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RACCONTI

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Adamo Bencivenga
LO SCRITTORE DI SLOGAN




 

 

Scarlett Marriott Kensy si presentò puntualissima all’appuntamento, era a dir poco affascinante. Indossava un vestito lungo da sera con una scollatura importante aggraziata da un filo sobrio di perle a grani di riso. Una stola di volpe rossa copriva con disinvoltura le sue spalle velate da una leggera abbronzatura. Quarantadue anni ben portati regalò un sorriso generoso al suo accompagnatore in attesa.

Sean Jr. Goldhouse dal suo canto aveva preferito il classico tight grigio antracite e un paio di pantaloni cheviot di lana grigia lievemente gessata. Il mocassino nero lucido di puro vitello italiano ed un bocciolo di gardenia fuori stagione erano perfettamente il linea con la serata. L’occasione era la rappresentazione di William Shakespeare “I due gentiluomini di Verona” al Globe Theatre.

Sean, nonostante considerasse l’opera una delle meno riuscite del drammaturgo inglese, aveva accettato volentieri l’invito di Miss Scarlett. Purtroppo i posti in teatro, prenotati da mesi, erano piuttosto laterali e a giudizio di Sean la voce dell’attrice protagonista risultava fortemente afona.
Alla fine del primo atto si lasciò andare a commenti poco lusinghieri. Scarlett non era affatto d’accordo, adorava quel classico triangolo amoroso raccontato in chiave comica da quella giovane compagnia teatrale. Entrambi comunque risero di cuore alla battuta di Giulia, la quale in un momento di insofferenza disse al suo spasimante: “I vostri difetti superano di gran lunga il numero dei vostri capelli!”
Scarlett apprezzò molto quel sorriso di Sean notando un sottile filo di autoironia, del resto il suo accompagnatore, per usare un eufemismo, non aveva certamente una capigliatura folta.

All’uscita del teatro Scarlett si sentiva in ottima forma, forse per il clima insolitamente mite, forse per l’apparente lieto fine della storia vista, propose a Sean di non finire lì la serata. La frase fu molto sibillina e poteva dare adito a svariate interpretazioni. Sean optò per la meno impegnativa, vale a dire una lunga passeggiata lungo la riva destra del Tamigi chiedendosi a più riprese se Scarlett intendesse altro. Sottobraccio percorsero i sentieri di ghiaia e nebbia illuminati da una fioca luce gialla fermandosi qua e là per brevissime soste e ammirando il lungo corso d’acqua.

In una di queste soste Scarlett si appoggiò al muretto che faceva da argine e poi con un agile saltello si mise seduta. Sean ascoltò il silenzio nella sua anima, caldo e pieno, a dir poco piacevole! Scarlett sibilò sottovoce: “Where have all the flowers gone…” Sean proseguì: “Long time passing…” Poi insieme: “Where have all the flowers gone, Long time ago…”. Lui, commosso dal quel canto armonioso osò, sfiorandole dapprima il fianco e poi cingendola leggermente, cercando nel contempo di incrociare il suo sguardo in cerca di conferme. Era in assoluto la prima volta che Sean si spingeva fino a quel punto.
Scarlett non ebbe alcuna reazione. Oramai era in quella condizione in cui la donna deve solo attendere il passo deciso dell’uomo senza più agevolarlo. Sean avrebbe voluto un piccolo aiuto, ma in quell’atmosfera notturna londinese non venne.

Si conoscevano da circa venti anni, lavoravano entrambi ai Grandi Magazzini Selfridges in Oxford Street. Sean, dopo anni di onorata carriera, era il responsabile del reparto Men’s Clothing e si occupava principalmente dei grandi brand tipo: Givenchy, Ralph Lauren, e Pigalle. In quella struttura maestosa che esternamente ricordava la Grecia ionica, Scarlett, dopo un breve periodo nel reparto oggettistica ora si occupava di Make-up e Beauty Gifts nel reparto Fragrance.
Tra loro correva una solidale simpatia e nonostante non fossero entrambi sposati nessuno dei due nei vari anni aveva superato il limite di una affettuosa amicizia. Il più delle volte si raccontavano le loro noie e insoddisfazioni davanti ad una tazza di thè e gustosissimi pasticcini al burro con gocce di cioccolato amaro al secondo piano di The Duke Of York, un antichissimo Pub dalle atmosfere della Swingin' London degli anni '60.

