più vecchie.

L’amore che sento lo sento qui dentro, tra questi seni asciutti che non sono cresciuti, come fichi di maggio che aspettano il sole, per maturare abbondanti ripieni di latte, come quelli di mia madre sempre occupati, che portano in grembo la gioia d’aver concepito, la colpa d’aver partorito una figlia gelosa, di tutte le notti che dormo da sola, di tutte le notti che mi tappo le orecchie, per quel letto che cigola e sbatte sul muro.
L’amore che sento è un pene di uomo, e ci appoggio la faccia tra le spine ed i rovi, chiudo gli occhi e ha il gusto di bambola, d’un dito che ciuccio intinto nel miele, come nei sonni di quand’ero più bimba, come ora da grande che aspetto che sgorghi, solo seme che sappia d’odore d’amore.

L’amore che sento è lui che mi brama, che mi lascia pensare che sia vano aspettarlo, perché non c’è futuro nell’amore che sento, ma solo un presente che nutre l’attesa, che oggi domani posso ancora vederlo, quando in segreto fa cenno con gli occhi, lungo la strada dove curva il tramonto. Che pazza che sono! Mi gonfio e m’illudo che le chiome di pini, che scorrono lente che corrono storte, possano ogni giorno indicargli la tana, che ogni giorno abbellisco rassetto e profumo, lavo e risciacquo perché sia pronta e pulita. La pettino felice davanti allo specchio, perché non sia mai come quell’altra, vecchia e disfatta slabbrata nel letto, una specie di sfogo da tappare di notte, un buco di carne che scomposto si offre.
Perché l’amore che sento mi chiama e mi vuole, mi pretende di fretta quando meno l’aspetto, è lui che sospira un nome alla buona, a volte Maria raramente Giovanna, la lattaia in paese che si mostra per poco. Perché sarebbe troppo chiamarmi col nome, che lui m’ha dato in una notte d’Aprile, cadeva la neve come ora non smette, e mi bacia i capelli zuppi di voglia, tra gemiti grassi ed urla più secche, lungo le fratte di stecchi e lamponi, tra foglie e lumache prima che spiova. Ha in mano un ombrello ed un faro di luce, che illumina a giorno la sua prima figlia, e mi bacia l’ardore ed abbonda saliva, nel posto dove sento forte l’istinto, per vederla pulita in ordine e pronta, pettinata di gusto come Lilly sul letto, la bambola nera dai capelli di stoppa.

Mi cresce un sospiro che diventa un boato, un’eco che sbatte ribatte e mi prende, perché l’amore che sento è saliva abbondante, seni bagnati dallo stesso mio odore. L’amore che sento sono radici di dentro, mia nonna che chiama in piedi all’aperto, pane a merenda e marmellata di more, mio nonno che sputa nubi di fumo, che beve e tracanna bicchieri di vino, che sanno di sale, cartine e sambuco. L’amore che sento è chiuso qui dentro, sa di casa di freddo e sentieri di fratte, pioggia e lumache i primi a Novembre, suoni di latta per festeggiare i cornuti, sa di famiglia e mi inumidisce le orecchie, per sentirmi più accanto per sentire una voce, che m’illude più bella come mai sono stata. L’amore che sento è femmina dentro, bucata nel mezzo l’accolgo e lo imploro, mi fa galleggiare come un feto un ricordo, d’essere figlia di quest’amore che sento, che gonfio e trattengo per sentire il sapore. E sono baci veloci e minuti contati, il tempo che basta per un respiro più lungo, per sentire che m’ama perché è troppa la voglia, per sentire quell’onda il risucchio la spuma, mia madre da casa che ci chiama in cucina, e lui si riveste perché è pronta la cena.






Notte di luna piena

E’ quando la luna rischiara l’intorno, che mi sorprendo a pensare, che senza di te un altro giorno è passato, nonostante le notti che fanno male e paura, nonostante quei giorni che mi trovo da fare, per non pensare che mai rivedrò i tuoi occhi.
Incredibile e vero mi sento più forte, come se il dolore nutrisse il mio corpo, come se gli spasmi che sento qui dentro, mi dessero cibo per le mani e le gambe, è come se il buon Dio m’abbia dato la forza, il coraggio d’affrontare la fatica e il sudore, di concimare la terra e potare la siepe, di caricare fascine per il fuoco d’inverno, e governare questa casa e gli operai di giorno, che imbiancano i muri e rimontano il tetto, per le piogge d’agosto per l’inverno più freddo.

Mi sorprendo a pensare che senza di te nulla è cambiato, come la merla che ha rifatto il suo nido, ed ora canta nonostante sia sola, o come Libero che puntuale ogni sera, fischia tra la rete ed io scendo di corsa, e mentre parla della sua vacca incinta, mi versa il latte caldo che fuma, ed io m’inebrio dell’odore che salendo m’avvolge, mi riempie i polmoni di stalla e di terra.

Nulla è cambiato come questa luna che vedo già tonda ed alzata, padrona del cielo che sovrasta la valle, signora del mio giardino, dell’olmo che sbianca, dei gatti in amore al di là della rete, e fa ombra di tronco piatto sul muro, e fa luce alle foglie del mandorlo nano.

E’ proprio quando la luna rischiara l’intorno, che dalla mia finestra che guarda ad oriente, scorgo la strada che maestra poi volge, oltre il passaggio breve di colli, oltre quei rovi di spine a cespuglio, e poi le querce e i faggi del bosco, la fonte e i tetti di tegole rosse. Rischiara le case cresciute a funghi, senza arte né parte senza nessuna decenza, qui e là per riempire un vuoto, che sono frutto dell’ignoranza e bisogno, e ora sono il simbolo dell’arroganza che odio.

Ma ho piantato una rete di gelsomini e di rose, ad oscurare quei tetti e i mattoni malcotti, le rose sono gialle come tu mi hai chiesto, e d’aprile s’affollano di spine e di foglie, e di maggio esplodono a macchia sul muro, senza mai smettere nemmeno d’inverno, quando tutto l’intorno si vela di grigio.

Di maggio la luna si leva già rossa, e da dietro il profilo del monte di ulivi, s’alza lenta sopra la rete di rose, e indugia e mi sfiora il mio tetto di coppi, come allora, come adesso, come ogni volta che ti penso vicino, quando su in casa m’illudo che dormi, quando al camino ti penso che scrivi.

