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RACCONTI

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Adamo Bencivenga
L'ANNO SCORSO A MARIENBAD






 

 

L’albergo è imponente, sfarzoso, barocco, lugubre, d’altri tempi. I grandi corridoi senza fine sono come rughe sul viso incipriato di una nobildonna non più giovane. Sinuosi e maestosi succedono ad altri corridoi e sale e stanze enormi e silenziose, deserte, fastosamente decorate. Le pareti sono ricoperte da intarsi in legno e in oro rosso, impreziosite da nicchie a volta dove fanno mostra di sé arazzi e quadri muti di paesaggi campestri e scene regali di caccia alla volpe.

L’uomo cammina, tra divani damascati ricoperti di velluto rosso, avverte nitidi, forti odori di muffa e di antico. I suoi passi sono silenti, assorbiti da tappeti pesanti, spessi. Guarda fuori e guarda dentro attraverso grandi vetrate piombate che deformano l’intorno a curve opache di luci tortuose. La bella stagione è finalmente arrivata, pensa. Gruppi di giovani donne bionde si accalcano sul bordo piscina tra vapori d’acqua sulfurea che sfumano i colori delle loro pelli chiare, dei loro costumi casti. Sedute ai tavoli le prime villeggianti appena arrivate si godono leziose i primi raggi della bella stagione, per lo più mogli ed amanti, mamme e figlie della Praga bene coi loro ombrellini pastellati, i loro cappelli colmi di frutta e fiori.

L’uomo, vestito di beige chiaro, cammina ora tra i tavoli della terrazza fiorita, l’azzurro intenso dei suoi occhi si confonde con lo specchio dell’acqua alle sue spalle. Le sedie di vimini sono ricoperte di stoffa tessuta con disegni floreali. Fasci di spighe e lavanda arredano i tavoli dentro grandi orci in ceramica decorata a mano. Prende posto al suo tavolo prenotato da generazioni, sempre lo stesso. Accanto, a pochi metri di distanza, una donna appoggia delicatamente le sue labbra color rosso geranio su un bicchiere fresco di acqua e limone. E’ vestita in lino bianco con un’ampia gonna a balze lilla ed un cappello di paglia a falde larghe.

L’uomo si guarda intorno, ha l’aria soddisfatta, finché casualmente il suo sguardo incontra la donna. Ha un sussulto, istintivamente vorrebbe alzarsi e salutarla calorosamente. Poi ci ripensa, fa un cenno con la mano reclinando impercettibilmente il capo. La donna non risponde al saluto. Lui insiste con un ampio sorriso, lei si volta credendo che quell’affascinante sorriso a denti bianchi non sia rivolto a lei. Ma dietro di lei c’è solo il vuoto di piccole dune verdi che s’adagiano morbide fino all’orizzonte. Ora è lei interessata, per lo più incuriosita da quei gesti così espansivi. Di solito non capita che in quel posto esclusivo un uomo importuni una donna, per cui ci sarà sicuramente un valido motivo per farlo, pensa.
Lui capisce anzi non capisce. Rimane un attimo a pensare poi si alza, raccoglie una grossa margherita dall’orcio e, dopo averla gentilmente offerta, chiede il dovuto permesso di sedersi al suo tavolo. Lei acconsente.

“Mia Sofia, come stai? Che piacere rivederti!”
Lei perplessa, spalanca gli occhi per capire, ora più che incuriosita sembra fortemente impacciata.
“Mi scusi non capisco…. Con chi ho l’onore di parlare?”
“Sofia, non ti ricordi di me? Sono Alessandro….. Alessandro Belmonte. Ti ricordi l’anno scorso qui a Marienbad? Stesso albergo, stessa piscina, stesse sedie di vimini…”
Si blocca di colpo per darle modo di ricordare, poi si guarda intorno, respira intensamente, scivola lungo lo schienale, sembra soddisfatto.
Lei continua a rimanere perplessa.
“Mi scusi, ma veramente non ricordo…”
Lui sorride.
“Mia cara, ho sempre apprezzato questo tuo modo di scherzare…”
“Mi perdoni, davvero non so di cosa stia parlando e per quale recondita ragione utilizzi questo linguaggio così confidenziale!”
Seccata ripone il suo ventaglio andaluso nella borsa.

