Sarà che stanotte la gonna m’è quasi di troppo, che in
fondo alle remore ci sono file di pioppi che vedo salire. Sarà che cammino
sopra questo binario morto e sepolto, queste rotaie coperte di foglie e di
fango dove l’ultimo treno passato portava tedeschi ed ebrei. Mi vedo
vestita di nero come se nel mio sogno avessi perso qualcuno, perfino i
guanti che da anni non metto, la veletta e le calze di seta che fanno le
pieghe sopra il tallone.
Cammino sopra questo binario e riconosco la strada, ai
lati dentro quei tuguri non c’è nulla di diverso, nonostante gli anni
passati che m’hanno fatto più grande, nonostante i governi che dicono
cambiati. Qui fuori c’è lo stesso odore di muri bagnati, di case e coperte
che il sole non ha mai riscaldato, di sesso e di donne che ci vivono
ancora da quando son nate, dentro quei ventri scomodi di pance puttane.
Lungo queste rotaie coperte dall’erba mi sorprendo a
pensare ad un solo uomo, perché gli altri che sono passati non hanno mai
avuto né volti e né mani. Lo cerco in bianco e nero come dentro una pagina
di un album e mi soffermo su due baffi che mi sfioravano la pelle, ma
chissà se portava veramente i baffi e se la sua faccia sia davvero quella
che ho in mente o un’altra che confondo con uno dei tanti volti che
affollavano la mia casa.
Venivano scaglionati alcuni a mani vuote, altri
portavano un dolce o una bottiglia di Marsala all‘uovo. Mi chiedo come sia
stato possibile non farli incontrare, ognuno la sua ora, ognuno la sua
fretta. Si fermavano sull’uscio come per ammirare la vetrina. Mia madre
spesso li accoglieva in sottoveste con una scollatura profonda ed un ghigno
di diffidenza stampato. Rimanevano pochi minuti tanto per essere sicuri di
aver fatto la scelta giusta, poi s’appartavano dietro la tenda che faceva
un’altra stanza perché non c’erano pareti a dividere segreti, non c‘erano
muri di mattoni per non crescere in fretta. Ed io facevo i compiti come se
fosse naturale sentire quelle parole che lentamente lasciavano il posto a
gemiti e sospiri per nulla soffocati. Studiavo storia e facevo esercizi
come se da grande il mio destino fosse stato diverso, parrucchiera o
commessa, o profumiera come dicevo. Speravo soltanto che mia madre finisse
in fretta per aiutarmi sui numeri dove andavo proprio male, per ripassare
quei fiumi e quei laghi che non avrei mai visto.
Ero gelosa di quei respiri, gelosa di quei seni che a
sera mi facevano da riparo e cuscino. L’abbracciavo senza parlare come se
quella forma di madre dovesse rimanere immutata nel tempo, come se quel
suo odore di violetta e di spighe sarebbe rimasto inalterato ai tanti
profumi in cui ho galleggiato per mestiere.
Cosa darei ora per risentire almeno la coda della scia,
uno strascico d’aria che riempiva i vuoti di casa quando di notte correvo
dentro il suo letto e speravo con tutta me stessa che m’abbracciasse come
avrebbe fatto con un qualunque cliente che odiavo e non capivo.
Sarà pure che gli anni poi sono passati, e non c’è
stato bisogno di scegliere, come se fosse naturale, scritto da qualche
parte del cielo che le mie mani non fossero servite per far la commessa e
consigliare un profumo. La scuola dell’obbligo l’avevo finita da tempo e
fu tutto semplice, maledettamente facile, tutto lasciato alla stregua di
un istinto, dei tanti gemiti sentiti per anni oltre la tenda.
Sarà che accadde per caso come tutte le cose importanti
e che il destino volle che quel giorno mia madre fosse uscita un attimo
per chissà dove. Lui aveva una faccia conosciuta e bussò discreto. Come al
solito si fermò sulla porta, poi entrò per niente sorpreso di non trovare
mia madre. Si mise seduto senza chiedere permesso, ma io lo lasciai fare
perché già sapevo cosa sarebbe successo. Mi convinse senza fiatare, si
alzò ed io lo seguii dietro la tenda. Sento ancora quel silenzio quando
con un gesto mi fece cenno di lasciarmi la maglietta e la gonna che
portavo per casa, quel silenzio quando mi adagiai sul letto imitando mia
madre e per la prima volta occupai il suo posto. Non ci furono parole
perché non avevo nulla da dire e lui non avrebbe saputo cosa dirmi, visto
che era entrato per mia madre, una donna che esperta l’avrebbe fatto
godere, l’avrebbe fatto volare, anziché un accenno di donna che goffa
copriva il suo fiore.
