I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 

Sulle rotaie

LiberaEva

ernestotimor

 
 
 

Sarà che stanotte la gonna m’è quasi di troppo, che in fondo alle remore ci sono file di pioppi che vedo salire. Sarà che cammino sopra questo binario morto e sepolto, queste rotaie coperte di foglie e di fango dove l’ultimo treno passato portava tedeschi ed ebrei. Mi vedo vestita di nero come se nel mio sogno avessi perso qualcuno, perfino i guanti che da anni non metto, la veletta e le calze di seta che fanno le pieghe sopra il tallone.

Cammino sopra questo binario e riconosco la strada, ai lati dentro quei tuguri non c’è nulla di diverso, nonostante gli anni passati che m’hanno fatto più grande, nonostante i governi che dicono cambiati. Qui fuori c’è lo stesso odore di muri bagnati, di case e coperte che il sole non ha mai riscaldato, di sesso e di donne che ci vivono ancora da quando son nate, dentro quei ventri scomodi di pance puttane.

Lungo queste rotaie coperte dall’erba mi sorprendo a pensare ad un solo uomo, perché gli altri che sono passati non hanno mai avuto né volti e né mani. Lo cerco in bianco e nero come dentro una pagina di un album e mi soffermo su due baffi che mi sfioravano la pelle, ma chissà se portava veramente i baffi e se la sua faccia sia davvero quella che ho in mente o un’altra che confondo con uno dei tanti volti che affollavano la mia casa.

Venivano scaglionati alcuni a mani vuote, altri portavano un dolce o una bottiglia di Marsala all‘uovo. Mi chiedo come sia stato possibile non farli incontrare, ognuno la sua ora, ognuno la sua fretta. Si fermavano sull’uscio come per ammirare la vetrina. Mia madre spesso li accoglieva in sottoveste con una scollatura profonda ed un ghigno di diffidenza stampato. Rimanevano pochi minuti tanto per essere sicuri di aver fatto la scelta giusta, poi s’appartavano dietro la tenda che faceva un’altra stanza perché non c’erano pareti a dividere segreti, non c‘erano muri di mattoni per non crescere in fretta. Ed io facevo i compiti come se fosse naturale sentire quelle parole che lentamente lasciavano il posto a gemiti e sospiri per nulla soffocati. Studiavo storia e facevo esercizi come se da grande il mio destino fosse stato diverso, parrucchiera o commessa, o profumiera come dicevo. Speravo soltanto che mia madre finisse in fretta per aiutarmi sui numeri dove andavo proprio male, per ripassare quei fiumi e quei laghi che non avrei mai visto.

Ero gelosa di quei respiri, gelosa di quei seni che a sera mi facevano da riparo e cuscino. L’abbracciavo senza parlare come se quella forma di madre dovesse rimanere immutata nel tempo, come se quel suo odore di violetta e di spighe sarebbe rimasto inalterato ai tanti profumi in cui ho galleggiato per mestiere.

Cosa darei ora per risentire almeno la coda della scia, uno strascico d’aria che riempiva i vuoti di casa quando di notte correvo dentro il suo letto e speravo con tutta me stessa che m’abbracciasse come avrebbe fatto con un qualunque cliente che odiavo e non capivo.

Sarà pure che gli anni poi sono passati, e non c’è stato bisogno di scegliere, come se fosse naturale, scritto da qualche parte del cielo che le mie mani non fossero servite per far la commessa e consigliare un profumo. La scuola dell’obbligo l’avevo finita da tempo e fu tutto semplice, maledettamente facile, tutto lasciato alla stregua di un istinto, dei tanti gemiti sentiti per anni oltre la tenda.

Sarà che accadde per caso come tutte le cose importanti e che il destino volle che quel giorno mia madre fosse uscita un attimo per chissà dove. Lui aveva una faccia conosciuta e bussò discreto. Come al solito si fermò sulla porta, poi entrò per niente sorpreso di non trovare mia madre. Si mise seduto senza chiedere permesso, ma io lo lasciai fare perché già sapevo cosa sarebbe successo. Mi convinse senza fiatare, si alzò ed io lo seguii dietro la tenda. Sento ancora quel silenzio quando con un gesto mi fece cenno di lasciarmi la maglietta e la gonna che portavo per casa, quel silenzio quando mi adagiai sul letto imitando mia madre e per la prima volta occupai il suo posto. Non ci furono parole perché non avevo nulla da dire e lui non avrebbe saputo cosa dirmi, visto che era entrato per mia madre, una donna che esperta l’avrebbe fatto godere, l’avrebbe fatto volare, anziché un accenno di donna che goffa copriva il suo fiore.

