Sarà che indosso una gonna di lino leggera, a pieghe
più corta per far vedere le gambe, senza che poi chi vede ci speri, di
risalire la calza come fosse corrente, di toccare il colore delle mutande
che porto, prima d’averle tolte del tutto. Ogni strada che faccio è un
viale di coda, di alberi curvi che mi fanno l’inchino, di un fiume che
scorre dentro il suo letto, come musica nuova che proviene dal nulla e nel
nulla ritorna tra i ricordi sfumati.
Sarà che porto un ombrello per ripararmi dal sole,
perché la mia pelle non diventi volgare, perché quello che offro è vergine
intatta, incontrata per caso su un viale di pioppi. Non faccio l’amore che
nemmeno conosco, non faccio del sesso, non saprei cosa fare, cosa dire al
momento se servisse parlare, perché quello che dono è un pezzo di stoffa,
che negli anni ho apprezzato nei riflessi degli occhi, ma se fosse stato
per me lo avrei messo a lavare.
Cammino e m’apparto dietro una siepe d’alloro, perché
chi mi vuole sa dove trovarmi, sa quanto gli costa comprare un tesoro, sa
quello che vuole e quello che offro. Non chiedo poi tanto, mai chiesto la
luna, perché è solo un gioco e mi diverte davvero, quando vedo quegli
occhi che mi mangiano intera, ma non vogliono il seno, i fianchi, la
bocca, si lasciano andare per quel cencio ordinario, uno spicchio che dono
di ricami e merletti.
La prima volta ricordo sono rimasta sorpresa, quando
ancora una bimba portavo le trecce, e il maestro di musica mi venne
vicino, m’accarezzava i capelli e mi diceva tesoro, e poi da soli, seduta
al suo fianco, mi suggeriva le note intrise d’umore. Furono attimi pieni e
sensazioni di vuoto, fu musica densa come resina e miele, che colava dai
tronchi in un sussurro di voce, quando obbediente sentii quel richiamo, di
pigiare quei tasti senza mutande. Non compresi il motivo ma non era
importante, perché le note davvero le sentivo salire, da dentro, nel
cuore, come sangue che scorre, da dentro colare come il miele di prima, e
lui vicino che sembrava rapito, dal quel pezzo di stoffa poggiato sul
piano.
Alle volte in trance le toccava con un dito, altre
volte più avido le stringeva nel pugno, senza mancarmi mai di rispetto,
senza sfiorarmi neppure col fiato, fino a quando il mio corpo non fu
musica e tasti, affidato ad un maestro che sapeva suonare. Nei giorni
seguenti ho capito il valore, il senso che dietro portavano appresso,
l’anima calda che distante guardavo, come se tra la trama ci fosse
l’essenza, tra la stoffa quell’eden che vedevo negli occhi, nel cotone le
note di un pentagramma.
Sarà che la cosa mi ha incuriosita davvero, sarà che il
piano non lo suono da anni, ma gli uomini adulti ora fanno la fila, lungo
quel viale di pioppi al tramonto, dove il primo soltanto vince il trofeo,
e per gli altri non resta che l’attesa di un giorno, se comunque per primi
mi faranno un’offerta, e poi uno scambio senza dire parole, senza che mai…
che bello sarebbe, senza che mai mi chiedano altro.
Alle volte mi chiedo se vendo il mio corpo, come una di
quelle tra i tronchi dei pioppi, ma poi mi convinco che non faccio nulla
di male, se poi torno a casa senza mutande, se mi rimangono impressi quei
nasi affannati, che affondano avidi dentro un pezzo di stoffa. E pensare
che tutto è cominciato quel giorno, quando bambina non capivo il motivo,
quando il maestro pigiava quei tasti, di una musica antica di fiati e di
corde, di note di sensi come onde di mare.
Poi nel tempo quelle mutande di bimba, le ho
impreziosite di pizzi e merletti, e come fosse un incanto, in un rituale
preciso, sapevo il momento, la nota e la chiave, l’attimo quando uno
spartito di carta, diventava un uccello che solcava il mio mare, un
gabbiano che basso adocchiava la preda, e sfilavo leggera quel tesoro
prezioso, di scale a bemolle, di umidi diesis, come se gli odori fossero
crome, semibrevi e biscrome in un solfeggio perenne, come se il suono
contenesse l‘effluvio, di femmina densa adagiata sul piano, del mio essere
intatto diluito e rappreso, e guardavo il mio maestro che nell’estasi
pura, tra un andante ed allegro, un lago dei cigni, chiudeva gli occhi per
arrivare all’essenza, annusando la stoffa senza dire parole, stringendo in
un pugno la mia parte migliore.