La guardo la luna respirando l’odore, che dalla terra si alza ed alla terra ritorna, ed è odore d’amore, di femmina sola, di vita che torna, di sangue che vuole, lo stesso che ancora mi scorre bollente, senza che mai abbia perso speranze, anche se so che sei con tua moglie, ed il motivo per cui sei tornato da lei.
Mi avevi detto che non la vedevi da tempo, che le volte che sparivi per giorni, era un modo per rigenerare la fonte, del tuo genio d’artista della tua anima fertile. Io sapevo sai che non andavi lontano, che se non era tua moglie, era comunque una musa, che ti scopavi nel letto nel bagno in cucina, come nei tuoi racconti che leggevo segreta.
Lo sentivo sai e ne avevo certezza, e quando tornavi lo percepivo dall’odore, dai tuoi occhi più spenti, dalle voglie più mute, ma tornavi da me ed io ero contenta.

Ma ci sono anche giorni come questi d’inverno, in cui la luna la vedo squarciare un cielo di nuvole nere, come un faro improvviso in un mare nebbioso, e chiara si scopre di un verde irreale, la valle che sotto si dipana nel ventre, della terra che nutre e feconda i miei sogni. Per questo t’aspetto, per questo ti penso, e ne ho la certezza che domani la luna schiarirà un’altra notte, una notte di seta, di labbra che rosse mi faranno più bella, ti faranno più amante.







Fili di rafia

Avevo un’amica che si chiamava Lucia, ornava borse di paglia ricamate con rafia, a punti lontani ma sempre precisi, a punti vicini con metodo e cura. Decorava corolle allungate di fiori, con le mani più stinte di colori avvizziti, d’ossa e di vene in trasparenza alla luce, con le dita intrecciate come fossero rafia, unite a traccia che sembrava un tutt’uno.
Sento ancora l’odore intenso di rafia, simile a muffa, polveroso ed opaco, simile a fieno fermentato di stalla, quando allargavo quei fili sottili, che prendevo dal mazzo appeso alla sedia, e li lisciavo con cura e li stendevo per bene, fino a farne una striscia sottile e perfetta.

E Lucia che parlava senza mai rifiatare, come fossi un’amica di cinquanta anni più vecchia, mi raccontava le storie e i suoi vecchi vent’anni, quando ancora ragazza era bella e regina, quanto il marito un’estate l’avesse incantata, con un mandolino stonato sotto la luna, e una voce che usciva dalle corde del cuore, e Lucia tra le stelle in piedi al balcone, innamorata per sempre, strappata all’amore.

Io avevo le trecce nere fitte e lucenti, e lei denti gialli macchiati dal tempo, e una debole crocchia infelice e sbiadita, come la rafia una volta allargata, che odorava di stenti di miseria e di fame. Eppure parlava e ancora sognava, di come sarebbe stata la vita, se il destino più buono fosse stato diverso, se quello cattivo non si fosse accanito, su di lei e il marito, tanto bravo davvero, tanto bravo a suonare, tanto bravo a far tutto. Io la guardavo e mi chiedevo ogni volta, se era stata davvero bella e regina, se davvero era stata un tempo bambina.
Cuoceva fagioli ed arrostiva salsicce, ricordo la stanza riempita di fumi, ed io seduta l’ascoltavo attenta, ed allargavo la rafia e tendevo i fili, mentre lei infilava, cuciva e parlava, ed io sognavo davanti ai suoi occhi, mi davo da fare ed intanto crescevo.
Era lei la mia amica, Lucia la sola, perché nel paese non c’erano bimbe, della stessa mia età o poco più grandi. E da lei correvo per trovare rifugio, infilavo il portone nello stretto budello, che mandava miasmi acri di fogna, quando in casa ogni volta c’era odore di botte, e ad alle volte davvero non ce n’era il motivo, o almeno pensavo di non aver fatto nulla di male.

Così tutta di corsa facevo la strada, per rifugiarmi sicura e trovare la tana, una culla di bimba, un buco di ragno, e far finta di niente per non sentire i richiami, di mia madre infuriata che mi reclamava strillando.
Mi sorrideva Lucia e mi faceva l’occhietto, sgranava i dentoni ed io mi intrufolavo, tra le sue file di borse e i cappelli finiti, tra le sedie di paglia e le pentole appese, a far confusione e sentirmi felice, a cantare canzoni che non conoscevo. Crescevo ogni giorno e si rimpiccioliva la stanza, ma le sedie spaiate erano sempre le stesse, come la rafia e i suoi fili allungati, come l’odore acre di avanzi, come le storie sempre diverse, per un marito che aveva creduto diverso, che tornava la sera intorbidito di vino.

“Ah se il destino fosse stato diverso!” E lei sempre lì a cucire borse e cappelli, a crescere figlie con fagioli e salsicce, a ripassare verdura con aglio e cipolla. Ma a me piaceva quel cibo e lo guardavo golosa, Lucia lo sapeva e mi faceva mangiare, e mi diceva che presto sarei diventata più grande, e qualcuno di giorno m’avrebbe fatto la corte, e per qualcuno di notte avrei sentito i grilli, le rane cantare fino all’alba sui colli.

Ora sono sicura che senza Lucia, tanto più lunghi sarebbero stati i miei giorni, tanto i capelli che mi pettinava ogni giorno, la nonna ormai morta, la mamma lontana, mio fratello per strada a giocare alla corsa, con biglie e carretti e spade di legno. Sentivo i suoni dei giochi dei maschi, per una bimba non c’erano giochi di strada, ma neanche nient’altro né bambole o libri, o che so io garze e cerotti per giocare al dottore, ma solo pensare guardando il paesaggio, o l’aratro precario tirato da buoi, che lento e lontano risaliva al tramonto.
Ma Lucia, lei sola, era voce e sostanza, era storia e materia canzoni intonate, nenie e lamenti già consumati dai tempi, come le sue dita con quell’ago sicuro, fra i polpastrelli un ditale e la treccia di rafia. Adesso ricordo come la intrecciava sicura, e come paziente m’insegnava a forgiare, tenendo sottobraccio cannucce di paglia, e fare le trecce con sette e più fili.
A sera quando la finestra scuriva, tornava il marito ed io fuggivo veloce, lo vedevo salire e sapeva di fumo, tossiva catarro, sputi e bestemmie, con il cappello sul viso e una bottiglia di vino.