Per la verità le intenzioni di Sean sarebbero state ben altre, stanco di vivere da solo e alla sua età, avrebbe gradevolmente spartito la propria vita con Miss Scarlett, ma finora aveva preferito non rilevare i propri sentimenti. Nel timore di rompere quel filo di sintonia affettuosa, considerava la sua collega una persona troppo riservata dedita al lavoro e alla sua famiglia. Del resto lei aveva perso suo padre in età adolescenziale e dalle sue apprensioni non era arduo cogliere un attaccamento insolitamente morboso per la madre ottantenne e la sorella più giovane. A suo parere qualsiasi variazione sul tema sarebbe stata in quel momento alquanto inopportuna. Di fede cattolica ultimamente si era molto avvicinata alla chiesa partecipando a varie iniziative di solidarietà a sfondo umanitario. L’ultima domenica del mese solitamente dava una mano nella mensa caritatevole di Westminster e al mercatino della Child Poverty Action per raccogliere fondi a favore di bambini bisognosi.

Ci fu in quell’attimo, lungo la passeggiata sul Tamigi, l’occasione per verificare fino a che punto si spingeva quella rigida riservatezza e quella granitica integrità morale, ma Sean non osò oltre e a Scarlett non rimase che prendere un taxi alla prima stazione. Come ogni giorno si sarebbero rivisti la mattina seguente.
Nel fine settimana lei sarebbe partita per Birmingham, sua sorella Bridget era in attesa del secondo figlio.

*****

Come ogni venerdì Sean si alzò molto presto. Era l’ultimo giorno di lavoro della settimana. Dall’alto della sua onorata carriera era riuscito negli anni a conquistare il turno di riposo al sabato. Privilegio concesso ad una ristretta cerchia di dipendenti anziani nella quale era compresa anche Miss Scarlett. Il venerdì avvertiva spesso un filo di ansia, del resto era il giorno dei clienti più facoltosi e degli amanti delle marche più esclusive, i quali da tradizione secolare non facevano mai shopping di sabato, dedicando quest’ultimo ad attività sicuramente più ludiche o quanto meno ricreative.

Sean andava fiero di essere un dipendente dei magazzini Selfridges che dal 1909, nonostante la concorrenza spietata di Harrods e Liberty, erano i più amati di tutta Londra. Secondo Scarlett perché contenevano tutto ciò che una persona potesse desiderare e soprattutto per le sue curatissime ed eleganti vetrine. Per Sean il motivo del successo era da ricercare sulla visibilità dei prodotti venduti mediante un'azione costante di marketing e l'attenzione rivolta al cliente: fu una novità ad esempio quella di mettere gli abiti esposti, alla portata di tutti coloro che volessero provarli.

Fuori pioveva a dirotto e BBC-MeteoNews non prevedeva nulla di buono, ma durante il tragitto verso Oxford Street portò dentro il suo cuore uno splendido sole mai visto in tutto il Regno Unito.
All’altezza di Cavendish Square si lasciò andare a considerazioni più che lusinghiere riguardo al suo futuro. Sentiva un particolare affetto per Miss Scarlett e molto presto le avrebbe dichiarato i suoi sentimenti e le sue intenzioni riguardo il loro rapporto. Ogni giorno pensava che fosse il giorno giusto o quanto meno quello che avrebbe superato i limiti di quell’amicizia sconfinando nel desiderio inconfessato di una bellissima storia d’amore. Chiedeva a se stesso ancora un po’ di tempo, soprattutto per organizzare il proprio futuro ed esporlo nel migliore dei modi a Miss Scarlett. Del resto le sue solidità economiche erano sicuramente un ottimo biglietto da visita e un buon viatico per la reciproca sicurezza. Possedeva un terreno edificabile di novemila ettari nel Leicester e una casa a Chelmsford nell'Essex a pochi chilometri da Londra oltre ad una discreta somma investita in titoli di borsa. Senza contare alcuni possedimenti ricevuti in eredità da sua zia Matilde, sorella di sua madre, momentaneamente congelati a causa di una impugnazione testamentale da parte di suoi cugini alla lontana.

