Chissà dove trova la gioia per trasmetterne
ancora, dove il sorriso per compiacermi ogni volta, dopo un’altra
giornata che passa, che lenta mi lascia un vuoto di pelle, che
veloce si fonde in un senso incompiuto, come se le ore fossero
onde strascicate di mare che s’infrangono nude sugli scogli
in attesa.
Guardo di fuori che il cielo s’imbruna, mi
sento inutile, vuota e vana, come se non avessi fatto che niente,
come se la mia indole impaziente cercasse, dentro queste ore che
si scuriscono a sera, un appiglio qualunque che mi dia la forza,
la vitalità mai doma di non sentirmi da sola.
Sarà questa sera che scende più fitta, sarà
questo velo che si adagia sugli occhi e mi scontorna gli oggetti e
non ne vedo il colore, toglie vita e passione ad ogni fragile
ardore, che abbruna il pensiero che lui dopo cena, possa toccarmi
dentro quel letto, fatto di spine d’aculei irti.
Lo so che non è giusto! lo so che non merita
questo! Lui mi ama come fossi una Dea, una Venere intatta la prima
notte di miele, mi desidera invano ogni volta nel letto, senza che
io ne apprezzi la voglia e mi vesta di seta, d’organza di Cina,
senza che faccia il minimo sforzo per dargli un minuto, un’ora, la
luna.
Ora è in cucina, lo sento, che prepara la cena,
ora in sala che apparecchia la tavola. Coltello a destra con la
lama rivolta all’interno, forchetta a sinistra e il bicchiere
dell’acqua. Oddio che pena! Mentre io sono qua nello studio che
scrivo, sul diario i miei giorni che corrono altrove, che
s’intersecano con gente che lui non conosce, camere e strade che
mi fanno da coda, quando cala il tramonto e rientro la sera.
Non ho neanche più il rimorso d’essere
infedele, perché lui accetterebbe ogni cosa che faccio, capirebbe
il vuoto che mi riempie d’angoscia, la frenesia d’essere quando
cerco me stessa, altro direbbe non sapendo che invece, coloro la
faccia di rosso e di viola, e volo sui tacchi come fossi un
gabbiano, che libero danza ed adocchia la preda.
Sento rumori di pentole e piatti, di frigo che
s’apre, d’acqua che scorre, tra poco mi chiama: “E’ in tavola,
vieni?” Ecco come sono ridotta, in segreto che scrivo per sentirmi
più persa, descrivendo i dettagli di quello che faccio, le pieghe
dell’anima, gli orgasmi che densi, traboccano a grumi come storni
sui rami. Non tralascio mai nulla, né virgole e punti, né fiati
sul collo, né come vado vestita, tra le calate di nebbia, l‘odore
di marcio che sporca le suole delle mie scarpe perfette. Lui non
mi chiede spiegazioni, non mi chiede mai niente, perché non ci
sono cause dentro i miei effetti, non ci sono ragioni per chiedere
scusa. Non cerco amori che si sfilaccino nel tempo, che dolciastri
mi lasciano appiccicosa la pelle, cerco altro, zaffate d’odori,
che mi colpiscono intensi ed evadono presto, per ricominciare a
sentirli ogni volta che esco, che scendo le scale al rumore dei
tacchi, per vedermi più bella, per sentire la seta e vibrare al
pensiero di labbra e di mani, al contatto che sento quando solo mi
mostro.
Vivo in una città tutta in discesa, che dritta
s’affoga nelle pieghe del mare, perché il ritorno non conta, non
vale e non serve, ma solo l’andata quando m’immergo nei vicoli
storti, nelle nicchie di muro che sanno di muffa, ed un maschio in
penombra ti fischia e ti vuole, mostrandoti fiero le sue voglie
più dritte. C’è un bar che guarda sul mare, frequentato da facce
cotte dal sole, che cercano amore o qualcosa che sappia di tette
abbondanti affittate a buon prezzo, di carne di donna venduta al
mercato. Sarà che ci sguazzo e mi ci sento a mio agio, mi travesto
da poco per essere degna e sfilo le calze per confondermi agli
occhi di chiunque pensasse che non lo faccio per soldi, ma solo
per hobby, un passatempo e uno svago, di una signora borghese che
stanca e delusa annienta la noia rasentando la muffa.
Quell’uomo poi viene sicuro che viene, perché
m’ha seguita e gli sta bene il contorno! Si siede e sa cosa
m’aspetto, tratto il mio prezzo ma non ne avrei bisogno, il luogo
più adatto di croste di muri per essere degna del ruolo che
appare, del seno che mostro oltre ogni buon senso. Mi offre del
vino, mi parla volgare, perché non c’è misura nel rossetto che
sbordo, non c’è gusto per il trucco che abbondo, per essere
identica a quella che in sogno, mi guarda allo specchio e mi dice
di osare. Assomiglio perfetta alla mia anima in fiamme, all’uomo
che a breve saprà di sudore, di seme che terra accoglie e ricopre,
saprà di maschio addosso a una donna, un buco di muro, di umido e
piscio, perché tanto è lo stesso e poco poi cambia se ho messo il
profumo di viola e mughetto, se porto le calze con la riga che
corre.