Non ho mai saputo cosa facesse, ma di lui non avevo paura, neanche la volta quando da sola in cucina, lui dava olio e coppale suoi legni tarlati. E mi ricordo la faccia, e mi ricordo i respiri, quelle parole masticate dai denti, quando d’un tratto abbassò i suoi occhi, tra le trecce di rafia e i cappelli già pronti, e mi disse diretto: “Allarga le gambe!”
Io rimasi impietrita ma era un comando, e le bimbe per bene ubbidiscono sempre. “Ah! Sei macchiata di sangue!” E si alzò dal suo posto per venirmi vicino. D’un baleno rinserrai le mie fragili gambe, provando vergogna per avere ubbidito, per non aver saputo con forza negarmi, ad un comando poi strano e per giunta inatteso.
Ma quella voce diretta alle mie mutande, mi fece intuire che dovevo scappare, e lui fece in tempo a sfiorarmi un braccio, e se non fossi stata più lesta mi avrebbe afferrato, ma io in un lampo ero già sulle scale, con la paura di essere grave e ferita, per via di quel dito che indicava il mio sangue. Non dissi niente a nessuno, ma non oltrepassai più quel portone, non dissi niente a nessuno, ma ogni sera allo specchio mi guardavo attenta, pregando Gesù di non vedere quel sangue.

Fu così che scrissi quella cosa su un foglio, come se nel mio intimo sentissi la colpa, ma mia zia lo trovò e lo disse a mia madre, e mia madre a mio padre, e mio padre una sera mi chiese per quale ragione, volle sapere ogni minimo gesto, e infuriato si mise la giacca e il cappello, e andò in quella casa con i pugni già stretti, con il sangue negli occhi a cantargliene quattro.

Quando infine tornò mi venne incontro, il suo viso disteso mi sorrise persino, con quella bocca gemella che assomigliava alla mia, con quel ghigno che ora vorrei rivedere, semmai fosse vivo, semmai mi chiamasse. Mi prese sulle ginocchia e accarezzò i miei capelli, mi disse severo con un filo di voce: “Bambina mia non ci proverà mai più, ma ogni cosa da oggi dilla a tuo padre”.
Solo allora capii negli occhi di babbo, che io non avevo fatto niente di male, che i grandi alle volte non hanno ragione, e non avevo nessuna colpa per quelle mutande, nessuna davvero per quelle gambe aperte, quando rimasi impietrita, ma era un comando, e le bimbe per bene ubbidiscono sempre.








La padrona di casa

Io soldato le dissi che avevo paura, mentre l’Europa era sconvolta dal fumo, di macerie e di treni, di campi e camini, in terra tedesca, in terra polacca. Ma la padrona di casa era molto sicura, quando bussai tre volte alla porta e le dissi tremante che ero inseguito, da identiche divise del mio stesso colore.

Tutt’intorno la guerra, lampi e bagliori, tutt’intorno montagne e valli e sorgenti, posti distanti tra l’Umbria e le Marche, posti più impervi per me cittadino. Lei sorrise serena e mi fece cenno d’entrare, ci sedemmo in cucina sulle sedie di paglia, e mi offrì un caffè caldo, nero di cicoria, e non mi chiese null’altro soltanto il mio nome. Era vestita di bianco, di stoffa leggera, ma portava uno scialle lilla di lana che strinse vezzoso quando cadde il mio sguardo, sulla camicia scollata, sul seno importante.

Dalla finestra vedemmo calare il tramonto, e non era sicuro uscire a quell’ora, la montagna è amica per chi la conosce, mi disse apprensiva con una ruga sul mento, e intanto si alzò e rovistò in un cassetto, porgendomi un cambio della mia stessa misura, un pezzo di sapone e un canovaccio di lino. La ringraziai per tre volte, ma non c’era bisogno, mi disse sincera sul corridoio, la seguii in bagno assaporando la sorte, lei riempì la vasca e poi chiuse la porta.

Io soldato le dissi che avevo paura quando la sera preparò una minestra, calda fumante di carote e cipolle, il vapore denso mi entrò nei polmoni, sapeva di casa, di famiglia e di buono, sapeva di rifugio, di seno materno, di tetto e riparo da bombe lontane, di tedeschi e italiani in fondo alla valle.

Su queste montagne il cibo non manca, disse, versando sui piatti due mestoli pieni. Poi tagliò il pane e un po’ di formaggio, e mise sul tavolo una caraffa di olio. Bevemmo un Verdicchio di quelle parti, lei solo un dito ed io mezzo bicchiere. Il vino mi dà alla testa, mi disse ridendo, il vino fa femmine tutte le donne, sussurrai lentamente, chiedendomi dopo se avesse capito.

Di sera mi raccontò al lume di candela, quanto tempo era stata a dormire tutta sola, sopra quel monte dove si scorgeva il mare, dentro quella casa dove si udiva la guerra, lontana mi disse. Aveva tanti anni e tanti più di me, ma la sua pelle era liscia colore di pesca settembrina. Era un po’ rozza e un po’ contadina, con due seni enormi e molli e i fianchi troppo larghi. Sulla credenza solo due ricordi: una fede d’oro e una foto in bianco e nero, lei con il vestito bianco, lui con il vestito scuro.

Io soldato le dissi che avevo paura quando mi confessò che non aveva più fatto l’amore, anni disse gonfiandosi il petto, anni ripeté toccandosi i capelli. Suo marito era soldato, disertore poi seppi, suo marito era robusto, come me poi mi disse. Dopo cena rimanemmo a scaldarci in cucina, al fuoco della stufa con i cerchi di ghisa, una pentola annerita bolliva piena d’acqua, per la borsa calda che prese da un cassetto, per un po’ di malva per via di un mal di denti.

Fuori cominciò a cadere giù la neve, non l’ho mai vista, rapito le dissi. Lei rise abbassando la testa, se taci ascolti il suo silenzio, sussurrò portandosi l’indice al naso. Si alzò e si accese una sigaretta su un tizzone, io chiesi il permesso di fumare il mio trinciato.

Era un po’ rozza e un po’ contadina ma con due seni enormi e molli da dormirci notti intere, da succhiare latte caldo, come mucche al tramonto, da dormirci come un bimbo, quando fuori c’è la neve. Le chiesi quale sorte era riservata ad un disertore, lei guardò la foto ma poi non disse nulla, per un attimo infinito rimanemmo a guardarci, ad intrecciarci dita e fiati sul tavolo di legno.

La battaglia infuriava ed io avevo paura, i suoi capelli si sciolsero, da soli mi sembrò, ma ero distratto da lampi lontani. Temporale azzardai nonostante la neve, tedeschi lei mi disse aggrottando le sue ciglia.