Ad ogni passo verso i Grandi Magazzini Selfridges ne era sempre più convinto: dopo la serata a teatro la prossima mossa sarebbe stata un invito a cena. Già immaginava un ristorante intimo, un tavolo appartato e Miss Scarlett illuminata in tutto il suo splendore da una candela alla vaniglia. Nel bel mezzo di un caldo antipasto italiano di ostriche e calamari avrebbe parlato di sé, della sua vita e le sue aspirazioni snocciolando molto lentamente il suo vero proposito. A quel punto Scarlett l’avrebbe guardato spalancando i suoi occhioni verde bosco e tra l’estasiato e il sorpreso avrebbe appoggiato il dorso della mano sulla tovaglia rosa cipria, l’avrebbe lasciata aperta in attesa della sua. Beh sì, stava decisamente sognando ad occhi aperti quando Jacques Lithstone lo salutò con un sorriso a trentadue denti più smagliante del solito. Jacques era un giovane rampante e vice responsabile del reparto Jewellery e il suo Fulham nell’anticipo giocato la sera precedente aveva strapazzato per cinque a uno il Crystal Palace, diretto concorrente per non retrocedere dalla Premiere League.

Arrivato al quarto piano nel reparto Men’s Clothing il ragioniere Goldhouse diede immediatamente istruzioni per la vendita straordinaria di bombette da cerimonia Stetson. Si occupò personalmente della scelta dei vestiti dei quattro manichini disposti in posizione strategica alla destra degli ascensori.
Circa dieci minuti dopo lo raggiunse Miss Scarlett, il suo reparto era al piano terra, ma ogni mattina non mancava di salire fino al quarto per un breve saluto. Sean, come non mai, rimase affascinato da quella presenza solare e soprattutto da quel cappellino da giorno, bianco e pervinca chiaro, abbinato ad un discreto fiocco viola, davvero originale, che riprendeva in parte il velluto dei polsini del tailleur.
“Buongiorno Miss Scarlett.” Ebbene sì, nonostante si conoscessero da molto tempo si davano ancora del lei.
“Buongiorno Sean.” Augurò Scarlett pensando che neppure la passeggiata lungo il Tamigi e le sue allusioni avevano in qualche modo smosso Sean.
Naturalmente Scarlett ignorava il tumulto nel cuore di Sean. Ignorava quante volte lui fosse stato sul punto di precipitare poi, demordendo dal proposito, di chiederle il permesso di usare un tono più confidenziale. Chiudeva ogni volta il vortice dei suoi pensieri rimandando a successive occasioni la richiesta.

Lei, sollecitata amorevolmente da Sean, si tolse il soprabito e il cappello adagiandoli sul salottino riservato ai clienti, poi senza parlare passò in rassegna i manichini perfettamente allineati lungo la parete.
Mancavano ancora dieci minuti all’apertura e i loro colleghi facevano ressa davanti al bancone del bar interno. Rimasti soli e dentro quella culla di silenzio Sean adagiò la sua mano sulla spalla di Scarlett, in realtà voleva solo guidarla verso il reparto di guanti per farle ammirare i nuovi arrivi di pelle nera firmati Gucci. Dopo appena due passi Scarlett sbiancò in viso ed ebbe una specie di turbamento. Credeva davvero che fosse giunto il momento tanto desiderato! Sean con una prontezza insolita la sorresse immediatamente e lei si lasciò cadere pesantemente sul divano. Il mancamento durò una manciata di secondi, forse meno, giusto il tempo per lasciare Sean dentro un mare di domande.
“Sean non si preoccupi, ora va molto meglio, è stato un banale malessere.”
In piedi accanto al divano, Sean la pregò di rimanere ancora un istante seduta, ma la signorina si alzò di scatto e gli fece i complimenti per la disposizione dei manichini. Sembrava davvero in ottima forma, come se nulla fosse accaduto. Subito dopo prese a parlare degli impegni della giornata e in particolare degli sconti su tutta la merce del reparto cosmesi esclusi lucidalabbra, line liner e rossetti.

*****

Alle 17 in punto Sean le mandò un biglietto profumato alla nocciola tramite posta interna. Si trattava del solito appuntamento di fronte alle vetrine di H&M e lontano da occhi indiscreti. Come tutti i venerdì avrebbero fatto una lunga passeggiata lungo la Regent Street fino a Piccadilly Cricus e piacevolmente avrebbero ammirato le vetrine luminose e parlato del loro fine settimana.

