|
Mattina presto, le sette, seduta in questo bar aspetto, rumori di zucchero
e caffè, odori di brioche. Gente che entra, trafelata di corsa, si
mischiano profumi, voci, giornali. Ombrelli bagnati, passi come ovatta.
Guardo dentro e guardo fuori, le luci dei lampioni sono ancora accese.
Sono dentro un altro film, il cameriere mi scruta, non s’avvicina, sa che
deve aspettare, come tutti i giorni da tanti giorni. Ed io aspetto, le
sette ed aspetto. Guardo fuori, guardo dentro, guardo l’orologio. Tra poco
arriva e sorrido, soddisfatta sorrido. Lo guarderò fisso per indovinargli
la notte, lo guarderò negli occhi perché nient’altro posso fare. Sono
gelosa. Di cosa? Se mai ho respirato il suo alito. Se mai fuori da qui
m’ha detto che m’ama. Sono gelosa. Di cosa? Se mai ha visto le trasparenze
che porto, il circo che fibrilla sotto la mia gonna. Mi viene un dubbio se
mai m’abbia visto senza cappello.
Le sette e cinque ed aspetto.
Lui mi fisserà le mani, le unghie, apprezzerà questo smalto che è lo
stesso da sempre, per esser sicuro che nulla è cambiato, per misurarci
quanto bene ancora gli voglio. Certo che lo farà dicendo che mi vuole, che
m’ama, che domani è diverso. Sottovoce intensamente, dicendo che i miei
occhi sono fatti per amare, che la mia bocca avrebbe un senso, ma poi
tace, si ritrae, sa di essere inconcludente. Se continuasse
s’impegnerebbe, per un banale appuntamento che non c’è, che non c’è mai
stato. Magari per un albergo, una pensione. Guardo l’insegna qui fuori.
Pensione Aurora, primo piano. M’andrebbe bene anche quello.
Le sette e dieci ed aspetto.
Riderà accarezzandomi la mano, guardando di traverso l’emozione sul mio
seno. Riderà guardandosi attorno e chiedendo sottovoce il colore dei miei
slip. Lo chiederà tanto per sapere perché rosse o nere nulla cambierebbe.
Le ore di questo giorno non cambierebbero percorso, piene, troppo piene
per avere spazio, troppo vuote per costruirci un altro sogno.
Il cameriere mi guarda. Sono bella, bella! Quanti uomini vorrebbero…
Intanto aspetto, aspetto un uomo per mezz’ora la mattina. Tutte le
mattine. Dentro questo bar, questa folla, di occhi e mani, di rumori
assordanti, di vetrine e telefoni che squillano.
Le sette e un quarto ed aspetto.
Guardo dentro e guardo fuori. Piove, oggi piove su un traffico impazzito.
Guardo fuori, guardo dentro, guardo l’orologio. Avrà fatto tardi! Bloccato
in qualche ingorgo. La moglie, i figli, la scuola. Come mi sono ridotta!
Tutti i giorni, ogni giorno. Come fare il pieno di carburante dallo stesso
benzinaio. Vederlo per un attimo, per sapere che esiste, per ribadire che
ci sono. Che va tutto bene, maledettamente tutto bene, che mi pensa,
perché quel pensiero è l’unico mio tesoro, perché i suoi occhi, le sue
mani dopo un attimo scompariranno, dentro altri occhi e mani, dentro altre
amanti in agguato, dentro il giorno che lo risucchia e lo riporta in altri
dove. Da anni non c’è tempo, i suoi figli e mio marito. Da anni non c’è
ora, un bar, la sua faccia, il mio trucco e il mio cappello.
Le sette e venti ed aspetto.
Mi parlerà dei figli, d’un viaggio, d’una macchina nuova. Sicuro che lo
farà! Parlerò di mio figlio, d’un viaggio, di una macchina nuova. Si
alzerà chiamando il cameriere, ne approfitta per sbirciare le mie calze.
Come se tra poco ci aspettasse un albergo, dentro quella insegna
fatiscente, Pensione Aurora, primo piano. Ma io sogno e vado altrove,
sogno una finestra, un lago, un amore. Come se tra poco accarezzasse le
mie gambe, salisse oltre questa gonna dove non m’ha mai conosciuto, nylon,
merletti che si sciolgono impazziti, ruotano eterni senza una mano che li
fermi, uno sguardo che provochi imbarazzo. Sogno. Mi parla, gli parlo,
s’accavallano le voci. Mi stringerà la mano. Mi parla e gli parlo più
convinta, d’un giorno che sembra oggi, domani, insieme abbracciati, le
labbra che già sento, baci e sorrisi, ore che passano senza fretta e
rumore, un tramonto che s’adagia sopra il davanzale, penetra come vento
per asciugarci il sudore. Il mio, il suo in un vortice di suoni, d’odori e
di voglie consumando ogni affanno, di fiati e d’ardore sotto la sua carne,
che preme e sa d’amore, che spinge e sa di uomo, che s’insinua e si fa
strada.