Salimmo in mansarda e preparò un letto caldo, tirò fuori dall’armadio le lenzuola con i fiori, sapevano di bucato e sapone di Marsiglia, sapevano di morbido dopo mesi di fieno e crine, di letti di fango, di terra e di topi. Lei andò in bagno ed io sotto le coperte, mi chiese d’aspettarla, mi chiese due minuti, ma mi addormentai quasi subito, lei tornò e spense la candela.

Di notte la sentii agitarsi dentro il letto, voltarsi e rivoltarsi ma era solo un sogno. Fuori ancora nevicava e qualcuno bussò alla porta. Lei scattò in piedi e mi fece cenno di seguirla, aprì una porticina che portava sotto il tetto, mi disse a voce bassa di rimanere fermo e zitto, di non preoccuparmi perché sapeva cosa fare. Ma dal buco della chiave la vidi agitata, scese lentamente allacciandosi la vestaglia, bussarono ancora, forte contro i vetri, bussarono di nuovo con i pugni e gli scarponi, erano due uomini che parlavano l’italiano, erano due fucili che cercavano un disertore.

Ma la padrona di casa era molto sicura, li fece entrare e gli offrì del vino, del pane tostato e miele in abbondanza. Fuori dalla finestra era quasi l’alba, poi sentii voci grosse, dure di ufficiali, cercavano un soldato robusto e vigliacco, sulle scale passi duri di scarpe militari, impaurito non respirai per decine di minuti, sentivo il mio sudore colare lentamente, benché facesse freddo con la neve sopra il tetto. Non c’è nessuno, la sentii convincente, a parte me, disse sussurrando. Sentii l’odore di sigari e poi risa, e poi un invito dolce e femminile, e poi un silenzio di respiri ovattati, gemiti più fitti senza voci e né scarponi.

Rimasi immobile, ma non sentii altro, e l’alba penetrò dalla piccola persiana, sentii un rumore di motore e di benzina, i due che salutavano per un prossimo incontro, e poi risa e un grazie malizioso, una camionetta che arrancava curvando dopo il ponte.

Tirai un sospiro grande e uscii dal riparo, mi misi dentro il letto e feci finta di dormire, non passò che un momento e la sentii in cucina, poi i suoi passi che salivano le scale. Mi sfiorò con un bacio, delicato sulla fronte, due tazze d’orzo e latte fumavano sul vassoio.
La neve cadeva fitta, non aveva mai smesso, i lampi più distanti, non sarebbero tornati. Si rimise dentro il letto accoccolandosi da bimba, m’accarezzò poi il viso e mi sorrise dolcemente. Grazie poi mi disse, il pericolo è passato. Grazie io le dissi e non ebbi più paura.






Il tuo cappello

Donna primavera che mi porti ogni volta, quando esci di casa tra le schiarite di Marzo, tra i rami insecchiti dove timide stanno, le gemme di pesco e dei mandorli nani, tra le trame di stoffa trasparenti al chiarore, come tele di ragno in controluce al tramonto.
Donna primavera che rinasco ogni volta, quando sopra di te ti faccio femmina bella, e tu danzi gioiosa all’Aprile che incombe, alle piogge leggere che fiero trattengo, perché tu ti muova con le sete dei drappi come fossero note cosparse nell’aria.
Donna primavera che nascondi le forme e di velo t’adorni e s’intravede la carne, come se la stagione che risveglia l’ardore, non sia che la stoffa che ammicca e traspare, che bianca, che gialla sciama ed ondeggia al primo bagliore che l’alba ti dona.

Donna primavera che ovunque mi porti, tra spose novelle o vedove affrante, e ti lasci ammansire da un soffio più caldo, che lieve s’incunea dove il cuore non batte, e giochi col vento che ti fa vela al bisogno e giochi con l’ombra che altero ti offro. Perché tu sia la Regina ed io il tuo trono, unico amante a cui concedi l’onore, d’accarezzarti i pensieri e preservarli da tutto, d’accompagnarti nei campi di mammole e viole che recidi e raccogli per ingentilirmi le forme e tu femmina appari al riflesso dell’acqua, al contorno del viso, all’orlo di stoffa, lungo il sentiero dove all’alba t’inoltri.

Donna primavera che rinasco e t’aggrazio tra i barbagli decisi d’un sole alla porte, tra i riverberi a schiera di rovi già adulti, che covano in seno le spine ed i frutti, e tu salti e cammini senza che l’erba s’accorga, di quel fascio di sete incorporee al tatto, impreziosite dai toni immaturi che stanno, sulla pelle che diafana rinvigorisci alle labbra, e spalmi di rosso di fragola e sangue, perché intatto rimanga il desiderio d’ognuno, quando passi e ti volti e lasci la scia, di fragranza ed effluvio di viola e mughetto, di femmina bella che rinasce ogni volta impalpabile all’aria come carta di riso.

Donna primavera che ti gongoli e pensi, che senza di me non saresti la stessa, quando prima di uscire ti guardi allo specchio e vezzosa mi scegli per essere adatta, al giorno, alla sera, al tè delle cinque, al tempo che fuori ti rallegra e t’indora, e tu ridi all’amore ed al noce già in fiore e nell’aria rispunta la bella stagione.







Il vento

Di giorno non sono nulla, non riesco a dire parole, nasco di notte e ad ogni alba poi muoio, sparsa nel buio di tenebre fitte, che penetrano dentro questo vuoto di casa, questo lembo di terra che non trova mai pace, quest’enclave di montagna dove tira sempre vento. Mi s'intreccia il respiro se solo mi penso, spalancata al bisogno in attesa che un soffio, di vento che tira, di brezza che s’alza, m’illuda di essere alcova del mondo.

Perché è vento che porta rumori lontani, sapori di muffa di gole profonde, di voci e bestemmie contaminate dal giorno, piccole onde strascicate di suoni, che la notte attutisce e li vela leggeri, che la notte ingrandisce di bufere e frastuoni. E’ vento che lascia un brivido caldo, che passa e rimane e fa mulinello, di carezze e lusinghe, di nobile corte, di voglia che preme e mi lascia il sapore, di tetti e di case, di sentieri scoscesi, di funghi seccati al sole a Natale, di comignoli neri e di legna che arde, di pioggia in autunno che bagna i sambuchi, i cani randagi ed i vecchi in veranda, che il vento poi asciuga e passa di fretta, tra i filari di uva per il Novello a dicembre.