Durante quel percorso Sean si lasciò andare a disquisizioni sulle difficoltà dell’uomo del XXI secolo ad adattarsi al nuovo ruolo della donna. Addirittura si lasciò andare ad una citazione a memoria di Joseph Conrad: “Essere donna è un compito terribilmente difficile, visto che consiste principalmente nell'avere a che fare con uomini.” Scarlett annuì ammirando gli sforzi intellettuali del suo interlocutore, ma in realtà l’argomento non le destava alcun interesse. Non essendo sposata e non avendo alcuna convivenza si sentiva indipendente e i rapporti con il genere maschile non erano mai stati un problema.
Giunti a Leicester Square presero il metrò direzione King’s Cross. Durante il viaggio Scarlett disse:
“Lei è a conoscenza del binario 9¾?”
“Binario 9¾… Prego?”
Sean rimase interdetto e non seppe dire altro. Scarlett rise.
“Non si preoccupi Sean ancora non sono diventata pazza! Si tratta della saga di Harry Potter. Lei ha mai letto qualcosa del maghetto?”
Naturalmente Sean non aveva mai letto nulla del giovane mago.
“Non ho avuto occasione…” Disse con la speranza di non aver deluso le aspettative della sua gentile compagna.
“Allora le spiego. Nella saga letteraria di Harry Potter la stazione di King's Cross assume un ruolo chiave: costituisce il punto di partenza e di arrivo di tutte le storie descritte nei primi sei libri della serie. Il binario segreto è posto tra il 9 e il 10 e vi si accede oltrepassando una barriera di mattoni permeabile ai maghi solo quando sta per partire o arrivare l'Hogwarts Express, il treno a vapore diretto alla scuola di magia.”
Sean rimase praticamente senza parole, mai avrebbe immaginato che Miss Scarlett fosse così ferrata in una simile effimera materia.
“È un mondo affascinante!” Disse pur non essendo convinto.
“Mister Goldhouse, so che certa narrativa è molto distante dalle sue letture… e la prego di non lasciarsi andare a convenevoli fuori posto altrimenti a Natale rischia di ricevere l’intera saga del maghetto in un cofanetto regalo DVD!”
Risero entrambi.

All’uscita della stazione si fermarono ad ascoltare le note armoniose di un violinista slavo.
“Adoro Tchaikovsky.” Disse Sean. “E in particolare “Il valzer dei fiocchi di neve…”
Scarlett rimase per un attimo basita. Ascoltò ancora qualche pizzicata di quel violino poi esclamò: “Mi spiace contraddirla, ma secondo me si tratta del Valzer dei fiori.”
Si guardarono negli occhi e di nuovo risero entrambi…
L’atmosfera che seguì diede a Sean la forza giusta per un invito a bere un thè nel suo appartamento. Scarlett guardò l’ora ma in cuor suo aveva già deciso.

*****

Nel piccolo cucinino della sua casa spartana, Sean preparò con non poche difficoltà un thè all’anice e menta scusandosi per la mancanza di dolcetti. Seduti in salotto lui pensò nuovamente alla dichiarazione o quanto meno se quella fosse stata l’occasione adatta, ma la sua mente non era ancora pronta, per cui decise di rimandare.
Sul tavolino dorato di ottone e vetro spiccava una edizione di lusso di “The hound of the Baskervilles” di Arthur Conan Doyle.
Scarlett si lasciò andare a commenti lusinghieri sullo scrittore scozzese.
Poi riprese: “Prima, mentre le parlavo di Harry Potter, ho percepito che lo stile fantasy sia molto distante dai suoi gusti.”
Sean rispose con un laconico: “Preferisco il vecchio e sempre attuale Sherlock Holmes.”
“A proposito del famoso detective lei sa che Doyle lo aveva fatto morire nel 1893 nel racconto “L’ultima avventura” e successivamente, cedendo alle pressanti richieste da parte dei lettori e dell'editore, lo resuscitò con questo romanzo?”
Sean non lo sapeva e rimase interdetto dalla cultura di Miss Kensy.
“Come vede anche in Doyle c’è un pizzico di fantasy…”

Oramai erano al dunque, negli istanti che seguirono Scarlett rimase in silenzio, lasciando al suo amico tutto il terreno fertile per l’agognato approccio. Il tentativo di Sean fu a dir poco penoso. Con la scusa di offrirle un’altra tazza di thè all’anice prese posto accanto a lei sul divano, ma poi, dopo averle chiesto per due volte come si sentisse in quel momento, s’informò timidamente come avrebbe passato la giornata di sabato.
Scarlett a quel punto, con evidente insofferenza, parlò di sua sorella e della difficile gravidanza. Il tempo era scaduto da due settimane, ma il piccolo Jimmy non voleva decidersi a nascere. Era decisamente in apprensione. Sarebbe partita per Birmingham la mattina seguente molto presto.
Sean dal canto suo a domanda specifica apparve molto reticente dichiarando che non aveva alcun impegno e avrebbe trascorso la serata in tranquillità in compagnia delle sue letture preferite. In realtà, come ogni sabato sera, sarebbe andato al Cotton Strip Club. Avrebbe assistito a due ore di cabaret spinto da parte di comici improvvisati e spogliarelli amatoriali di avvenenti casalinghe non professioniste. Circa la domenica invece non ebbe bisogno di mentire. L’avrebbe passata, immerso nel verde del Kew Ganden, ad ammirare la meravigliosa flora nel più famoso orto botanico di tutta la Gran Bretagna.