Lo guardo, ha i denti ingialliti, da fumo e da
incuria, dagli anni che vanno, ma lui se ne accorge che sono
diversa, che la calza sfilata non ci accomuna per niente, che lo
smalto scrostato non è da taverna. Lo vedo che non sta nella
pelle, che vorrebbe vedere cosa c’è sotto, una gonna di seta
sgualcita dal sesso, che odore può avere una fica borghese, se la
copro di peli o nuda l’ostento, alle mani che a breve saliranno la
gambe. Sale e ride perché ha scoperto il mio trucco, sale e ride e
tocca e ritocca, ride e scende e stringe i miei fianchi, mi chiama
Signora e sussurra mignotta, per il gusto soltanto di gonfiare il
suo sesso, di sentirsi padrone di fronte alla voglia, che giudica
misera perché sa d’abbandono, di donna che cede che apre e si
schiude, alla prima parola che insulta il suo sesso, che l’offende
di dentro ma le piace sentire.
Alle volte mi chiedo che senso che abbia, a
casa ho il calore, tutto quello che voglio, il rispetto e la
stima, la casa sul mare, un armadio ricolmo di vestiti firmati,
diamanti e gioielli e le scarpe di Prada. Oddio che
distratta! Mio marito mi chiama! Ed io sto scrivendo queste
indecenze, di quando quel tizio m’ha scoperchiato la gonna, in
mezzo ad una sala piena di occhi e mi stringeva le cosce e toccava
le tette, per il gusto di farlo e sentirsi padrone, davanti ad una
donna in preda all’istinto, soggiogata da mani senza alcuna
accortezza, asservita al piacere privo di grazia.
Metto virgole e punti e correggo gli errori,
scrivo le rime perché il testo poi scorra, come se altri
dovesse leggerlo ancora, dovesse giudicarmi da quello che scrivo, da
quello che provo e come lo scrivo. Ogni tanto tralascio pagine
bianche, ma poi ci ritorno inventandomi versi, pagine e pagine
intrise di inchiostro, d’umore che stilla dalla penna tremante.
Sono versi immorali che mi riempiono dentro, che non hanno uno
stile, una forma decente, ma servono a me per sentirmi che dentro,
scorre e ribolle il sangue che sento.
Mio marito mi chiama, ma io non mi fermo. Non
posso bloccare la penna che scorre. Le sento le mani che mi
stringono forte, che sanno d’abuso e d’insulto che voglio, che mi
trascinano fuori tenendomi ferma, senza intenzione di pagare una
stanza, senza accortezze per guadagnarsi fiducia. Ancora le sento
le mani ad artigli, mentre in un angolo buio gli appare il mio seno,
bianco e riflesso lo lascio toccare, avido d’essere ingordo alle
labbra, alla bocca che lascia brividi e spilli, un piacere che
scende che sale e s’assesta sull’unico seno pronto per l’uso,
disponibile e mite a quest’ora per strada. Mi prende, mi bacia, ma
non sa cosa fare, sorpreso da tanto remissivo splendore,
s’accuccia e s’inchina ai miei tacchi che punto, per essere
stabile nel momento che entra. Eccolo, ora, lo sento e mi preme,
mi pigia laddove cerca il suo sfogo, il travaso più adatto per
sentirsi più maschio, la foce perfetta per lo sbocco nel mare. Sa
di incuria e di sporco, di sudore che lecco, di femmina munta che
si lascia bagnare, sa d’amore infinito che non riesco a spiegare,
d’anima persa che brucia al calore, di lingue e di fiamme di fuoco
e d’inferno, di sogno che viene ogni volta di notte, che fisso
ogni giorno dentro questo diario.
Oddio mio marito, ancora mi chiama! Ecco sento
i suoi passi! Discreto che bussa. Mi dà tutto il tempo di
nascondere i fogli, queste indecenze che odorano spesse, come
l’aria dei vicoli che vanno giù al porto. “Amore, è pronta la
cena.” Mi sorride e mi bacia delicato alla fronte. Mi alzo e lo
seguo fino in sala da pranzo. La tavola apparecchiata, la stanza
in penombra, un fascio di luce avanza nel buio. Vorrei baciarlo,
dirgli grazie davvero, ma l’unica cosa che cerco e che penso, è
apparecchiarmi per bene, per domani, per sempre, per il prossimo
sogno che indelebile vive, solo tra le righe dei miei versi
immorali.