E’ un vento che soffia e sbatte deciso, laggiù contro un muro d’ortiche e di muffa, laggiù c’è una luce fioca che danza, quattro lamiere che chiamano casa, si sentono grida e rutti stranieri, con l’alito forte di aglio e di vino. E’ vento che porta voci lontane, si sentono urla di giochi d’azzardo, qualcuno che esce e piscia sul muro, perché è un vento notturno chiassoso e silente, su questa collina dove osservo l’intorno, su questa finestra dove appoggio le gambe, e unisco le mani come una donna in preghiera, che apre il suo cuore e s’affida per caso, agli odori che sento, al vento che soffia, dove gli anni trascorsi hanno fatto condensa, dove un uomo a quest’ora farebbe fatica, a trovarne l’entrata e risalir la corrente.
Lo sento che penetra che ansima fiato, perché è vento che entra dove lui ora vuole, e arriva e s’illude e crede sia meta, ma è solo l’inizio e lo prego di stare, di avere pazienza, vigore e misura, di bucarmi la pelle di quest’anima stretta, che intatta s’illude d’essere bella, di far poesia con le mani ed i pugni, che premono maschi davanti alla luna, alla casa di fronte di rutti e bestemmie, su questa finestra dove spalanco l’essenza e un altro lampo rischiara a giorno il bisogno.

Come vorrei essergli foce, grotta e spelonca dove stanco riposa, oppure anche l’ombra di luce e di luna, che scurisce la strada e prende una forma, calpestata dai passi che sotto il lampione, m’allungo e m’accorcio al vento che sbatte. Perché davvero non ci siano dubbi, quando entra e poi esce e sibila e ringhia, e quanto all’interno sia fatta di vuoto, quanto all’esterno mi offra più persa, per essere il nulla, per essere sgombra, perché non ho polmoni, né fegato o milza, ma solo il ricordo di amori passati, che m’hanno negli anni scaricato l’ardore, voglie bollenti che ancora stasera, m’ardono dentro e il fiato che esce, assomiglia alle bocche di quei cani fumanti, al vapore più fitto di acque sulfuree. Nel sogno succede che non ho occhi né forma, perché non serve all’amore uno sguardo profondo, e mai questo vento mi ha chiesto dell’altro, nemmeno di specchiarsi in un tramonto rossastro, né aghi di pino quando cadono a grumi.

Perché è vento che viene dal mare, sapori di sale e di abissi profondi, piccole onde strascicate di suoni, che la notte attutisce e li vela leggeri, che la notte ingrandisce di bufere e frastuoni, e lasciano tracce di un brivido caldo, che s’insinua deciso tra il seno che dono, e danza leggero come un aliante che plana, e si ferma e mi sfiora e s’incanala discreto, e prende la forma dei miei profili di carne, e mi fascia e mi vizia come amante lezioso, poi passa e rimane e fa mulinello, di carezze e lusinghe, di nobile corte, di voglia che preme e mi lascia il sapore, di baci e saliva e scie sulla pelle, di tetti e di case, di sentieri scoscesi, d’erbe e d’aromi per il sugo Natale, di comignoli neri ed un ceppo che arde, che serve a scaldarmi per tutta la notte, e fuori la pioggia lava la strada, di puttane africane, di bisogni di cani, di tombini intasati d’avanzi notturni, che il vento poi asciuga e passa di fretta, tra gli ombrellini da sole di donne per bene, che arrossiscono a un niente e per un niente si danno, tra i labirinti d’alloro e la caccia alle volpi, tra le pergole nane dei rossi francesi.

Perché è tramontana che spira a cielo sereno, è bora che spazza a raffiche e refoli, alle volte maestrale che scende diretto, dalla valle del Rodano e porta bel tempo, oppure un grecale, secco d’inverno, che porta sapori dell’Est lontano, di quando bambina giocavo in cortile, di quando mia madre aveva altro da fare, e si insinua fitto dentro i portoni, e scorre ringhiere e sale le scale, le pareti scrostate e le scritte più oscene, tra le porte socchiuse nei mattini di festa, con la musica alta ed un vociare di bimbi, tre passi da leone e due da formica, che facevano l'amore, con la figlia del dottore, i capelli lavati asciugati in balcone, i capelli più biondi con la chiara dell’uovo, di partite alla radio e il circo in piazza, d’infiorate e ginestre alla festa del santo, d’amori appartati poco fuori al paese.

Perché è vento che in grembo porta tutti i tramonti, di tegole rosse e cupole d’oro d’ogni dove si posa s’incurva e riparte e corre veloce lungo la strada, e corre più in fretta per venirmi a cercare, tra fango e miseria, tra i pini marini, e soffia su fuochi che scaldano merce, di gambe straniere illuminate dai fari, di ville stupende sul lago d’Albano, di sogni svaniti e gli anni in collegio, di convitti femminili, di suore e novizie, o d’alberghi in stazione con il bagno di fuori, negli hotel di provincia, nei motel per due ore, nei letti più caldi disfatti d’amore, e la padrona con i rolli che t’affida la chiave, come fosse l’accesso del paradiso terrestre, e ti guarda e ti scruta le gambe e le tette, per sapere per quanto impegni la stanza.

E’ vento che soffia sui pioppi di Roma, sui rami pendenti attirati dall’acqua, sul fiume che increspa la palude di costa, di melma e di sterco, di borgate romane, di bulli da poco e bande assassine, d’antenne e di croci, di preti e bambini, perché è vento di tutti e ne prende l’odore, e porta ingiustizie e governi e regimi, arriva ovunque e raccoglie le voci, d’aiuti straziati, di cesarei freschi, d’amanti segreti e ferite di cuore, di parti e d’aborti, di cassonetti ripieni, che niente e poi niente potrebbe guarire, che il sole d’agosto non asciuga e non secca. E’ libeccio sabbioso, libico caldo, clandestino e immigrato su carrette di mare, è vento di speranza affogata per sempre, di nuvole basse che si squarciano a pioggia, che pulisce miserie e fazzoletti di carta, residui d’amore per contrattare due tette, che smunte che vecchie non danno più latte e calano molli come pere stracotte.