Alle sette in punto Miss Kensy guardò di nuovo l’orologio. Anche se Sean, in quel preciso momento, preso da una punta di vera pazzia, le avesse fatto delle avances non ci sarebbe stato più tempo. Tuttavia, nonostante fosse ormai tardi, decise di concedergli ancora dieci minuti. Visto il penoso tentativo di poco prima, sprigionò nel mentre tutte le armi della sua femminilità, cercando di far capire al suo impacciato interlocutore che a quel punto le parole sarebbero state davvero inutili. Forse un bacio sarebbe stato chiedere troppo per cui si immaginò un delicatissimo sfioramento di labbra, a meno che Sean non si fosse spinto fino ad accarezzarle i capelli...
“Sean ti prego, ora o mai più!” Scandì mentalmente la frase accavallando le gambe. In attesa della reazione di Sean e nella speranza di smuovere l’impacciato compagno dondolò il tacco, sicuramente troppo alto e sottile per una donna così riservata.
Ma non fu così e le sue aspettative risultarono vane. Sean estasiato da tutto quel silenzio rimase assente e sicuramente sordo a quel richiamo. Chissà perché in quell’istante gli venne in mente Paula Regent, l’unico amore della sua vita, morta a ventisei anni, tre giorni prima del matrimonio, in un incidente stradale in terra tedesca nei pressi di Dresda. Sean dopo quel tragico avvenimento non si impegnò più sentimentalmente. Ogni 21 del mese alle otto in punto, esattamente l’ora della morte, si recava a Kensal Green per porgere sulla sua tomba cinque rose gialle, una per ogni lettera del suo nome.

Accennò il fatto alla sua collega e fu proprio in quel momento che Miss Scarlett considerò il comportamento di lui un vero e proprio affronto. Trascorsa anche la proroga di quei vani dieci minuti, si alzò da quel divano con aria decisamente spazientita.
“Sean mi spiace enormemente, ma devo propria andare. Domani mi aspetta una giornata intensa…” Così dicendo prese la borsa, il soprabito ed il cappello.
Sean ancora seduto cercò di balbettare qualcosa: “La prego, rimanga ancora qualche minuto.”
Il volto di Scarlett era a dir poco infastidito:
“Non credo sia il caso, mi perdoni, preferisco andare immediatamente a casa.”
Poi attese che il padrone di casa le facesse strada ed a passi decisi lo seguì lungo il corridoio. Sulla porta salutò Sean molto freddamente.
Lui, svegliato dal suo torpore, non disse nulla e a malapena gli uscì un mezzo saluto senza la minima espressione facciale.

******

Rimasto solo, analizzò l’atteggiamento della collega: “Vai a capire le donne!” Ripeté più volte scuotendo la testa e cercando una vera e propria ragione a tutto questo ed esaltando il suo spiccato senso di correttezza.
Ripercorse mentalmente la passeggiata sul Tamigi. Ne dedusse che era stato senz’altro un bene non essere andati oltre la formalità del loro rapporto, marcando le loro oggettive differenze caratteriali. Poi gli vennero in mente i flash di quel mancamento e i repentini cambiamenti d’umore.
Scosse di nuovo la testa, proponendosi un chiarimento alla prossima occasione. Chiuse la parentesi con la certezza che Miss Scarlett fosse di sicuro affetta da qualche forma seppur leggere d’ansia.
Ora davvero poteva iniziare a dedicarsi alla sua arte. Non era un vero e proprio secondo lavoro, ma di certo prendeva un piccolo compenso, naturalmente in nero.

Nella penombra del suo studio, dapprima sfornò quattro cinque slogan grezzi di lunghezze diverse: “Victoria, Concordia, Crescit.” “Proud to be a Gunner!” E poi: “History, Class, Tradition. Pride of London” e nell’apoteosi di un estro totale le venne in mente: “You’ll never walk Alone.” Dopo circa un’ora di lavoro fu soddisfatto della propria creatività.
Trascrisse gli slogan su una email che spedì alla TT.SHirt & Co. Una piccola azienda di Liverpool che commerciava prevalentemente nei mercatini rionali magliette di cotone sportive, sulle quali spiccavano a caratteri cubitali gli slogan inventati da Sean.

