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I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 
 

STORIE DI PROSTITUZIONE

 
 

L'amore cortese

 
 

di LiberaEva

 

Foto Giuseppe LoCascio

 
 
 

Il cielo stasera ha un cupo colore, d’un giallo velato che intorpidisce quest’acqua, che scolora le mani e le mie labbra di rosso, che smuore lì in fondo al fiume che curva. Avessi vent’anni, vent’anni di meno, mi lascerei trasportare come una foglia che danza, che morbida oscilla a due metri dall’acqua e leggera poi atterra sopra il fumo gassoso.

Avessi vent’anni davvero di meno, mostrerei il mio seno contro un profilo di alba, che chiara risalta il mio contorno abbondante, che bianca m’avvolge e scontorna le forme. Se avessi vent’anni non cercherei questa torbida sera per mostrarmi alla luce che si confonde con l’ombra, ma lascerei che un sole mi penetrasse la pelle fino a scaldarmi quest’anima dentro, che gelida ora prova disagio e vergogna a mostrare fattezze marcite dal tempo, tra le righe che gialle di una flebile luce girano intorno come voglie bollenti di maschi affamati di carne di donna.

Avessi vent’anni, vent’anni di meno, non porterei questi tacchi che ora bucano foglie, e lasciano orme che m’inseguono fitte per trovarmi di nuovo domani al tramonto lungo la sponda sul greto del fiume, dove conosco a memoria ogni sasso di ghiaia, ogni rumore che sgrano come un rosario di perle, ogni verso d’uccello che vola raso sull’acqua.

Ho indosso un vestito che non cambio da mesi perché null’altro la sera mi farebbe più bella, di null’altro ho bisogno per mostrarmi a quest’ora con questa rosa sul petto dai petali lilla. Porto una pochette ed un filo di perle, dei guanti di seta che mi fanno signora, un cappello capiente dove depongo i miei sogni come uova di merle rimaste infeconde. Gli uomini che passano ci tuffano gli occhi, mi dicono bella come se davvero lo fossi, solo perché non porto una vestaglia qualunque e l’odore che emano non sa di moglie e di casa.

“La prego signore non s’illuda davvero, non è questo il cappello che le placa le voglie, non sono queste le dita che sfamano amore, se cerca calore non c’è seta che tenga. Le giuro davvero è solo impressione, la mia pelle è cadente più di quanto non dica questa rosa che lilla si gonfia sul petto, questa calza che copre le vene del tempo. Davvero lo dico non s’avvicini signore, il mio sesso ha più pieghe di quante ne faccia la seta che frivola gioca dentro il tramonto, la luce che ad onde si dirada sull’acqua.

Conosco gli uomini e so che lei non ha dubbi di quanto io possa essere bella, di quanto questo fiume possa fare da sfondo al desiderio mai domo di avere una donna, di prenderla in parte, di prenderla tutta, dal seno alle gambe che sa di sesso e di buono.

La prego signore, non ceda all’istinto, perché è solo penombra, ed è truffa ed inganno, anche se ora mi vede come una rosa, ma non s’illuda la prego è solo un miraggio, perché tra le mie cosce c’è un fiore sparuto, come questo papavero tra i sassi e le ortiche.

Lo so che per i suoi occhi sono il meglio che ora, può offrire questo fiume, può darle la sponda, ma non sono sicura che dopo l’amore resti l’incanto tra la luce compatta, fino a saziarsi senza che per nulla rimanga, annidata la voglia di ricominciare altrove. Magari sull’altra sponda, su un altro greto di fiume dove tra le erbacce spunta una rosa più bella che sa di velluto, d’organza e passione come la brama che le colora la faccia. Stia tranquillo, non parlo di sua moglie, dell’amore al buio nascosto nel letto, che sa di carne e bisogno, d’avida voglia, tra le risa dei bimbi che non prendono sonno

La prego signore rimanga distante, perché non chiedo in cambio tanto denaro, chiedo se è lecito solo un po’ d’attenzione, quel poco di tempo che dopo l’amore non mi faccia rivestire da sola nel buio, mentre intorno rimane solo odore di sesso, mentre intorno la nebbia scende e s’aggruma.

Lei non fugga davvero se conosce una donna, rimanga seduto e ne apprezzi la forma, la guardi  con gli occhi che non hanno più voglia, la guardi distante che riaggiusta la calza.

Lo so che in questi momenti potrei chiederle altro, perfino di sposarmi se non avesse una moglie, perfino d’accarezzarmi le mani e i capelli, se non portassi il cappello se non avessi i guanti.

Ma non sono una bambina anche se non mi sento adulta, e so che acconsentirebbe senza battere ciglio per il desiderio impellente d’alzarmi la gonna, di vedere il merletto che copre i miei orli, di quale seta stasera l’ho ornata più bella, il colore che ho scelto, l’odore che lascio.

La prego signore s’allontani deciso, se tutto questo che dico non ha senso e ragione, attraversi quel ponte per guadagnare la riva dove sciamano ora donne più belle. Le vede signore dall’altra parte del fiume? Che aspettano uomini come scaricatori la merce, perché non chiedono occhi, non barattano sogni, non chiedono tempo, ma tasche più gonfie

Ma se tutto questo che sento ha un nonnulla di vero, la prego signore s’avvicini un instante, mi prenda per mano e facciamo due passi fino alla siepe dove curva più fitta, fino alla casa di legno e d’alcova, dove l’umido stagna e il respiro s’allunga, in uno strascico denso di fumo e vapore.

Non abbia paura non le chiedo una notte, non le chiedo parole per guardare le stelle, non sono poi pazza per non capire che in fondo, l’amore che cerco non lo trovo a quest’ora, con i guanti il cappello e una rosa sul petto, mi basta davvero che non abbia premura, come ora le chiedo d’offrirmi il suo braccio, un appoggio gentile per camminare sicura, per illudermi sempre come faccio ogni sera, che l’amore che faccio sia almeno cortese.”


 

 
 
 

 

 

 

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   pubblicazione Settembre  2008 

 
 

       

 
 
 
 

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