Perché è vento che torna ogni notte a quest’ora, e lo sento lontano che curva e si torce, e come un amante mi sazia e mi sfama, e sale e si infila e sottile m’asciuga, come se m’offrisse in dono tutti i sessi del mondo, di valli e montagne, d’ogni angolo in terra che per giorni ha attraversato portando l’odore, sfidando il mondo per farmi godere, duellando di spada per essere il solo, per poi prosciugare ogni cuore trafitto, bevendone sangue che in regalo mi porta, tra queste pieghe che offro aperte alla notte, tra quest’anima in fiamme aperta al bisogno, di sentirmi scomposta dentro ogni letto, di sentirmi appagata e femmina persa, alcova e riparo d’ogni natura che entra, perché soltanto la somma avrebbe un senso, soltanto la conta m’appagherebbe del tutto.







Il tuo racconto

Il corpo caldo della scrittura è impregnato di un bruno unguento, un olio di carne riserva speciale, un livido odoroso di brandy invecchiato, nei legni di quercia di colore giallastro, come quelli che si distillano nel buio di cantine, nei sottoscala d’ogni casa dove ribolle odore intenso, di questa città dai camini sempre accesi, dai ceppi di resina che si fondono al fumo contro i muri scrostati di incuria voluta, di umido e muffa, d’inverni perenni.
Come dalle crepe è estratto nelle crepe ritorna, nei tagli e nelle pieghe dei nodi di legno, del corpo che riluce e miete vittime innocenti, perché l'amplesso delle parole toglie il respiro, spezza il fiato ed ingrossa il mio cuore, a volte picchia, spinge o si solleva, come liberato sembra impalpabile e leggero, esce quasi dal cardine secco del pensiero, sfascia le stanze e fa alcove di nulla, fa tette a quest‘ora vuote di maschio, fa buchi di terra dove nulla germoglia.
Il saperti conforta e ferisce, anche se non so dove sei, né con chi stai passando questa notte, un‘altra delle tante dove m‘immergo tra pagine e pagine lette e rilette. Perché è notte ora e m’illudo di vederti mentre tocchi i tasti per scrivere, tu lo fai bene e anch'io sto meglio. E’ notte sì, e mi sento più sola, unica perla rara a quest'ora, senza un maschio che mi faccia sentire quell’essenza, il senso che a quest‘ora si fa anima e sesso e nulla e vuoto denso e sangue che scolora.
Bussano suoni dove la paura cerca l’origine, la ragione, quel senso che m’avvolge e rende fertile ogni fantasia che scrivi, che vivo. M’arrampico e cado, m’arresto e rimando, sospesa su questo saliscendi dove s’ammassano emozioni che bruciano come corrente lungo i fili dell’alta tensione.

Dove sei anima mia, davvero questa sera potrei sentire la tua voce? Se solo lo volessi, se solo fossi capace di comporre quel numero senza che il cuore arrivi alle tonsille. Potresti dire che ho sbagliato, sai a volte succede uno scocciatore di notte… Non ho mai smesso d’amarti, come ora t’avverto tra i miei odori che si fanno più acidi, come ora ti vedo scompagnato sopra queste foglie che il vento di notte sbatte addosso a questa serranda. Ma non sono foglie, sono mani, sono pugni decisi di uomo, sono attimi d’ansia perché solo il desiderio può credere che a quest’ora il tuo volto diventi carne e zigomi alti, diventi peluria folta e barba che bagno di voglia scomposta. Sei tu anima mia? Che asciughi la mia paura col tuo respiro di vapore e parole bollenti che ora mi chiamano, che ora incedono e slabbrano senza resistenza le intercapedini della mia solitudine.
Ma che dico! Tu sei niente, niente da quando ti ho incontrato. Ricordi vero? Era un giorno di festa e la sera si ballava nel locale della scuola. Io ero con la mia amica Daria e tu da solo. Tua moglie era rimasta a casa. Mio figlio ha la febbre mi hai detto. Ma a me importava poco, già ero affogata nei tuoi occhi verde bosco, già volavo tra le tue braccia sicure e capienti. Tu sei uno scrittore famoso ed io avevo già divorato tutti i tuoi libri, non so sai quante volte, prima di quella sera, prima di oggi.

Le tue parole scivolavano come nei tuoi libri ed io ne ero attratta, estasiata, quando mi hai invitato per un ballo. Già, abbiamo ballato, forse un valzer, non ricordo. Poi siamo usciti all’aperto, faceva freddo ed ero vestita leggera, tu mi hai coperto le spalle, mi invitata nella tua auto. Abbiamo fatto qualche metro. Segreti e clandestini, intimi e privati, dentro la tua auto con i vetri appannati immersa tra gli arbusti di un noceto lì vicino. Tutto lì dentro era intimo, un gesto, un sorriso, il fumo della sigaretta, il sedile ribaltato, le tue parole vellutate, il mio desiderio per nulla nascosto. La tua sorpresa, il mio abbandono. Abbiamo fatto l’amore… Tu l’hai fatto con me, io con le tue parole. Mai m’era successo d’abbandonarmi la prima volta. Poi siamo tornati, nessuno s’era accorto della nostra assenza e Daria era tranquillamente assorta in una conversazione con un nostro ex compagno di scuola.
Poi più niente e da allora sono qui che aspetto. Uno squillo, una visita. Più volte ho pensato a quale servizio da the avrei usato, quale tovaglietta, quale ricamo. Più volte ho legato i capelli ed altrettante li ho sciolti nel dubbio perenne di non essere mai bella, di non piacerti. Perché tu sei l’attesa, sei tutto ciò che avviene dentro un’attesa, sei i panni stesi ad asciugare, il ticchettio della sveglia quando non dormo, l’odore del pane nei giorni di festa. Tu sei questa vestaglia nuova con i glicini lilla, se per caso non m’avvertissi, se per caso bussassi alla porta. Dio che sbadata, non ti ho detto di Sara, è un pastore tedesco di taglia grande, mette paura, ma ti giuro non morde. Non scappare, vuole solo annusarti. Anche lei aspetta da sempre il suo maschio, accomunate dallo stesso destino.
Tu sei l’attesa, dicevo, quella che dipinge a colori i miei bianchi e i miei neri, quella che fa d’un raggio di sole l’estate già qui. Tu non hai un corpo ma giorni, tu non sei di carne, ma sei fatto di tempo ed il tempo esiste quando cambia stagione, quando cadono le foglie o gemma il mio pesco, quando si gelano i tubi, quando la notte mi sorprende dentro questa casa mia. Non ci sono altre case vicine, non c’è anima viva nei dintorni, solo cani a branchi e padroni di tutte le notti che calano presto, di tutte le albe ancora distanti.
Ed allora come fai ad essere tu che bussi a questa finestra? Come possono essere le tue dita perfette a fare questo rumore? Sai me le ricordo benissimo, quel tatto prima leggero e poi sempre più potente fino a scavarmi solchi, perché tu eri l’aratro ed io la tua terra.

