MODELLE
 
     
 
 

WORKSHOP

MILANO 22 MARZO 2009

Francesco Caruso

Glamour e Nude con la Playmate Dasa

In collaborazione con www.EuRossModels.com

Francesco Caruso scatta foto fin da ragazzino. I suoi primi rullini risalgono al Gennaio del 1979 e da qui in poi non si separa più dalla macchina fotografica e dalla sua passione. Nel 1997 inizia il suo percorso professionale con la pubblicità che lo porta a lavorare a Firenze, Roma e all’estero. Oggi si muove tra la Toscana – sua terra natale – Milano e Roma, dedicandosi a personaggi dello spettacolo e del cinema, immortalandone la sensualità e le espressioni, e coltivando allo stesso tempo collaborazioni cinematografiche. Le sue prime uscite sul settimanale “Panorama” sono datate dicembre 2004 ed oggi ha nel suo curriculum servizi pubblicati sulle più importanti riviste maschili europee Max, Fox Uomo, Maxim, For men magazine, Zoo, FHM.....  Nel febbraio 2006 Maxim Italia gli dedica 6 pagine con intervista proponendo il suo portfolio. Nel marzo 2006 Maxim Spagna propone il suo portfolio con relativa intervista.

 
 
 
 
 
 

 
 
 
 

INTERVISTA A FRANCESCO CARUSO

D: Come si forma il tuo stile?

R: Due parole: lavoro e sperimentazione. Sono aspetti in qualche modo complementari, che rappresentano un po’ il dilemma tra lato commerciale e forma d’arte… Il taglio personale si crea con lo studio e l’esperienza, ed è sicuramente prodotto di fattori culturali, ma anche di passione e istinto: deriva non solo dal soggetto che fotografo e dall’ambiente che lo circonda, ma anche dal mio stile di vita, dai miei gusti personali, da cosa ascolto o cosa leggo, ad esempio.

 

D: Cosa è per te il “ritratto”?

R: Ritrarre un personaggio è un po’ come conoscerlo nel suo intimo: è il modo in cui io ho conosciuto quella determinata persona. Per valorizzare l’immagine cerco di far emergere determinati aspetti del carattere di un soggetto e, per ottenere questo, c’è bisogno di stabilire un rapporto diretto con la persona, comunicarci, individuare i punti sui quali far leva; solo così riesco a trasmettere ad una foto la personalità di ciò che ritrae, la sua anima, in qualche modo.

 
 
 
 
 

 

 
 
 
 
 

D: Ed è quello che ricerchi nel tuo lavoro?

R: Sì, fare fotografie vuol dire cercare sensazioni, stati emozionali, espressioni e provare a coglierli, provare a fissare quegli attimi. Quando si fissano certe espressioni o stati d’animo allora si riesce veramente a trasmettere emozioni. Quando un’immagine, ancor più se di tipo commerciale, lascia l’osservatore indifferente, allora qualcosa non va, non funziona, non si può raggiungere nessun fine di comunicazione. Al contrario, quando ti rapisce, quando non sai perché ma non riesci a smettere di osservarla, ti lasci affascinare dai dettagli e ti ritrovi a pensarci su, allora puoi dire che è un lavoro ben fatto. La foto appartiene di più a chi la guarda che a chi la scatta, è un po’ come per la poesia nel film “Il Postino”, quando Massimo Troisi dice a Philippe Noiret, il poeta Neruda, che “La poesia non è di chi la scrive…la poesia è di chi… di chi gli serve”.

 

 

 

 

 
 
 
 

 

 
 
 
 

D: Come è cambiata la tua professione con l’avvento del digitale?