Lo conosco da anni, conosco i suoi occhi, lui conosce la mia mano, la mia
bocca che si schiude per parlare, che a null’altro può servire dentro
questa folla ovattata, questo bar pieno d’ombrelli. Lo sogno, lo bramo, in
un letto che non conosco, non conosco la sua pelle, se fuma dopo l’amore,
se si lascia poi guardare. Se distesi o contro un muro per la voglia e per
la fretta. Chissà se poi ancora vuole, se mi lascia esausta a guardare il
soffitto, a contare quante stelle mi rischiarano sfamata dentro un vortice
di letto. Sorrido, ho vergogna che intuisca. Perché le sue parole non
sanno di quel sesso che divora mani e ventre, come se naufragasse sul mio
seno ogni slancio, che la voglia di scoparmi fosse solo a parole.
Le sette e venticinque ed aspetto.
Aspetto la sua mano che mi tormenta, mi stringe dita e mani e poi
ricomincia. Chissà che darei per un attimo soltanto, che s’infilasse nella
manica, sfiorasse il mio polso, e poi più su, rigando la mia pelle, in
mezzo a questa gente che viene e sta andando. E poi ancora seguendo il
percorso, la mia vena una strada, per arrivare fino al gomito, all’oblio
d’un brivido intenso che autonomo va oltre, e si ramifica sulla schiena,
che m’avvolge tutto intero e poi si sdoppia tra i miei seni, e poi ancora
un altro brivido che scende e s’avviluppa dove ora impercettibilmente
divarico la voglia, dove ora evidente chiudo le gambe e tiro il fiato.
Le sette e mezza ed io aspetto.
Mi chiama mio tesoro come se davvero io lo fossi, mi chiama amore caro
come se ci fosse stato, almeno un bacio intenso di labbra e di rossetto,
come fossimo due amanti persi nella brama, come se questo bar un bistrot
sulla Senna, io e lui da soli dove nessuno ci conosce, dove è lecito
sognare prendendoci per mano. Ecco, mi chiama e mi richiama come fossi la
sua tana, alcova di segreti che nascosti stanno dentro, e mai usciranno se
l’amore non ci ha mai visti, distesi a scambiarci parole dentro un letto.
Emozioni sul soffitto che fanno mulinello, sospinti dall’autunno che mi
sorprende più leggera. Ed entra un vento freddo misto a pioggia e
tramontana, parole che rimangono appese alla spalliera, sospese ci
reclamano ancora per sempre un’altra volta, strozzate sul mio seno e lui
mi lega e poi s’avvinghia, che abbraccia e sembra eterno, il suo amore, la
sua amante.
Le sette e trentacinque ed aspetto.
Sorrido, è curioso sentirsi così infedele, quando tutta la passione si
sciupa in un istante, quando tutto il tradimento nasce e muore in un
secondo. Si consuma a buonora nel sogno di sentire il suo impeto che
bacia, che divora pelle e carne dalle parti del mio cuore, che poi non è
cuore, ma gambe ed odore che a rivoli trabocca. Oddio il mio seno! Chissà
se lo tocca, se impazzisce nel vederlo. Se lo stringe o lo ignora. Qui ne
percepisce la misura, ma non conosce quanto è caldo, quanta sostanza posso
offrire, se solo lo volesse! Se solo lo baciasse! Perché io sono pronta,
sono sempre stata pronta! Mi vesto giusto apposta per farglielo intuire,
mi spoglio e mi rivesto ogni giorno nello specchio, per dirgli cosa perde
quando passa un altro giorno, per dirgli che mi basta una semplice
chiamata, oggi ho mal di testa e non vengo a lavoro, oggi è un giorno
nuovo di tendine alla finestra, d’amanti clandestini con il bagno in
corridoio.
Le sette e quaranta ed aspetto.
Dentro questo bar che sa di cappuccino, di passi che di fretta sanno dove
andare, di tacchi di signore che vanno dentro il giorno, mentre ferma io
rimango incollata nel mio sogno, ancora due minuti per convincermi che è
tardi, e poi mi alzerò piena dei miei vuoti, di dubbi che non voglio che
si facciano certezza. Ancora un minuto per vederlo arrivare, che mi
sorride e poi si scusa, ma sa che lo perdono. Ancora un secondo stringo
gli occhi e li riapro, sicuramente poi lo vedo che mi riempie e mi
ristora, nelle ore di questo giorno perché siano più svelte, nel desiderio
che sia domani e domani dopo l’altro.
Le sette e quarantacinque, guardo fuori, guardo dentro, guardo l’orologio,
è tardi devo andare. Chissà forse un contrattempo, un impegno imprevisto,
una malattia di stagione, forse i figli, la moglie, la macchina che non
parte, chissà, ma io non potrò sapere. Guardo fuori e guardo dentro,
guardo il telefono che non squilla. Non posso chiamare. E’ la prima volta
in tanti mesi! M’alzo e vado. Strano! Nessuna velatura appanna i miei
occhi. Strano! Questo giorno non è più vuoto di quelli precedenti. Sorrido
pensando a lui, di corsa trafelato, ma se ora spuntasse non ci sarebbe
differenza, nulla proprio nulla di cambiato. Se ora fosse qui… Esco,
guardo a destra ed a sinistra, niente, non c’è, non vedo il suo sorriso,
la sua ostinazione che domani è un altro giorno, ma forse è proprio oggi e
non serve aspettarlo. Apro l’ombrello, un vento gelido m’assale. Piove.
Oggi è brutto tempo per davvero. Vado, per sempre.
|