Lasciai che mi baciasse sopra quella stoffa, lasciai
che le sue mani ridisegnassero le forme di quella prima volta, i gemiti
che avevo imparato a memoria, le mezze frasi che ascoltavo ogni giorno
interrotte da un sorriso soffocato a malapena. Seguivo quella luce di un
comune pomeriggio, quella sua voglia che di colpo pigiò insistentemente
contro le pieghe della mia gonna. Poi fu un susseguirsi di immagini e
sensazioni, d’un uomo soggiogato dal desiderio d’avermi. L’ombra della sua
voglia s’insinuò lungo i miei incavi dimenticando la grazia delle mani
poco prima. Per quanto inesperta lo pregai di non interrompere il
tragitto, di farmi sentire come le mie amiche impegnate tutto il giorno
mentre io illusa cercavo un altro lavoro. Lui obbedì come se fosse un
dovere, un sacrificio, vittima destinata per farmi un favore. Ed io non
volevo che quello per non sentirmi in difetto, perché la sera non si
parlava di altro, ed io ascoltavo soltanto mentre le altre più esperte
raccontavano l’impossibile e il vissuto sulla porta di casa dove si
respiravano odori intensi di fogna a cielo aperto, di sessi sbottonati che
rifacevano il giro.
Gli dissi solo di fare più in fretta perché mia madre
sarebbe tornata a momenti, rise eccitandosi all’idea di farsi madre e
figlia, di farci paragone e poi emettere un giudizio. Rise, mentre il suo
piacere premeva lungo la strada maestra, un viottolo di campagna che
l’erba aveva ricoperto. Strinsi forte le sue orecchie quando d’improvviso
mi resi conto cosa dietro la tenda accompagnavano quei gemiti, cosa c’era
dentro quei respiri spezzati, quelle frasi mezze che ora stavo lì per
sentire, per dire.
L’accarezzai, lo baciai come se quella testa rada
l’avessi sempre conosciuta, come se a suo modo m’avesse scelta. Lui intuì
i miei pensieri, di colpo diventò un amante vero, raccolse i miei capelli
e mi baciò il collo, poi da esperto mi tolse delicatamente la maglietta.
Spuntarono sodi due capezzoli irti, che mai avevo visto così vogliosi. Mi
disse che erano freschi, dissentanti come l’acqua di sorgente. Risi e lui
li accarezzò di nuovo e poi li coprì, chissà perché mai, riparandoli con
il palmo della mano. La sua bocca esplorò la mia pancia, i miei fianchi,
ogni tratto della mia schiena. La sua lingua s’insinuò tra le mie labbra…
Non ci giurerei, come al tempo non lo feci, ma sentii chiaramente una voce
roca dirmi amore… Fu allora che lo pregai, goffa e tremante mi tolsi le
mutandine, e lo invitai tra le mie gambe acerbe.
Sarà stato il mio modo di attenderlo, saranno state le
mie parole forzate, ma qualcosa non andò per il verso giusto, qualcosa
intuì, rendendosi conto che quella sarebbe stata la mia prima volta e che
davvero sarebbe servito per spianarmi altre strade. Mi chiese gli anni che
non dissi, mi chiese se già l’avessi fatto mimando dei particolari che non
capivo. Rimase un attimo a fissare il mio fiore, ma vidi materializzarsi
nei suoi occhi i dubbi e la voglia, poi si scansò di colpo come se gli
avessi confidato d’essere infetta. Prese la sua roba appoggiata alla
spalliera, si vestì in fretta e mi diede il doppio di quanto solitamente
dava a mia madre. Mi ordinò di tenere la bocca chiusa e scappò lasciandomi
il dubbio amaro che l’amore fosse solo quello, che quei gemiti e quei
sospiri non servivano poi a niente.
Per molto tempo pensai che il sesso di maschio era solo
uno scambio di gemiti e parole, che l’amore un qualcosa d’asciutto, un
anoressico dai e dai sopra i vestiti. Passarono ancora giorni per
sgretolare quella certezza, passarono senza più quei baci caldi e i miei
capelli raccolti, senza quelle carezze che leggere avevano disegnato le
forme, parabole aspre dei miei seni già fatti. C’era ancora la tenda e dei
gemiti forti, sessi nodosi come rami di pesco e rumori aldilà di cucina e
chiacchiericcio di donne.
Passarono uomini come ne passano ancora, lungo queste
rotaie che mi riportano a casa, tra questo seno che incredulo mi precede
abbondante mentre mi domando chissà per quale motivo non riesco a
ricordarmi neanche un volto dei tanti che l’hanno seguito. Loro sì che
m’hanno cercata fino in fondo, loro sì che sono entrati senza chiedermi
l’età, ed hanno stappato la mia voglia come uno spumante a capodanno.
Sarà che stasera non ho voglia di tornarmene a casa,
vorrei rimanere qui tra questa fogna a cielo aperto per aiutarmi a
ricordare se davvero quell’uomo portava i baffi, se erano folti o se erano
radi, perché la differenza non cambierebbe il ricordo, ma mi farebbe
sentire nitidamente quei brividi che negli anni non ho più avvertito.
Sarà che guardo queste case e sento in bocca il sapore
della nostalgia, come lo stesso ardore dei miei seni ancora acerbi, mi
ripeto che non sono affatto delusa dagli anni che m’hanno preceduto, ma
quanto vorrei per almeno un istante il ricordo di una casa con i muri per
non crescere troppo in fretta e attutire quei sospiri. Non m’importa
quello che ho fatto, che se fossi nata da un’altra pancia avrei fatto
altro e magari avrei avuto una tata che mi spicciava i capelli prima di
andare a dormire. Non importa! Perché mai rinuncerei al ricordo di quelle
labbra con i baffi o senza, ma premurosi e vigliacchi che m’hanno lasciata
intatta come un viottolo di campagna coperto dall’erba.