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Il Caffè
Sarà dentro un caffè che una donna si sveglia, in un
letto qualunque che nessuno ha disfatto, nel caldo
vapore d’una pensione in collina, dopo una notte passata
da sola. Sarà che impaziente si desta e si veste, ed ora
cammina dentro un vicolo stretto, in fretta per quanto
possa andare sui tacchi, in fretta s’immerge negli odori
di muffa, nel bianco e nero d’amanti d’una vacanza
lontana.
Ma lei non cerca una storia o un signore distinto, non
cerca qualcuno che le chieda il permesso o la faccia
sentire una sposa fedele, o le parli di case, di figli e
progetti o peggio di anni trascurando i secondi. Non
cerca amori che si sfilaccino al tempo, che dolciastri
le lascino appiccicosa la pelle, come quei tanti
lasciati a decine, nelle stazioni di treni, negli
aeroporti del mondo, o nei letti sempre pieni, caldi di
sesso, che barattavano amore in cambio di niente.
Lei cerca se stessa in un paese senza tempo, lontana un
secolo per sentirsi nel sogno, assaporando un caffè dal
gusto di terra, d’istinto e natura, di femmina calda,
nero bollente che brucia il palato, la lingua, le ossa e
denso la scaldi, lasciando che il vento le scoperchi la
gonna, ed un uomo del posto s'accontenti di altro, di
vederla seduta mentre accavalla le gambe. Alle volte si
chiede perché solo nel sogno, si trucca la faccia da
ballerina di circo, giudicata soltanto per i tacchi che
porta, per il bordo più nero della trama di calza, che
vezzoso poi esce, certo che esce, tra il vedo e non vedo
di un’anima calda.
Come ora si chiede perché si lascia rapire, da quel
gusto intenso davanti ad un Sale & Tabacchi, sognando
quell'uomo dagli occhi vissuti, che sappia trattare la
pelle di donna, il seno, le labbra e le parti migliori,
e sappia usare parole opportune, volgari o meno per
quello che basta, mentre aspetta seduta e si sente
regina, e sfiora la gonna e vibra al contatto, di due
occhi impazienti che la penetrano ovunque, curiosi di
vedere cosa c’è sotto, quale odore può avere una donna
borghese, se è fatta di carne o solo menzogna, di
profumo fruttato che solo gli lascia, lo strascico finto
di donna fatale, che ha ceduto all'ardore d'uomo mai
visto.
Perché l’uomo poi viene certo che viene, e la fruga e la
cerca sotto la gonna, che non sa di muffa e nemmeno di
stalla, ma di suite ed alberghi, di grattacieli nel
mondo mentre lei cede alle mani che la stringono forte,
e sanno d’abuso, d’insulto e di vizio, e la fanno volare
tenendola ferma, senza accortezze per guadagnarsi
fiducia. Ed ancora le sente le mani ad artigli, quando
quel gusto le invade la gola, è nero che tinge,
d’arabica forte, quando lui le sussurra parole d'amanti,
avido, ingordo al piacere che offre, eccitato e confuso
quando tocca le tette, prima una, poi l’altra e poi ci
ritorna, come un gelato, dai gusti diversi.
Sarà che ora aspetta la sera per risvegliarsi domani,
per sentire quel gusto ed entrare nel sogno, e un
desiderio lontano si scioglie e la imbroglia, e corre
tra le sponde e bonifica terre, foce di fiume che si
deposita in mare, mentre il vento che soffia le asciuga
le pieghe, e lei guarda il fondo, l’ultima goccia,
ancora un sogno ed ha finito di bere.
di Adamo
Bencivenga
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