I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 

Se fossi sua moglie

Foto fabrizio costanzi

 
 
 

Se fossi sua moglie passeresti la notte, distesa sul letto e lui di fianco che dorme, ed al primo respiro dimostrargli il tuo affetto, preparargli una tisana se per caso sta male, senza pensare che potrebbe tradirti, che un’altra lo tenti di giorno o nel sogno, ed a volte succede che ci fa pure l’amore, già se fossi sua moglie… se fossi sua moglie avresti dei figli, che riempirebbero i giorni e il tempo che pesa, ma soprattutto saresti tranquilla e sicura, che per quanto l’amore possa finire, sarebbe difficile non vedersi per sempre.

Se fossi sua moglie avresti tempo per dire, per truccarti la faccia e cambiare d’umore, e non come ora che alterni il sorriso, al pianto che viene copioso e da solo, quando sovrapponi le smanie alla noia, e davanti ai suoi occhi ti scaldi e t’abbatti, che a volte davvero sembri una pazza, perché se davvero fossi sua moglie non ci sarebbe bisogno, di fare la pace prima che vada, a volte davvero neanche un litigio, perché la rabbia scompare col tempo che scorre, si dissolve in un niente sulla strada di casa, e ti prendi le colpe perché quello che resta, è un senso incompiuto di averlo vicino.

Se fossi sua moglie non staresti per ore, davanti allo specchio a lisciarti i capelli, a guardarti se il seno ha la forma più giusta, della voglia di maschio che avida succhia, della brama che assale una donna già pronta, a farsi sgualcire la pelle fin dove, nessuno mai s’è cullato d’inverno, nemmeno d’estate uno spicchio di sole. Non staresti qui delusa a pensare, che nel frattempo hai preso un chilo di troppo, dall’ultima volta che vi siete incontrati, in quell’albergo di Ostia all’ultimo piano, con la vetrata a parete a strapiombo sul mare.

Se fossi sua moglie avreste altro da fare, portare giù il cane o fare la spesa, farti la doccia mentre l’altro è in giardino, e comunque non sempre a fianco vicini, a parlare di anima e promettervi amore, a fissare un tramonto che è spesso un pretesto, per darsi piacere così come viene. Perché il più delle volte quando è l’ora d’andare, l’incertezza ti assale e sei quasi convinta, che domani potrebbe conoscerne un’altra, bella e signora con un cappello di paglia, con una gonna di fiori e un vento più forte, scoperta nel punto dove s’annida l’intrigo, e poi non rimane che lasciarsi guidare.

Perché di donne belle ne è pieno il mondo, in ufficio, a teatro o in una mostra d’autore, e più spesso per strada dove camminano ignare, d’essere mine e bombe vaganti, o alle volte in agguato che si fanno guardare, il seno abbondante che dal niente traspare. Alle volte più vicino di quanto non credi, nei palazzi o in case come amiche o parenti, con i sensi sopiti ed una voragine dentro, perché davvero poi basta meno di un niente, perché davvero succede come a noi del resto, un sorriso gentile ed un timbro di voce, e senti il tuo sangue che s’addensa e s’aggruma, e il cuore che batte ti dà la misura, di quanto è più fondo il vuoto che vivi.

Gli dai il tuo numero con fare distratto, che lui s’annota geloso e ripete a memoria, e ti dice che mai lo userà per chiamare, ma aspetta con ansia che ti fai risentire. E sono sguardi e messaggi alle volte un fiore, per sentirti rinata, per sentirti diversa, e sperare che chiami nel momento preciso, che tuo marito ha portato il cane per strada. E davvero squilla, certo che squilla, e si scusa se è stato troppo invadente, lo rimproveri bonaria ma solo per finta, perché dopo sicura ti strappa un invito, dalle cinque alle sette di un giorno feriale, nell’orario comunque che dà meno sospetti.

