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L’amore che avevo
non ricorda il mio nome, ha scordato l’odore d’un bacio di notte, quel
vento leggero che mi svasava la gonna, ed una mano premeva avida e ferma,
sui miei fianchi che offrivo alla musica intensa, sulle mie gambe
obbedienti in un passo e poi l’altro, in un vortice antico in un ballo
sull’aia.
L’amore che avevo
non ricorda il mio seno, di come l’offrivo sotto la camicia di panna, non
ricorda il colore dei miei occhi serrati, appagati già sazi dal vapore dei
fiati, sotto un portico buio dove cadeva il tramonto, perché l’amore che
avevo mi spaiava le gambe, addosso a quel fieno che sapeva di marcio, di
gatti e pipì e prendevo l’odore, con un flauto dolce che ci faceva la
corte, ed una luna dipinta che schiariva nell’ombra, promesse d’amore e
parole per sempre.
Mi ritorna ogni sera
quando contro il tramonto, sfuma la coda di un giorno che passa, tra le
paure imbrunite e i fantasmi sul muro, e il desiderio nascosto di provare
altri occhi. Allora sì che esco da sola, a tentoni mi scopro ed alzo la
gonna, e mi metto seduta dove ora c’è un parco, al posto del fieno che
sapeva di marcio.
Un respiro strozzato
mi sfiora le labbra, sotto questo incalzare di mani e parole, sopra questa
panchina che si riflette alla luna, ed io che mi tocco e mi faccio
toccare. Come fosse una pioggia fitta d’autunno, che mi bagna i capelli,
il collo, le labbra, sulla mia stoffa leggera a forma di seno, sulla pelle
increspata dal vento che soffia.
Sono aghi di pino
che bucano il cuore, foglie d’alloro da farci corone, sono uomini, li
sento, che scuotono il capo, e si chiedono increduli perché mi faccio
toccare, ma se sapessero invece cosa brucia qui dentro, una voglia mai
doma intatta nel tempo, che avvizzisce e poi muore quando l’aspetto, e la
mia pelle più bianca comincia a marcire, e prende l’odore di fieno e di
gatti, perché nessuno negli anni m’ha più chiamata per nome.
Sento dei passi e
qualcuno si ferma, si mette seduto e muto mi sfiora, poi tutto ad un
tratto sento il suo fiato, lui non molla ed io non lo fermo, lui insiste
ed io mi domando, come può un uomo che io non conosco, avermi già vinta
senza aver detto ti amo. E’ un passante come tanti e cerca calore, mi
chiama Liù perché sono bionda, perché gli ricordo un’amica d’un tempo,
conosciuta in estate negli anni Settanta. Mi chiedo perché proprio lui e
perché non un altro, che mi chieda dubbioso perché non fermo le mani, ed
invece le lascio sgualcirmi la gonna, che mia madre ha stirato perché
fossi più bella. Lei crede davvero che è quello di sempre, che fedele
m’adora e m’ama soltanto, se sapesse invece che lui è partito e sua figlia
a quest’ora si lascia ammansire, si lascia toccare dove il cuore non
batte, dove quello che offro è carne ed è pelle, che vale la voglia di un
uomo che tocca, una bocca che sbava e ne sento il risucchio.
Lui insiste, mi
prende e forse ha ragione, a cavarmi dal seno solo l’amaro che sento, come
se sapesse perché mi offro e mi dono, e conoscesse ogni punto delle mie
tette insolenti, del ricordo che ora le vorrebbe obbedienti, bagnate di
baci e graffiate dal fieno. Sento voci di bimbi che giocano oltre, chissà
che direbbero vedendomi ora, con un seno di fuori che gode e si sazia, e
quest’uomo ci gioca come fosse una palla, la stessa dove loro
s’accaniscono a calci.
Ci sono dei vecchi
che fanno la fila, perché sanno che a quest’ora mi lascio toccare, per far
passare più in fretta questo tramonto, per sentire quel fiato che mi
scaldava il collo, ed oggi sia domani e l’attesa più corta. Ci sono degli
altri, li sento, che fanno da scorta, ed aspettano muti oltre la siepe,
convinti che ora, tra poco, all’istante, avrò bisogno di nuovo d’altre
mani capienti, di saliva più densa che ammorbidisca ogni notte, e l’alba
che uccide ogni fine di sogno.
Ma io rimango fedele
al sole che cala, a questa voglia che sfamo e nemmeno conosco, perché
l’amore che avevo non ricorda il mio nome, e chissà per quante sere sarà
lunga l’attesa, e mi farò tormentare questo mio seno, dal primo che a caso
passa e si ferma, e già nudo lo vede per poggiarci una bocca, e già enorme
lo brama per covarci dei sogni, senza sapere che invece non è poi tanto
grande, quanto uova di passera rimaste infeconde, perché l’amore che avevo
non ricorda il mio nome, ha scordato l’odore d’un bacio di notte, quel
vento leggero che mi svasava la gonna, ed una mano premeva avida e ferma,
sui miei seni che offrivo alla musica intensa, che s’appagavano sazi di
baci e di fiati, sotto un portico buio dove cadeva il tramonto, addosso a
quel fieno che sapeva di marcio, di gatti e pipì e mi spaiava le gambe, ed
una luna dipinta schiariva nell’ombra, promesse d’amore e parole per
sempre.
Perché l’amore che
avevo non ricorda il mio nome ed io che aspetto quelle mani capienti, tra
le tante le sole che ancora ricordo, e sicura riconoscerei tra le tante
ogni sera, perché altro non ho per poterlo vedere, per poterlo distinguere
quando cade il tramonto.
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