Lasciai che mi baciasse sopra quella stoffa, lasciai che le sue mani ridisegnassero le forme di quella prima volta, i gemiti che avevo imparato a memoria, le mezze frasi che ascoltavo ogni giorno interrotte da un sorriso soffocato a malapena. Seguivo quella luce di un comune pomeriggio, quella sua voglia che di colpo pigiò insistentemente contro le pieghe della mia gonna. Poi fu un susseguirsi di immagini e sensazioni, d’un uomo soggiogato dal desiderio d’avermi. L’ombra della sua voglia s’insinuò lungo i miei incavi dimenticando la grazia delle mani poco prima. Per quanto inesperta lo pregai di non interrompere il tragitto, di farmi sentire come le mie amiche impegnate tutto il giorno mentre io illusa cercavo un altro lavoro. Lui obbedì come se fosse un dovere, un sacrificio, vittima destinata per farmi un favore. Ed io non volevo che quello per non sentirmi in difetto, perché la sera non si parlava di altro, ed io ascoltavo soltanto mentre le altre più esperte raccontavano l’impossibile e il vissuto sulla porta di casa dove si respiravano odori intensi di fogna a cielo aperto, di sessi sbottonati che rifacevano il giro.

Gli dissi solo di fare più in fretta perché mia madre sarebbe tornata a momenti, rise eccitandosi all’idea di farsi madre e figlia, di farci paragone e poi emettere un giudizio. Rise, mentre il suo piacere premeva lungo la strada maestra, un viottolo di campagna che l’erba aveva ricoperto. Strinsi forte le sue orecchie quando d’improvviso mi resi conto cosa dietro la tenda accompagnavano quei gemiti, cosa c’era dentro quei respiri spezzati, quelle frasi mezze che ora stavo lì per sentire, per dire.

L’accarezzai, lo baciai come se quella testa rada l’avessi sempre conosciuta, come se a suo modo m’avesse scelta. Lui intuì i miei pensieri, di colpo diventò un amante vero, raccolse i miei capelli e mi baciò il collo, poi da esperto mi tolse delicatamente la maglietta. Spuntarono sodi due capezzoli irti, che mai avevo visto così vogliosi. Mi disse che erano freschi, dissentanti come l’acqua di sorgente. Risi e lui li accarezzò di nuovo e poi li coprì, chissà perché mai, riparandoli con il palmo della mano. La sua bocca esplorò la mia pancia, i miei fianchi, ogni tratto della mia schiena. La sua lingua s’insinuò tra le mie labbra… Non ci giurerei, come al tempo non lo feci, ma sentii chiaramente una voce roca dirmi amore… Fu allora che lo pregai, goffa e tremante mi tolsi le mutandine, e lo invitai tra le mie gambe acerbe.

Sarà stato il mio modo di attenderlo, saranno state le mie parole forzate, ma qualcosa non andò per il verso giusto, qualcosa intuì, rendendosi conto che quella sarebbe stata la mia prima volta e che davvero sarebbe servito per spianarmi altre strade. Mi chiese gli anni che non dissi, mi chiese se già l’avessi fatto mimando dei particolari che non capivo. Rimase un attimo a fissare il mio fiore, ma vidi materializzarsi nei suoi occhi i dubbi e la voglia, poi si scansò di colpo come se gli avessi confidato d’essere infetta. Prese la sua roba appoggiata alla spalliera, si vestì in fretta e mi diede il doppio di quanto solitamente dava a mia madre. Mi ordinò di tenere la bocca chiusa e scappò lasciandomi il dubbio amaro che l’amore fosse solo quello, che quei gemiti e quei sospiri non servivano poi a niente.

Per molto tempo pensai che il sesso di maschio era solo uno scambio di gemiti e parole, che l’amore un qualcosa d’asciutto, un anoressico dai e dai sopra i vestiti. Passarono ancora giorni per sgretolare quella certezza, passarono senza più quei baci caldi e i miei capelli raccolti, senza quelle carezze che leggere avevano disegnato le forme, parabole aspre dei miei seni già fatti. C’era ancora la tenda e dei gemiti forti, sessi nodosi come rami di pesco e rumori aldilà di cucina e chiacchiericcio di donne.

Passarono uomini come ne passano ancora, lungo queste rotaie che mi riportano a casa, tra questo seno che incredulo mi precede abbondante mentre mi domando chissà per quale motivo non riesco a ricordarmi neanche un volto dei tanti che l’hanno seguito. Loro sì che m’hanno cercata fino in fondo, loro sì che sono entrati senza chiedermi l’età, ed hanno stappato la mia voglia come uno spumante a capodanno.

Sarà che stasera non ho voglia di tornarmene a casa, vorrei rimanere qui tra questa fogna a cielo aperto per aiutarmi a ricordare se davvero quell’uomo portava i baffi, se erano folti o se erano radi, perché la differenza non cambierebbe il ricordo, ma mi farebbe sentire nitidamente quei brividi che negli anni non ho più avvertito.

Sarà che guardo queste case e sento in bocca il sapore della nostalgia, come lo stesso ardore dei miei seni ancora acerbi, mi ripeto che non sono affatto delusa dagli anni che m’hanno preceduto, ma quanto vorrei per almeno un istante il ricordo di una casa con i muri per non crescere troppo in fretta e attutire quei sospiri. Non m’importa quello che ho fatto, che se fossi nata da un’altra pancia avrei fatto altro e magari avrei avuto una tata che mi spicciava i capelli prima di andare a dormire. Non importa! Perché mai rinuncerei al ricordo di quelle labbra con i baffi o senza, ma premurosi e vigliacchi che m’hanno lasciata intatta come un viottolo di campagna coperto dall’erba.

 
     
 
 

 

   pubblicazione agosto  2009 

 
 

       

 
 
 
 

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