I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 

Musica e Miele

(La mia parte migliore)

Foto stefano girardi

 
 
 

Sarà che indosso una gonna di lino leggera, a pieghe più corta per far vedere le gambe, senza che poi chi vede ci speri, di risalire la calza come fosse corrente, di toccare il colore delle mutande che porto, prima d’averle tolte del tutto. Ogni strada che faccio è un viale di coda, di alberi curvi che mi fanno l’inchino, di un fiume che scorre dentro il suo letto, come musica nuova che proviene dal nulla e nel nulla ritorna tra i ricordi sfumati.

Sarà che porto un ombrello per ripararmi dal sole, perché la mia pelle non diventi volgare, perché quello che offro è vergine intatta, incontrata per caso su un viale di pioppi. Non faccio l’amore che nemmeno conosco, non faccio del sesso, non saprei cosa fare, cosa dire al momento se servisse parlare, perché quello che dono è un pezzo di stoffa, che negli anni ho apprezzato nei riflessi degli occhi, ma se fosse stato per me lo avrei messo a lavare.

Cammino e m’apparto dietro una siepe d’alloro, perché chi mi vuole sa dove trovarmi, sa quanto gli costa comprare un tesoro, sa quello che vuole e quello che offro. Non chiedo poi tanto, mai chiesto la luna, perché è solo un gioco e mi diverte davvero, quando vedo quegli occhi che mi mangiano intera, ma non vogliono il seno, i fianchi, la bocca, si lasciano andare per quel cencio ordinario, uno spicchio che dono di ricami e merletti.

La prima volta ricordo sono rimasta sorpresa, quando ancora una bimba portavo le trecce, e il maestro di musica mi venne vicino, m’accarezzava i capelli e mi diceva tesoro, e poi da soli, seduta al suo fianco, mi suggeriva le note intrise d’umore. Furono attimi pieni e sensazioni di vuoto, fu musica densa come resina e miele, che colava dai tronchi in un sussurro di voce, quando obbediente sentii quel richiamo, di pigiare quei tasti senza mutande. Non compresi il motivo ma non era importante, perché le note davvero le sentivo salire, da dentro, nel cuore, come sangue che scorre, da dentro colare come il miele di prima, e lui vicino che sembrava rapito, dal quel pezzo di stoffa poggiato sul piano.

Alle volte in trance le toccava con un dito, altre volte più avido le stringeva nel pugno, senza mancarmi mai di rispetto, senza sfiorarmi neppure col fiato, fino a quando il mio corpo non fu musica e tasti, affidato ad un maestro che sapeva suonare. Nei giorni seguenti ho capito il valore, il senso che dietro portavano appresso, l’anima calda che distante guardavo, come se tra la trama ci fosse l’essenza, tra la stoffa quell’eden che vedevo negli occhi, nel cotone le note di un pentagramma.

Sarà che la cosa mi ha incuriosita davvero, sarà che il piano non lo suono da anni, ma gli uomini adulti ora fanno la fila, lungo quel viale di pioppi al tramonto, dove il primo soltanto vince il trofeo, e per gli altri non resta che l’attesa di un giorno, se comunque per primi mi faranno un’offerta, e poi uno scambio senza dire parole, senza che mai… che bello sarebbe, senza che mai mi chiedano altro.

Alle volte mi chiedo se vendo il mio corpo, come una di quelle tra i tronchi dei pioppi, ma poi mi convinco che non faccio nulla di male, se poi torno a casa senza mutande, se mi rimangono impressi quei nasi affannati, che affondano avidi dentro un pezzo di stoffa. E pensare che tutto è cominciato quel giorno, quando bambina non capivo il motivo, quando il maestro pigiava quei tasti, di una musica antica di fiati e di corde, di note di sensi come onde di mare.

Poi nel tempo quelle mutande di bimba, le ho impreziosite di pizzi e merletti, e come fosse un incanto, in un rituale preciso, sapevo il momento, la nota e la chiave, l’attimo quando uno spartito di carta, diventava un uccello che solcava il mio mare, un gabbiano che basso adocchiava la preda, e sfilavo leggera quel tesoro prezioso, di scale a bemolle, di umidi diesis, come se gli odori fossero crome, semibrevi e biscrome in un solfeggio perenne, come se il suono contenesse l‘effluvio, di femmina densa adagiata sul piano, del mio essere intatto diluito e rappreso, e guardavo il mio maestro che nell’estasi pura, tra un andante ed allegro, un lago dei cigni, chiudeva gli occhi per arrivare all’essenza, annusando la stoffa senza dire parole, stringendo in un pugno la mia parte migliore.



 

 
 
 


 

 

   pubblicazione aprile  2010 

       

Condividi

 
 

Traffic software

 
 

 

Il materiale contenuto in questo sito è tutelato dai diritti d'autore. L'utilizzo è limitato ad un ambito esclusivamente personale. Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso dell'autore