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I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

Per le strade di Roma

di LiberaEva

Foto ericafava

 
 
 

Una signora al balcone s’incipria e si specchia, e parla col figlio che gioca giù in strada, gli dice che è tardi che deve salire, perché tra poco lei esce per andare a lavoro. La guardo ha una gonna che si spiega e svolazza, due mani che agita come farfalle, all’aria leggera perché in fretta s’asciughi, lo smalto che rosso la fa femmina bella. Ha i capelli striati da colpi di sole, che si spargono al vento e fanno la ruota, un sorriso che s’apre e mi saluta cortese, come per dire che ci siamo già visti.

M’incanto e ci penso per quale strada di Roma, oppure in posto o in una vita passata, in un giorno di pioggia o con il sole che spacca, ho apprezzato la grazia di una signora di classe. M’incanto e una voce mi dice signore, “Si scansi la prego altrimenti la bagno!” Ha in mano una scopa ed uno straccio da terra, un recipiente con l’acqua di plastica gialla.
Tutt’intorno un brusio di gente che parla, che sciama e lavora per le strade di Roma, un ambulante che grida e vende verdura, un indiano che t’offre tre agli a buon prezzo. Un motorino che passa tra i birilli di gente, fa rumore e le penne e lascia una scia, di fumo e miscela e s’allontana veloce, tra i sampietrini sconnessi per le strade di Roma.

La portiera ha finito di lavare le scale, su una sedia di paglia si riposa sudata, ha un fazzoletto di tela che agita in fretta, in attesa di un alito insperato di vento. Ha un presente di seni importante e romano, un viso vissuto di anni e fatica, avrà cinquant’anni e le gambe un po’ aperte, di chi pensa che ormai ha dato ed ha preso. Magari due figli, una femmina e un maschio, un marito la sera che s’addormenta più presto ed un ricordo che vive sul cuscino ogni notte, una tresca sul fiume con un militare in divisa. Chissà s’era bello e parlava l’inglese, lo stesso che lei ora ci conta per gioco, o saluta il regista e la moglie scozzese, che vivono all’attico ed hanno un cane birmano.
Sono lucciole e grilli di chi non ha nulla da fare, come me che osservo e ricamo parole, e cerco ogni volta un senso e un motivo, perché tutto questo possa fare poesia, oppure soltanto un storia da dire, sui sampietrini sconnessi per le strade di Roma.

Sarà mezzogiorno saranno i colori, queste tinte pastello che s’accendono al sole, gli odori di pesce del mercato vicino, ed un uomo si incolla un quarto di bue. Un ragazzino mi chiama e mi chiede il favore, di tirargli la palla che invano rincorre, solo ora m’accorgo di una partita in diretta, con i pali di porte fatti coi libri. La portiera ora s’alza e lancia la scopa, al cane randagio che quatto quatto ha deciso, di fare i bisogni davanti al portone, proprio nel punto dove prima ha pulito. Poi torna a sedersi e mi dice arrabbiata, che tra uomini e cani non c’è differenza, ubriachi di notte e a quattro zampe di giorno, hanno preso quel muro come un pisciatoio all’aperto.
Sono suoni e rumori d’un giorno feriale, un robivecchi che urla, un arrotino che passa, una nomade slava che suona il violino ed offre servizi di mano e di bocca. Sono suoni ed odori intensi e di shampoo, di una donna che esce dal parrucchiere e si guarda, nella vetrina in penombra con i capelli rifatti, ed un uomo le fischia per le strade di Roma.

La signora al balcone ha messo il cappello, rosso di paglia con un fiocco di lato, un vestito a pois strettissimo ai fianchi, con uno spacco davanti che si apre scendendo. Sul portone si ferma precaria sui tacchi, sussurra nasale e muove le mani, la portiera la vede e scatta all’in piedi, con il capo annuisce e la chiama signora. “Caterina la prego badi a mio figlio, ho un appuntamento al Plaza e farò molto tardi, salga tra un’ora ed in caso mi chiami, se si sveglia stanotte gli prenda la mano.”
Da lontano mi vede e sorride ancora, mi convinco davvero che non era un abbaglio, che in qualche parte davvero ci siamo già visti, oppure ho una faccia che scambia con altri. Mi passa vicino e sento il profumo, come di viole come di frutta, ma è forte e più adatto ad una mezza stagione, o in un locale di notte per turisti stranieri. Mi passa vicino ma passa e va dritta, quindi per forza non m’ha scambiato con altri, era solo cortese oppure un invito, magari a seguirla per le strade di Roma.

Cammina ed ancheggia e fa rumore sui tacchi, che ora m’accorgo sono abbinati al resto, con un laccetto vezzoso che riprende il colore, del fiocco al cappello e la cintura in vita.
Sono lucciole e grilli di chi scrive parole, che ricama una donna con la riga alla calza, e s’immagina a breve che il tacco s’impigli, nei sampietrini sconnessi delle strade di Roma. Forse fa in tempo per offrirle una mano, oppure si lascia trasportare dal sogno, come me che la vedo alla fermata dei taxi, che posa la borsa e si guarda intorno. In quel momento nessuno ha gli occhi puntati, e segreta e furtiva s’aggiusta la calza, prima una e poi l’altra come fosse vitale, per un uomo, un destino o solamente un lavoro.

M’avvicino e la chiamo “Mi scusi signora.” Lei siede sul taxi e sorpresa si volta, mi guarda sorride e si toglie gli occhiali, ha gli occhi di cielo quando cade un tramonto, un volo di rondini che fanno cerchi nell’aria, sotto un trucco sfumato di grigio e celeste. Ma il sogno si ferma quando il taxi parte, ed io che mi trovo al punto di prima, la portiera di fronte mi guarda e mi dice: “Giovanotto lascia sta’, non c’è trippa per gatti!” Arrossisco e mi chiedo come abbia fatto a capire, ad entrarmi nel sogni senza essermi mosso.

Adoro quel posto mi lascio rapire, da quell’affresco a colori di una Roma sparita, da quell’acquarello di gente che chiunque saluta, dal falegname albanese al vigile urbano, dal fioraio vicino che offre una rosa, ad ogni signora piacente che passa, all’infermiera che stacca dal turno di notte, e prescrive ricette come fosse un dottore.
Mi chiedo soltanto come faccio stasera, a mettere in bella tutto quello che vedo, a scrivere fitto tra virgole e punti, quest’incastro preciso che fluido scorre, questa recita a braccio di un coro di voci, uguali e diverse senza pesi e misure, ed ognuno di loro ha una parte di scena, sui sampietrini sconnessi per le strade di Roma


 

 
     
 
 
 
 
 
 
 
     
 
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   pubblicazione marzo  2008 

 
 

       

 
 
 
 

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