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RACCONTI

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Adamo Bencivenga
Passa il treno per Saidhà

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Passa il treno per Saidhà, tra gli aranci appena in fiore, passa lungo le rovine tra le mura saracene, arranca, annaspa e sparge fumo, nero nero di carbone, tra le olive di costiera e l’uva pronta per il mosto, di vino rosso vellutato, di bianco fresco frizzantino, e sale sale affanna e sbuffa nell’avamposto italiano, tra i drappi tricolori mossi da zaffate calde, di soffi d’Africo colloso, di libeccio magrebino, tra i reparti militari, tra berretti e baschi neri, armati tutto punto in nome di una pace strana, di soldati ancora in erba, inquadrati sotto il sole, d’ufficiali in carriera con le piume della festa, che salutano assiepati lungo l’unico binario, lungo l’unica fermata sopra i sassi del deserto.

Passa il treno per Saidhà il primo sabato del mese, carico d’agnelli vivi, graziati solo per il viaggio, perché la carne non si guasti e non prenda strani odori, per il caldo e per le mosche, per gli insetti e i parassiti, di questa landa sconfinata che costeggia il mare aperto, e cespugli, rovi e sterpi sotto gli alberi del pepe. Passa il treno per Saidhà carico di donne belle, di latte fresco e seni buoni pronti per qualunque uso, d’apprendiste e parrucchiere, di commesse ed estetiste, di giovani sartine belle tonde e provinciali, che sbarcano il lunario inventandosi il mestiere, ed arrotondano la paga sotto gli occhi di Najra, la più esperta di quel gruppo, la regina dello sciame, che ha il compito più arduo per palati sopraffini, d’ufficiali e comandanti nelle stanze al primo piano.

Passa il treno per Saidhà passa tra i cedri verdi, carico di trucchi freschi, di cappelli rosa antico, di fattura israeliana con un tocco d’occidente, e poi dorati dai maestri nei mercati di Sidone. Passa il treno arranca e sbuffa, passa il treno con la stoffa, di vestiti su misura, freschi gialli e variopinti, di chador di seta nera per un tocco di mistero, e tacchi alti coi lustrini per le notti inebrianti. Passa il treno per Saidhà, passa e lascia scie dense, d’odor di smalto alle more, di lamponi e di rossetti, e calze a rete e reggicalze, e fiocchi e creme per il vizio, e tulle d’organza per le gambe, belle snelle e dritte dritte, per riempire questa notte e nutrire mani e bocche.

Passa il treno per Saidhà, lento senza mai fermarsi, passa tra i pompelmi d’oro e i limoni tutto l’anno, lungo il solco dell’attacco, lungo i blocchi di frontiera, nelle altane del deserto e le garitte di lamiera, e passa senza esibire passaporti e documenti, ma solo a volte qualche grazia, e moine e ammiccamenti, e promesse al ritorno quando il gallo ancora dorme, quando l’alba si rischiara tra i cespugli secchi e grigi, e le guardie di frontiera hanno tempo e mani sgombre, in questo posto di conquista, in questa terra d’oltremare, nell’avamposto dove il cuore non sussulta per amore, ma per colpi dritti e secchi di cannone e di fucile, sparati all’ombra a tradimento dal fuoco nero israeliano, sebbene spesso in questa landa, non è facile capire, chi davvero sia il nemico, e per quale guerra si combatta, e per quale pace strana, si rischi a volte di morire.

Passa il treno per Saidhà, passano le donne belle, e Najra in prima fila si rispecchia e s’innamora, della treccia di capelli, del fermaglio a farfalla, della bocca rossa a cuore, della forma dei suoi fianchi, e l’ombretto grigio argento di una marca di Parigi, che ricorda un chiaroscuro di un pittore surrealista. Si ferma il treno a Saidhà, s’arresta secco e poi ripiega, in una nuvola di fumo, in un rumore di ferraglia, e in un frusciar di nastri e sete e lei scende come stella, con l’ombrello bianco e giallo, con la gonna a fiori rosa, con gli occhiali scuri scuri grandi quanto il suo bel viso, e sorride per il gusto di sentirsi prima donna, una star americana che regala e manda baci, acclamata dai cappelli di stellette graduate, che prenotano la notte o il primo turno per due ore, che prenotano la parte oppure la figura intera.