Bussano ancora, ma queste non sono mani di uomo, di chi, a quest’ora, pretende ad ogni costo d’entrare, di chi mi vorrebbe come ora io sono, seduta e spogliata da questo immenso desiderio di averti vicino. Non aspetto nessuno e l’angoscia mi sale fino a girare con la mente tutti i muri di casa ed rassicurarmi che tutte le finestre siano chiuse e serrate da dentro!
Davvero vuoi che i miei seni siano liberi? Davvero lo pretendi? Il mio essere non è nulla senza le tue parole, senza i tuoi libri adagiati sul mio letto, il mio respiro si fermerebbe di colpo se dovesse mancare la corrente come a volte succede, perché il buio mi fa più sola ed una luce lontana mi fa sentire quanto tu sia distante.
Ma il rumore non finisce, sono raffiche di vento che non portano niente di buono, sarà un temporale che s’ingrossa strada facendo, come queste tette che si gonfiano ad ogni parola che leggo, che dico sottovoce. E’ il ricordo di quella sera che mi fa complice e devota e mi scarna i pensieri fino a ridurli a desiderio scomposto, e scardinano il cardine di questa mia porta. E’ bella sai non l’ho coperta di nulla, è pronta se per caso venissi, disponibile e fiera d’essere culla, ed ogni verso la nutre, ogni dito la rende, femmina calda pronta al bisogno.

Sei tu angelo mio che mi obblighi, nessun altro finora era riuscito a farmi sentire così importante e cosi niente, così vuota di fronte a questo incedere di pause e punti, di istinti che si fanno vortice e gorgo, si fanno risucchio dove abbandono questo corpo che si deforma e si modella ad ogni piacere che sale.
Se penso che è stata solo una notte, anzi che dico, un’ora, mezz’ora. Perché tu sei andato via di fretta, il bambino, la febbre, ricordi? Come hai fatto ad entrarmi di dentro ed appropriarti del mio orgoglio senza ferirmi, a far sì che ora io non possa non seguire la tua ombra, perché di quello si tratta. Alle volte penso d’averti deluso. Fammelo sapere in qualche modo, urlami che nessun’altra donna t’ha mai meritato, gridami fino a farmi sentire più sveglia, che domani non abbia il minimo dubbio d’averti incontrato soltanto nel sogno.
Sono pazza vero? Ti amo amore mio! Sono sicura che con il tuo silenzio tu mi voglia comunicare dell’altro. Il tuo ricatto è uno slancio d’amore, le tue pretese un tatuaggio sul viso, un giuramento solenne di sangue, perché mai t’approprieresti d’altra anima. Promettimelo tesoro! Altrimenti perché staresti ancora qui nella mia casa, nella mia testa e come ora nel mio letto? A pretendermi senza che abbia diritto d’oppormi. Non ti basto nuda amore mio? Non sono sufficienti al tuo amore queste gambe smodate che involontariamente si schiudono? Questi seni attirati da un fluido di sole parole, che pendono senza che uno sguardo, un vapore, li faccia stare più dritti!

Vuoi davvero farmi ancora tua? Come fai a convincermi che questo crepitio sulla finestra non sono foglie, ma sono i tuoi pugni netti e precisi. Certo che mi sono tolta ogni cosa, che non sprecheresti il tuo tempo prezioso a spogliarmi. M’adagio sul cuscino e scrivo AMORE con i miei capezzoli, ti chiedo umilmente se m’ami con la stessa forza come lo scrivi.
Sono bella vero? Sono davvero la donna dei tuoi racconti? Con le tette grandi come montagne, incavate come abissi dove ci perderesti per sempre equilibrio e ragione? Scusa, scusami se in qualche cunicolo del mio cervello c’è ancora qualche falla che s’apre, dove animali notturni ci sguazzano e mi corrodono ogni ragionevolezza, perché se t’amassi veramente non avrebbe senso e logica questo smarrimento, quest’insicurezza che sale involontaria senza controllo.
Vuoi che vada alla finestra e mi mostri? Perché nel tuo racconto lei lo sta facendo! Vuoi che un occhio per caso misuri quanta voragine c’è nel mio cuore? Fino a che punto sono disposta a sfidare il mio meschino amor proprio, fino a che punto potresti indurmi e cancellarmi quel poco di dignità che ancora m’è rimasta. E se fuori ci fosse davvero qualcuno? Nel tuo racconto non c’è scritto, non è importante vero?

Le tue parole scorrono maiuscole, le ordini d’aprire, d’accogliere la fantasia vivente che un dio le sta facendo dono, che il destino ha voluto per dimostrarti che t’ama. Mio amore infinito qui c’è temporale! Come nel tuo racconto i tuoni mi strappano fuori dal gioco e m’avvolgono in un brivido di vera paura. Lei resiste e tu t’arrabbi, minacci di sparire perché sta bestemmiando, perché per te non è un gioco e questo è l’unico amore che conosci. Ma sai, hai ragione, qualunque persona che ora stia bussando non può che avere i tuoi occhi, non può che avere le tue labbra che non manchi ogni volta di dire carnose. Ogni volta che lei tenta di baciarti, ogni volta che io di notte mi distendo dentro il tuo sogno. Le dici di stare tranquilla perché chiunque sia l’amerebbe come l’ami, le farebbe assaporare quei baci che ora le neghi. Le dici che non ha confini, che è la donna del mondo, pronta ad accogliere il vento e la pioggia, qualsiasi natura che a forma di maschio la fa femmina e tana, nido ed alcova d’ogni essere e cosa. E tu sei ovunque perché la tua anima non ha spazio e non ha tempo. Non può non obbedirti! Eccola, femmina grondante si guarda allo specchio, come potrebbe opporre le sue ragioni alla passione che incede, alla tua anima gonfia, ai tuoi occhi che emanano luce e speranza sopra di lei che tenti invano d’illuminare, che non crede in Dio perché mai ha conosciuto l’amore!