Guardò l’orologio, si era fatto molto tardi. Uscì di casa camminando spedito, direzione metrò. Alle 8,30 aveva un appuntamento all’Highbury per l’allenamento serale dei Cannonieri. Sin da ragazzo dedicava il Venerdì sera a questo svago molto ludico e per nessuna ragione al mondo avrebbe interrotto questa tradizione iniziata da suo nonno.
Dopo l’allenamento, con i suoi amici di sempre, Peter Renney e Samuel Vannish, conosciuti ai tempi dell’Università, avrebbe passato la serata al Gunner’s Pub sempre nella zona di Avenell Road. Avrebbe fatto molto tardi e soprattutto cantato l’inno dell’Arsenal e cenato a base di sunday roast, black pudding e soprattutto fiumi di birra Carling. Come ogni venerdì non avrebbe disdegnato un fine serata al Lucky Voice sull’Upper Street alla presenza di bellissime e sensuali tifose sulla pista da ballo, vestite prevalentemente di rosso e bianco, ossia i colori sociali del loro team.

******

Nonostante il buon sapore di birra Sean, seduto comodamente sui divani morbidi del Gunner’s Pub, non riusciva a scrollarsi di dosso il pensiero di Scarlett. Con tutta la buona volontà non riusciva a dare un motivo valido al suo comportamento. Pensò di nuovo a qualche forma di ansia o di depressione. Non convinto della sua conclusione analizzò i momenti della giornata passata in compagnia di Miss Scarlett, ma sinceramente non riusciva davvero a capire dove avesse sbagliato.
Avvertì un grande disagio, addirittura una forte sudorazione, fino a quando, a mezzanotte in punto, gli organizzatori della festa chiusero tutte le porte per dare inizio al gioco delle Knickers dedicato ai soci più ristretti e consisteva in una gara di abilità e cultura, vale a dire indovinare il colore delle mutandine delle majorettes e declamare uno slogan dedicato alla loro squadra.

Il meccanismo era abbastanza complesso, ogni giocatore doveva consegnare alla giuria uno slogan necessariamente di nuovo conio e successivamente puntare dieci sterline per ogni majorettes. Più puntate avesse effettuato e più probabilità di vincita avrebbe avuto. Il montepremi sarebbe poi stato devoluto ad un fondo di solidarietà chiamato: Solidarity Fund Knickers che sarebbe servito a rimborsare parte delle spese sostenute nelle trasferte dai tifosi bisognosi.
Da questa prima selezione sarebbe usciti quattro giocatori che avrebbero partecipato alla semifinale. Una sola majorette, la famosa Queen-Majorette, sarebbe salita sul palco con il volto coperto da una mascherina con i colori e lo stemma dell’Arsenal raffigurante tre cannoni posti in posizione verticale. I quattro pretendenti si sarebbe sfidati a suon di colori finché i due che più si sarebbero avvicinati alla tonalità dello slip avrebbero partecipato alla finalissima.
A questo punto la Queen-Majorette avrebbe tirato fuori dal reggiseno i due slogan consegnati in precedenza e, dopo aver invitato i due concorrenti alla recitazione con più enfasi possibile, con l’aiuto del pubblico, avrebbe scelto uno dei due decretando il vincitore della serata.
Il premio per il fortunato vincitore sarebbe stato un abbonamento mensile in tribuna d’onore, le mutandine della Queen-Majorette, una pergamena raffigurante la foto ufficiale della squadra nonché un calcio d’inizio simbolico nella successiva partita in casa e un’intervista sul giornale locale.

Nessuno aveva mai avuto modo di vedere in viso la Queen-Majorette. Su di lei si narravano varie leggende, c’è chi affermava con certezza che si trattasse di una cugina di secondo grado della principessa Anna, altri invece facevano risalire le sue origini alla famiglia di un famosissimo campione del passato mentre altri giuravano che fosse la sorella di Ian Edward Wright, il centravanti dell’Arsenal degli anni Novanta.

