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Senti, sarà pure vero che ciò che fai è il lavoro più abietto sulla faccia
del mondo, sarà pure vero che il trucco che porti, è un’impronta
indelebile sulla tua faccia, un marchio a fuoco su una scrofa adulta, ma
che ci vuoi fare se in fondo ti piace, se il sesso che offri è soltanto un
dettaglio, di dieci minuti in ginocchio o distesa, mentre intorno
t’avvolge una notte di stelle, d’aria fredda che sbatte sul tuo profilo
più bello, d’aria calda di fiati che t’appanna la vista.
Perché non c’è paragone di quando allo specchio, ti trucchi e ti vesti
prima di uscire, e curiosa componi una donna diversa, un contorno da sogno
di colori e di stoffe. Chi sarà questa sera che cammina sui viali? Un
punto di rosso trasportato dal vento, come un cappello che vola raso
sull’acqua, e lento s’immerge come ti capita spesso, affogarti di notte
tra le tenebre strette, d’una strada in discesa coperta di sabbia.
Senti, sarà pure che gli altri ti credono pazza, che non c’è poesia quando
si batte, e tra le tue gambe c’è una crepa che corre, che chiamano sesso,
che chiamano altro, tanto non conta per passarci la notte, quando dentro
ti entra la feccia e la melma, di gente che paga per fare l’amore. Ma tu
davvero ti senti una sposa, quando indossi le calze candide e intatte, o
quando raccogli con una mano i capelli, e ti baciano il collo e ti
annusano il sesso, tra il rumore del mare che senti a due passi, e sono
strascichi lunghi e risucchi e gorgogli, che confondi ogni volta con la
saliva più calda, che scia sulla pelle e ne senti il piacere. Che bello
davvero sentirti la brama perché è un attimo breve dove non c’è lavoro che
tenga, come se tutte le donne non avessero tette, o fossi l’unica al mondo
ad averle più grandi.
Senti sarà pure che il vento ti gela, le mani, le labbra, le gambe
gemelle, ed a volte fai fatica ad essere brava, ad esser te stessa in un
rapporto esclusivo, col sesso che ammolli prima di concederti tutta, con
quello più esperto che non ha bisogno di guida. Lo so che non li guardi
mai in viso, cosa servirebbe all’amore? Vederli negli occhi e scambiarci
un sorriso, spettinargli i capelli e baciargli la bocca. Ma loro ti
cercano perché fai bene l’amore, e tra le tue gambe ci batte ardore e
passione, come se ogni volta fossi una moglie, in una stanza d’albergo la
prima notte di miele.
Senti sarà pure vero che il mondo fa schifo, e tutto intorno c’è guerra
con le macerie fumanti, e tu che offri solo pelle di sesso, e qualche
volta nemmeno perché basta la bocca, oppure lo spacco della gonna che
s’apre e dentro c’è un circo di fiocchi e merletti. Perché allora dovresti
sentirti più sporca? Vergognarti del seno che abbondante lo mostri, che a
notte fonda lo scopri per aprire due occhi, che girano a vuoto ancora
indecisi, se farsi una donna o finirsi da soli.
Chiedono un prezzo e rispondi cinquanta, chiedono come e li lasci vagare,
nella voglia d’averti di fermare la danza, di mettere in gabbia le tue
tette leziose, che ballano al vento mentre cammini.
Sono tette sfacciate che vanno con tutti, obbedienti e infedeli che si
danno per poco, ribelli e sfrontate che si danno per tanto. Sono campi di
grano rigogliosi e fecondi, distese di mare che nutrono pesci, ma anche
siepi d’alloro che sanno di piscio, lische marcite per i gatti di notte.
Sono palle bagnate di saliva e di voglia, spugne imbevute di piacere che
ciuccia, poi il vento l’asciuga e riprendono forma, pronte e gemelle per
la prossima bocca. Sono gatte in calore sotto le finestre la notte, che
s’accoppiano al primo dopo ore di corte, ma poi ammiccano al branco che
muto le aspetta, quando i colpi del primo si fanno insicuri.
Cammini, le ostenti e le gonfi ogni sera, perché siano chiocce per
riparare se piove, per chiunque s’illuda d’averle già viste, attaccate
alle madri che sgorgavano latte. Come vorresti che ne uscisse abbondante,
per ogni bocca che succhia e ogni lingua che lecca, come nettare d’anima
che nutre la mente, e farli ingozzare fino all’ultima goccia, quando la
voglia poi scade e non rimane che niente.
La tua amica ti guarda, lei ha già adocchiato una preda, e quello che dici
non la sfiora nemmeno, sono balle soltanto di una ragazzina borghese, che
ha il padre avvocato e s’illude ogni volta, che l’amore che cerca è nella
bellezza che prova, che cerca ogni notte spalancando le gambe, che trova
soltanto tra il letame e gli avanzi, convinta che al mondo non c’è posto
migliore, per far nascere rose e nutrire i suoi sogni. Sono brividi forti,
sono colpi di maschio, che cerca all’estremo un piacere più alto, come se
il tuo sesso fosse solo l’entrata, un capriccio che passa non appena
attraversa, per il desiderio più intenso vicino ai polmoni, per sentire
una donna e sentirsela tutta, quando geme e poi urla e s’accascia di
voglia, e fiero s’innalza incredibile e vero, per esser riuscito a farti
godere.
Senti sarà pure vero che t’illudi soltanto, perché tutto questo non ha mai
fatto poesia, e quello che fai è il mestiere più antico e le
puttane ci sono da sempre, come i cani d’inverno con le bocche fumanti,
come i pini marini ritorti dal vento. Ma se scavi nell’anima di ogni cosa
che vedi, se giri di notte e passeggi e cammini, vedi te stessa in un
alone fatato, e ci vedi una donna in cornice che aspetta, appoggiata
sull’ombra della falce di luna, ed un pittore di fronte che intinge i
colori, nell’umore che cola e la fanno più bella. Lui dipinge le labbra e
scontorna le tette, ingrugnisce la faccia per ricomporla più tardi,
fissando i colori al vento che tira, al sesso che grande la riempie e la
sazia, e sfama il bisogno di essere bella, di essere regina di un mondo
sommerso, che l’alba poi lava e sbiadisce i colori, e il camion
d’immondizie l’avverte che è ora, di tornarsene a casa ed d’andare a
dormire.
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