L’uomo la guarda, capisce e non capisce, il suo bel viso si fa serio, cerca di avvicinare le distanze, si siede sul bordo della sedia e poi con un gesto meccanico della mano destra scosta dalla fronte i suoi capelli biondo cenere.
Poi poggia i gomiti sulle ginocchia, unisce le mani come in un atto di preghiera e controllando il tono della voce riprende.
“Sofia, perdonami, come fai a non ricordarti? Non credo di aver sbagliato persona. Ti chiami Sofia vero?” La sua voce ha una smaccata velatura sarcastica.
Lei scostante.
“Sì certo… Sofia Altimari Calvetti, piacere.”
Lui ora agita le mani non tradendo le sue origini italiane.
“Lo so, lo so. So tutto di te. Che sei sposata con un marito che non ami, che il tuo cuore è vuoto e la tua mente in cerca di emozioni… Davvero non ricordi nulla? Abbiamo trascorso due settimane insieme…”
Fa una pausa, si guarda di nuovo intorno e riprende con un filo di voce.
“Innamorati come due bambini…”
Lei riprende il ventaglio dall’ampia borsa poggiata sulla sedia di fianco.
“Guardi forse c’è un errore…”
Fa per alzarsi, ma lui la prega di rimanere...
“Mi avevi detto di tornare quest’anno… per fuggire insieme… Io sono giorni che ti aspetto. Pensa sono qui da due settimane e più volte al giorno domandavo tue notizie alla reception.”
“Sinceramente non ricordo, né di averla conosciuta e tanto meno di averle promesso alcunché. Per me lei è un perfetto sconosciuto, più la guardo e più me ne convinco.”
“Sofia, non è possibile, se vuoi ti dico tutto quello che so di te. Che sei italiana come me e vivi a Praga, coltivi le rose nel tuo giardino, l’anno scorso avevi una madre molto malata e dubitavi che sopravvivesse per lungo tempo; e poi che desideri tanto avere un figlio. Ricordi quella sera proprio qui in terrazza? Quel fascio di luna che ti illuminava gli occhi e poi la promessa...”
L’uomo si accende una sigaretta, chiama il cameriere per una anisette freschissima con ghiaccio e limone. La donna è imbarazzata, ma non si congeda, forse è curiosa, stupefatta.
“E poi quella notte, la nostra notte, quando tuo marito fu costretto a tornare improvvisamente a Praga. Eravamo soli, il destino ci aveva dato una grossa mano...”

L’uomo ha dei flash, ricordi nitidi altri nebulosi, ha paura di sbagliare. Cerca nella sua mente particolari precisi ed incontrovertibili per dimostrarle che si conoscono e non solo da clienti dello stesso albergo. Vorrebbe andare nei dettagli di quella notte, l’unica, la luna, i gemiti, la pelle dorata, i baci passionali, ma si trattiene. Su quella terrazza piena di gente non reputa a modo andare oltre, parlare di quelle ore in completa intimità. Cerca altri particolari, il nome della sua gatta siamese, il mese di nascita, il suo colore preferito.
Ma la donna rimane perplessa, a volte sorride altre sembra decisa ad andare.
“Mio caro signore, convengo con lei che in questa storia bizzarra ci siano troppe coincidenze, ma la prego di credermi, io non l’ho mai vista. Credo sinceramente che qualcuno si sia preso burla di lei.
“Burla perché mai?” Si guarda di nuovo intorno e sottovoce riprende.
“Sofia, come hai potuto dimenticare? Abbiamo fatto l’amore, ci siamo amati promettendoci che non sarebbe finita lì. Nessuno di noi due aveva vissuto quei momenti segreti e passionali con il rischio che qualcuno potesse vederci e riferirlo a tuo marito.”
Ora lei sorride decisamente.
“Ma le pare? Io e lei nel buio di qualche angusto camerino? Mi faccia il piacere!”
Poi seria. “Mi ascolti, benedetto signore, questa è la storia più ridicola che mi sia capitato di ascoltare in tutta la mia vita. Sono sempre più convinta che qualcuno si sia preso gioco di lei.”
Lui sempre più intraprendente. Confuso le dà del lei. “E come è possibile mia cara? Vuole dire qualcuno che le somiglia come una goccia d’acqua? Qualcuno che conosce la sua vita perfettamente?”
Lei fa per alzarsi.
“Naturalmente non sta a me convincerla. Lei è padrone di credere ai suoi sogni e far galoppare per lande sterminate la sua fantasia.”
“Ti prego aspetta ancora qualche minuto.”
“Mi spiace, mio marito mi sta aspettando…”
“Avete la stessa camera? La 287?”
“Si certo, ma qualsiasi mancia può impossessarsi di quel numero, a meno che lei non abbia allungato l’occhio dentro la mia borsa, inavvertitamente si intende.”
Cosi facendo apre quel tanto la borsa, facendo vedere il numero della chiave ben in vista.”
“Sofia, come posso dimostrarti che non mi sono inventato nulla?”
“Non si affanni, non ne vale la pena, io non la conosco e non l’ho mai conosciuta. Le basta ora?”
“La prego ancora cinque minuti! ”
La donna si rimette seduta.