Leggo la data del racconto, l’hai scritto prima che ci incontrassimo, lo sapevi vero? Leggo come la descrivi, sono io vero? I capelli castani sopra le spalle, quella piccola voglia sotto l’orecchio sinistro. Ma come facevi a saperlo che nel mondo c’era una Musa che dai piedi ai capelli l’avresti stregata, convinta che non esiste altro amore come ora lo sento, anzi non esiste amore senza sentirmi più persa di tutti gli uomini banali che ho incontrato finora, che credevano che il sesso fosse solo tra le mie gambe.
Sento ancora rumori, qualcuno bussa, non possono essere foglie, troppo nitidi e regolari. Vorrei leggerti ancora, ma sono distratta, quei rumori mi entrano nel cervello. Passano ancora minuti, sento rumori alla finestra, alla porta, lungo il muro dietro la casa. Ed io sono qui nuda, nuda per te, aperta al mondo, per essere lo sfogo d’ogni tuo desiderio. Eccoti, ora riesco ad andare avanti, leggo qualche riga, sì sì amore mio, mi alzo, ma tu non lasciarmi sola, ti prego, resta qui con me.

Il fiato sale, m’ingrossa il petto e la gola, non ho nulla in dosso. Ho paura, ma devo resistere. Come nel tuo racconto tolgo il chiavistello, le quattro mandate della serratura. Dallo spioncino non si vede nulla. I rumori sono sempre più forti, assordanti. Bussano ancora, sarà grandine e pioggia, saranno rami secchi che sbattono fitti, sarai tu che reclami il mio corpo… Sono pazza pazza pazza…. Apro!







Seta

Accarezzami dove fioriscono i capelli, sopra le macerie fumanti dei miei sudori. Fammi distinguere il verso d’una passera che cova, lo stesso che negli anni non sono riuscita a sentire.
Non dire nulla, ti prego, che non sappia d’amore, ascolta il silenzio di questa trama di seta, di questa foglia di vite che danza, che cade e si posa sopra questo regalo. Ripeti il mio nome per sentirne il fruscio, l’onda di luce che mi fa femmina bella, il respiro del suono che denso galleggia sopra questa natura che t’offro e ti dono.

Chiamami, perché il paradiso non può essere altrove. Sono queste le mani che disegnano esatte il profilo dei fianchi, il ventre del sesso dove intingi le dita. Sanno di buono e ne gusti il sapore, sanno di me, di resina e polpa che cola dal tronco di un acero donna.

Fa che l’odore di terra mi salga dal cuore, che la pioggia che batte si faccia leggera e rimanga a brillare contro il sole al tramonto. Taci, non parlare. Qualsiasi parola, che non sia il mio nome, righerebbe il silenzio, come spine di rose sul mio seno proteso, che mi cerchi e ne fai sorgente in un orizzonte di sabbia e di dune.

Dissetati dentro questa natura. Ingozzati del mistero che mi fa regina ogni volta che scopro, che ti fa suddito a branchi come file mansuete di cani che aspettano il turno. Vorrei dare un nome ad ogni foglia che calpesto, impararlo a memoria, così come ad ogni passo un suono ed un rumore per ricordarlo domani e chiamarlo per nome.

Vorrei che questo corpo non avesse la pelle, così che tu possa sfamarti del sangue del cuore, di tutti gli uomini che hanno goduto prendendolo a calci, di tutti gli altri nei sogni che sparivano all’alba. Ti prego non chiedermi perché ora mi offro, se nei miei anni c’è un uomo con gli stessi tuoi occhi, se ora c’è una colpa che mi dà brividi forti e salgono fin dove fioriscono i capelli.

Guardami, come se m’avessi scovata dentro un guscio di noce, tra le spine dei rovi come more e lamponi. Accecati al rosso delle mie labbra perfette, abbagliati e pretendi rispetto per ogni goccia di sangue che s’addensa e s’aggruma, per ogni goccia di seme che mi sfama e disseta nei canali prosciugati dove non ristagna che melma.

Lascia che le mie gambe diventino foce di tutte le piogge che corrono al mare, di rami, di trote e bottiglie ormai mute che riparano gelose invocazioni d’amore. Ascolta il rumore di questo seno che dondola e selvaggio ti sfida ad esser fedele ad un’unica bocca, ad un’unica voglia che ti strizza i pensieri e te ne chiedi ragione, e mi fa remissiva, cedevole, incredula e nessun sentimento potrà mai darmi conforto.

Prendimi, prima che le tue mani esitino all’angoscia di non farmi godere, prima che il mio corpo ritorni esile e riprenda la forma. Prendi questa abbondanza, saziati gli anni di carestia e di stenti, perché ti giuro verranno e saranno più miseri di quelli passati. Prendimi, saprò di nulla e bugia se proprio vuoi che rimanga nel sogno, se proprio non vuoi che sia fatta di carne e dolori. Prendimi, sarò docile e mansueta come un cane abbandonato, eterea e fragile come una rosa in inverno, un bimbo racchiuso dentro la mano di un padre.

Se questo fosse il paradiso vorrei già essere morta, ma se per caso fosse l’inferno peccherei ogni volta per guadagnarmi questo oblio di spirito e carne. Ora le sento queste mani scellerate che continuano a toccarmi, a sfiorarmi come se conoscessero ogni istante che segue, come se alba e tramonto non avessero un giorno di mezzo e continuassero a girare in un vortice denso di brama e passione, di onde di seta. Mi fai sentire incompleta perché ti desidero, convinta che il mio corpo sia imperfetto, da ora, da oggi, da quando son nata, difettoso d’amore in ogni sua parte, che tocchi, che scavi, e ne cadenzi i respiri.

Ora ti sento! Impaziente come qualsiasi uomo, mi cerchi dove l’anima si scompone al piacere. Mi volti e mi rivolti per riempirmi di maschio in ogni dove natura m’ha fatto capiente. Incredula tremo e t’imploro di essere almeno reale, di chiamarmi per nome perché di null’altro ne ho ora bisogno.

Amore, infinito amore, dimmi che esisti, che queste mani non sono le mie, e il vapore che alita il ventre sono parole che non potrei mai ridire. Dimmi che ci sei, che sei ragione ed istinto, natura che torna come la neve a novembre, l’aprile che sboccia le rose, come l’estate che matura il suo grano prima che la falce non lo recida dal gambo.

Amore infinito amore, ascolta le onde di seta che t’offro, taci, non parlare! Se mi dicessi amore sarebbe pazzia, se mi dicessi che m’ami sarebbe un sogno soltanto. Taci, ti prego taci, perché se amore esiste, non ci sono parole dentro questo silenzio.



 







 






 
 
 



Il racconto è frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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