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RACCONTI

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Adamo Bencivenga
La quercia del pino




 

 

Senti, che c'è di male se mi nutri l'anima e mi fiacchi le gambe, al solo pensare che le mie parole di oggi, abbiano aperto uno spiraglio di luce, allettanti di un sogno che torna e s’avvera, nel desiderio mai domo di sentirti oscillare, per farti tentare e lasciarti sedurre. Perché non c’è nulla di male se sono come te, e per pudore non scrivo ma guardo la posta, perché come te ho tanta paura, di rovinare ogni cosa per un’inezia, un nonnulla, di risultare invadente, intempestivo, inadatto, se per caso non vuoi o non sia questo il momento.

Senti, che c'è di male se ora ti chiedessi, che dopo tante parole mi piacerebbe sapere, se un giorno distante o magari domani, potessi di nuovo rivedere i tuoi occhi, specchiarmi alle rive del tuo sguardo di lago, quando vero e reale mi fissa e si vela, come nei ricordi della nostra prima volta, quando ti dissi che passavo per caso, invece era tuo fratello che mi dava le dritte, invece erano mesi che t’aspettavo in quel posto, e poi lungo il viale dove passeggiammo tranquilli, e poi seduti in quel bar a parlarci di niente.

Senti sarà pure vero che il mondo fa schifo, e tutto intorno c’è guerra e macerie fumanti, ma un incontro insperato mi farebbe pensare, che in fondo davvero non è poi così male, ed allora m’illudo d’averti vicina, di baciarti le labbra e annusarti i capelli, ma poi mi ritraggo perché non sei altro che aria, perché i tuoi baci non li ricordo per niente, e come un cane ti cerco tra i muri di casa, fino a rendermi conto che è un ricordo insapore, e l’odore che sento m’inganna e mi truffa.

Senti, sarà pure vero che non è il modo più giusto, per riscoprirci di dentro e riprendere un filo, perchè tutto questo non fa poesia, ed è un modo vigliacco per dire e non dire. Rido sai per questo gioco poco sottile, perchè in fondo è quello che penso da tempo, sentirti la voce, apprezzarti il profumo, guardarti il vestito al primo incontro che metti. Perché davvero sai non mi viene di meglio, e se queste parole le lavi e l'asciughi, non resta che un modo netto e diretto, di chiederti quando, e dove, a che ora.

Senti che c’è di male se già ti rivedo, tra quelle colline che s’adagiano verdi, che sembrano rapirti nel ventre materno e che bello, che voglia lasciarsi cullare! Perché noi ci siamo stati vero? In quei grembi di madre e puttane ammiccanti, in quei nodi di viali di una camera a vista, e scrivere, eh già scrivere, perché io ancora lo faccio e perdermi tra le case e i tetti più rossi, come in un quadro di Ottone Rosai come nel fuoco che ci scaldava d’inverno, in quel ristorante alla quercia del pino.

Senti che c’è di male se ancora ti vedo, che sorseggi la terra di quel velluto più rosso, a volte Chianti a volte Brunello, a volte il ricordo di quei lunghi filari, e tu che cammini con la gonna che ammicca, ed io che ti seguo con un grappolo in mano. Ci siamo stati sai, ma andavamo di fretta, perché a quell’età non si ha molta pazienza, d’aspettare e nutrirsi di dettagli che ora, passano opachi e il tempo scolora. Mi dici che sei dimagrita, che porti i capelli come un tempo a caschetto, oddio come vorrei rivederti, sapere che in fondo tutto è cambiato, nella certezza che non è cambiato poi niente, che l’amore che senti è lo stesso di prima, nonostante gli anni e gli altri tuoi amori, che tuo fratello ogni tanto ammetteva, leggero discreto per non farmi del male.

Senti che c’è di male se faccio poi finta, se camminando t’incontro al primo sole di marzo, e davvero c’illudiamo che sia la prima volta, che dietro di noi non ci sono litigi, una porta che sbatte ed urla e pianti, la tua voce convinta: “Me ne vado per sempre”. Eh già poi così è successo, anni, secoli senza vederci, anni, secoli, senza cercarti. Quella frase che stride, rimbomba e fa male, ed alle volte sta zitta e poi ritorna più forte: “Me ne vado stasera, me ne vado per sempre!”

Ma stasera è diverso, so che ci sei, so che mi stai ascoltando, quando scrivo e sussurro: “Senti che c’è di male, se domani all’alba mi metto in viaggio, tra le insenature della Cassia che mi culla e m’avvolge.” E tu mi aspetti alla Quercia del pino, e guardi distratta fuori dai vetri, e magari piove perché certo che piove, sulle colline già verdi di Abbadia, e noi seduti vicino al camino che scalda, e l’odore dei funghi e il Chianti novello, il mio ghigno diverso e il tuo nuovo foulard, e il cameriere che crede che siamo due amanti, perché in fondo ha ragione e in fondo ha un po’ torto, e noi che ridiamo e ci guardiamo negli occhi, giurandoci amore almeno per sempre.
Eh già che c’è di male?


 

FINE
 






 
 
 



Il racconto è frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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Photo BradOlson

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