Sean, pur non avendo mai saltato un mese, non aveva mai provato le gioie della vittoria. Quella sera invece si sentiva così in forma che acquistò addirittura cinque biglietti al costo di cinquanta sterline puntando su altrettante mutandine. Era sicuro che, passati i primi due turni, la vittoria sarebbe stata di suo appannaggio.
Spente le luci la giuria diede inizio alla gara. Le majorettes passarono in rassegna, prima sulla passarella e poi tra i divani avanzando con movenze e passi a dir poco ammiccanti.
Sean nella penombra fissò le belle forme per le quali a suo dire corrispondeva un preciso ed unico colore. Le curve più profonde si adattavano a tinte più accese mentre le longilinee preferivano generalmente colori più tenui. Secondo questo criterio scelse meticolosamente le cinque ragazze annotando i numeri scelti sul taccuino.
Su tre di queste ci avrebbe messo la mano sul fuoco, sulle altre due rimase in dubbio fino alla fine quando, terminati i quindici minuti previsti, fu costretto a consegnare la scheda.
Nei momenti successivi avvertì un lieve batticuore, ma quella sera, nel momento in cui un membro della giuria annunciò i quattro finalisti, l’attesa fu ripagata abbondantemente. Addirittura ne indovinò quattro e si guadagnò di gran lunga l’accesso alla semifinale. Aveva sbagliato solo la numero 7, una longilinea magra dagli occhi azzurri che stranamente indossava una mutandina giallo limone. Nell’euforia di quegli attimi ordinò un altro boccale di birra Carling e con gli altri tre giocatori guadagnò il palco.

A quel punto nella pomposità della serata i fiati intonarono l’inno e la Queen-Majorette fece il suo ingresso regale. Vestita in lungo con lustrini e paillettes, corona in testa, scettro nella mano destra, tacchi alti e una mascherina che le copriva interamente il viso, si accomodò sul trono in attesa della prossima sfida. I quattro sfidanti pronunciarono ad alta voce i loro nomi poi, per tre volte ciascuno, snocciolarono varie sfumature tra il bianco ed il rosso. Sean, naturalmente, anche questa volta si concentrò sulle forme della signora, a suo parere non più molto giovane.
Dopo il terzo turno furono decretati i due finalisti. Sean, non volle credere alla sue orecchie quando la giuria fece il suo nome. Nonostante il suo innato scetticismo e la sua poca autostima aveva per la prima volta in vita sua raggiunto la finale!
Il suo rivale era Carly Oward, un professore universitario di filantropia genetica e capo spirituale dei Warriors, un gruppo di tifosi molto noto per le iniziative benefiche, ma anche per la loro esuberanza nelle partite in trasferta. Più volte avevano dato luogo ad incidenti anche con spargimenti di sangue con i loro nemici giurati del Chelsea. Sean ordinò un altro boccale di birra.

La Queen-Majorette si alzò in piedi, guadagnò il centro del palcoscenico e accompagnata da un rullo di tamburi e da una cascata di coriandoli luminosi bianchi e rossi declamò i due slogan. Il primo: “And on the sixth day, God created the Gunners!” ricevette un discreto applauso con qualche assenso da parte della giuria, ma quando la majorette gridò al microfono: “You’ll never walk Alone!” tutto il pubblico si alzò in piedi e in uno scroscio corale di mani iniziò a intonare lo slogan alzando in cielo i boccali di birra. Qualcuno si lasciò andare ad un trenino improvvisato mentre sul mega schermo posto alla destra del palco passarono in rassegna i goal più famosi della storia dell’Arsenal. Sean aveva vinto!

Il vincitore della serata fu festeggiato a lungo da parte degli altri avventori e personalmente dalla Queen-Majorette che gridò per quattro volte il suo nome dentro il microfono. Era a dir poco raggiante, diede strette di mano calorose, abbracci e perfino baci. Pensò che in fin dei conti la vita ti ripaga di tutte le rinunce fatte. In quel momento nulla al mondo avrebbe potuto tenere testa a quella gioia immensa. La nascita di un figlio, la sua onorata carriera nel reparto Men’s Clothing nei magazzini Selfridges, la relazione con Scarlett… nulla di nulla! In quel momento uno stimolo impellente lo costrinse a correre in bagno.

Nella sala dopo i primi festeggiamenti qualcuno gridò negli altoparlanti il nome di Sean Jr. Goldhouse. Immerso nella folla a stento riguadagnò il palco. I giurati dovettero aspettare circa dieci minuti per la consegna ufficiale dell’abbonamento mensile in tribuna d’onore. Sean era raggiante, per la prima volta nella sua vita ebbe l’onore di assistere al rito direttamente dal palco. Dopo la foto ufficiale con un giocatore in attività e varie vecchie glorie si diede nuovamente in pasto al pubblico che lo sollevò pesantemente per sette volte al grido di Hip-hip-hurrà. Lunga vita ai Gunners, Viva l’Arsenal! Viva Mister Sean Jr. Goldhouse.”