La piscina è piena di giochi festanti, i piccoli bimbi praghesi si divertono sotto lo sguardo severo delle baby sitter in grembiule nero e colletto rigorosamente bianco. L’uomo sembra infastidito dal grande chiasso e dai piccoli schizzi d’acqua che ora imperlano la sua giacca.
Pensa. Improvvisamente nei suoi occhi si materializza un’idea.
“Scommetto che hai un piccolissimo neo sulla regione sinistra della fronte, poco sotto i capelli?”
Lei toglie il grande cappello, si lascia andare contro lo schienale ed esclama: “Esattoooo. Qualcuno l’ha istruita molto bene.”
“Perdonami inizio a pensare che tu abbia una sorella gemella. Vi somigliate come due gocce d’acqua?”
“No assolutamente, niente gemella, vorrei solo sapere a che gioco lei stia giocando, se è lecito sapere.”
“Non gioco mai a nulla!” Dice stizzito. Si nota che sta usando tutte le sue leve per controllarsi.
Ora le sue mani sono strette a pugno. Poi riprende più convincente. “Non ho fatto che far passare i giorni pensandoti e scrivendo lettere alle quali non hai mai risposto.”
“Lettere? Lei mi ha scritto lettere? Immagino lettere d’amore…” Ride. Poi riprende con aria fintamente incuriosita.
“Ed a quale indirizzo se è lecito sapere?”
“L’indirizzo di tua madre… Come da tue istruzioni del resto!” L’uomo tira fuori dalla tasca della giacca la sua agendina e legge l’indirizzo.
“U Zvonarky 12, 120 00 Prague 2”
“Anche questo è esatto, lei deve aver fatto delle indagini molto accurate sul mio conto oppure assoldato un investigatore privato. Vorrei tanto sapere cosa l’abbia spinta a tutto ciò…”
“Quindi deduco che non ti siano mai state recapitate?”
“Mio signore, io invece deduco che lei non le abbia mai scritte e oggi non avrebbe potuto inventare altro modo per importunare una donna sposata di buona famiglia che tranquillamente si sta godendo la sua meritata vacanza. Ma una cosa mi preme dirle. Quello che ha detto sul mio conto è tutto esatto, dal neo sulla fronte all’indirizzo di Praga di mia madre, tranne che io non abbia figli.”
“Tu mi avevi detto……”
“Signore non insista io non la conosco e men che meno ho trascorso un soggiorno con lei o peggio delle ore in completa intimità. Si rende conto vero che potrei chiamare la Sicurezza e farla sbattere fuori da questo albergo in cinque minuti!”
“Ma Sofia…”
Lei lo interrompe
“Sa cosa le dico? Lei è solo un misero millantatore.”

Passa un cameriere, lei chiede un’altra limonata molto fredda, lui un gelato di solo pistacchio.
Ora sembra rassegnato, ma si lascia andare ai ricordi con la speranza mai doma che lei possa ricordare.
“Saremmo dovuti fuggire a Parigi in treno, di notte, avevamo previsto tutto, anche le due righe d’addio da lasciare a tuo marito. Avremmo viaggiato in due scompartimenti separati per non dare nell’occhio fino a Cheb. La prima notte insieme l’avremmo passata oltre il confine a Bamberg, in una graziosa locanda sopra il colle Michaelsberg. Lì è tutto romantico, adatto a due amanti clandestini in fuga. Ricordi vero? Quando ti parlavo del Giardino delle rose con oltre 4500 specie diverse……”
Poi silenzio, lei distratta volge lo sguardo sulla piscina giocosa.
Lui insiste. “Non so quale sia la ragione… Ma non sono matto, vorrei solo farti di nuovo l’invito…..”

Mentre il cameriere serve ai tavoli arriva una ragazza vestita tutta di nero, è molto magra, il suo sguardo severo. Porta con sé una culla, una grossa cesta di vimini. Sotto il lenzuolo ricamato spunta una paffuta bimba bionda, con intensi occhi azzurri.
La nurse adagia delicatamente la cesta sull’unica sedia libera accanto alla donna.
“Vede mio signore? Come potrei accettare il suo invito? La natura è stata molto benevola con me. Da anni, io e mio marito, aspettavamo questo bellissimo dono. E finalmente tre mesi fa è nato questo piccolo fiore!” Così dicendo prende in braccio sua figlia.
Lui quasi si pente di essersi lasciato andare. La guarda con i suoi occhi azzurri, mentre lei stringe a sé la bambina. La vede così materna, così amorevole, tanto da dubitare che la loro storia sia realmente accaduta o che lei sia davvero la stessa persona che un anno fa gli aveva promesso amore eterno
.




FINE
 






 
 
 



Il racconto è frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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Photo  JacquesHenryLartigue




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