R: La fotografia digitale ha portato cambiamenti in positivo e in negativo nel lavoro del fotografo. Più in positivo, per ora, a dir la verità: innanzitutto l’immediatezza, l’istantaneità di visualizzazione, i tempi ridotti di preparazione e di trasferimento.. Quel che c’è veramente di nuovo è che è nata la necessità di crearsi nuove competenze: oggi un fotografo non è più solo un fotografo, ma anche un selezionatore, un ritoccatore; c’è bisogno di saper usare il computer e con esso imparare a sfruttare al meglio le sue applicazioni. Comunque, anche se bisogna ammettere che ha rimescolato non poco le carte in tavola ai professionisti del settore, io sono un fiero sostenitore della fotografia digitale, tant’è che ormai lavoro esclusivamente con questo mezzo, lo trovo carico di potenzialità espressive. Per chi come me, poi, ama le polaroid, è certamente affascinante per la sua istantanea autoreferenzialità.

 

 

 

 

 
 
 
 
 

 
 
 
 
 

D: Di recente hai diretto la fotografia di una produzione cinematografica: che differenza c’è tra lavorare per la carta stampata e collaborare alla realizzazione di un film?

R: La fotografia classica, parlando di set, risulta una questione per certi versi individualistica: è il fotografo che mette la luce sul soggetto e ne decide l’intensità, la direzione, il colore. Nel cinema chi si impone è il soggetto o i soggetti che si muovono all’interno di un ambiente tridimensionale, e questo deve necessariamente essere costruito a priori, nei dettagli. Ciò comporta maggior quantità di lavoro ma anche qualcosa di diverso: in fotografia sono abituato ad usare al massimo due luci; meglio una, il sole, quando c’è… Nel cinema invece è tutto più complesso, ma anche per questo stimolante, trattandosi di dover ricreare un equilibrio di illuminazione che soddisfi un’intera sequenza e non il singolo fotogramma. Inoltre necessita dell’impiego di più mezzi e attrezzature…si tratta di un ambiente fisso da un lato e dinamico dall’altro…e poi c’è da considerare che nel cinema bisogna lavorare con il regista e per il regista; è un lavoro di squadra e anche per questo è un impegno molto faticoso. Una sfida continua certo, una sfida su ogni singolo fotogramma.

 

 

 
 
 
 

 
 
 
 

D: Quali soggetti prediligi?

R: Essenzialmente mi interessa il rapporto corpo/materia, la fisicità, il valore del corpo umano che entra in relazione con la natura che gli sta intorno. Anche un divano, a volte, può essere importante: il materiale con cui è fatto, la sua forma, il suo colore. Personalmente amo fotografare personaggi, più o meno conosciuti, perché così posso dare la mia interpretazione di loro. Chi guarderà quella foto avrà già una sua idea su quel personaggio e questo lascerà trasparire meglio la mia personale interpretazione su di esso. Poi la mia formazione è classica: sono cresciuto nella campagna toscana, nella culla del Rinascimento e, guardandomi intorno, mi accorgo che è sufficiente passare da Piazza della Signoria a Firenze, ad esempio, per assaporare appieno l’arte del corpo e la bellezza delle sue forme, nelle statue come nei dipinti, ma anche semplicemente nei dolci paesaggi che ci circondano.

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 

 

 
 
 
 
 

D: Che progetti hai in cantiere oggi e cosa sogni per il futuro?

R: In questo momento sto esplorando nuovi campi, mi sto muovendo su più binari differenti, tra moda, cinema, TV e pubblicità, essenzialmente. Trovo molto interessante ritrarre personaggi del mondo dello spettacolo. Per adesso cerco di lavorare al massimo delle mie possibilità in questo settore ed in un prossimo futuro ho intenzione di aprirmi anche al mercato internazionale. Secondo il mio parere l’immagine sexy, se vuole risultare seducente deve restare discreta, ricercare il buon gusto negli occhi di chi guarda, ed è così che a parer mio si può valorizzarne l’essenza, è così che può trasmettere emozioni senza scadere nel banale o nella volgarità. Peter Lindbergh una volta ha detto: “Nulla è più sexy della personalità. La donna che ha il coraggio di essere se stessa è automaticamente sexy, anche se non porta i tacchi alti e la minigonna”.

 

 

 

 

 
 
 
 
     
 

PER SAPERNE DI PIU'

 

 

www.eurossmodels.com/Models/Dasa/index.htm
www.eurossmodels.com/Weekends/FrancescoCaruso/index.htm

www.FrancescoCaruso.com