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Una signora al balcone
s’incipria e si specchia, e parla col figlio che gioca giù in strada, gli
dice che è tardi che deve salire, perché tra poco lei esce per andare a
lavoro. La guardo ha una gonna che si spiega e svolazza, due mani che
agita come farfalle, all’aria leggera perché in fretta s’asciughi, lo
smalto che rosso la fa femmina bella. Ha i capelli striati da colpi di
sole, che si spargono al vento e fanno la ruota, un sorriso che s’apre e
mi saluta cortese, come per dire che ci siamo già visti.
M’incanto e ci penso per quale strada di Roma, oppure in posto o in una
vita passata, in un giorno di pioggia o con il sole che spacca, ho
apprezzato la grazia di una signora di classe. M’incanto e una voce mi
dice signore, “Si scansi la prego altrimenti la bagno!” Ha in mano una
scopa ed uno straccio da terra, un recipiente con l’acqua di plastica
gialla.
Tutt’intorno un brusio di gente che parla, che sciama e lavora per le
strade di Roma, un ambulante che grida e vende verdura, un indiano che
t’offre tre agli a buon prezzo. Un motorino che passa tra i birilli di
gente, fa rumore e le penne e lascia una scia, di fumo e miscela e
s’allontana veloce, tra i sampietrini sconnessi per le strade di Roma.
La portiera ha finito di lavare le scale, su una sedia di paglia si riposa
sudata, ha un fazzoletto di tela che agita in fretta, in attesa di un
alito insperato di vento. Ha un presente di seni importante e romano, un
viso vissuto di anni e fatica, avrà cinquant’anni e le gambe un po’
aperte, di chi pensa che ormai ha dato ed ha preso. Magari due figli, una
femmina e un maschio, un marito la sera che s’addormenta più presto ed un
ricordo che vive sul cuscino ogni notte, una tresca sul fiume con un
militare in divisa. Chissà s’era bello e parlava l’inglese, lo stesso che
lei ora ci conta per gioco, o saluta il regista e la moglie scozzese, che
vivono all’attico ed hanno un cane birmano.
Sono lucciole e grilli di chi non ha nulla da fare, come me che osservo e
ricamo parole, e cerco ogni volta un senso e un motivo, perché tutto
questo possa fare poesia, oppure soltanto un storia da dire, sui
sampietrini sconnessi per le strade di Roma.
Sarà mezzogiorno saranno i colori, queste tinte pastello che s’accendono
al sole, gli odori di pesce del mercato vicino, ed un uomo si incolla un
quarto di bue. Un ragazzino mi chiama e mi chiede il favore, di tirargli
la palla che invano rincorre, solo ora m’accorgo di una partita in
diretta, con i pali di porte fatti coi libri. La portiera ora s’alza e
lancia la scopa, al cane randagio che quatto quatto ha deciso, di fare i
bisogni davanti al portone, proprio nel punto dove prima ha pulito. Poi
torna a sedersi e mi dice arrabbiata, che tra uomini e cani non c’è
differenza, ubriachi di notte e a quattro zampe di giorno, hanno preso
quel muro come un pisciatoio all’aperto.
Sono suoni e rumori d’un giorno feriale, un robivecchi che urla, un
arrotino che passa, una nomade slava che suona il violino ed offre servizi
di mano e di bocca. Sono suoni ed odori intensi e di shampoo, di una donna
che esce dal parrucchiere e si guarda, nella vetrina in penombra con i
capelli rifatti, ed un uomo le fischia per le strade di Roma.
La signora al balcone ha messo il cappello, rosso di paglia con un fiocco
di lato, un vestito a pois strettissimo ai fianchi, con uno spacco davanti
che si apre scendendo. Sul portone si ferma precaria sui tacchi, sussurra
nasale e muove le mani, la portiera la vede e scatta all’in piedi, con il
capo annuisce e la chiama signora. “Caterina la prego badi a mio figlio,
ho un appuntamento al Plaza e farò molto tardi, salga tra un’ora ed in
caso mi chiami, se si sveglia stanotte gli prenda la mano.”
Da lontano mi vede e sorride ancora, mi convinco davvero che non era un
abbaglio, che in qualche parte davvero ci siamo già visti, oppure ho una
faccia che scambia con altri. Mi passa vicino e sento il profumo, come di
viole come di frutta, ma è forte e più adatto ad una mezza stagione, o in
un locale di notte per turisti stranieri. Mi passa vicino ma passa e va
dritta, quindi per forza non m’ha scambiato con altri, era solo cortese
oppure un invito, magari a seguirla per le strade di Roma.
Cammina ed ancheggia e fa rumore sui tacchi, che ora m’accorgo sono
abbinati al resto, con un laccetto vezzoso che riprende il colore, del
fiocco al cappello e la cintura in vita.
Sono lucciole e grilli di chi scrive parole, che ricama una donna con la
riga alla calza, e s’immagina a breve che il tacco s’impigli, nei
sampietrini sconnessi delle strade di Roma. Forse fa in tempo per offrirle
una mano, oppure si lascia trasportare dal sogno, come me che la vedo alla
fermata dei taxi, che posa la borsa e si guarda intorno. In quel momento
nessuno ha gli occhi puntati, e segreta e furtiva s’aggiusta la calza,
prima una e poi l’altra come fosse vitale, per un uomo, un destino o
solamente un lavoro.
M’avvicino e la chiamo “Mi scusi signora.” Lei siede sul taxi e sorpresa
si volta, mi guarda sorride e si toglie gli occhiali, ha gli occhi di
cielo quando cade un tramonto, un volo di rondini che fanno cerchi
nell’aria, sotto un trucco sfumato di grigio e celeste. Ma il sogno si
ferma quando il taxi parte, ed io che mi trovo al punto di prima, la
portiera di fronte mi guarda e mi dice: “Giovanotto lascia sta’, non c’è
trippa per gatti!” Arrossisco e mi chiedo come abbia fatto a capire, ad
entrarmi nel sogni senza essermi mosso.
Adoro quel posto mi lascio rapire, da quell’affresco a colori di una Roma
sparita, da quell’acquarello di gente che chiunque saluta, dal falegname
albanese al vigile urbano, dal fioraio vicino che offre una rosa, ad ogni
signora piacente che passa, all’infermiera che stacca dal turno di notte,
e prescrive ricette come fosse un dottore.
Mi chiedo soltanto come faccio stasera, a mettere in bella tutto quello
che vedo, a scrivere fitto tra virgole e punti, quest’incastro preciso che
fluido scorre, questa recita a braccio di un coro di voci, uguali e
diverse senza pesi e misure, ed ognuno di loro ha una parte di scena, sui
sampietrini sconnessi per le strade di Roma
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