Ti accorgi ben presto che stai entrando nel ruolo, che hai criticato schifata con le tue amiche per anni, e scopri segreta un’emozione poi un’altra, vissuta da dentro senza che nessuno lo sappia. Eh sì che allora vai per negozi, e diventi cliente della merceria sotto casa, dove un po’ ti vergogni ma poi ti fai forza, mentre sul banco ti mostra pizzi e merletti, una mutandina che mai avresti osato comprare, un reggiseno a balze che riempie e modella, ed a casa riponi in fondo al cassetto.

Ma poi ci ritorni e compri dell’altro, lei ti consiglia mentre ti guardi allo specchio, e ti provi ogni cosa perché il dubbio t’assale, se il rosso ti sbatte sulla pelle di seta, sulla calza velata con la riga che corre. E li indossi davvero e ti senti diversa, e ti senti leggera e femmina bella, attenta ai dettagli che prima ignoravi, che ora segreta porti sotto la gonna, ed aspetti l’istante come quel soffio di vento, per dargli il segnale che sei consenziente, per dargli quel cenno che s’aspetta da giorni, senza per questo spiegarti a parole, che t’ha presa davvero l’anima e il cuore, e poi anche il resto ma non è ancora il momento. Torni a casa e nel letto ci pensi, che tu sei la stessa e madre di figli, che sei troppo vecchia per giocare all’amore, e questi sogni li lasci a fanciulle più acerbe. Ma dura un momento, una notte soltanto, perché la mattina ti trovi a pensare, la faccia più finta per cercare una scusa, per inventarti una storia e volare leggera.

E fingi davvero certo che fingi, che trovi ritagli da vivere in fretta, prima che tuo figlio esca da scuola, mentre tua figlia è a lezione di piano, perché lui oggi aveva del tempo, e ti ha scritto un messaggio come fosse un appello, per scavarti la carne dell’anima in fiamme, per toccarti quel seno che mostri e rimostri. Ti dai della pazza ma non puoi farne a meno, dentro una macchina a due passi da casa, dietro quell’angolo che non copre nessuno, nemmeno la tua testa che ora si muove, e da fuori chiunque potrebbe intuire.

E la sera fingi certo che fingi, un gran mal di testa se tuo marito ti vuole, perché non è il sesso che ti sazia lì in fondo, ma un misto di sensi che scambi col cuore, e ti basta poi poco per sentirti appagata, uno squillo una voce chiusa nel bagno, con l’acqua che scorre per non dare sospetti. Sono frasi spezzate che non dicono nulla, fiati e promesse per vedersi al più presto, i tuoi figli, i suoi figli, la scuola, il lavoro, le parole più calde che si fanno volgari, che incedono fitte e le lasci ridire, e scendono dense nel posto che prima, hai sbarrato a chi ora già dorme nel letto.

E sarà un turbine di domande e risposte, lui che chiede e tu che l’accetti, quando la sera inizierai ad uscire, trovando il coraggio d’inventarti un’amica, una cena, un lavoro che lui non conosce, compagni di scuola che non vedi da anni. Ti accorgerai che quei baci sono sempre più caldi, che le sue dita sono sempre più lunghe, il suo sesso l’inferno che ti travia e ti plagia, e ti monta per bene come nessuno ha mai fatto. Convinta gli giuri che sarebbe bastato, incontrarlo poco prima che ti sposassi, prima di Luca e Francesca che ora, si stanno chiedendo perché ancora non torni.

Gli dici convinta che se fossi sua moglie, avresti più tempo per dirgli ti amo, perché questi ritagli non danno l’essenza, di quanto una donna ha bisogno di affetto, che ti senti incompiuta perché le ore del giorno, sono troppo lunghe per viverle in fretta. Già, se fossi una moglie… e ti blocchi al pensiero, se fossi una moglie che per il resto lo sei, di un altro diverso sempre sbagliato, che se ne fossi l’amante staresti qui a pensare, magari in questo albergo lo stesso sul mare, magari nel letto dove ti prende e ti piace, che alterna parole come troia ed amore… che se fossi sua moglie sarebbe tutto diverso.




 

 
 
 


 

 

   pubblicazione aprile  2010 

       

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