Poi tutti insieme tra fiumi di birra e vari balli di gruppo, nonché una esibizione fuori programma da parte di una majorette completamente nuda in cerca di gloria, intonarono l’inno:
And did those boots of Arsenal's team
Walk upon Highbury's turf so green?
And did they play with great esteem
The best football we've ever seen?
And with a cannon on our chest
We play with heart, mind, and zest
And we are proud to be Arsenal
In Victory Through Harmony

Secondo il rigido protocollo la Queen-Majorette andò a recuperare il vincitore e lo accompagnò, prendendolo per mano, nella famosa stanza privata al primo piano del locale. Il pubblico, ora in un religioso silenzio, guardò i due salire la scala di legno fino a che non raggiunsero l’ultimo gradino e poi scomparvero nella penombra. Correvano naturalmente su quell’incontro varie leggende. C’è chi diceva che fosse un formale scambio di complimenti chi invece sosteneva che la Queen oltre a calare la mascherina si spogliava completamente facendosi ammirare per circa trenta minuti. Nel quadro scenico secondo questa voce erano comprese le mutandine, nonché alcune parti del corpo nude molto appetibili al genere maschile. Per la verità nessuno sapeva con certezza cosa avvenisse dentro quella stanza, anche perché i precedenti vincitori, tramite una solenne cerimonia di iniziazione alla Casta Superiore con tanto di cappuccio, badile e cazzuola, giuravano che mai e poi mai avrebbe svelato il mistero.

Oltre la leggenda possiamo dire con certezza che, una volta soli nella stanza, la Queen consegnò la pergamena e con fare disinvolto seguendo un rito consolidato si sfilò le mutandine rimanendo seduta. Sean la osservò attentamente, ma era troppo emozionato per elaborare ad alta voce qualche concetto o per accorgersi di quanta familiarità ci fosse in quella donna.
Notò soltanto che la Queen, fuori dalla rigida regola, cercò di sussurrargli qualcosa. Dopo un attimo di silenzio la donna tentò di nuovo con il solo labiale, ma Sean versava in tale stato di ebbrezza che i tentativi della Queen risultarono non solo incomprensibili, ma di scarsissima importanza.

Scesero insieme dalla scala. Dopo un ultimo inchino di saluto alla Majorette e altri due boccali di Carling insieme ai suoi amici, barcollante uscì dal locale tenendo gelosamente in tasca i trofei vinti.
Lungo la strada di casa ancora sugli allori del Gunner’s Pub godendosi gli strascichi della fama fece addirittura un saltello sull’asfalto bagnato. Contò le ore che lo separavano alla domenica successiva quando prima della partita sarebbe stato invitato in campo e avrebbe avuto l’onore di un simbolico calcio di inizio. Il giornale locale gli avrebbe dedicato un articolo di spalla con la sua foto a colori in prima pagina.

All’altezza di King’s Cross si fermò un attimo, il suo sangue si raggelò, i suoi occhi sbarrati guardarono nel vuoto, forse un palo della luce a due metri dal suo naso, forse un manifesto con la pubblicità dei magazzini Selfridges. Come in un flash vide in sequenza, le dita affusolate, il colore verde smeraldo dello smalto, l’anello con la testa di leone, il monile alla caviglia della Queen-Majorette.
Tra la contentezza e lo stupore, gridò a squarciagola: “Non è possibile, non può essere vero!”
Mai avrebbe sperato ad una simile affinità. Tutto il resto passava in secondo piano anche la pergamena, anche la foto con le vecchie glorie, anche lo stato d’ansia e le reazioni incomprensibili di Scarlett.
Davanti all’Hotel California in Argyle Square ci stava ancora pensando, anzi non aveva mai smesso. Rivide la Queen-Majorette, le sue movenze, il suo desiderio di uscire dal protocollo e in qualche modo di rivelarsi. Quelle parole sussurrate ora erano più che comprensibili. Rivide il movimento delle labbra al rallentatore. Bi-na-rio-9¾.
Fu un attimo, un flash, un istante. Girò i suoi tacchi e rifece di corsa il percorso verso King’s Cross. Ormai era deciso. Sicuramente l’avrebbe trovata lì in attesa e senza più dubbi di sorta le avrebbe ufficialmente chiesto la mano.







FINE
 






 
 
 



Il racconto è frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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TUTTI I RACCONTI DI ADAMO BENCIVENGA
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