Perché Najra è la più bella destinata agli ufficiali, capelli biondi e libanesi, occhi arabi e cristiani, perché Najra ha il seno grande, quanto un circo a Natale, come pesca e come riffa nella festa di paese, nella corsa con i sacchi e lo zucchero filato, tra gli acrobati e i nani e i pagliacci colorati. Perché Najra mira in alto e punta al centro d’ogni cuore, con la gonna inconsistente che traspare forme e pizzi, intravisti in controluce con l’aiuto del mestiere, con l’aiuto di un bagliore che confonde con il sole, mentre annota nomi e turni nel taccuino dell’amore, e con cura segna e scrive i servizi e le mansioni, sul piazzale in caserma, tra i cannoni ed i fucili, mentre dondola e cammina tra le ali della folla, che impaziente come un toro fuggito dall’arena, la reclama e la pretende, poi la scruta e la setaccia, e di quel corpo bello bello già ne ha fatto lotteria.

Perché arriva poi la sera e la luna si rischiara, tra il cielo nero nero e la polvere da sparo, e nelle stanze in penombra, lei canta, bacia e geme, lei apre le sue grazie al primo che le giura amore, al secondo taciturno, che la vuole respirare, al terzo che promette, al quarto che la vuol sposare, quando adagia con mestiere l’armonia dei suoi pizzi, sopra i letti e le spalliere, sulla coda della luna. E sono baci e carezze contro i muri e le persiane, e sono colpi d’astinenza, netti, maschi e disperati, perché Najra pensa ad Isha la sua amica di Belluno, sposata ad un soldato, bello, alto ed italiano, perché Najra su quei letti sta sognando ad occhi aperti, una casa con balcone sopra il traffico del centro, una strada con l’asfalto e negozi, luci e specchi.

Perché passa il treno per Saidhà, passa carico di sogni, passa accanto e poi la chiama, e lei sa che è la più bella, la prima scelta del mercato, la prima voglia della sera, e sa che poi non manca tanto e presto arriverà il suo turno, ed ora deve aspettare, disponibile e paziente, obbediente a quelle voglie, brusche, burbere e scortesi. E sono sfoghi ed altri turni, stipati dentro quella notte, e sono suppliche e preghiere ad un Dio più tollerante, fantasticando al suo futuro, lontano miglia da quei posti, da quelle ruvide carezze in nome di una madrepatria, che lei ancora non conosce, ma sa dire ciao e ti amo, ma sa dire anche altro quando riempiono il suo cuore, facendo finta di godere, facendo finta d’arrossire, perché non si sa mai e la notte è ancora lunga, e se poi non fosse oggi ci sarà un’altra volta, un altro treno per Saidhà, tra gli aranci appena in fiore, carico di donne belle, di latte fresco e seni buoni, carico di sorte buona con la faccia di soldato, che passa lungo le rovine come fosse un destino, e sale sale affanna e sbuffa, arranca lento e sparge fumo, nero nero di carbone, bianco latte come in sogno, a volte rosso nel tramonto, a volte viola per i trucchi, tra le olive di costiera e l’uva pronta per il mosto.

Passa il treno per Saidhà carico di altri ombrelli, e tette e trucchi e veli rosa, ed altri tipi di rossetti, perché è passato un po’ di tempo e la carne serve fresca, per via del grande caldo e mosche enormi e parassiti, perché Najra ora passeggia sul lungomare libanese, accanto a suo marito e suo figlio in carrozzina, e riconosce da lontano lo sbuffo nero di carbone, come un soffio ed un sospiro, una ventata di rimpianto, ma lei sorride e guarda oltre col suo foulard a fiori grigio, che in parte copre e scopre i suoi capelli biondi tinti, lei sa dove è diretto e cosa accade questa sera, nelle stanze al primo piano, nell’altane arroventate, come in quella notte tra promesse e giuramenti, quando si è lasciata andare nel chiarore di quell’alba, e lui diceva amore e cuore e la baciava sulla bocca, e lei pensava a quella casa dalle parti di Belluno.

Poi si sa che quella luna promette e a volte non mantiene, poi si sa che è solo un sogno tra i pompelmi e l'olio nuovo, poi si sa che passa il treno e passa senza far fermate, e lei stringe il suo bambino e guarda suo marito, lo vede fiero d’esser padre, orgoglioso del suo Antonio, e Najra ride, lo guarda e lo accarezza, gli dice in arabo ti amo, con un velo di tristezza, con un soffio di rimpianto, mentre pensa al suo segreto stipato in fondo ai suoi ricordi, poi si desta e lo riabbraccia, e gli regala un bacio denso, perché lui mai dovrà sapere come è strana la natura, che ha fatto nascere quel fiore, bello bianco e settimino, perché lui mai dovrà sapere per quale tipo di ragione, quel bimbo così bello, porta un nome così strano, perché quel bimbo chiaro e biondo porta un nome italiano.
 







FINE
 






 
 
 



Il racconto è frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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