I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 

L'amore che avevo

 

FOTO massimosquilloni

 
 
 

 

L’amore che avevo non ricorda il mio nome, ha scordato l’odore d’un bacio di notte, quel vento leggero che mi svasava la gonna, ed una mano premeva avida e ferma, sui miei fianchi che offrivo alla musica intensa, sulle mie gambe obbedienti in un passo e poi l’altro, in un vortice antico in un ballo sull’aia.

L’amore che avevo non ricorda il mio seno, di come l’offrivo sotto la camicia di panna, non ricorda il colore dei miei occhi serrati, appagati già sazi dal vapore dei fiati, sotto un portico buio dove cadeva il tramonto, perché l’amore che avevo mi spaiava le gambe, addosso a quel fieno che sapeva di marcio, di gatti e pipì e prendevo l’odore, con un flauto dolce che ci faceva la corte, ed una luna dipinta che schiariva nell’ombra, promesse d’amore e parole per sempre.

Mi ritorna ogni sera quando contro il tramonto, sfuma la coda di un giorno che passa, tra le paure imbrunite e i fantasmi sul muro, e il desiderio nascosto di provare altri occhi. Allora sì che esco da sola, a tentoni mi scopro ed alzo la gonna, e mi metto seduta dove ora c’è un parco, al posto del fieno che sapeva di marcio.

Un respiro strozzato mi sfiora le labbra, sotto questo incalzare di mani e parole, sopra questa panchina che si riflette alla luna, ed io che mi tocco e mi faccio toccare. Come fosse una pioggia fitta d’autunno, che mi bagna i capelli, il collo, le labbra, sulla mia stoffa leggera a forma di seno, sulla pelle increspata dal vento che soffia.

Sono aghi di pino che bucano il cuore, foglie d’alloro da farci corone, sono uomini, li sento, che scuotono il capo, e si chiedono increduli perché mi faccio toccare, ma se sapessero invece cosa brucia qui dentro, una voglia mai doma intatta nel tempo, che avvizzisce e poi muore quando l’aspetto, e la mia pelle più bianca comincia a marcire, e prende l’odore di fieno e di gatti, perché nessuno negli anni m’ha più chiamata per nome.

Sento dei passi e qualcuno si ferma, si mette seduto e muto mi sfiora, poi tutto ad un tratto sento il suo fiato, lui non molla ed io non lo fermo, lui insiste ed io mi domando, come può un uomo che io non conosco, avermi già vinta senza aver detto ti amo. E’ un passante come tanti e cerca calore, mi chiama Liù perché sono bionda, perché gli ricordo un’amica d’un tempo, conosciuta in estate negli anni Settanta. Mi chiedo perché proprio lui e perché non un altro, che mi chieda dubbioso perché non fermo le mani, ed invece le lascio sgualcirmi la gonna, che mia madre ha stirato perché fossi più bella. Lei crede davvero che è quello di sempre, che fedele m’adora e m’ama soltanto, se sapesse invece che lui è partito e sua figlia a quest’ora si lascia ammansire, si lascia toccare dove il cuore non batte, dove quello che offro è carne ed è pelle, che vale la voglia di un uomo che tocca, una bocca che sbava e ne sento il risucchio.

Lui insiste, mi prende e forse ha ragione, a cavarmi dal seno solo l’amaro che sento, come se sapesse perché mi offro e mi dono, e conoscesse ogni punto delle mie tette insolenti, del ricordo che ora le vorrebbe obbedienti, bagnate di baci e graffiate dal fieno. Sento voci di bimbi che giocano oltre, chissà che direbbero vedendomi ora, con un seno di fuori che gode e si sazia, e quest’uomo ci gioca come fosse una palla, la stessa dove loro s’accaniscono a calci.

Ci sono dei vecchi che fanno la fila, perché sanno che a quest’ora mi lascio toccare, per far passare più in fretta questo tramonto, per sentire quel fiato che mi scaldava il collo, ed oggi sia domani e l’attesa più corta. Ci sono degli altri, li sento, che fanno da scorta, ed aspettano muti oltre la siepe, convinti che ora, tra poco, all’istante, avrò bisogno di nuovo d’altre mani capienti, di saliva più densa che ammorbidisca ogni notte, e l’alba che uccide ogni fine di sogno.

Ma io rimango fedele al sole che cala, a questa voglia che sfamo e nemmeno conosco, perché l’amore che avevo non ricorda il mio nome, e chissà per quante sere sarà lunga l’attesa, e mi farò tormentare questo mio seno, dal primo che a caso passa e si ferma, e già nudo lo vede per poggiarci una bocca, e già enorme lo brama per covarci dei sogni, senza sapere che invece non è poi tanto grande, quanto uova di passera rimaste infeconde, perché l’amore che avevo non ricorda il mio nome, ha scordato l’odore d’un bacio di notte, quel vento leggero che mi svasava la gonna, ed una mano premeva avida e ferma, sui miei seni che offrivo alla musica intensa, che s’appagavano sazi di baci e di fiati, sotto un portico buio dove cadeva il tramonto, addosso a quel fieno che sapeva di marcio, di gatti e pipì e mi spaiava le gambe, ed una luna dipinta schiariva nell’ombra, promesse d’amore e parole per sempre.

Perché l’amore che avevo non ricorda il mio nome ed io che aspetto quelle mani capienti, tra le tante le sole che ancora ricordo, e sicura riconoscerei tra le tante ogni sera, perché altro non ho per poterlo vedere, per poterlo distinguere quando cade il tramonto.



 

 
     
 
 
 
 
 
 
 
     
 
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   pubblicazione maggio  2008 

 
 

       

 
 
 
 

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